1 PORTO ALEGRE
Oggi
c'era poca gente in giro, era un giorno di festa nazionale, un uomo o forse
dovrei dire un anziano camminava in mezzo alla strada. Non stavano passando
macchine e ci ha messo un bel po' ad attraversarla in diagonale, mentre io gli
andavo incontro per il mio percorso.
Quando è quasi arrivato al mio lato della strada, ho notato che mi guardava e aveva una mano vicino alla faccia. A un certo punto la mano è scesa lentamente e ha preso la forma di una pistola, fatta delle due usuali dita e me l’ha puntata contro sorridendo malandrinamente, ma anch’io ho tirato fuori la mia improvvisata e gli ho sparato tre colpi. Ci siamo fatti insieme una risata. Poi sono andato per la mia strada, lui per la sua.
A
volte vado a piedi al supermercato, faccio la spesa e torno con l’uber che qua
costa poco, o con il taxi che da quando esiste l’uber ha abbassato molto i
prezzi.
Naturalmente
l'osservazione di quello che c’è intorno fa parte integrante dell'attività, a
volte diventa la parte più importante.
A
scrivere ci sto provando da sette anni, ma non mi riesce più. Prima non so
neppure come ho fatto, forse alla gente è piaciuto perché è stato completamente
naturale.
Facendo
i miei giri a piedi mi capita abbastanza spesso di passare per zone povere, se
non considerate addirittura pericolose. In particolare per andare verso il
supermercato una delle possibilità è un tratto che passa in una strettoia dove
si può circolare solo a piedi o in bicicletta. Qualche volta ci ho visto anche
delle moto, ma lo spazio basta appena. Ci si infila dietro alcune casupole e si
attraversa un ruscello abbastanza pieno di scarichi di varie dimensioni ed
entità, con oggetti abbandonati di ogni tipo. Si passa al lato di una baracca
dove non ho mai visto nessuno, ma fuori ci sono oggetti oltre ogni curiosità,
in stato di abbandono se non di putrefazione.
Ieri
stava quasi tramontando il sole e sono passato di fronte a una casa di legno
con giardino, dove circolo di solito e c'era un grosso cane immobile e seduto
che ho visto altre volte, nella semioscurità sembra quasi una statua. La
signora della casa stava innaffiando l'erba e le ho chiesto quanti anni aveva
il cane in questione. Ci ha messo un po' a capire cosa stavo dicendo, perché
probabilmente stavo parlando troppo basso, come spesso mi succede. Non avendo
l'abitudine di parlare, la voce naturalmente si abbassa. Dopo abbiamo parlato
di cani e soprattutto di cani vecchi, la signora era abbastanza simpatica e non
si è imbarazzata che gli avessi rivolta la parola, così senza conoscerla.
Mi
hanno detto che a Curitiba la gente è molto meno disponibile e aperta, ma a
Porto Alegre per fortuna è così.
Il
cane aveva tredici anni e abbiamo concordato che aveva poco da vivere, io ho
detto che tutti i miei cani sono morti proprio a quell’età e stavo andando via,
avevo fatto già qualche passo, quando lei ha aggiunto la sua speranza che
soffrisse poco e io le ho detto che pensavo che loro patissero meno di noi,
intendendo gli uomini e le donne. Lei stava per obbiettare qualcosa, mi sono
spiegato meglio, cioè pensavo che la loro sofferenza fosse più mite, per lo
meno con il pensiero e su questo lei è stata d'accordo, allora ci siamo
salutati con le rispettive mani.
C’è
un signore di un’età incerta, credo più giovane di me, e piuttosto panciuto che
va in giro con un carrettino che spinge davanti a sé e ci mette quello che
trova, rufolando nella spazzatura, ma senza vergognarsi.
Ha
cominciato lui a salutarmi e io lo saluto ogni volta che ci incontriamo, credo
che abiti nella favela in fondo alla strada, per arrivarci è una bella
camminata, con saliscendi e salite anche ripide.
A
volte ci mandiamo delle frasi corte, da una decina di metri di distanza.
Io:
“Facile scendere eh? Mentre un altro suda e sale?” Lui non trova niente da
dire, ma annuisce, approva con il movimento della testa.
Oppure
un’altra volta che era un caldo bestiale:
Lui:
“Oggi sei già dimagrito qualche chilo?”
Io:
“Magari! Direi solo qualche grammo!” Sorride sotto i baffi, o è una barbetta
indecisa?
Qualche
volta mi ha visto con la mia macchina, che è vecchia e scassata, ma per lui
sarebbe un lusso. Non solo da questo ha sgamato che io cammino per sport e non
per andare o tornare da lavorare.
Il
vecchio zainetto lo porto per comodità, con dentro oggetti che possono essermi
utili, come occhiali, k-way e altre cose, ma anche per non far capire che sono
uno che cammina per fare un po’ di movimento, sarei più facilmente
riconoscibile e così anche rapinabile.
Per
lo stesso motivo d’inverno uso una maglia gialla e blu, che qua è l’uniforme
dei postini.
Non
mi rifaccio a nessuno dei modelli di persona che qui la gente riconosce, se ci
parlo sentono subito che sono straniero, anche dopo anni che sono qua.
Ho
scritto un grande successo letterario e poi mi sono fermato lì, non avevo
scritto prima e non ho scritto dopo, a volte penso che non sia mai accaduto,
eppure quei soldi che sono ne venuti fuori li ho quasi finiti e dovrei
inventarmi qualcos’altro.
Normalmente
agli scrittori esordienti non viene data nessuna occasione, il mercato è
abbastanza saturo con la gente già famosa, anche se è per altri motivi. La mia
opportunità è venuta fuori per caso e non posso dire neppure di averla presa al
volo, perché non avevo nemmeno idea di cosa stavo facendo.
Se
è per quello, non ho idea di cosa sto facendo della mia stessa vita, come tutti
gli altri, solo che io me ne rendo conto.
2 LA TELEFONATA
«Pronto?»
«Sì
caro, sono io, ciao Artemio.»
«Faffa?
Che voce strana. Tutto a posto?»
«Bene.
Sai, sono solo un po’ raffreddata, ma te che stai facendo?»
«Beh...
niente d’importante, come al solito. Faccio una camminata un giorno sì e un
giorno no, qualche volta approfitto per comprare qualcosa da mangiare a casa o
anche per andare a pranzo in qualche ristorantino... ma non è questo che volevi
sapere, mi sbaglio? Ci sono novità?»
“Grandi
novità, assai belle notizie per me e per te, se è che m’intendi!”
“Veramente
no.”
«C’ho una
proposta per te, di lavoro ovviamente.»
«Lavoro? Già
mi puzza. Di cosa si tratta?»
«
L’editore è nientemeno che Cipollini.»
«Che non mi è
mai garbato. Peggio mi sento. Ma tu non ci fare caso. Dimmela e facciamola
finita.»
«Libri
di viaggio, Artè, ma scritti da grandi autori, se è che m’intendi, come te,
ecco.»
«Ma
tu sai benissimo che non io scrivo affatto libri di viaggio. Mai scritti.»
“Tu
hai scritto un unico libro, caro mio, se non te lo ricordassi te lo dico io, e
sono sette anni che si attende ansiosamente un altro capolavoro, piuttosto
invano. E ci si sente frustrati, se è che m’intendi.”
“Lo
so benissimo e non farmelo pesare di più di quello che già mi pesa, Donne e Buoi mi ha rovinato la vita...”
“Il
titolo era Mogli e buoi.”
“Questo
poi non cambia niente. Dopo che sono stato alla TV il mio già difficile
rapporto con le donne è peggiorato, mi guardavano con un sorriso ironico, erano
curiose magari, ma mi evitavano.”
“Sì
lo so, oltre il blocco dello scrittore, che non è una cosa per niente
originale, la tua fuga in Brasile, di conseguenza, ma prima del famigerato
primo ed unico libro non mi pare che tu vivessi una realtà stimolante e ben
retribuita, correggimi se sbaglio!”
“No,
infatti. Però avevo qualche sogno in più.”
“I
sogni non portano né pane, né prosciutto, nemmeno insalatina di campo. Ormai
dovresti avere imparato questa lezione.
Ecco
l’occasione che stavi aspettando, qualcuno che ti dia una buona idea e tu che
la sviluppi, la fantasia non ti manca e nemmeno una cazzo di motivazione, ora
mi devi solo fare il primo piccolo e timido passo ed è fatta!”
“Guarda:
io non ti mando affanculo solo perché mi costa del fiato.”
Ho
riattaccato sbattendo il ricevitore e sono uscito frettolosamente di casa. Poi
sono rientrato per sostituire le ciabatte con le scarpe, prendere il
portafoglio, le chiavi della macchina.
Invece
di pettinarmi, per fare prima mi sono messo un berretto.
Ormai
la camminata è diventata l'unica mia attività, con alcuni opportuni occasionali
ganci, o pretesti, che svolgo fuori dal terreno di casa.
La
sera ho telefonato io a Faffa, la mia paziente, intelligente, simpatica e anche
un po’ rompiscatole agente, romana di Castel Gandolfo:
“Pronto!
È la residenza estiva del papa?”
“Arte’,
hai già cambiato idea, eh?”
“Noo,
quando mai, volevo solo sapere meglio le cose.”
“Certo,
sono qua per questo, ma ricordati che la tua fama è ancora viva, rammentati
bene che la gente fa in fretta a dimenticare.»
«Va
bene Faffa, ho capito. Offrono un mucchio di soldi.»
«Ecco.
Un contratto con i cosiddetti controcazzi. L'editore è quasi un amico, per me,
e vuole proprio te. Lo vogliamo deludere?»
«No,
giammai, solo che gli editori mi fanno schifo e particolarmente Cipollini. È il
primo della mia personale lista nera, il secondo è piuttosto staccato da anni e
non ce la fa a rimontare. E se poi ti dico e ti ripeto che non ho mai scritto
robe del genere...»
«Senti,
tu puoi scrivere qualsiasi cazzo di tutto, e lo sai meglio di me. E poi c’è
pure da dire un’altra cosa importante, cioè che sono stati interpellati diversi
autori, una schiera di scrittori di tutto rispetto, di ogni regione, ognuno
racconterà la sua relativa zona d'Italia. A te è toccata la Maremma, visto che
sei di Onano.»
Onano: Un Affascinante Borgo
tra Storia e Natura
Onano, un piccolo centro di
poco più di mille abitanti, si erge sui monti Volsini, nella parte
settentrionale della provincia di Viterbo, al confine tra Lazio e Toscana.
Questo grazioso borgo, distante circa 55 km dal capoluogo Viterbo, è un luogo
ricco di storia e tradizione, che offre scorci suggestivi e un’atmosfera unica...
«Si
fa per dire. Ho abitato anche a Calcata... ma al mio romantico paesello di tufo
e degli artisti, ci sono stato, sì, anche se poi a tre anni vivevo già a Torino
e non mi ricordo quasi niente! Non mi pare di essere un tipico maremmano...»
«E
questo non te lo chiede né Cipollini, né nessun altro, Artè!»
Ho
di nuovo riattaccato, sbattendo il telefono, ma forse un po’ meno di prima.
Eppure
secondo me Faffa lo sapeva già che poi avrei ceduto. Ci si sente ogni morte di
papa, ma a volte mi pare che quella mi conosca meglio di quanto riesca a
intravedere io stesso, dentro di me. Ma non ci vuole molto.
Ho
resistito due giorni e poi l’ho chiamata.
«Non
capisco perché ti ho telefonato, o anche perché mi ostino ad avere
un'agente...»
«Perché
sono il tuo unico angelo custode e l'unica tua vera amica.»
«Io
non credo affatto agli angeli e meno ancora agli amici, che comunque non
parlano di affari, gli amici.»
«Artemio,
dammi retta, per te è una cosa da niente... Un lavoretto da cento cartelle o
poco più.»
«Un
lavoretto che non ho mai fatto. Guarda che combinazione. Io scrivo racconti
leggeri ma di contenuto, introspezione a buon mercato e battute alla Woody
Allen dei poveri, dimmi tu che c’entro io con la Maremma!?»
«La
Maremma è terra di cultura e storia, la gente è alla mano e allegra, per niente
stupida e tantomeno ignorante. La Maremma è soprattutto un luogo assai
interessante, non è soltanto un'amena località turistica, lo sai...»
«Sì,
questo lo so... Era una palude, una zona malarica, eccetera eccetera... C'è
anche quella canzone, come si chiama? ...ah, sì, Maremma amara.»
«La
cantava Nada Malanima. È una terra piena di fottuti misteri, chiunque ci
troverebbe un’ispirazione. Perfino tu. Oltre a essere bella o bellissima,
d’inverno non c’è turismo, ma c’è buon vino, buon cibo...»
«Forse
questo è vero... »
“Ma
certo. Nel pacco c’è anche l’isola d’Elba, altro luogo meraviglioso, e tu
descriverai ciò che vedrai, mangerai bene, berrai dell'ottimo vino...»
«Ma
perché Cipollini si è messo in testa una cosa del genere? Non mi pare una delle
sue cose.»
«Non
sono sicura, ma credo abbia ricevuto consistenti sovvenzioni da province e/o
regioni. Il turismo non sta andando un granché bene in questi tempi di pioggia
e freddo.”
“Ma
la gente che legge è sempre meno e il turista non è affatto un intellettuale!”
“Anche
per sentito dire le cose funzionano, a volte. Grandi scrittori che parlano
della nostra bella Italia. Come trovata commerciale non è malaccio. E poi che
ti frega? L'importante è che ci paghino bene. Fai mente locale. Tu hai soldi
che ti avanzano? Non mi pare proprio.»
«Ecco,
i soldi, sempre i dannati soldi. Faffa, ci affogherete nei soldi prima o poi.
Non credi che l’arte, la letteratura specialmente, abbiano sempre meno a che
fare con i soldi?»
«Quest’ultima
cosa te la passo per buona senza difficoltà, ma il mondo è sempre diverso da
come vorremmo. La vita è così e ci si può fare molto poco, se non adeguarsi.
E
a quest’altezza del campionato, secondo i miei calcoli, tu avrai già il conto
in banca scoperto.”
“Non
è vero... e poi-poi-poi c’è il segreto bancario o no?”
“Sì,
ma sette anni senza mai muovere le chiappe e ricevere solo i diritti di un
unico libro che la gente sta dimenticando che sia mai stato scritto... nessuno
se lo merita, se è che m’intendi!”
“Va
bene però...”
“Ti
ho già prenotato una stanza.»
«Come?!
Ma io scrivo solo a casa, lo sai.»
«Questa
volta non basta documentarsi su internet. Per raccontare un luogo, devi
entrarci, visitarlo, viverlo. Non sei mica obbligato a scrivere là, cioè qua.
Raccogli idee, impressioni, appunti, magari parli un po’ con la gente, poi
torni a casa, non hai una casetta ancora a Torino? Torni lì, accendi il
riscaldamento e ti metti a lavorare.»
«Che
cazzo d’idea... e il biglietto dell’aereo?»
«Pagano
tutto loro, prima classe naturalmente. Io ti ho prenotato la stanza per un
mese, poi vedrai tu.»
«Faffa,
potrei anche dirti di sì, accettare questo stupidissimo lavoro, ma partire,
trasferirmi in un luogo che non conosco per un mese, beh, questo proprio...»
«Insomma
Artemio, prendila come una vacanza. È una vita che non esci di casa. Secondo me
ti farà solo bene.»
«Non
verrò in Italia, né in Maremma Toscana o Laziale che sia. Lavorerò a casa.»
«No,
tu alzerai il sottostante culo e partirai. Vuoi vivere il resto della tua vita
sprofondato su una poltrona a ingrassare, bere whisky e fumare? Ti infilerò io
stessa in un taxi e ti legherò alla poltrona dell’aereo, se continui a opporre
resistenza!»
«Raffaella,
mi stupiscono sempre di più le tue buone maniere...»
«Ne
ho anche di meglio, vale a dire di peggio. Allora?»
Quando
la chiamo con il nome intero, lei capisce che le mie difese sono pressoché
finite, e allora passa senza tanti complimenti alla fase successiva. In un
certo senso la ammiro perché è tutto il contrario di me.
«Quando
parti? Domani va bene?»
«Sei l'agente
letterario più cagacazzo che conosca. Ho scelto proprio la peggiore,
mannaggia...»
«Allora?»
«D'accordo,
accetto.»
«Ti
sto inviando il contratto via mail. Ho fatto prenotare il volo delle 10 e 22,
fa scalo a Rio, cioè devi cambiare aereo, poi a Francoforte, lì cambi di nuovo
e dopo arrivi a Pisa... volendo a Roma, se ti pare meglio, è un po’ più vicina
alla base che ti ho scelto... ma questo me lo devi dire subito.”
«Pisa
mi piace di più. E dopo?»
«Dopo
prendi la macchina a nolo, pagano loro, portati la patente, quella brasiliana
va bene per sei mesi. Sei ancora in grado di guidare no?»
«Certo.
Guido ancora, ho perfino la patente bollata, vidimata e tutto.»
«Per
andare a fare la spesa?»
«Non
solo, anche per andare in banca... e in posta.»
«Va
bene, va bene... Farai base a Bagnaia. Per una strana coincidenza a tutte e due
le Bagnaie, vale a dire: una vicino a Viterbo e l’altra all’isola d’Elba, di
fronte a Portoferraio, qui mi hanno dato una settimana flessibile, visto che
siamo in bassa stagione...»
Bagnaia è una frazione
del comune di Viterbo,
nel Lazio. Il borgo è situato sul tratto della Via Francigena che passa tra
i monti Cimini, celebre per il giardino
manieristico di Villa Lante...
«Che?
Sei impazzita? Due Bagnaie al prezzo di una?»
«Esattamente.
Ti ho spiegato tutto nell’e-mail che ti sto spedendo con il contratto.»
«Comunque
mi sembra cretino dover partire in questa stagione... Raffaella, è gennaio, è
inverno. Non sarebbe meglio rimandare il lavoro in primavera o in estate?»
«Negativo.
Cipollini sta già pubblicizzando la collana e farà il lancio prima dell'estate.
Copriti bene e chiudi il becco.»
«Penso
che dopo questo libro ti manderò affanculo.»
«Ti
piacerebbe eh? Tu hai bisogno di me, molto più che io di te. E poi ormai, ma
chi ti piglierebbe?»
«Madonna
mia...»
«Leggi
la mail, firma il contratto e mandamelo subito via fax.»
«Ma
veramente...»
«Nella
mail ti ho scritto tutto, nome dell'albergo dove alloggerai, numeri di
telefono, il link di Google Maps con la strada per raggiungere la Bagnaia di
Viterbo... perché immagino che un navigatore satellitare tu non ce l'abbia...
qui c’è una bellissima villa antica con dei Giardini che ti stappano le orecchie,
Villa Lante, la visiterai magari, è una roba pazzesca. Alla seconda Bagnaia,
all’Isola d’Elba ci vai alla fine della tua permanenza di un mese e devi
prendere il traghetto con la macchina...»
La Spiaggia di
Bagnaia si trova nel suggestivo golfo di Portoferraio ed è una
delle spiagge più attrezzate e frequentate della costa nord-orientale
dell’Isola d’Elba.
La località di Bagnaia, divisa
amministrativamente tra il comune di Rio e quello
di Portoferraio, è molto apprezzata per il mare limpido, i servizi presenti
direttamente sul lungomare e il magnifico panorama verso le fortezze medicee e
il porto di Portoferraio...
«Guarda
che io mi oriento benissimo, anche in Brasile devi vedere come me la cavo bene,
almeno fino a qualche anno fa... »
«Fai
le valigie e preparati, Artemio. Chiamami quando vuoi. Ora devo scappare.»
«Ti
scriverò una cartolina.»
«Scrivi
il libro che è meglio.»
«Ricevuto,
ciao.»
«Ciao
Artemio, a presto.»
Click.
Eppure,
per quanto talvolta capita che ce ne lamentiamo, e spesso non a torto,
l'esistenza terrena e quanto di meglio ci potesse capitare.
Consideriamo
una vita marziana, per esempio, che sarebbe piuttosto scomoda già a
partire dal clima, dato che l'escursione termica su Marte è estrema
e varia da circa 60 °C a 100 °C ogni singolo giorno, con punte
complessive che spaziano dai −140 °C dei poli
ai +20 °C dell'equatore in estate, figuriamoci d’inverno cosa non ci
succede.
Il
problema di un ipotetico essere umano comincia già quando nasce con un sistema
nervoso, invece di un sistema tranquillo, secondo me più consigliabile.
La
gente vuole fare tante azioni contemporaneamente, quando anche svolgerne una
sola alla volta gli verrebbe storta e zoppicante. Siamo creature imperfette e
frustrate, perché auspichiamo tanto l’improbabile perfezione?
Il
nostro concetto di tempo, che cambiò definitivamente e direi piuttosto
disgraziatamente con la rivoluzione industriale in Inghilterra, ci mostra
inequivocabilmente che gli animali, che non conoscono nemmeno l’orologio, senza
il nostro deleterio intervento, potrebbero vivere una vita dannatamente
tranquilla, senza considerare nemmeno la morte come una cosa determinante, se
non il cessare delle ostilità.
Un
famoso attore e regista di origine ebraica ci ha proposto di considerare
l’obito come una maniera veramente efficace e definitiva per risparmiare sulle
spese inutili.
4 ARRIVO
Sono
le nove passate quando raggiungo finalmente il paese. Qui la notte è veramente
notte. Poche le luci, pochi i lampioni, e poche anche le stelle stasera. Il
cielo è coperto e non promette nulla di buono. Niente luna, ma non bisogna dare
retta ai cattivi auspici, solo a quelli positivi.
Guido
forse con eccessiva prudenza, non sono abituato a queste stradine, a queste
continue curve. Formo delle file di autisti che cercano di sorpassarmi ma non
c’è spazio e le curve sono troppe. È tanto, troppo tempo che non guido per un
viaggio di centinaia di chilometri come questo, e non mi sento affatto sicuro.
Forse non ho neanche rinnovato la patente, mi sono scordato di controllare, ma
mi chiedo anche a che sarebbe servito? Tempo non ce n’era e preavvisi nemmeno.
Rallento.
Accendo anche gli abbaglianti per vedere meglio, ma li spengo immediatamente
perché un'auto mi sbuca improvvisa di fronte strombazzando infuriata. Rabbrividisco.
Il riscaldamento è al massimo, ma non basta. C'è un freddo dannato fuori.
Spifferi gelidi filtrano da tutte le fessure. Impreco a mezza voce.
Ecco
il paese, sembra abbastanza grande. Di nuovo le rotaie e il secondo passaggio a
livello, c’è anche la stazione del treno. Dalla cartina ho visto che Viterbo è
a un tiro di schioppo, al massimo due.
Balnearia o Bagnaia, è un nome
che in latino o in volgare significa "luogo dei bagni", a causa delle
abbondanti acque che la bagnavano.
Sorge su un enorme sperone
di peperino, pietra di origine vulcanica, sito a 425 metri di altitudine;
è contornata da folti boschi che costituiscono le falde dei monti Cimini...
Attraverso
uno strettissimo ponte, faccio un altro paio di curve. Faffa mi ha detto che
non si può entrare con l'auto nel centro storico, ma ci ha pensato lei. Per te
hanno fatto uno strappo. Nella mail che mi ha inviato, insieme al contratto,
c'era anche un permesso speciale che quasi mi dimenticavo di stampare. Rovisto
con una mano dentro il mio borsello, sfilo il foglio di permesso, lo sistemo
sopra il cruscotto in bella vista.
Penso
con affetto a Faffa, a tutte le sue premure.
Come
farei senza di lei? Penso.
Giro
a sinistra, fiancheggio un albergo, mi lascio riempire lo sguardo dalla
bellezza delle pietre, spugne di luce che riverberano inquiete in questa notte
di gennaio. Varco la porta del paese. Vado a passo d'uomo, ora.
Non
c'è nessuno in giro. Di fianco alla piazzetta principale c’è una porta di una
fortezza e il vero centro è là dentro, devo lasciare la macchina qui.
Spengo il riscaldamento. Mi rendo conto che mi
ha seccato terribilmente la gola. Tossisco e parcheggio.
Faffa
mi ha scritto che la locanda è in fondo al centro storico. Ci si arriva a
piedi. Scendo dalla macchina, mi stiracchio scompostamente.
Sospiro.
Una
modesta scorreggia, poi un’altra più ragguardevole.
Mi
guardo intorno. Gli occhi mi pizzicano di freddo e di stanchezza. Sono due
giorni che non dormo.
Noto
dei gatti che sbucano qua e là come ombre. Nessun altro. E un silenzio
impressionante.
Apro
il baule, prendo la mia valigia, il computer. Chiudo l'auto e mi incammino.
Davanti a me due vie, o meglio, due vicoli. Uno più largo, leggermente in
salita, e uno più stretto, leggermente in discesa. C'è un piccolo bar
all'angolo. Scorgo al suo interno un pugno di anziani che parlottano. Potrei
chiedere a loro dove si trova il mio albergo, ma non ho voglia di parlare
stasera, e poi non credo proprio che mi perderò qui.
Imbocco
il vicolo più ampio. Via Roma leggo sul muro. Il vento fischia tra le pietre.
Mi sollevo la sciarpa sulla bocca, cammino più speditamente.
Ai
lati della stradina si aprono ulteriori vicoletti, alcuni strettissimi e
vertiginosi. Mi inoltro nel cuore del paese, con una sensazione strana nel
petto. Stupore misto a timore. Bagnaia mi ricorda in qualche modo l'atmosfera
di certi paesi del sud Italia, per un attimo mi balza in mente la Calabria, il
profumo di certi suoi paesi, di muffa e di minestra, di sommesso, e nello
stesso tempo di monumentale.
Cammino
senza incrociare nessuno. A quest'ora e con questo freddo saranno tutti in casa
al calduccio, mi immagino caminetti accesi e bicchierotti di vin brulè...
Sento
un tuono in lontananza, ma poi mi rendo conto che è il mio stomaco che
brontola. Sì, ho viaggiato a lungo senza mangiare neanche un boccone, solo
sull’aereo e non era roba neppure tanto buona. Non vedo l'ora di arrivare, di
farmi una doccia e di ristorarmi con una bella cena. Sorrido soddisfatto.
Oltrepasso
un’altra piazzetta, guardo velocemente la chiesa alla mia destra, il massiccio
campanile. Occhieggio un grazioso ristorantino, scorgo una bella luce oltre la
porta socchiusa, ma soprattutto avverto un profumino che mi fa attorcigliare
nuovamente lo stomaco.
Resisto
alla tentazione di fermarmi. La mia locanda è anche ristorante. Mangerò lì.
Continuo a camminare. Man mano che avanzo, la strada sembra inclinarsi sempre
più. In breve raggiungo il fondo del paese. Un gatto mi guizza davanti ai
piedi. Mi fermo di scatto, sobbalzando.
C'è
un'insegna di legno che cigola al vento là, all'imbocco di uno stretto vicolo.
Mi avvicino, sistemandomi bene la tracolla del computer sulla spalla. Una luce
di lanterna illumina il nome della locanda.
Locanda
dell’Angelo.
«Ci
siamo!» penso soddisfatto trascinando la valigia sulla strada di travertino
«Ecco il mio rifugio.»
Osservo
di sguincio il nome della locanda sul legno cigolante dell'insegna, poi spingo
la porta ed entro.
Subito
dopo inizia a piovere.
5 LA LOCANDA
Il
corridoio è molto angusto, ci passo a mala pena con il computer a tracolla e la
valigia. Le luci sono tiepide, fioche, forse di proposito vogliono simulare
l’antichità del luogo. Abbasso la cerniera della mia giacca a vento, qui dentro
è molto caldo. Mi sfilo la sciarpa dal collo, con un gesto veloce che risulta
imbranato e affannoso.
Raggiungo
una piccola sala, appoggio i miei bagagli vicino a un bancone di legno
massiccio, scuro. Non c'è nessuno, ma sento un rumore di stoviglie che sembra
provenire dalla stanza accanto. Ne approfitto per togliermi il giaccone. Il
soffitto è a travi, le pareti in tufo. Il locale è molto antico e
splendidamente restaurato.
Mi
schiarisco la voce per richiamare l'attenzione dei proprietari. Niente. Rimango
solo, insieme al rumore di pentole e stoviglie.
«C'è
nessuno?» Chiamo a gran voce.
Mi
affaccio timidamente alla stanza adiacente. È una piccola sala da pranzo. Ci
sono sei tavoli apparecchiati.
«Buonasera.»
Dice improvvisamente una voce melodiosa alle mie spalle.
Mi
giro, raggiungo l’uomo che mi si presenta di fronte, fingo un sorriso di
cortesia, gli tendo la mano.
«Buonasera
a lei...» Dico «Sono Artemio Meoni.»
«Sì,
ho capito.»
È
un po’ curvo ma possente, spalle larghe, capelli sale e pepe, zigomi alti, sopracciglia
folte e ispide, barbetta con più sale che pepe, rispetto ai capelli. È vestito
da cuoco. Un grembiule pieno di macchie gli penzola dal collo disordinatamente.
Più che un uomo un gigante.
Rimaniamo
in silenzio per un tempo che sembra interminabile, anche perché attorno non c’è
nessun rumore.
Adesso
vorrei togliermi anche il maglione, sto sudando. L'ambiente è piccolo e il
caldo davvero esagerato.
Casimiro
si presenta, mi sorride e mi fa un cenno con la mano, mi invita a seguirlo al
banco.
«Allora
si fermerà tutto il mese?» Domanda. Tira fuori una specie di grosso libro
rilegato in pelle, un vecchissimo registro. Lo sfoglia con noncuranza,
stropicciando le pagine. Osservo le sue mani, enormi e pelose.
«L'intenzione
sarebbe quella...» Rispondo cercando di figurarmi tutto quel tempo.
Inizia
a segnare qualcosa su una pagina bianca.
«Mi
può favorire un documento?» Mi domanda, e noto che la sua voce segue una specie
di cantilena.
«Certo...»
Gli porgo la mia carta d'identità.
«Perché
si chiama la Locanda dell’Angelo?» Chiedo con un mezzo sorriso al gigante
gentile.
«Come
dice, scusi?» Domanda lui, osservando la parete a sinistra, perplesso.
«Le
domandavo se c’è un qualche motivo per il nome... Mi riferisco al nome della
locanda...»
«Ah,
ho capito. No, a dire il vero non lo so. I padroni sono religiosi, magari.»
Farfuglia lui, sembra imbarazzato ora dalla mia curiosità, poi si rimette a
scrivere i miei dati sul registro.
«Quindi
non è il proprietario della locanda...» Insisto io.
«Nooo.
Io aiuto soltanto, cucino, faccio le camere.» Mormora lui definitivo, quando
parla guarda in alto sopra di me a sinistra, senza mai incontrare i miei occhi.
Fa
un lungo sospiro, chiude il registro, mi porge il documento, prende una chiave
da sotto il bancone.
«Venga,
mi segua. La accompagno alla sua stanza.» dice sgusciando da dietro il mobile e
inoltrandosi in un corridoio strettissimo che non avevo notato. Raccolgo le mie
cose, velocemente, e gli vado dietro.
Raggiungiamo
una piccola scalinata. Sembra impossibile che questi gradini possano reggere il
peso di un uomo così grosso. Invece lui avanza spedito e leggero, sembra non
far fatica. Io al contrario ho il fiatone, ma cerco di mascherarlo.
Arriviamo
al primo piano. Un altro corridoio, buio. Spinge un interruttore. Si accendono
alcuni faretti, andiamo avanti. Lungo il corridoio cinque sei porte, non di
più. Ci fermiamo davanti alla seconda.
Casimiro
infila la chiave nella toppa, poi guarda di sbieco in alto a sinistra.
«Ecco
la sua stanza, prego.» Esclama spalancando la porta e invitandomi ad entrare.
Io ringrazio lui accende la luce della camera, io entro, a piccoli passi.
La
stanza è piccola, ma ben arredata, curata. Un letto, un armadio, una scrivania,
una finestra affacciata sullo strapiombo.
«Di
là c'è il bagno.» La sua sembra la voce di un soprano.
Io
apro la porticina del bagno, mi affaccio.
«Bene,
va bene.» Dico con un cenno soddisfatto del capo.
Poi
biascica qualcosa tra i denti, ma io non capisco niente.
«Cosa?»
Gli domando timidamente.
«Cena
qui?» Chiede lui, appoggiandosi le mani sui fianchi.
«Ah,
sì, certo!» Esclamo con un sorriso. «Il tempo di una doccia e scendo.»
«D'accordo,
a dopo.» Lancia un'ultima occhiata in alto a sinistra ed esce dalla stanza.
Mi
avvicino alla porta, la chiudo a chiave. Sospiro, scuotendo il capo.
«Che
tipo...» Sussurro. «Sembra il gigante buono di qualche favola.»
Sorrido
tra me e me, avvicinandomi alla finestra. Spalanco le imposte, mi affaccio
sullo strapiombo.
Qua
è tutto pieno di gole, provocate dall’erosione, ci sono anche le vie fonde
degli etruschi scavate nel tufo, anche le case sono fatte di tufo.
Il
freddo tagliente di gennaio entra nella stanza, ma sento che mi fa bene
stavolta. Qui dentro si soffoca dal caldo.
Non
si vede granché, è buio pesto là fuori. Emerge soltanto il piccolo santuario
che ho notato in macchina poco fa. È illuminato in modo teatrale. Un occhio di
bue di luce bianca lo sottolinea platealmente. Il resto è nero.
Intuisco
le fronde degli alberi che circondano il paese, intuisco le acque che scorrono
laggiù. Intuisco tutto questo, ma non vedo nulla. Piove, e per poco non me
accorgevo neppure.
«Bè,
sono arrivato in tempo...» penso, poi socchiudo le imposte.
Sistemo
il computer sulla scrivania insieme al telefonino.
«Per
fortuna un po' di segnale c'è...» Constato.
«La
valigia la disferò dopo...» Rifletto ad alta voce.
Per
un attimo penso che Faffa non avrebbe potuto trovarmi un posto più
folkloristico, vintage, lei lo sa che a me il moderno non mi garba, anche se a
volte è più comodo, magari in una città, a Viterbo per esempio.
Ha
voluto sistemarmi proprio qui perché vuole che mi senta bene.
Eppure
c'è qualcosa di particolare in questo paese, in queste case antiche.
C'è
un'atmosfera curiosa che in qualche modo mi attrae.
Forse
troverò davvero qualcosa di buono su cui scrivere.
Con
questo pensiero sereno mi spoglio e mi metto sotto la doccia.
Rimango
sotto l'acqua per almeno dieci minuti. La fame si sta davvero facendo sentire,
lo stomaco è ormai un groviglio urlante.
Mi
asciugo in fretta i capelli, torno in camera. Chiudo la finestra. Fuori c'è un
vero e proprio temporale ora. Lampi e tuoni. E acqua scrosciante.
La
stanza si è rinfrescata. Indosso abiti puliti, torno in bagno, mi metto davanti
allo specchio. Noto con sgomento le borse sotto gli occhi, le rughe che mi
segnano collo e bocca.
«Sono
vecchio, maledizione... Ero un ragazzo, e ora sono vecchio.» Sussurro a denti
stretti.
La
pancia mi sporge rotonda dalla cintura. La sfioro con una mano, scuoto il capo.
«Dovresti
smetterla di bere, almeno...» Dico alla mia immagine riflessa nello specchio,
indirettamente alla pancia.
Abbozzo
un sorriso.
In
fondo sono contento di essere qui, di aver cambiato aria.
Il
mio stomaco implora nuovamente ristoro.
«Chissà
Casimiro cosa starà preparando di buono?» Rifletto uscendo dal bagno «Ma saprà
cucinare?»
Per
un attimo mi rattristo. Il mio unico desiderio adesso è una lauta e ricca cena.
Non potrei sopportare un pasto mediocre, in Maremma poi!
Quando
esco dalla stanza penso che l'ultimo libro che ho scritto è stato pubblicato
sette anni fa. Sette anni sono un'infinità. Per un momento temo che non
riuscirò mai più a scrivere. Ma lo sapremo presto.
Percorro
di corsa il corridoio e scendo le scale fischiettando.
6 LA CENA
Raggiungo
la sala da pranzo e mi accomodo al tavolo nell'angolo, vicino alle finestre. Il
profumo di cibo riempie tutta la locanda ora. Un ottimo profumo.
«Stai
a vedere che alla fine è un cuoco straordinario!» Penso divertito.
Le
luci del locale sono calde e soffuse, gradevoli. Mi perdo a contemplare le vecchie
travi lignee del soffitto, le rifiniture degli intonaci, dei restauri.
Dopo
poco dei passi pesanti. Mi volto di scatto e vedo Casimiro venire verso di me.
Porta una cuffietta bianca in testa, si sta pulendo le mani nel grembiule che
penzola dal collo taurino. Ha un'aria minacciosa e gentile allo stesso tempo.
Lì per lì provo persino un leggero timore. Gli occhi di Casimiro sono grandi e
scuri, all’infuori.
Io
gli lancio un sorriso. Si ferma di colpo, appoggia una manona sul mio tavolo, è
sudata.
«Che
profumino che ha fatto qui...» Gli dico e lui sorride.
«Come
primo abbiamo tortelli al ragù di cinghiale, oppure pasta e fagioli con
straccetti all'uovo...» Attacca lui meccanicamente «Come secondo buglione di
agnello, oppure fegatelli di maiale.»
Solo
a sentire nominare questi piatti mi aumenta in bocca la salivazione.
«Cos'è
esattamente il buglione?» Domando curioso.
«L'agnello
viene fatto bollire a lungo in una pentola di coccio nel sugo, con bietole,
patate e spezie varie.» Risponde con il suo sguardo perso in alto a sinistra.
Annuisco
soddisfatto.
«Bene,
allora pasta e fagioli e buglione!» Esclamo strizzandogli l'occhio. «Da bere
cosa vuole?»
«Vino.
Vorrei una bottiglia di bianco.» Rispondo.
«Va
bene. Ma con questi piatti sarebbe meglio un rosso, no?» Dichiara con un
sorrisone.
«Già,
sono sapori forti e maremmani, non è vero?»
«Mammeglio!
Lasci fare a me, di queste cose me ne intendo. »
«Mi
fido. » Ed esce a lunghi passi.
Tamburello
le dita sul tavolo. Casimiro irrompe nuovamente nella stanza. Mi appoggia
davanti un cestino di pane e una bottiglia senza etichetta. Lui la stappa con
inaspettato stile. Ne versa un dito nel calice. Attende.
Io
prendo il calice dallo stelo, lo agito leggermente in modo circolare, appoggio
le narici sul bordo del bicchiere. Poi sorseggio il vino.
«Buono!»
Esclamo. «Davvero un gusto nuovo...»
Lui
non dice niente, sorride, fa dietrofront e scompare oltre la soglia.
Mi
metto in bocca un pezzo di pane. Mi verso un abbondante bicchiere di vino.
Getto un'occhiata distratta verso le finestre, ma non vedo nulla. Soltanto un
fascio di pioggia scrosciante. Si odono tuoni e rombi, ma sembrano molto
distanti da qui, ovattati.
Il
pane è buono, saporito, crosta dura e mollica con grandi bolle. Il buon
ristorante si capisce già dal pane, diceva un mio amico e aveva ragione.
E
il vino scende giù che è un piacere.
Quando
mi verso il secondo bicchiere che mi accorgo di lei.
Non
sono solo nella stanza.
C'è
un altro ospite seduto al tavolo, nell'angolo opposto al mio, una donna non
giovanissima, certo meno attempata di me, di pelle scura e capelli corvini.
Si
sta pulendo la bocca con un lungo tovagliolo bianco. Probabilmente ha appena
finito di cenare. Possibile che non mi sia accorto della sua presenza? Penso
che la fame e la stanchezza possono fare davvero degli strani scherzi a volte.
Lei
mi guarda, inclina leggermente il capo in segno di saluto. Io contraccambio
timidamente con un sorriso sghembo.
Cerco
di distogliere lo sguardo, ma sento che invece lei continua a guardarmi. È un
tipo hippy, capelli lunghi e fintamente scarmigliati, vestita di chiaroscuri,
un gioco di riflessi appena accennato, nero e di arancione scuro, tra il rosso
e il marrone, cangianti ma non troppo.
Sorseggio
il vino con falsa noncuranza. Uno come me non sa fingere, ma è costretto a
provarci spesso. Incrocio nuovamente lo sguardo della signora. Lei mi saluta
ancora con una specie di inchino, i suoi occhi allungati mi ammiccano.
Ho
la sensazione, non so se gradevole oppure no, che mi abbia riconosciuto, ma
forse mi sbaglio.
Il
grande silenzio attorno è rotto dai piccoli rumori di ogni nostro piccolo
movimento.
Casimiro,
non visto, intuisce che deve provvedere e lo capisco dalla musica di Kaballà a
basso volume che inizia, Le vie dei canti,
uno dei miei dischi preferiti, lo ascoltavo anche con le cuffiette sull’aereo.
Bevo
una lunga sorsata di bianco e di nuovo mi tornano alla mente i sette anni.
Sette anni che non metto in fila sulla carta due parole. Ma che diavolo ho
fatto io in questi sette anni?
Fortunatamente
questi pensieri vengono spazzati via col sopraggiungere del tuttofare della
locanda. Mi viene servito un piattone di minestra fumante, profumatissima. Io
ringrazio e mi getto a capofitto sul cibo.
Divoro
la minestra di fagioli e mi dimentico di tutto, della donna, del mio lavoro,
persino di essere in Maremma.
Mi
pulisco la bocca, mi verso l'ennesimo bicchiere, mi appoggio soddisfatto allo
schienale della sedia.
Dopo
poco torna il cuoco.
«Complimenti
davvero, un piatto eccellente!» Gli dico pieno di gratitudine. Un movimento
impercettibile di gioia sulle sue labbra.
Mi
rendo conto che la stanchezza e il vino hanno lavorato insieme su di me, mi
sento un po' ubriaco.
Casimiro
mi porta via il piatto vuoto. Io addento un altro pezzo di pane in attesa del
secondo.
La
donna è sempre là. Già, mi ero dimenticato di lei.
Mi
pare che mi voglia parlare, non sono così famoso, ma forse ha letto il mio
libro, perché continua a fissarmi? Forse si è riconosciuta in qualche
personaggio di Mogli e buoi. Magari
ha pensato che erano dei paesi suoi.
Non
ho voglia di parlare con nessuno. Butto giù una gran sorsata di vino. La testa
si è alleggerita. Una lieve euforia si è sostituita alla stanchezza.
Arriva
il buglione di agnello, una porzione davvero generosa. Metto di nuovo in moto
le mascelle. Me lo gusto davvero questo piatto, con una fame, una voracità che
da tempo mi mancavano.
Finisco
l'agnello, faccio persino la scarpetta per assaporare fino all'ultimo boccone
quel sugo meraviglioso. Mi verso l'ultimo goccio di vino nel bicchiere.
Guardo
meglio la donna. Forse aspettava semplicemente che smetta di piovere. Si sente
incoraggiata, dal suo posto dice:
“Lei
assomiglia a uno scrittore che però mormorano che viva in Brasile.”
“Al
mondo ci sono sempre dei sosia nei posti sbagliati.”
“Dipende
dai punti di vista. Questo mi pare un posto giusto. Il fatto che non si è
sorpreso però mi comunica che invece lei è proprio Artemio Meoni, autore di uno
dei miei libri preferiti.”
“La
sua capacità deduttiva è degna di un’infallibile investigatrice.”
“Anche
la sua non è affatto male. Mi presento: vice-questore Carmela Gullotta.”
Ed
ecco che arriva Casimiro a fare il suo servizio.
«Vuole
qualcos'altro? Un dolce?» Mi domanda senza guardare nessuno.
Ci
penso per un attimo, poi rispondo: «Mi porti un caffè, grazie.»
Lui
annuisce e torna nuovamente in cucina.
Io
sospiro e guardo la finestra. Piove ancora, ma meno intensamente.
Cerco
la signora.
Non
c'è più. Il suo tavolo è vuoto.
Forse era
stata in bagno, ora sbuca dal corridoio e se ne viene avanti, è alta e senza
tacchi, si muove con grazia.
«
L'ho riconosciuta subito, sa? Ho letto tutti i suoi libri e ripenso spesso a
quella bella trasmissione che faceva tanti anni fa in televisione...» Esclama.
7 LA CONVERSAZIONE
«Sì,
sono io. Ma di libri ne ho scritto solo uno. La trasmissione personalmente non
mi piaceva, ma la mia agente mi aveva quasi obbligato a parteciparvi.» Dichiaro
in un inaspettato moto di sincerità, io stesso mi sorprendo di quello che ho
appena detto.
In
realtà dovevo dire: «No, si sbaglia. Forse la persona di cui parla mi somiglia
soltanto.»
Era
questa la frase che avevo pensato di dire. Probabilmente la bottiglia di vino
sta facendo il suo effetto. E poi la signora, anche se è una poliziotta, ha una
certa grazia e a vederla da vicino, forse anche per il suo modo di fare, ora mi
fa un’altra impressione.
“Si arriva
a una
certa età nella
vita e ci si accorge che i
momenti migliori li abbiamo
avuti per sbaglio. Non erano diretti a noi.”
“Bel
concetto, ma l’ha detto Ennio Flaiano, prima di lei. E se ha scritto solo un
libro posso dire di averli letti tutti, non me ne manca nessuno.”
Carmela
mi ha fregato con grazia, ma mi sorride. Io le stringo la mano, forse per
congratularmi o perché mi sento imbarazzato dalla sua maniera di fare, un po’
antipatico con un mezzo tono della voce da bambina piccola e saccente.
«Piacere...»
dico. La sua mano è tiepida e asciutta. Avverto una specie di pizzicore lungo
il braccio, un brivido che mi corre sottopelle.
Avverto
il suo profumo. Uno strano odore per la verità, ma buono, semplice odore di
erba, magari con qualche fiore di campo dentro.
«Posso
permettermi...» Domanda cercando il mio sguardo e sfilando una sedia dal mio
tavolo.
«Prego...»
Farfuglio cercando di vincere la mia timidezza insieme alla sorpresa, alla
stanchezza, al vino veritas, al buglione di agnello che nuota nello stomaco.
Ovviamente non ci riesco.
«Non
ho intenzione di importunarla.» Continua lei sedendosi al mio tavolo, e
riuscendo con il suo sguardo fisso quasi a ipnotizzarmi nel mio stato di
torpore.
«Vorrei
offrirle qualcosa e scambiare con lei solo due parole. Al massimo tre. Non più
di quattro.”
E
ne ha già dette cento. Ammiro la gente che sa mentire spudoratamente,
scherzando come se niente fosse, ma parlando sul serio. Specialmente se il
bugiardo è una bugiarda.
Perché
invece io non ci riesco.
“Posso
avere questo onore?»
Non
c’è bisogno che io risponda, si è già seduta, e poi non ci riesco nemmeno, mi
sistemo meglio sulla sedia. Osservo tra il preoccupato e l’incantato il suo
sorriso da bambina malandrina, in qualche maniera che non riesco a capire.
«A
dire il vero sono molto stanco...» rispondo io con voce malferma. Ma il vino
rosso deve avermi reso poco credibile.
Lei
allora dice, con un evidente accento toscano:
«Lo
prende un ammazzacaffè?»
In
quel momento torna Casimiro, che mi piazza davanti una tazzina di caffè
fumante.
«Aspetta...»
Gli dice lei trattenendolo per una mano. Ha un tono confidenziale. Devono
conoscersi.
Il
gigante buono ci guarda, in attesa.
«Cosa
posso offrirle Artemio?» Mi fa lei.
Io
tiro un lungo sospiro, appoggio mollemente le spalle sullo schienale della mia
sedia.
«Un
amaro, grazie.» Cedo infine.
Carmela
apre appena la bocca in un sorriso che a me sembra diabolico, forse anche un
po’ intrigante.
«D’accordo.»
Dice, poi ordina due amari.
“Va
bene, confesso, ho la patente scaduta.” Dico io. Lei ride. E c’ha dei denti
bianchi, una risatina d’argento.
Poi
dichiara con una mano sul cuore, che poi per me risulterebbe piuttosto sul prosperoso
seno.
“Giuro
che quello che mi garba di più di uno scrittore, eventualmente di un regista, è
il serio e il buffo mischiati e la sorpresa che ne viene fuori. Nel suo libro,
quando tutto pare tragico o indifferente, che a volte è anche peggio... ecco la
battuta, lo spirito che si eleva per scorgere oltre, il buffo delle situazioni
anche di routine, una cosa che stupisce, che ci fa ridere.”
“Guardi
che non sembra, ma ridere è una cosa seria.” Scandisco io, che mi sto
riprendendo anche se lentamente dalla sorpresa di quell’incontro, al quale
cerco di abituarmi.
“Certo,
la tragedia è fin troppo facile, cosa di tutti i giorni, tutti ci si
riconoscono senza sforzo, ma riuscire a far ridere è molto meglio e anche assai
più difficile.” Dice Carmela.
“Ma
alcune persone ci riescono senza difficoltà.” Ribatto.
“Ma
come fanno?”
“A
volte è senza volerlo, indirettamente. Io per esempio sono avvantaggiato, per
prime mi vengono in mente tutte le cose sbagliate da dire in una determinata
situazione, rapidamente ne scelgo una e la dico. Di solito è la peggiore... a
volte la gente ne ride, senza averci minimamente calcolato.” E lei ride di
gusto, in lei non c’è alcuna falsità.
“Non mi dica che sta indagando su un
complicato caso di omicidio.” Dico all’improvviso e lei diventa subito seria.
Si mette un dito davanti alla bocca e sussurra:
“Quasi.
Non posso rivelarle i particolari però.”
“Magari
ci potrei scrivere un libro. A volte penso che vorrei scrivere un
poliziottesco, forse anche un po’ noir,
ambientato in Maremma, che ne so... ma non credo che ne sarei capace. Anzi
ultimamente non riesco a scrivere una riga di nessun genere.”
“Blocco
dell’artista? Vabbè, ma sono cose effimere, passano presto, basta trovare
un’ispirazione qualsiasi, qualche situazione della vita che ci stimoli.”
“Beh...
veda che sono sette anni che non mi succede niente del genere.”
“Non
ci credo, non mi prenda in giro, la prego.”
“Mi
dia del tu. E qui la prego io.”
“Che
cosa ci fa qui, allora? Lei non vive in Brasile?”
“Ti
prego...”
“Ah
già, che cosa ci fai qui?Non vivi in Brasile?
“Bella
domanda, ma non saprei cosa risponderti. Sono qui per lavoro, è vero, però
proprio non so se ci riuscirò, a scrivere.”
“Come?
La tua agente t’ha spedito qui quasi per forza?”
“Senza
il quasi.”
Ride
e lo sa fare veramente bene. Osservo la sua belle labbra senza rossetto, gli
occhi tagliati in diagonale nerissimi e brillanti. I canini un po’ aguzzi, un
leggero strabismo di venere, assomiglia alla sorella vampira del conte
dracula,che ho visto in un film.
Penso
che in fondo innamorarsi alla mia età, come diceva Julio Iglesias, è qualcosa
che ha maledettamente a che fare con una valigia sul letto, quella di un lungo
viaggio.
Non
mi è così antipatica quella donna, se non fosse che mi pare stia mirando al
mio cuore, ma forse è prematuro giudicarlo in così poco tempo.
Guardo
la creatura seduta al mio tavolo. Più mi ribello al mio destino e più mi comincia
a piacere e non mi succede quasi mai.
Quanti
anni potrà avere? Forse una quarantina. Possibile che non sia sposata e madre
di figli? Non credo proprio che sia disponibile come mi vuol far credere.
E
lei non può certo pensare la stessa cosa di me. Timido, solitario, complicato,
bloccato e potrei continuare sullo stesso tono. Proprio le caratteristiche più
detestabili. Eppure...
«Allora
Artemio Meoni, dimmi una cosa sola... Che cosa ci fa uno scrittore di successo
in questo paese sperduto?» Riattacca lei con una certa dose di curiosità.
“Il
successo non mi appartiene più da tanto tempo e poi il segreto professionale
non mi permette di dirtelo.”
“Sei
molto simpatico.
Ma
non voglio sapere il titolo, né la casa editrice.
Dunque
quale tipo di letteratura si pretenderebbe da te?”
“Un
fottuto tipo che io non solo non conosco, dalla parte del manico, ma neanche da
lettore e che non ho mai nemmeno pensato di poter scrivere un disgraziato
giorno della mia futura vita...”
“Quindi
quale?”
“Un
libro di viaggio, parlare della Maremma per l’editore Cipollini, tra l’altro un
essere spregevole.”
“Beh...”
Dice lei, mi pare delusa ed io lo so perché mi sento così da sette anni o giù
di lì.
Mi
stropiccio un occhio, sorseggio piano il caffè bollente.
«Sono
qui per lavoro. Lo ammetto.» Affermo in modo evasivo. “Ma quando scrivevo,
l’ultima volta che l’ho fatto, sette anni fa, quello non mi sembrava un lavoro.
Era troppo bello.
Farlo
ora invece mi sembra un lavoro e anche duro, peggio di spaccare le pietre con
un piccone, fare il manovale o l’imbianchino. Zappare la terra insomma.”
«Ora
ho capito. Ah, interessante...» Fa lei annuendo ripetutamente. Le sue guance
sono un po’ arrossite per via del vino, ho notato che si è scolata un mezzo
litro di rosso.
«Sicché
scriverai di questi posti, cioè anche di Bagnaia?» Domanda.
Finisco
il caffè, osservo la soglia vuota della sala da pranzo. Desidero vedere
Casimiro, desidero che la sua presenza interrompa la nostra conversazione.
«Sono
appena arrivato.» Dichiaro monolitico.
«Non
ti vuoi sbottonare, eh?» Esclama Carmela con una fastidiosa vocetta stridula.
Mi tocca il braccio in modo amichevole. Io lo ritraggo immediatamente. E
avverto di nuovo quella scarica di freddo in superficie.
Questa
mi vuole fregare, ma io non ci casco più, figuriamoci, innamorarsi a quest’età.
Lei intuisce che in quel suo pazzo gioco sta perdendo terreno e cambia faccia
al volo.
Arriva
il cuoco. Ci serve due bicchieri colmi di amaro, poi si allontana. Io vorrei
trattenerlo, trovare una scusa per dileguarmi.
«Cin!»
Ammicca la donna alzando il bicchiere.
Alzo
il bicchiere anch'io e butto giù una sorsata di amaro. È molto buono, non è il
solito liquore industriale. Sa di erbe forti.
«Bono,
eh?» Dice lei soddisfatta «Non è mica quello che compri al supermercato, l'è
artigianale questo!»
Non
posso fare a meno di notare i suoi due canini, che se ne escono fuori dalla
linea dei denti, sono anche vampirescamente appuntiti.
Annuisco e continuo a sorseggiare l'amaro,
cercando di isolarmi.
«Carmela
Gullotta, tipici nome e cognome toscani!» Mi scappa senza volere di bocca. È
chiaro che sono brillo. Sarebbe meglio alzare i tacchi e tornarsene su in
camera. Invece faccio un passo avanti e due indietro, non troppo
metaforicamente gioco col fuoco e rischio sempre più di ardere.
«Non
sono originaria del luogo, ma vivo in Maremma da sempre. Mio padre era una
specie di commercialista della mafia, in Sicilia sarebbe stato troppo
rischioso, una facile preda, allora lo avevano distaccato qui...» Afferma lei
come se parlasse di un film, poi si attacca al bicchiere e beve piccoli sorsi
di liquore.
«Ah
sì? Addirittura!”
“Purtroppo...”
“Bene,
bene...» Cerco di liquidarla io, minimizzando.
Osservo
il suo aspetto finto trasandato, i suoi camicioni sovrapposti, larghi e lunghi
da hippy. Non ha certo l'aria di un vice-questore.
“Ora
devo proprio andare, se rimane qua in giro magari ci incontriamo di nuovo.” Mi
ha ridato del lei e se ne è andata, lasciandomi lì come un cretino, quale
effettivamente sono.
O
no?
8. INSONNIA
Salgo
gli scalini a due a due, saltando come una cavalletta.
«Maledizione,
dovevo proprio incontrarla stasera questa qua?» Chiedo a me stesso.
Raggiungo
in fretta il piano, imbocco l'angusto corridoio, mi fermo davanti alla porta,
frugo nelle tasche alla ricerca della chiave, non la trovo.
«Ma
porc... Stai a vedere che l'ho dimenticata sul tavolo!» Esclamo sbuffando.
Guardo
la porzione di corridoio dietro di me, lo slargo buio, le scale che
biancheggiano appena.
Silenzio.
Chi
pensi di trovare? Credi forse che Carmela ti segua fin nella tua stanza?
Per
un momento immagino di veder sbucare dall'ombra la sua figura, scaccio con un
gesto della mano questo pensiero, come si fa con una mosca fastidiosa. Riprendo
la ricerca della chiave. Non ho certo voglia di scendere di nuovo le scale e
tornare in sala da pranzo. Mi gira la testa e le gambe mi reggono appena.
Sì,
diciamo pure che non vuoi incontrare di nuovo quel vice-questore, diciamo che
ti è venuta un po' di strizza!
Ripenso
a quei due canini aguzzi e allungati.
Niente
di niente. Le mie tasche sono vuote.
Impreco
a mezza voce.
Sento
un rumore, una specie di colpo sordo.
Mi
volto. Da dove proviene? Forse da una delle stanze. Ci sarà qualche altro
ospite, probabilmente.
Getto
uno sguardo rapido alle porte ed è in quell'attimo che noto la mia chiave
appesa.
«Che
razza di idiota!» Sussurro con un sorriso «L'avevo dimenticata qui...»
Giro
la chiave nella toppa ed entro in stanza. Chiudo in fretta la porta alle mie
spalle, serrandola con più mandate.
Inutile
nasconderlo: provo un improvviso sollievo. Le tempie smettono di battere, i
pensieri si sbrogliano piano piano.
Mi
spoglio rapidamente, getto gli abiti su una sedia. Rimango in maglietta e
mutande. Si sta bene così, tanto è il caldo.
Mi
avvicino alla finestra. Piove ancora e molto forte. L'acqua sbatte proprio sui
vetri. Avrei voluto socchiudere le imposte, far entrare un po' d'aria in
camera, ma non è il caso con quest'acquazzone.
Mi
fermo ad osservare i disegni che la pioggia crea sui vetri, il lento scivolare
delle gocce, il loro intersecarsi.
Mi
rendo conto di non essere affatto stanco, in realtà.
A
volte gli ammiratori sono davvero strani. Penso a tutte le lettere che ho
ricevuto, a tutti gli autografi fatti, alle persone più curiose che libri e
fama mi hanno fatto incontrare.
Inizio
a girare in tondo per la stanza. Non posso fare a meno di riflettere sulle
parole di Carmela. Perché voleva conoscermi? Uno stupido gioco? Chissà che
divertimento per lei, eppure nel suo scherzo sembrava seria!
Rimugino
a testa bassa, camminando in circolo a piedi nudi. Il pavimento è splendido, in
cotto antico. Ascolto il cik ciak dei miei passi pesanti.
Vado
in bagno, faccio scorrere l'acqua dal rubinetto. C'è un bicchiere di plastica
sigillato in un involucro. Lo scarto velocemente. Riempio il bicchiere. Chiudo
il rubinetto.
Bevo
a grossi sorsi. L'acqua è buona, fresca. Ne bevo un altro bicchiere colmo.
La
cena e tutto quel vino mi hanno fatto venire una gran sete.
Osservo
la mia faccia allo specchio.
«Madonna
mia, che razza di occhiaie!» esclamo con una smorfia. Spengo immediatamente la
luce ed esco dal bagno.
La
valigia è ancora in mezzo alla stanza, per poco non ci inciampo. Decido di
mettere a posto i miei abiti.
«Tanto
non ho sonno...» dico tra me e me. Appoggio la valigia sopra il letto, la apro.
Poi mi fermo.
«Ma
sono davvero convinto di restare qui? In questa locanda?» Penso ad alta voce,
massaggiandomi dubbioso il mento.
Decido
di chiamare Faffa. Mi avvicino alla scrivania, prendo in mano il cellulare.
«Ora
le dico che non scriverò nessun libro, che me ne tornerò a casa domani...»
Quando
apro il telefonino il display si illumina. Compare l'orario: le 23:45.
«Acc...
Troppo tardi, non posso chiamarla adesso...» rifletto deluso.
Chiudo
il cellulare, mi dimentico subito che dovrei caricarlo, lo appoggio di nuovo
sul tavolo di fianco al computer.
Torno
alla mia valigia spalancata.
Inutile
negarlo, quella donna è riuscita a stuzzicare la mia curiosità, la mia brama di
affetto. No, non è affetto quello, è altra roba. Sono curioso e spaventato,
cosa devo fare?
Forse
aveva ragione Faffa, potrei trovare del buono qui in Maremma, o anche del
pericolo.
Inizio
a tirar fuori i miei abiti dalla valigia. Li dispongo delicatamente sul
copriletto.
Mi
accerto di aver tirato fuori tutto, poi chiudo la valigia e la nascondo dietro
la scrivania. In pochi minuti metto a posto i vestiti nell'armadio.
«Ecco...»
Mormoro soddisfatto.
Decido
di coricarmi e leggere qualche pagina di libro. L'ebbrezza da vino sta pian
piano sfumando.
Mi
infilo sotto le coperte, accendo la luce sul comodino e spengo quella
principale. Il materasso sembra ottimo e anche il cuscino. Prendo il mio libro,
inizio a leggere qualche riga, ma le lettere si sovrappongono, il senso mi
sfugge. Ritento più volte, ma non riesco a concentrarmi. E non è il sonno,
purtroppo, ma una specie di agitazione, di eccitazione. Appoggio il libro sul
comodino, incrocio le braccia dietro la nuca, guardo il soffitto.
«Certo
che hanno proprio un fascino particolare le antiche abitazioni... Guarda che
travi magnifiche...»
I
miei pensieri si interrompono di colpo.
Qualcuno
ha bussato alla mia porta.
Mi
alzo dal letto, di scatto.
«Ma
chi diavolo può essere...» Sussurro, mentre cerco nell'armadio la mia
vestaglia.
È
Carmela, chi vuoi che sia!?
Ascolto
il silenzio vertiginoso che mi avvolge. Gli unici suoni ovattati provengono
dall'esterno. Pioggia e vento.
Mi
infilo in fretta la vestaglia e mi avvicino alla porta.
«Chi
è?» Domando con voce ferma.
Silenzio.
«Chi
è?» Ripeto infastidito.
Niente.
Nessuno.
Bestemmio
tra i denti, giro la chiave, apro la porta.
«Si
può sapere chi diavolo è?» Dico, ma il corridoio è buio, la soglia deserta.
Mi
sporgo. Guardo a destra e a sinistra.
Nessuno.
Silenzio.
«Probabilmente
bussavano alla porta qui a fianco...» Penso rientrando in stanza e chiudendomi
dentro «Eppure non si sente alcun rumore oltre la parete...»
Ormai
il sonno è un miraggio lontano. Sono più sveglio e più lucido che mai. Inutile
coricarsi e rigirarsi tra le coperte.
Mi
avvicino alla scrivania, apro il computer, lo accendo.
Mi
tolgo la vestaglia. Troppo caldo, sto sudando. La getto sulla sedia.
Mi
siedo alla scrivania, mentre sullo schermo iniziano a comparire le varie icone.
Infilo la chiavetta nel computer e mi collego a internet.
La
ricezione non è ottima, ma navigo discretamente. Faccio ricerche su Bagnaia,
Viterbo, Orvieto, Civita di Bagnoregio, Ronciglione, Sorano, Pitigliano, leggo
notizie sugli insediamenti etruschi, sulle ciclopiche Vie Cave, sulla
Necropoli. Controllo più volte la mia casella di posta elettronica. Cancello
vecchie email. Scarico un disco di Keith Jarrett che cercavo da tempo. Leggo
che Pitigliano fu definita dagli ebrei livornesi Piccola Gerusalemme per la
presenza di un cospicuo nucleo ebraico. Cerco su Google la locanda dove
alloggio, ma non la trovo in alcun modo. Digito Locanda dell’Angelo anche su
Pagine Bianche. Niente. Nessun risultato. Pare che non sia registrata. Scrivo
una riga a Faffa:
Tutto bene Faffa, grazie. Ho mangiato e
bevuto da dio. Ti chiamo domani. Baci, A.
Invio
la mail, apro un foglio di testo word. Inizio a battere freneticamente sulla
tastiera. Scrivo tre righe. Le rileggo. Le cancello. Chiudo il foglio di testo.
Per un attimo mi era venuto l'istinto di buttare giù le mie impressioni sulla
serata. Niente da fare. Non è il momento. Continuo a cazzeggiare in rete,
sperando che da un momento all'altro il sonno mi colga. Faccio ricerche sulla
maremma antica, sulle paludi, sulla malaria. Intanto ascolto il disco di
Jarrett, ma non mi piace quando suona con altri musicisti. Cerco un altro
disco. Digito Carmela Guarnotta su Pagine Bianche. Mi esce il suo numero e
l'indirizzo. Me li appunto su un taccuino. Guardo su YouTube le ultime edizioni
del Premio Strega. Ricordo l'emozione vibrante di quando lo vinsi io. Quanto
tempo sarà passato? Sette anni. Ero un ragazzo, attempato ma ancora un ragazzo,
per come mi sentivo, pieno di talento e fantasia.
Ma
quale Guarnotta! Il cognome non era quello! Ecco perché ho trovato subito
l’indirizzo.
Pezzotta,
Mazzotta, Botta, mi pare che finisse così...
Era
anche il nome di un attore.
Cucciolla?
No, no.
Quando
spengo il computer è molto tardi. Mi alzo dalla sedia con la schiena a pezzi.
Ha smesso di piovere. Rimango incollato al vetro della finestra per alcuni
minuti. Osservo il buio, intuisco il profilo delle chiome, delle colline. Il
cielo è limpido, le nubi sono state spazzate via.
Sbadiglio.
Finalmente il sonno.
So
che non dormirò a lungo. Ormai è troppo tardi per un vero sonno.
Mi
infilo comunque sotto le coperte, spengo la luce sul comodino.
Ho
bisogno di riposarmi. Anche solo un paio d'ore.
Chiudo
gli occhi e cado quasi subito in un sonno profondo.
9 GULLOTTA?!?
Mi
guardo intorno circospetto. Prendo confidenza con la nuova stanza che mi
accoglie. Per un attimo, quando capisco di non essere a casa mia, mi assale un
senso di angoscia.
Piano
piano metto a fuoco le cose, i pensieri. La mente si fa più lucida e anche il
mio sguardo. Mi riacquieto, pensando alla giornata che mi aspetta. C'è un bel
sole fuori. Una luce limpida entra nella stanza a indorare le pietre di tufo.
Mi
alzo dal letto, mi avvicino barcollando alla finestra. Spalanco le imposte. La
fresca aria di gennaio mi frizza sul volto assonnato. Il paesaggio che si gode
da qui è straordinario, impressionante. Una fitta vegetazione circonda il
paese. Il cielo è terso, si scorgono i contorni delle colline, si intuiscono i
paesi in lontananza. Quel promontorio in distanza dovrebbe essere il Cimino.
Uno stormo di taccole continua a planare vicino alla mia finestra.
Lascio
la finestra aperta, vado in bagno tirando un paio di starnuti. Mi sciacquo
vigorosamente la faccia. L'acqua è gelida, mi tira fuori completamente dalle
melme del sonno. Bevo. Mi lavo i denti. Ignoro il mio volto flaccido che mi
ammicca dallo specchio.
Esco
dal bagno. Le tempie continuano a pulsare. Non ho riposato bene. Dormo sempre
male quando cambio luogo e letto.
L'aria
fredda ha riempito e pulito la stanza. Socchiudo le imposte, mi vesto in fretta
scegliendo a caso gli abiti. Apro il cassetto del comodino. Prendo un paio di
antidolorifici. Li mando giù senz'acqua. Mi siedo sul bordo del letto e aspetto
che il cerchio alla testa si affievolisca.
Avverto
i rumori della locanda. Tonfi. Voci.
La
testa si alleggerisce. Il farmaco sta facendo effetto.
Gullotta,
mi viene subito in mente, come il famoso attore siculo, salto al computer e
infatti non c’è, Carmela Gullotta, come volevasi dimostrare.
Apro
l'armadio, mi specchio nell'anta. Prendo il giaccone, me lo infilo ed esco
dalla stanza.
La
stanza numero 1 ha la porta spalancata. Mi fermo davanti alla soglia. Non mi
stupisco nel vedere Casimiro che riassesta la camera. Lui mi vede, si ferma di
colpo con le lenzuola pulite strette tra le mani, guarda in alto a sinistra e
dice:
«Buongiorno!»
Rispondo con quello che dovrebbe essere un sorriso.
«Chi
pernotta in questa stanza?» Gli domando appoggiandomi allo stipite.
«C'erano
dei tedeschi. Sono partiti stamattina presto. Ha dormito bene?» Dice lui con
una voce che pare Pavarotti.
«Sì,
grazie...» Rispondo distrattamente. Sbircio dentro la stanza vuota. Per terra,
ai piedi del letto c'è un groviglio di lenzuola e coperte, quelle sporche.
«Si
ferma qui per pranzo?» Mi distoglie lui.
«Eh?
No, grazie, pranzo fuori... o forse meglio una merenda...»
«Magari
è un po’ tardino... Ma la colazione le verrà servita tra due minuti.»
Torno
indietro con l'intenzione di dare un'altra sbirciata alla stanza numero 1, ma
la porta adesso è chiusa.
Forse
sarebbe meglio se smettessi di fantasticare e uscissi una buona volta da questo
albergo!
Faccio
dietrofront, scendo le scale di corsa.
Ancora
una volta la piccola hall è deserta. Non ci faccio caso, siamo fuori stagione.
A
colazione Casimiro non mi fa pesare che è quasi pomeriggio. Mi ha portato una
quantità di cose buone e naturali e mi sono quasi commosso. Frutta, marmellate e
confetture a zero chilometri, cornetti caldi dolci e salati appena sfornati. Guardando
in alto a sinistra mentre presentava le sue leccornie, i vassoi arrivavano
copiosi dalle sue poderose entrate nella saletta, musica e parole soffuse di
Nick Drake, defunto cantautore inglese, tra i miei preferiti.
Ieri
notte era troppo buio, ma le colazioni sono qua ulteriormente allietate da tre
finestre sullo strapiombo, che non si vede, ma si intuisce perché siamo sullo
stesso lato della mia camera, secondo i miei approssimativi calcoli geometrici.
Stamattina le nuvolette bianche sul cielo azzurro ricordano un quadro di
Magritte, queste però si muovono lentamente.
Sono le undici e mezzo, mi sono dimenticato di
caricare il cellulare. Casimiro mi ha spiegato che sarebbe stato inutile,
perché qua dovrei prima cambiare il microchip, che Faffa aveva chiamato dodici
volte e che la signora Carmela aveva pagato in contatti, quindi non si sapeva
come rintracciarla, se non alla questura di Viterbo, magari, ha suggerito.
No,
lui non l'aveva mai vista prima.
Quest’incontro
mi ha sbloccato una serie di ricordi, quando scrissi il mio famigerato libro
era proprio perché mi ero innamorato ed ero stato lasciato dal mio grande
amore, una tedesca, e da qui il titolo Mogli
e buoi. Forse per avvisare eventuali malcapitati che una donna di un altro
paese a caso poteva anche farti scoppiare il cuore.
Uscito
pimpante come un ragazzino alla prima cotta, che invece per me è già la seconda
- e non ho ancora settant’anni - sono andato a procurarmi quel necessario
microchip, che mi è stato subito montato nel cellulare dal commesso, il quale
aveva una parlantina non indifferente ed è riuscito a vendermi anche un
carissimo deposito di carica già pieno, così potevo chiamare Faffa.
Poi
ho preso la macchina e sono andato a Viterbo, come mi aveva consigliato
Casimiro. Manco a dirlo in questura non conoscono Carmela, dopo le mie lunghe e
particolareggiate, ma inutili descrizioni, una poliziotta che sembrava
Casimiro, ha espresso varie possibili ipotesi, secondo lei tutte abbastanza
valide e credibili. Ho capito che non era lui, con la parrucca, dal fatto che
mi scrutava attentamente e interrogativamente negli occhi, invece che guardare
in alto a sinistra.
Una
sua ipotesi era che la donna non era quello che diceva, due che fosse
dell'antimafia, tre che mi aveva solo dato un nome falso, quattro che io non
avessi niente da fare e mi fossi inventato tutto per divertirmi alle sue
spalle, alché me ne sono andato, con la metaforica coda tra le mie già stanche
gambe.
È
abbastanza freddo, ma c’è il sole. Mi è venuta voglia di un cappuccino caldo.
Entro in un bar. Cerco il numero di Faffa, lo compongo. Il telefono squilla a
vuoto più volte. Penso di chiudere e rimandare la telefonata, quando la voce
cristallina della mia agente rompe il vetro del silenzio dall'altro capo.
«Artemio,
come stai?»
«Ciao
Faffa, eccomi qua... Abbastanza bene. Sto cercando di scacciare il solito mal
di testa.»
«Bella
‘sta Maremma, eh? Sei in giro?»
«Sì.
Veramente mi sono svegliato da non molto. Ho passato la notte in bianco e mi
sono addormentato che era quasi l'alba...»
«Hai
fatto bene. Riposati. Ambientati. Programmi per oggi?»
«Tu
non mi ascolti, ho detto che ho dormito male e mi sono ambientato peggio;
comunque ora sono a Viterbo, penso di andare a Villa Lante più tardi.»
«Niente
male come programma, bravo! Senti... Come ti trovi alla locanda?»
«Ecco,
proprio di questo ti volevo parlare...»
«Fa
schifo?»
«No,
affatto. È bella, curata, pulita.»
«Allora
cosa c'è che non va?»
«Niente
in realtà. Non ti saprei dire... Dovrei ancora rinvenirmi e questo fa già parte
del mio programma odierno, naturalmente. Mi ha accolto un omone simpatico. Una
specie di factotum del locale. Un cuoco eccellente, però...»
«A
volte nei paesi è facile incappare in personaggi un po' folkloristici, allora hai
avuto culo...»
«Sì,
no... non lo so, ma non è questo il motivo del mio però. Ieri sera a cena ho
incontrato una tizia. Una vampira. Mi guarda dall'altro capo della sala da
pranzo per tutto il tempo della cena, mi sorride in modo enigmatico. Poi si
avvicina al mio tavolo, dice di essere una mia ammiratrice...»
«Bene!
Sarai contento...»
«Veramente
tu lo sai benissimo che ho paura dei fans. Questa qua in particolare poi non mi
sembrava del tutto innocua.»
«Cosa
ti ha fatto di male? Ti ha per caso chiesto un autografo?»
«No,
niente autografo: antipatica! Si è seduta al mio tavolo, mi ha offerto da
bere...»
«Ti
ha offerto da bere?! Che maleducata, che criminale...»
«No,
no, a dire il vero quella mi ha ferito solo il cuore, ora ti spiego. Mi ha
detto di essere addirittura un vice-questore. Poi mi ha chiesto come mai mi
trovavo lì.»
«A
Bagnaia?»
«Sì,
anche. Ma voleva avere a che fare, mi sembrava piuttosto intenzionata, una
bella donna, non appariscente, ma con dei lineamenti originali, per niente
banali, immagina un tipo hippy... da festival di Woodstock... con dei denti
acuminati, uno sguardo enigmatico, una specie di sorella di Dracula insomma...
E
poi te lo sai che io con le donne non so sbrigarmela, sono timido, ho avuto una
sola storia importante nella mia vita, per di più tedesca, che mi ha lasciato e
per causa, o merito suo, ho scritto il mio famoso bestseller.»
«E
tu cosa hai fatto?»
“Niente,
mi sono imbranato, forse ho reagito in maniera scontrosa, cercando di scapparmela,
però più parlava e più mi piaceva e lei deve averla capita questa mia battaglia
interna, io sono uno che non sa assolutamente fingere...”
“E
allora te la sei portata a letto!?”
“No,
ma che idea! Quando lei ha visto che la prima tattica, quella di abbordaggio
diretto non funzionava, ha cambiato il suo modo di fare, ha cominciato a fare
la preziosa, un mio amico diceva la sciantosa, perché quella secondo me recitava
un ruolo prestabilito... non era lì per caso, chissà perché... insomma se ne è
andata via, quasi subito, magari per farmi incuriosire...”
“Ma
te invece non ti sei affatto incuriosito, non è vero?”
“Ecco!
Infatti, brava, te mi leggi subito negli occhi, anche al telefono... per
fartela breve: tutto al contrario, quasi non sono riuscito a dormire, non mi
ricordavo il cognome, poi stamattina me lo sono trovato stampato direttamente nel
risveglio, sono andato in questura a Viterbo ma niente da fare e oggi penso
solo a lei...”
“In
questura?”
“Sì,
perché si è presentata come un vice-questore, te l’ho già detto, si chiama
Carmela Ballotta... Pezzotta, Guarnotta... ora non mi ricordo già più, sono un fottuto
fuori di testa! Ma come si chiama quell’attore siciliano famoso?”
“Mazzotta?”
“No,
non l’ispettore del commissario Montalbano, uno più vecchio, con i baffi ma non
sempre... non importa insomma. Alla fine in questura non la conoscevano e in
internet nemmeno si trova...”
“Che
storia, ma figurati! Se non ti ricordi neanche il cognome!”
«Noo,
stamattina me lo sono subito ricordato, poi mi tornerà in mente. Ma come l’hai
trovata questa locanda, Faffa?»
«Mi
sembra su internet, non mi ricordo...»
«Su
internet non si trova in alcun modo.»
«Forse
una recensione su qualche rivista, qualche guida... Artemio, sono sincera, non
me lo ricordo. Per la verità ha curato la cosa Chica, la mia segretaria...»
«Ho
capito... Cerchi di recuperare questa informazione, per favore?»
«Va
bene. È così importante?»
«No,
però fallo lo stesso. A proposito, Carmela ha detto che ha letto tutti i miei
libri, non è che hai pubblicato anche i miei quaderni?”
“Sì
e stanno vendendo bene assai.”
“E
me lo dici così?”
“Me
lo avevi tassativamente proibito, o no? Allora, siccome mi garbavano, io ho
fatto un esperimento, se non funzionava non lo avresti mai saputo, una
scommessa pagata con i miei soldi anticipati e già recuperati, tra l’altro, ma l’importantnte
è che ho avuto ragione e, ripagate le mie spese, tra gli ultimi diritti che hai
riscosso ci sono anche quelli.”
“Madonna
mia, sei un mostro criminale.”
“Ma
perché? Se sono bellissimi!”
“Ma
sono confessioni troppo intime!!”
“Proprio
per questo che piacciono, gli italiani sul sesso sono morbosi e poi sono
veramente naturali, (i quaderni non gli italiani,) tu lo sei sempre, ma in
questi quattro libriccini lo sei anche di più.”
“Non
avrò più il coraggio di mostrare la mia faccia.”
“Tanto
quello non ce lo hai mai avuto.”
“Quante
volte ti ho già mandato affanculo?”
“Non
lo so, non le ho contate, ma parecchie, direi.”
“Ci
sei abituata, io non sono il solo a farlo, di sicuro.”
“No,
infatti. Comunque sono contenta... sono fiera di te e del mio fiuto, tra le
altre cose.”
«Sì?
E per quale dannato motivo?»
«Sapevo
che avresti trovato la giusta temperatura per scrivere...»
«Eccola
lì l'agente! Io non ho parlato di scrivere, non nego che questi luoghi sono
carichi d'atmosfera...»
«E
ti sei innamorato al volo di una bella sconosciuta vampira. Credo che questo
sia il massimo per uno scrittore di genere...»
«Sì,
ma il genere lo sai solo te. Faffa, tu sei sempre convinta? Vuoi davvero che
scriva un libro sulla Maremma?»
«Ti
ucciderò se non lo scrivi. E poi ricordati che hai già firmato il contratto.»
«Sì,
ma non l'ho firmato con il sangue!»
«Ascolta
Artemio, ora vai un po' fuori, fai colazione, gira per il paese, guardati
intorno...»
«Sì,
è quello che farò. Tu ricordati di farmi sapere come hai reperito il nome di
questa locanda.»
«Ok.
Ti mando una mail appena posso. Ciao Artè, a presto.»
«Ti
abbraccio Faffa, ciao, ma se una mostrilla.»
Chiudo
il cellulare e me lo metto in tasca. Il dolore alla testa è scomparso e ora mi
ricordo: il cognome giusto è Gullotta.
Faffa
tra le altre cose me ne ha detta una che mi ha fatto piacere, al momento, ma
poi mi ha insospettito, però ho cercato di pensare ad altro, con lei le cose
che mi garbano e quelle che invece m’irritano sono in perenne turbolenza, è normale
così.
Ho
fatto un giretto per Viterbo, che mi è sembrata una bella città, piena di
antichità e angoli suggestivi, naturalmente sono andato a vedere la piazza dove
è stato girato il Maresciallo Rocca, cioè dove c’era la centrale dei
Carabinieri nella serie TV.
Tornato
in macchina alla base di Bagnaia, sono andato a piedi alla famosa Villa Lante,
come mi aveva raccomandato Faffa, e mi è piaciuta anche parecchio.
Villa
Lante è, assieme a Bomarzo, uno dei più famosi giardini italiani a sorpresa manieristici
del XVI secolo. Pur in mancanza di documentazione contemporanea, la sua
ideazione è attribuita a Jacopo
Barozzi da Vignola.
Per chi
vi arriva dopo aver appena visitato Villa Farnese a Caprarola la prima notevole
impressione è la differenza tra le due ville del Vignola, pur erette nella
stessa area, nello stesso periodo e nello stesso stile architettonico: le
somiglianze fra i due monumenti sono poche.
Nel 2011
è stata votata "Parco più bello d'Italia".
La
costruzione cominciò nel 1511, ma fu portata a termine intorno al 1566 su
commissione del cardinale Gianfrancesco
Gambara. La villa è conosciuta come "Villa Lante". Tuttavia
non ha acquisito questo nome se non quando, nel XVII secolo, passò nelle mani
di Ippolito Lante Montefeltro
della Rovere, Duca di Bomarzo, quando la costruzione aveva già 100 anni
di vita.
Per i miei appunti del
fantomatico libro da viaggio, da menzionare c’è un meraviglioso accostamento
delle architetture con la natura, non avevo mai visto niente del genere se non
in foto o filmati. Un sacco di acqua, zampilli e fontane, canali, alberi
secolari.
Ci
sono rimasto approssimativamente un'ora, l’orologio forse non avrebbe neppure
bisogno di un microchip europeo, ma me lo sono dimenticato a Porto Alegre. Il
cellulare però era già scarico, non so come.
Bagnaia
è praticamente attaccata a Viterbo, di turismo ora non ce n’è quasi per niente.
In seguito ho notato che qui tra i pochissimi negozi aperti a in bassa stagione
ce ne sono quattro di cellulari e relativi accessori, con una vastissima gamma
di quelle colorate protezioni, o gusci che siano, in plastica, in gomma e altri
vari materiali. Questo non mi ha certo rallegrato, ma il mondo ormai ha perso
ogni più logico limite.
Penso
che andrò a vedere anche Orte, magari Bomarzo, è tutto qua vicino, e poi c’è
Ronciglione, sulla strada per il lago di Vico.
Invece
il mio intuito femminile, che so di avere da qualche parte, come ogni uomo che
si rispetti, mi dice che devo andare a Pitigliano, che è anche molto più
lontano degli altri posti in questione.
E
significa dal Lazio rientrare in Toscana, tra l’altro.
Il
tempo è buono, ma le pecorelle in cielo non se ne stanno ferme, mi pare che intanto
si addensino.
Repentina
e inaspettata una visione mi blocca lo sguardo. Dopo un'ampia curva appare
Pitigliano. Freno, rischiando di fare un incidente con le automobili dietro di
me. E lì per lì rimango a bocca aperta.
Arrivando a Pitigliano dal
mare, salendo la strada regionale 74 Maremmana,
si notano le caratteristiche case che sporgono da un grande sperone di tufo, a strapiombo. La rupe di Pitigliano
è circondata su tre lati da altrettanti burroni, pieni di grotte scavate nel
tufo. Nel fondovalle scorrono i corsi d'acqua Lente, Meleta e Prochio...
Avevo
sbirciato qualche foto su internet, ne avevo sentito parlare, ma la visione di
Pitigliano davvero non si può raccontare né fotografare.
Eccola
lì la città del tufo, solitaria e misteriosa sopra un lungo sperone di roccia.
Sorrido
tra me e me. Penso che ho vissuto troppo tempo in casa. Penso che avrei potuto
viaggiare di più, vedere di più in questi anni.
Do’
la colpa al Brasile e alle sue complicazioni tutte sudamericane, tanto non può
reagire e poi ora è a più di dodicimila chilometri di distanza.
Cerco
uno slargo, lo trovo. Accosto, spengo l'auto e scendo. Mi avvicino al parapetto
stringendomi nella giacca a vento.
Le
case ammonticchiate formano il paese. Svetta un campanile. Scorgo il disegno
preciso e ritmato degli archi di un antico acquedotto. Intorno al paese il
silenzio delle piante nella specie di profonda depressione, un avvallamento che
è quasi un canyon. Si avverte dell'acqua scorrere. La cerco con lo sguardo ma
non la vedo, non la trovo. C'è qualcosa di inverosimile in questa visione,
qualcosa di lontano, di arcaico. Sfavilla di luce arancione. Il vento sibila
tra le foglie.
Rientro
in macchina, soffiandomi aria calda tra le mani intirizzite. Qui dovremmo essere
a poco più di trecento metri, eppure c'è un freddo quasi di montagna.
Metto
in moto, anche se non riesco a staccare gli occhi dal paese.
10
PITIGLIANO
Mi
incammino verso il centro del paese. Ogni tanto lascio la via maestra per
visitare qualche vicolo laterale. Alcuni sono strettissimi e scendono
vertiginosamente verso le estremità del borgo. Alcuni sono coperti da volte.
Altri paiono imbuti. La luce si incanala suggestivamente nelle antiche
stradine, l'aria fischia tra le pietre. Supero la sinagoga, attraverso il
ghetto. Imbocco il vicolo in salita alla mia sinistra. Con la coda dell'occhio
sbircio il nome, Vicolo Palestro. Riprendo la via principale. Supero tutta una
serie di negozietti che si aprono come antiche botteghe ai due lati della strada.
Noto un calzolaio, un alimentari, una macelleria, un'erboristeria. Incrocio
diversi passanti. Alcuni devono essere pitiglianesi. Noto i loro occhi che mi
osservano, le loro facce sospese tra il sospetto e la curiosità. Alcuni invece
sono evidentemente turisti. Stranieri per lo più.
Io
continuo ad avanzare. L'aria è fresca, ma il sole è tiepido. Tengo il giubbotto
slacciato. Cerco un bar. Ne incrocio un paio, ma non mi convincono. Raggiungo
la piazza. Di fronte a me l'imponente Fortezza Orsini. Ho letto su internet che
c'è una biblioteca al suo interno. Presto ci farò un giro.
C'è
un pugno di persone ferme a chiacchierare davanti a un piccolo bar che scorgo
alla mia destra. Lo raggiungo. C'è un'ampia fontana vicino. L'acqua zampilla
dalle bocche di due mascheroni. Quando entro nel locale, la gente smette di
parlare. Tutti gli occhi sono puntati su di me. Io rivolgo loro un sorriso e un
saluto. Sono tutti uomini, anziani. Contadini, direi. Hanno un aspetto fiero,
robusto. Contraccambiano il saluto abbassando lo sguardo.
Raggiungo
il bancone, mi siedo a uno sgabello.
«Buongiorno,
mi dica!» Esclama la ragazza incinta al di là del banco. La sua voce è gentile
ma sembra che risuoni da dentro il pancione.
«Un
caffè doppio, per favore. In tazza di vetro.» dico. Mi giro verso l'entrata.
Gli uomini hanno ripreso a confabulare, stretti in un piccolo capannello.
Gesticolano animatamente.
Pitigliano
è una terra di confine. L'accento di questa gente non è solo toscano, c'è un
forte odore laziale al suo interno, e un sentore umbro. Siamo vicini all’angolo
delle tre frontiere.
La
barista mi porge il caffè con un gran sorriso.
«Vuole
altro?» mi domanda.
«No,
grazie. Va bene così per il momento.» rispondo.
Sorseggio
il caffè bollente. Lo faccio lentamente, quasi con sacralità.
«Le
piace Pitigliano?» mi chiede la ragazza mentre asciuga un bicchiere.
Io
appoggio la tazzina. Guardo gli occhi nerissimi della barista.
«Molto.»
«Si
fermerà qui qualche giorno?» Noto con piacere tutte le sfumature del suo
accento.
“Qui solo oggi, credo, ma in questa zona un
mese o giù di lì.”
“Turismo
o lavoro?”
“Tutti
e due, in un certo senso.”
Pago
il caffè, ringrazio. Prima di uscire domando alla ragazza dove si trova il
negozio del barbiere.
Lei
mi guarda perplessa. Ha un modo simpatico di arricciare il naso.
«In
Via Roma, la via principale... Vuole farsi i capelli? Mi sa che è un po'
tardi...» Afferma lei simpaticamente.
«Sì.
Almeno vorrei. Ma non sono neanche le quattro...»
“Qui
in bassa stagione i negozi fanno orari un po’ stringati, cercano di mantenersi
con altre attività, il barbiere è anche imbianchino e muratore. Con sua moglie
ha pure un negozietto di frutta e verdura...”
“Ho
capito, mi sa che i miei pochi capelli dovranno aspettare. Arrivederci.”
«Arrivederci
a lei e buon soggiorno!»
Esco
dal bar. Supero il gruppetto di contadini. Prendo dalla tasca il pacchetto di
sigarette. Ne è rimasta una soltanto. La sfilo delicatamente, me la appoggio
sulle labbra. Accartoccio il pacchetto e lo getto in un cestino vicino alla
fontana. Accendo la sigaretta, aspiro con voluttà la prima boccata. Passeggio
qua e là senza meta. Raggiungo l'altra piazza, quella del comune. Accanto
all'edificio comunale c'è un teatro. Vorrei entrarci, ma è chiuso. Finisco la
sigaretta e torno sui miei passi. Imbocco nuovamente Via Roma. La gente in giro
è poca ora. Saranno tutti indaffarati con le seconde e terze attività. Guardo
le vetrine ad una ad una. Mi fermo davanti a quella del barbiere. C'è
un'insegna vecchissima sopra la vetrina, la scritta è sbiadita e la e finale è
quasi del tutto cancellata. Sbircio all'interno, oltre il vetro sporco. Il
negozio è chiuso. Guardo se c'è un orario di apertura. Non vedo niente.
Giro
il paese in lungo e in largo, esploro la maggior parte dei vicoli, approfitto
della vista di tutti i belvedere. Mi appunto mentalmente nomi, scorci, profumi,
sensazioni.
Ogni
donna che vedo da lontano mi pare che sia Carmela, poi da vicino non gli
assomiglia nemmeno. Sono portato ad ossessionarmi con le cose e le persone che
non conosco, sono convinto che se avessi l’occasione poi lei non mi piacerebbe
come ora penso.
Con
un piccolo ma potente binocolo guardo i panorami, sotto c’è una strada che in
basso gira attorno al paesone, arriva una macchina della polizia, si ferma,
scendono due poliziotti in divisa, poi una donna in borghese, è Carmela. Non
c’è dubbio.
Ci
sono forse settanta metri di distanza, mettermi a chiamarla mi sembrerebbe
improprio, magari anche ridicolo, oltretutto evidentemente sono tutori
dell’ordine in servizio. Quindi guardo cosa fanno, entrano in uno spazio tra le
rocce, forse una delle tante vie fonde, in diagonale gli alberi poi mi tappano
la visuale, aspetto pochi minuti, ma loro non se ne escono più.
Scendo
di corsa, tentando di indovinare la strada tra i vicoli e perdo un sacco di
tempo, di forze e di sudore, qualche bestemmia soffocata.
Quando
arrivo là sotto la macchina non c’è più, né due poliziotti, né un vicequestore.
Nel
caso di una donna non so se ci sia possibile o dovuto trasformarlo in
femminile. Ma non è questo che mi preoccupa.
Torno
su sperando di rivedere la macchina della polizia dall’alto con il binocolo.
Dopo
un po’ perdo le speranze e rimetto a posto il cannocchiale, mi sento piuttosto
stanco ed è già quasi buio.
Poi
arriva quasi repentina la fame e il desiderio di assaggiare qualche altra
specialità locale. I ristoranti non mancano, ma non sono tutti aperti. Ne trovo
uno grazioso in un vicoletto ripidissimo. La porta è spalancata. Io entro
immediatamente.
Scendo
alcuni gradini. Raggiungo una saletta arredata con gusto. Doveva essere una
vecchia cantina. Il locale è scavato nella pietra. Alcuni faretti illuminano
scenograficamente l'ambiente.
Mi
viene incontro un uomo robusto, di mezza età, con grandi baffi scuri.
«Buonasera,
è aperto? Vorrei mangiare qualcosa...» dico indicando un tavolo a caso. Sono
l'unico avventore. La saletta è vuota.
«Prego!
Scelga pure il tavolo che preferisce!» esclama lui in tono bonario.
Io
ringrazio e mi accomodo. Scelgo il tavolo più appartato, a ridosso di una parete
stipata di vecchie bottiglie di vino.
Tra
un boccone di scaloppine al tartufo e un sorso di vino mi congratulo con il mio
infallibile istinto femminile che mi ha portato a Pitigliano, senza darmi
nessuna spiegazione.
Quella
là sotto era Carmela, su questo non ci piove. E allora le ipotesi della
poliziotta che somigliava a Casimiro con la parrucca si assottigliano.
Tale
misteriosa donna è veramente un vicequestore, oppure anche un’improbabile vicequestrice,
o vicequestoressa che sia.
Sul
nome non si sa ancora la verità assoluta, il suo accento toscano diceva
tutt’altro, ma io non mi sono affatto inventato tutto, magari solo una parte mi
sfugge ancora, ma ci sto lavorando.
Antimafia
o antiterrorismo direi, qualcosa del genere, insomma una missione quasi
segreta.
Mangio
con gusto, le tagliatelle ai funghi sono supermegafamilybrothers, le scaloppine
se la scaloppavano in pancia senza passare nemmeno dalla gola. Carciofini in
umido al bacio. Solo il pane lascia a desiderare, troppo cotto secondo me, la
mollica troppo dura, (qui la teoria del mio amico appare solo parzialmente
vera,) bevo un'intera bottiglia di fenomenale Rosso di Sovana.
Mi
alzo dal tavolo forse un po’ traballante, ma pago il pranzo soddisfatto.
«Si
fermerà a Pitigliano qualche giorno?» Mi chiede l'oste sistemandosi i folti
baffi e guardandomi con interesse.
«No.
Non lo so ancora, a proposito: lei conosce il vice-questore Mazzotta? No, no,
io volevo dire piuttosto Gullotta?”
“No,
mi dispiace, ma la questura da qui non è lontana. Ha visto il nostro bel
palazzo Orsini?”
“Sì.
Ci sono passato.”
«Magari
ora è piuttosto tardi.”
“Ma
è una donna o un uomo?”
“Guardi,
è possibile che qui non ci sia nemmeno un vice-questore, il commissario lo
conosco, si chiama Petrini ed è uno del nord, forse di Verona. Ma di un
vice-questore qui da noi io confesso che non ne ho mai sentito parlare.”
“D’accordo.
Grazie. Arrivederci.»
Ci
salutiamo e lui è già sgattaiolato in cucina, magari aveva qualcosa sul fuoco.
Esco dal locale con la pancia piena e la testa zeppa di domande. L’unica cosa
che dovrebbe occuparmi la mente è il mio lavoro, penso, per il quale ho preso
un aereo e sono qui e tutto, spesato e perfino riverito, ma invece non me ne
frega niente.
Compro
le dannate sigarette e fumando la prima mi incammino verso la piazza principale
del paese, il municipio, la questura, la biblioteca e via discorrendo.
Cammino
a testa bassa, scalcio un sasso che va a rotolare contro un sacco della
spazzatura che conteneva qualcosa di latta e fa un rumore forte esagerato, per
fortuna non c’è nessuno in giro.
Intanto
inizio a pensare che c'è davvero qualcosa che non va nel mio cervello, forse
anche nel cuore, dovrei farmi vedere, eventualmente curare.
Oppure
sono l’unico ammodo in tutto l’emisfero Boreale. Su quello Australe non sono
altrettanto informato, anche se normalmente ci vivo. In qualche maniera è più
confuso, insomma tanti particolari mi sfuggono, ma ci sto studiando su.
La
biblioteca, la questura, il municipio della cittadina sono tutti chiusi,
incredibile.
Poi
guardando il calendario, sul cellulare, mi accorgo che è domenica e mettendoci
anche la bassa stagione, vento e pioggia, un freddo polare a ore alterne...
Decido
quindi di fermarmi a Pitigliano, trovo una camera a un prezzo ragionevole,
telefono a Casimiro per avvertirlo che sto fuori e sembra dispiaciuto. Dice che
aveva cucinato della roba buona, gli rispondo che spero di poterla mangiare
domani a pranzo o a cena, ammette di sì, ma
la qualità in questione sicuramente diminuirà, confesso che mi dispiace,
ma ci sono validi motivi per cui io debba proprio rimanere qua. Mi chiede se va
tutto bene e gli rispondo di sì, tutto a postissimo.
Vorrei
domandargli se ha una parente poliziotta a Viterbo, ma è un interrogativo che
posso porgli anche in un successivo momento.
Telefono
a Faffa mentre scendo le scale per una passeggiata digestiva, magari un paio di
sigarette fumate:
“Pronto?
Vorrei parlare con la responsabile notturna della residenza estiva del
pontefice...”
“Artemio!
Stavo pensando proprio a te!”
“Non
ci credo, con tutti i grilli che hai per la testa...”
“Non
me ne parlare, oggi penso di averci anche uno sciame di cavallette
supplementare, una giornata impossibile... ma dimmi di te, come va?”
“Qui
tutto a posto, ma te lavori anche di domenica?”
“Noi
di questo fottuto mestiere del cazzo non abbiamo domeniche, né pasque né
natali!”
“Ma
il relativo conto in banca è piuttosto pingue, se non erro!”
“Nooo!
Per niente!! Non è neppure proporzionato! E te che mi mandi spesso e volentieri
affanculo, lo sai che la cosa potrebbe addirittura essere reciproca?”
In
questa maniera sono andato avanti a punzecchiarla e lei a inventare bugie, ho
contraccambiato dichiarando che avevo già scritto le prime pagine, lei le
voleva leggere, ma io ho detto di no.
A
un certo punto mi sono anche perso, oltre che nei discorsi, nel centro storico
di Pitigliano, dove non sono per niente pratico.
Le
ho detto dove mi trovavo, ma le ho taciuto l’avvistamento di Carmela, lei mi ha
chiesto della mia storia d’amore come proseguiva e io ho fatto finta di non
capire di cosa stava parlando.
Mentire
scherzando al telefono mi riesce meglio, solo che lei non abbocca mai, fa solo
finta di credermi, ma poi a sorpresa mi manda delle frecciatine orientative.
Quando
la carica del cellulare ci ha piantati in asso il vento e il freddo per strada erano
già diventati eccessivi. A due passi dall’albergo ha cominciato anche a
piovere.
Pioggia,
vento e gelo in questi giorni convivono come non ho mai visto, pare di essere
in Patagonia, che non ci sono mai stato, ma me lo hanno raccontato.
Due
sigarette Camel con filtro le ho fumate in camera, più qualche ciucciata di
whisky dalla fiaschetta metallica, rientrando ed uscendo sul terrazzetto, che
ha un opportuno tettino di fibra di vetro e ferro, ma la pioggia scendeva anche
sotto spinta dai vortici del vento.
E
ho dormito da dio, stavolta.
11 IL VICEQUESTORE è IN VICEQUESTURA?
Mi
sveglio con un po’ di mal di testa, ma le pasticche sono lì per quello. Faccio
colazione in un bar deserto che non può certo garantire la buona volontà di
Casimiro, ma il cappuccino era decente, le paste un po’ vecchiotte, il barista pelato
e silenzioso.
Salgo
con fatica l'ampia scalinata che mi conduce nella splendida piazza della
Fortezza. Mi manca il fiato. Sono le nove e dieci.
«Troppo
cibo, ciccetto... e soprattutto troppo vino!» Penso mettendomi in bocca una
sigaretta. Gironzolo per la piazzetta, fumando lentamente. Mi appoggio
all'antico pozzo che biancheggia vicino al porticato. C'è un bel silenzio qui,
una piacevole quiete. L'aria è ferma. Osservo il cielo azzurro, terso. Ogni
tanto passa una nuvola bianca, rapidissima, che va a tagliare a metà il sole.
Finisco la sigaretta e mi avvicino a passi molli verso un grosso portale di
legno, dove è segnalato l'ingresso della biblioteca.
Guardo
gli orari sul portone serrato. Aprono alle nove e trenta. Sbircio il quadrante
del mio orologio e noto con piacere che mancano soltanto dieci minuti. Decido
dunque di aspettare qui. Mi accomodo su un gradino e continuo a fumare finché
vedo sopraggiungere una giovane donna. Sale i gradini rapidamente, viene verso
di me. I lunghi capelli biondi le ondeggiano sulle spalle, morbidi e compatti.
Mi
alzo in piedi, spengo la sigaretta. Lei mi passa accanto senza dire una parola,
apre in fretta il portone. Io la seguo timidamente, tenendo le mani dietro la
schiena. La vedo scendere una breve scalinata, percorrere un ampio corridoio e
aprire una seconda porta in fondo a sinistra. Poi la ragazza scompare oltre la
soglia.
Quando
scendo i gradini, sento la temperatura abbassarsi di qualche grado. Percorro il
corridoio. Varco la seconda porta ed entro in questura.
Mi
siedo nella sala apposita, dotata di massiccio bancone e mi aspetto di veder
arrivare qualche uomo in divisa, invece niente. Passano dieci minuti invano,
nessun rumore e nessun questurino in vista.
La
ragazzotta non torna, ma ecco finalmente
un uomo attempato, in alta uniforme senza cappello e mi domanda cosa desidero.
Il
nome di Carmela Gullotta gli è del tutto nuovo, me lo aspettavo. Lì al massimo
arrivano al grado di commissario. Gliela descrivo, lui continua a dire che non
conosce nessuno del genere, eppure un occhio, il destro, a quel punto balla un
poco e allora capisco, saluto e me ne esco.
Il
mio intuito femminile dice che il nome non è proprio quello, ma la detective in
questione si trova nei paraggi e la suddetta questura collabora, come necessita
la prassi, con la sua operazione, strettamente riservata.
Salgo
dunque in biblioteca.
C'è
un forte odore di umidità e di libri vecchi. Fa freddo qui dentro. Mi chiudo il
giubbotto e faccio due passi tra gli scaffali.
Non
vedo nessuno in giro, ma sento i dei passi che rimbombano dalla sala accanto.
Nello scaffale più vicino all'ingresso ci sono i libri consigliati, bestseller
per lo più. Noto con una punta di stupore che c'è anche il mio libro.
Bè,
sono passati sette anni, ma continuo a rimanere sulla cresta dell'onda. Dietro
c’è scritto anche il nome dei quattro scabrosi quaderni usciti da poco,
ordinati per numero romano e che vivo attualmente nel sud più meridionale del
Brasile.
Sfoglio
il volume che scrissi sette anni fa, un tomo di oltre settecento pagine. Giro le
pagine con noncuranza. In quarta di copertina la mia fotografia a tutta pagina.
Un primo piano del mio volto. Sorridente, sfavillante. E soprattutto giovane. E
molto più magro.
Mi
assale un improvviso malessere, poso in fretta il libro. Penso che non potrò
mai più scrivere un tomo di settecento pagine.
Probabilmente
non è quello il problema. Probabilmente il vero dubbio è: riuscirai a scrivere
ancora qualcosa? In questi anni non sei riuscito a buttar giù nemmeno una riga!
A proposito, hai appena firmato un contratto, ricordi? L'editore, una pasta
d’uomo, vuole un tuo libro, tra poco.
Deglutisco
con fatica. Per fortuna torna la giovane di prima, evidentemente bibliotecaria
che mi distoglie dai pensieri. Mi passa accanto, mi sorride. Sento il suo
profumo, che mi arriva al naso come un'onda.
Io
saluto. Lei si accomoda dietro una scrivania colma di libri ancora da
catalogare.
«Buongiorno!»
mi dice. Il suo tono è cordiale. Il suo sorriso e suoi occhi gentili mi fanno
tornare il buonumore.
«Complimenti,
una bella biblioteca. Curata. Bei titoli...» Esclamo, e mi accorgo che il mio
tono di voce è troppo alto e stridulo, magari è per via dell’acustica di quelle
stanze grandi, dai muri spessi e foderati di libri.
«Grazie...»
Risponde lei pacata «Potrebbe essere molto più ricca e molto più curata, in
realtà. Purtroppo devo fare tutto io. Sono l'unica bibliotecaria qui...»
«Effettivamente...»
Dico guardandomi intorno.
«Ho
acceso adesso il riscaldamento. Tra poco dovrebbe andar meglio!» Afferma lei,
guardandomi mentre armeggio con la lampo della mia giacca a vento.
«Cosa...?
Ah, sì, grazie, bene!» Farfuglio.
«Ha
bisogno di qualcosa in particolare?» Mi domanda la ragazza toccandosi una
ciocca bionda.
«Sì,
vorrei sapere se avete un reparto di storia locale.» Dico appoggiando una mano
sulla scrivania.
Lei
annuisce sicura, si alza in piedi.
«Certo,
mi segua.»
Raggiungiamo
la sezione di storia locale, in fondo alla sala. I libri sono raccolti in una
vetrinetta a scaffali.
«Ecco...»
Mi dice indicando i volumi. Poi mi guarda in modo interrogativo. Siamo molto
vicini, ora. I suoi capelli hanno un buon odore. Lì per lì non comprendo quello
sguardo indagatore. Lì per lì provo persino un sottile timore.
Rimaniamo
in silenzio davanti alla vetrinetta per un tempo che a me sembra una voragine.
«Grazie...
Allora do un'occhiata a questi libri...» cerco di glissare io, ma il mio tono è
poco convinto.
«Mi
tolga una curiosità...» continua a scrutarmi «Lei non è di Pitigliano, eppure
c'è qualcosa di molto familiare nel suo aspetto. Ci siamo già incontrati, per
caso?»
Questa
domanda mi solleva. Improvvisamente mi sento più sciolto, più leggero. Mi viene
persino caldo. Mi slaccio il giaccone, anzi, decido di toglierlo.
«Non
credo...» rispondo io. La bibliotecaria indossa un paio di occhiali da vista
con una curiosa montatura rossa. A un tratto gli occhi le scintillano dietro le
lenti.
«Aspetti,
forse ho capito!» Esclama, e le sue labbra si tendono in un sorriso
soddisfatto.
Io
rimango fermo ad osservare le sue reazioni, in silenzio, con un ghigno sornione
stampato sul volto.
«Lei
assomiglia ad Artemio Meoni, lo scrittore!» Dice la ragazza di colpo.
Effettivamente,
come darle torto? Anche se la foto in quarta di copertina sembra l'immagine di
un'altra persona! Rimane giusto una vaga somiglianza tra il talentuoso e
affascinante scrittore della foto e il vecchio e grasso nullafacente, ubriacone
e fumatore che sono adesso. Forse perché Mogli
e buoi mi ha messo addosso un’ansia che non avevo previsto. Faccio scorrere
con noncuranza questo pensiero, continuo a sorridere alla simpatica
bibliotecaria. Le tendo la mano con un pizzico di orgoglio.
«Per
una strana coincidenza sono proprio lui, qualche anno e qualche chilo dopo,
piacere.»
Lei
arrossisce, abbassa per un attimo lo sguardo, mi stringe la mano.
«Piacere
mio...» sussurra. Ora la sua voce tentenna, fatica a trattenere l'emozione «Io
ho letto tutti i suoi libri... Che onore averla qui!»
«Grazie,
è molto gentile...» In quell'attimo penso che ha letto anche i miei famigerati
quaderni, e se le sono anche morbosamente piaciuti, mi vergogno ora per due
motivi, non mi stimerebbe così tanto se sapesse che non riesco più a scrivere.
«Come
mai a Pitigliano?» Mi chiede la ragazza curiosa.
«Per
lavoro. Scriverò un libro sulla Maremma, e molto probabilmente citerò anche
Pitigliano.» A volte le parole mi escono bene e pure le bugie, quando sono
innocenti e inutili.
In
quel momento il cellulare suona per avvertirmi che è arrivato un messaggio di
testo.
Fottutissimo Meoni
lei è a Pitigliano per lavoro
o per mia causa?
Ha forse scoperto chi sono?
Se non ne sa ancora niente
posso aiutarla io.
Ha sentito parlare
dell’attentato a Ranucci?
Se un gruppo di persone
competenti e dotate di mezzi vuole conseguire un determinato obiettivo
politico, assolutamente non deve costituirsi in partito politico e chiedere
voti al pubblico, perché se lo facesse renderebbe noti la propria esistenza e
il proprio scopo e inoltre si esporrebbe a sconfitte. Esso bensì pagherà e
sponsorizzerà i politici all'interno di vari partiti nonché sindacalisti
all'interno di vari sindacati nonché prelati, magistrati, burocrati, attori
giornalisti e intellettuali - tutti per portare avanti idee e azioni che
conducano al predetto obiettivo. Se necessario, pagherà anche calunniatori,
agitatori, teppisti, sicari.
Non posso dirle di più.
P.S.
L’ho notata ieri con quel suo
binocolo, è anche a raggi infrarossi? Per favore aspetti che mi faccia viva io,
ora non è proprio il momento. E comunque confesso che è veramente un tipetto
interessante, come mi avevano detto e come avevo anche capito leggendola.
CG
Vale
a dire Carmela Gullotta!
Esco
dalla biblioteca come un razzo salutando con la mano, mi metto a camminare,
entro in un bar, ordino un whisky, c’hanno il Glenlivet.
Me
ne bevo quattro, anche se mi pare un sapore piuttosto svanito, il proprietario
e barista, barbuto e biondo, mi fa uno sconto, dicendo che quella bottiglia ce
l’aveva incegnata da almeno dieci anni.
Entro
in macchina come se sapessi dove andare, invece giro a vuoto.
Telefono
a Casimiro e gli dico che a cena ci sono.
Poi
penso che Ranucci è uno che fa un programma di denuncia, io direi assai
giustamente, ma è stato a sua volta più
volte denunciato per diffamazione da membri del governo italiano.
In
vista di prossime elezioni ultimamente gente che fa parte del governo ha
rincarato le dosi su vari livelli. Allora questo attentato che succede non a
caso ora, e non prima, è facile sapere da dove proviene.
Subito
dopo guarda caso viene mandato via anche dalla Rai, il pur bravo Ranucci
colpevole di aver cercato di fare un po' di piazza pulita nel marcio della
corruzione e dell’imbecillità latente.
Ma
dove? Ma quando? Ma perché mai?
Scoppia
una rivolta apparentemente tacita ma espressa sui social, che la televisione
ovviamente minimizza e nasconde, poi sugli stessi social viene osteggiata e
ostilizzata da ignoranti e prezzolati, che spesso risiedono nelle stesse
persone, anche se non sempre.
Io
mi tengo a debita distanza da anni, la politica e le polemiche mi toccano poco,
ma questa mi pare troppo forte, e mi congratulo con chi invece di nascondere e
minimizzare passa all’azione, come la polizia nella persona di una donna che mi
pare veramente meritevole di ammirazione. Non faccio nomi e cognomi, anche
perché probabilmente sarebbero falsi.
Mentre
guido penso che la televisione brasiliana è inguardabile, è raro che ci sia
qualcosa che valga la pena, quindi vivendo io in Brasile, con l'internet che
esiste ora, guardo programmi in lingua italiana che provengono anche dalla
Svizzera. Certo non è che siano il massimo, ma bisogna accontentarsi e
soprattutto scegliere e non guardare tutto quello che capita.
È
ancora presto, sono vicino alla base di Bagnaia ma mi fermo in un bar a
Vitorchiano.
A un quarto d’ora d’auto da
Viterbo, Vitorchiano stupisce per l’integrità del suo nucleo antico ed infatti
non è considerato solo uno dei centri storici più belli di tutta la provincia
di Viterbo ma è proprio censito tra i borghi più belli d’Italia e le
abitazioni sembrano un tutt'uno con lo sperone di roccia vulcanica che le
sostiene.
Ecco perché Vitorchiano è
stato soprannominato il Borgo sospeso.
A
volte mi scopro improvvisamente ligio al dovere, proprio quando sembra che
effettivamente non mi interessi, ecco che mi metto a scrivere. Per niente
incoraggiato dall’e-mail di Carmela, per il fatto che c'è solo da aspettare,
per il semplice constatare che questa Maremma dove sono nato, che però non
conoscevo, è veramente bellissima e sto sentendo finalmente un entusiasmo che
non sospettavo nemmeno che potesse sorgere, cioè per Pitigliano, Viterbo e Bagnaia.
Pazienza,
la passione che sento ora oltre che per Carmela, che potrebbe anche chiamarsi
Ciccina, visto che si tratta di una siciliana, è una passione che sento per il
mistero che individuo affascinante e pregno di significati anche e soprattutto
per la Maremma Toscana o Laziale che sia.
Le
prime cose che tiro giù a mano le scrivo in macchina a Ronciglione, poi un
salto sul lago di Vico.
Sì,
è vero che il pensiero della piccola Ciccina, con i suoi due canini già aguzzi
e allungati, che si muove e fa i primi passi in maremma, pur di origini sicule
e mafiose; mentre io a Torino, completamente ignaro di quello che mi avrebbe
riservato il futuro, iniziavo a parlare e soprattutto a tacere, perché stavo
sempre da solo a giocare a soldatini, e preparavo di conseguenza il mio cammino di scrittore, lontano ancora nel tempo, eppure causato già a suon di silenzi e
solitudini.
Insomma
proprio di questi due personaggi, persi in una Maremma incantata, parlo nelle
mie pagine dando spazio all'invenzione, non dicendo che si tratta di un
timidone che scrive ma non troppo, e di una fantomatica poliziotta, almeno
all'inizio, ma di un amore che potrebbe nascere, a una certa età tra due quasi
vecchietti, sullo sfondo di una stupenda Maremma.
Anticipo la mia idea a Faffa per email, lei mi
telefona subito dopo, e il dialogo tra noi due è come al solito vivace, ma lei
esprime i suoi forti dubbi.
Da
parte mia le mostro invece altrettanto se non più forte convinzione, dico che
in un paio di giorni manderolle una decina di pagine, al che lei ancor più
continua a dubitare, ma sentirà al proposito anche la sfinge noiosa
dell'editore in questione, e io
sento già il peggio alitare sul mio collo.
Casimiro
mi accoglie come se fosse preoccupato per me, come se fossi assente da mesi. Mi
metto a tavola e mangio roba che non ha niente a che fare con il Piemonte,
eppure è piena di odore e sapore di tartufo bianco, forse meno nobile e meno
prezioso del nero. Ma chi se ne frega?
Mi
dice che Faffa ha telefonato diciassette volte, ma lo tranquillizzo dicendo che
ci ho parlato da poco e che il mio cellulare disgraziatamente non tiene la
carica.
Affatto
intimidito, passo altri due giorni di estremi spostamenti e cartelle scritte affannosamente
a Bic, su tavoli di bar e ristoranti, su scalini di chiese e altri luoghi
occasionali, ma arrivo a mandare ben
trentadue pagine alla mia agente Faffa, dopo aver visitato una decina di altre
località amene e aver continuato a illudermi di fregarmene del loro incompetente
e ignorante giudizio. Oltretutto rincaro la dose nell’aver inopinatamente immesso
una terza componente noir al
manoscritto, che stavolta veramente a mano viene scritto.
Il
titolo anche mi viene da formulare anticipando qualcosa, ma non dicendo subito
cosa e come:
“
Un giallo che si fa quasi verdolino, (si intravedono un bianco e un rosso)”
Un
quasi poliziottesco tipicamente italiano, il giallo di Carmela, alla caccia di
un attentatore di Ranucci, ma soprattutto i mandanti, si delinea con opportuni
pseudonimi e ci metto anche la mia abitazione ed esperienza brasiliana, che
però sposto in Uruguay.
Faffa
si dimostra negativamente sorpresa, se non preoccupata per i risvolti politici,
ma manda il pacco al tremendo e vaffanculistico Orsolini, Carciofini,
Funghetti, Camoscini, Pomodorini, o Fantozzini, come la prassi insegna. Ora non
mi ricordo nemmeno più come si chiama, ma ci siamo capiti.
Cipollini!
Che l’inferno l’inghiotta, ma solo dopo aver pubblicato il mio romanzo del nuovo
genere, appena inventato da me, social-turistico-rosa-noir.
Intanto
io continuo a scrivere, e passati altri due giorni di inferno leggermente sul dantesco,
con illusori sentori di un futuro paradiso, vado distrattamente a leggermi il
contratto, che imbecille come al solito, non lo avevo ancora letto.
Tra
le altre cose specifica graziosamente che i rimborsi spese saranno rimborsati
all'autore, solo ed esclusivamente se e dopo essere stato accettato tale
manoscritto come buono, anche se passibile di eventuali modifiche da parte dall'editore
in questione.
Si
pronosticherebbe un purgatorio o un limbo?
A
proposito di inferno dantesco mi immagino già tra le fiamme i necessari cattivi
e intanto visito queste zone che anche l’Alighieri a suo tempo conobbe.
Le
mie già scarse speranze si assottigliano, ma non cedo solo per questo dettaglio
insignificante, agli audaci la vittoria si nasconde sempre fino all’ultimo
momento, ma proprio per questo risulta poi un autentico trionfo.
Posso
sempre trovare un altro editore per il mio romanzo se non un’altra agente.
Quella
forse no.
Sulla
cronaca di un giornale locale, il Gazzettiere di Orvieto, certo non sui
giornaloni nazionali, compare intanto una serie di arresti per il famoso caso
dell’attentato Ranucci, proprio sulle vicine sponde del lago di Bolsena, da
parte della squadra antimafia, comandata dal vicequestore Carla Gemignani, guarda
che combinazione. Un caso affatto malignamente direi minimizzato e nascosto dai
media peninsulari.
E
anche se l’origine sicula improvvisamente mi scompare, tale nome mi da’ delle
garanzie di autenticità, giacché le iniziali corrispondono a quelle, a me
ingannevolmente prospettate, da Carmela Gullotta.
12 SATURNIA
Scendo
dall'auto, mi sgranchisco, mi accendo una sigaretta.
Percorro
una strada in salita, incrocio qualche passante intabarrato, qualche anziana
donna.
Il
borgo è molto bello. C'è qualcosa di arioso, di terso in Scansano, che mi fa
stare bene. Ci sono molte enoteche e cantine. Un bel movimento di gente,
qualche turista.
Pregusto
già gli assaggi di Morellino che tra poco farò. Inizia a far freddo, mi chiudo
la giacca a vento. Finisco la sigaretta, fumando fino al filtro.
Girovago
tra i vicoli, tra le pietre grigie di Scansano. Assorbo gli odori. Muffa, vino,
l'aroma di qualche pizzeria al trancio.
Incrocio
molti tedeschi. Penso con piacere alla simpatica coppia che si è insediata
nella mia locanda.
I
lampioni si accendono. Il cielo ha assunto una curiosa sfumatura violacea. La notte
sta calando nei vicoli.
Mi
stringo nel giaccone, torno sui miei passi alla ricerca di una bella enoteca
che ho adocchiato poco fa.
La
raggiungo. È una cantina molto grande, elegante. Saluto il gioviale signore
dietro il banco. Gli chiedo di assaggiare del Morellino.
Il
barbuto fa un cenno di assenso, mi fa sorseggiare una decina di vini, tutti di
riserva, maturati in barrique di rovere. I più cari e suppongo anche i più
buoni.
Mi
offre qualche stuzzichino per la degustazione. Bevo e apprezzo questo straordinario
vino scansanese che sa di sughero, di spezie, di antico. Un vino complesso e
corposo che mi fa viaggiare nel tempo.
Finisco
l'ultimo sorso con la testa ovattata.
Sento
le ginocchia deboli e un'incredibile euforia nel petto. Compro due casse di vino.
Spendo un patrimonio, ma con una grande gioia. Ovviamente non posso trasportare
le casse fino in macchina. Non posso neanche venire fin qui con l'auto perché
il transito è vietato nel centro storico.
«Me
le può spedire con un corriere?» domando al negoziante.
«Certo.»
mi risponde lui con una voce che pare di velluto.
Decido
allora di aggiungere alla spesa un'altra cassa. Do il mio indirizzo, saluto il
gestore con una vigorosa stretta di mano.
Quando
esco dall'enoteca l'aria non mi sembra più così fredda e pungente come poco fa.
Passeggio tra i vicoli per smaltire il vino che ho ingurgitato. Mi fermo un
momento al parco. Ripenso di nuovo al mio libro. Mi torna l'urgenza di
scrivere, di mettermi al lavoro. Per un attimo avevo immaginato di fermarmi a
cena a Scansano, invece decido di tornare alla base. Cenerò alla mia locanda e
dopo mi metterò subito davanti al computer.
Perché
sbilanciarsi così tanto?! Intanto penso tra me e me. Potevo aspettare, sono
davvero così sicuro di quello che sto facendo?
Telefono
a Faffa, la quale mi dice che si trova del tutto casualmente a Manciano, lì
vicino.
«Davvero?
Che bello!» Esclama Faffa. “Ma perché non ci troviamo e parliamo un po’ del più
e del meno?”
“Non
saprei...” Dico io piuttosto restio.
“Affare fatto!” Taglia corto lei. “Alle terme
pubbliche di Saturnia, tra un’ora?”
Nonostante
la distanza e il tempo me la immagino, dopo tutti questi anni senza averla più
incontrata, incrociando le braccia sotto il seno, aspettando la mia risposta,
battendo impazientemente il piedino sul suolo. Dipendendo dalla stagione anche
scalzo, se non c’è nessuno in giro fa riposare i piedi.
Comportamento
suo tipico, il cellulare lo mette sempre sul tavolo, su un trespolino apposito,
in caso di lunghe telefonate. Me lo ha confessato la stessa Faffa.
“D’accordo,
ma fra un’ora e mezza.” Dico io, dopo una pausa interminabile e penso al
costume da bagno che devo ancora comprare.
Di
nuovo silenzio.
«Bene...
Allora do un'occhiata supplementare al tuo testo e vedo se ti esemplifico
qualcosa di utile e interessante.» Finisce per dire lei, cercando di rompere
l'imbarazzo.
«Certo,
certo...»
“A
tra poco.”
Giungo
alle terme, con un costume quasi ascellare azzurro nella borsa, che ho trovato
in un negozietto.
Immergiti in acque prodigiose
che da 3000 anni sgorgano dalle profondità per regalare una vera e propria
rinascita.
Lasciati alle spalle la vita
frenetica e concediti una pausa di relax tra le suggestive colline toscane.
Come
mi aspettavo Faffa era già a mollo, mi cambio in macchina e ritorno con il
corpicello bianchetto andante e ragionevolmente panciuto, gambe secche, che
tutti mi chiederebbero: ma sei sicuro che vivi proprio in Brasile?
Il
Brasile dove vivo io è tra Uruguay e Argentina, c’è un clima subtropicale, che
presenta anche particolarità fredde e umide, che non sono molto conosciute,
almeno in Europa.
Tornando
in Toscana non tutti sanno che a Saturnia, anche con il freddo di gennaio, si
può fare il bagno. Perché il liquido che scende a cascata nelle grandi vasche
con forte puzzo di zolfo, è di una temperatura calda, mi hanno detto di pochi
gradi superiore a quella del sangue umano nelle rispettive vene.
Però
non ci si può rimanere troppo, non più di mezz'ora, se no ci si rilassa
eccessivamente, diventa difficile anche camminare.
Faffa
ha detto che lei lo sapeva da sempre, figuriamoci, quello era un luogo che
conosceva bene e visitava spesso, lei era appena arrivata.
Contrariamente
a quello che mi aspettavo, ha evitato l'argomento del testo e dell'inferno del
diavolo Cipollini che il puzzo di zolfo evoca. Ci ho pensato dopo, così ha
voluto forse dimostrarmi che indipendentemente dalle esigenze della politica
editoriale del Cipolla, lei approvava il mio tipo di letteratura moderna, se
vogliamo ibrida e anche un po’ di denuncia non guastava.
Dunque
ha detto tutto in un fiato:
“Caro
mio, ho esaminato le cose che dici nei tuoi quaderni e a parte il sesso e le
cose del genere, che al lettore tanto piacciono, tu dici che sei stato lasciato
da tale formidabile tedesca di nome Kornelia. Un nome che è tutto un programma,
tra l’altro. Ma sei stato tu ad autosabotarti, è un meccanismo purtroppo umano,
ti sei comportato male con lei, va bene che eri un ingenuo ragazzotto, anche ora
non sei affatto maturo. Ma, a quei tempi, ti lasciavi troppo trasportare da un
intuito niente affatto positivo. Se è che mi intendi, e ora... ora sei assai
migliorato caro mio, lasciatelo dire, ma sei lontano da una razionale visione
della vita e dei suoi necessari compromessi!”
Sommerso
dall'acqua calda puzzolente e da questo mare di accuse e scuse appena arrivato,
mi sono sentito aggredito da tutte queste cose che olezzavano di zolfo come il demonio,
chissà perché a Faffa era venuto in mente di dirmele tutte insieme, dopo così
tanto tempo.
Purtroppo
o per fortuna aveva ragione lei, come al solito e dopo ventotto minuti di scuse
e accuse senza pietà, con qualche piccola facezia nel mezzo, siamo usciti
dall'acqua per andare a mangiare da Egisto a Orte, ristorantino che lei
conosceva e dal quale siamo usciti mezzo ciucchi dopo due ore. Ma avevamo
affrontato ogni argomento, meno la scrittura e le sue implicazioni dirette, nel
nostro specifico caso.
Senza
che potessi rifiutare o cambiare anche solo minimamente il suo programmino, mi
ha condotto a Bomarzo.
Guida
anche morbidamente bene Faffa, la sua gigantesca SUV verde metallizzata, di non
so quale marca, forse una Volvo. Una macchina nuova e certo non molto
economica. I soldi non le mancano, anche se lo nega ostinatamente, chissà com’è
la sua casa?
Il Sacro Bosco (Parco dei
Mostri)
Un giardino manierista del XVI
secolo ideato dal principe Pier Francesco Orsini (detto Vicino) e progettato
dall'architetto Pirro Ligorio.
È famoso per le sue
enormi sculture in peperino (roccia vulcanica locale) che raffigurano
creature mitologiche, divinità, animali fantastici e la celebre Bocca
dell'Orco.
I
giardini di notte sono illuminati da faretti messi nelle opportune posizioni, che
trasformano quelle statue, che antiche non sono, in suggestioni incredibili e
fottute. Di giorno sono molto meno impressionanti, a giudicare da foto e
filmati.
Insomma
Faffa era discretoccia, quando era giovane. Ora è rinsecchita, ma ha ancora
quegli occhi che mandano lampi piuttosto intensi e a tratti anche quasi intimidatori,
per un delicatino e sensibile come me.
Una
persona forte e simpatica come poche, in definitiva, con tre figlie già adulte
e bellissime, un marito con l'Alzheimer e una grande amicizia per me, un
cretinotto con rari fulmini a ciel sereno. Chiamarli colpi di genio, secondo le
sue parole, a me pare troppo.
Ha
la mia stessa età, quindi è una vecchia. E la stessa anche di Carla, che però
invece... secondo me mente sull’età di Carla, lei sembra molto più giovane.
Ecco
che mentre scendevo dalla sua, per prendere la mia molto più modesta macchina a
noleggio, come per caso, mi ha detto distrattamente che Carla Gemignani me
l'aveva mandata lei, su richiesta del vice-questore stessa, che aveva letto i
miei libri. Che tra l’altro loro due sono grandi amiche, fin dall’adolescenza.
La
Locanda dell’Angelo è sua, non c’è in internet, perché ha aperto da pochissimo
e hanno avuto dei problemi di marketing, ma è solo questione di ore.
Casimiro
è un suo lontano parente, di Faffa, non di Carla, ed è stato ovviamente
istruito a tacere, per quanto riguarda certe informazioni segrete.
Mentre
io la guardavo allibito, lei ha aggiunto però, con una certa noncuranza, che non
aveva idea che mi sarebbe garbata tanto, ma che non dovevo darle troppa
importanza, che lei era felicemente sposata, figli già grandi, una vita molto
ben indirizzata.
Tanto
che ogni poco tempo si inventava distrazioni e trucchetti, ma solo per non
perdere la rotta, anche troppo ben delineata, della sua esistenza terrena.
Tra
di loro si confidavano cose intime, se ho ben capito, Faffa ci si divertiva pure
a parlarne con lei, ma dentro di sé un po’ la disapprovava, perché Carla faceva
puntualmente del male ai malcapitati, senza alcuna allusione ai presenti.
Alla
fin-fine tra noi due non era successo niente, a quanto le risultava e così era
meglio che rimanesse.
Poi
ha chiuso la porta della sua macchinona e se n'è andata, lasciandomi solo come
uno scemo al buio, in mezzo alla campagna della Tuscia, notturna pietosa e
crudele allo stesso tempo.
13 SORIANO
Passo
la mattinata seguente a leccarmi le ferite, vale a dire camminando, fumando e
mangiando, passeggiando per Bagnaia e poi improvvisamente mi decido, vado a
Soriano che è abbastanza bello e vicino, ma la strada in salita è piena di
curve.
Soriano nel Cimino è un
suggestivo comune italiano di 7.889 abitanti situato nella provincia di
Viterbo, nel Lazio. Questo borgo storico sorge sulle pendici del Monte Cimino
ed è famoso per il suo patrimonio medievale, naturalistico e gastronomico.
A
pranzo sono di nuovo da Casimiro, che è un tipo amorevole, mi ha preso a
benvolere, mi chiede cosa ho fatto e dove sono stato, io rispondo per grandi
linee. In effetti è una spia del nemico, tra virgolette, e a ogni domanda
laterale non risponde o evita risposte dirette.
Dopo
una linea di piatti squisiti delle sue, con pietanze per me nuove e tipiche
locali, pare indeciso se farlo o no, ma alla fine mi dice, mi pare arrossendo, (ma
è difficile stabilirlo perché ha una pelle scura e già rossastra di per sé):
«Di
là c'è una saletta per la lettura, abbiamo anche una modesta biblioteca sui
volumi del territorio, storia, geografia e altre cose del genere, se vuole
fermarsi...»
Annuisco
e ringrazio. Lui mi saluta e si allontana. Ho come il sospetto che non voglia
che vada in giro, può essere pericoloso. E poi Casimiro potrebbe sapere cose
che io non so, visto che sono vittima di una congiura. Spero a fin di bene.
Forse
lì in biblioteca apparirà dal niente la signora misteriosa, oppure forse alla
gente faccio un po’ pena, ma non capiscono mai bene come sono, ammetto che io
stesso ho difficoltà.
Comunque
sono molto meno indifeso di come sembro, e molto meno forte di come vorrei
sembrare.
La
sala di lettura è piccola ma ben fornita, faccio scorrere il vetro e inizio a
sbirciare le costolette dei volumi di storia locale.
Mi
domando che cosa mi abbia spinto in questa piccola biblioteca. Cosa penso di
trovare tra questi libri se non l’approvazione di Casimiro?
Mi
sento come uno dei personaggi dei miei libri, mi vengono in mente le suore e i
preti di Fellini, erano riempitivi e facevano anche sorridere. Mi viene
un'improvvisa voglia di fumare, ma cerco di trattenermi. Io stesso sono un
riempitivo della mia vita, non ne sono la parte più importante, non influisco
per niente sulle mie scelte, mi pare di essere completamente ininfluente.
Mi
viene in mente quel cantautore tedesco, Heinz Rudolf Kunze, che mi fece
conoscere Kornelia, tra le altre tristissime cose declamava questa:
...meine wünsche haben nichts
zu tun mit dir, meine wünsche haben nichts zu tun mit mir...
...i miei desideri non hanno
niente a che fare con te, i miei desideri non hanno niente a che fare con me...
Noto
che il tedesco in questo caso abbia una forma più rapida e stringata
dell’italiano, ma penso che in generale sia il contrario. Forse mi sbaglio.
Non
mi pare ci sia un granché di interessante, per quello che sono i miei interessi
ora, in questa bibliotechina, ma sfilo comunque qualche volume. Me li metto
sottobraccio e mi metto in una lettura diagonale e superficiale. Ci sono tre
tavoli di vetro lucido. Mi accomodo a quello più vicino alla finestra.
L'ambiente
si sta scaldando. Questa sala è tiepida.
La
sedia è in pelle e acciaio, fatico a trovare una posizione comoda.
Sfoglio
in fretta i libri. Leggo notizie qua e là senza un reale interesse.
Ma
cosa diavolo stai cercando, Artemio?
Non
riesco a concentrarmi. Mi alzo in piedi, guardo fuori dalla finestra. Scorgo
una cascatella in mezzo alla fitta vegetazione.
Decido
di prendere in prestito un libro di leggende locali. Mi infilo il giaccone ed
esco dalla saletta.
Prendo
la macchina e parto decido poi la destinazione, dopo qualche giro a vuoto.
Penso
e ripenso a quello che mi ha detto Faffa e concludo che a suo tempo Kornelia è
stata una delle tante infatuazioni che ho sempre avuto un particolare talento
per scovare, nel cespuglio di tutte le donne che mi sono passate
accidentalmente vicino.
Già da adolescente mi sono illuso di scegliere
le ragazzine che invece sceglievano me, io cioè, di mia iniziativa, non le
avrei mai distinte o separate dalle altre opzioni, troppe e confuse per chi ha
già dentro di sé una visione molteplice e tutt'altro che determinata, perché è
insicuro, per via che attorno qua sulla terra ci sono troppe cose interessanti,
ma poche a ben vedere che valgano la pena di soffrire per loro.
Kornelia,
con quel suo nome che era tutto un programma, per me era una novità per essere
teutonica e grande, un corpo rosa e biondo che non finiva più, ma alla fine non
era granché come persona... e per la loro scelta dell'amore libero non si sa
fino a che punto, delle scappatelle da sposata con figli grandi, per esempio,
anche Carla non era differente.
Faffa
me l'aveva mandata, d’accordo, ma era stata Carla a volerlo, stavolta come le
altre era stata lei che mi aveva scelto e io sono solo un povero marinaio in
balia della tempesta, se non proprio un naufrago tra le onde del mare
dell'esistenza.
Altra
cosa che cerco di capire è il rifiuto di Faffa di affrontare l'argomento, per
lei il più importante, ma anche per me, forse.
Cosa
ne aveva detto Er Cipolla delle mie idee?
Glielo
avevo chiesto, ma non mi aveva risposto, forse voleva prendere tempo.
Tornando
con il pensiero a Carla, Faffa aveva sperato di darmi una sferzata, per farmi
uscire dalla mia abulia, non solo letteraria, perché io le piacevo ed era, ed è,
una mia amica. Il suo peculiare tatto, come quello di un elefante in uno
stretto negozio di ceramiche, non badava tanto ai dettagli, invece la mia vita
ne è esageratamente piena. Si può dire che ne sia letteralmente composta.
Tutto
questo penso, ascoltando una serie di musiche di Andreas Vollenweider, mentre
guido, in una giornata scura e fredda. Anche se questo autore è svizzero, penso
che l’arpa combini assai bene con questi paesaggi maremmani, con l’architettura
medioevale dei borghi di qua.
Vado
a Calcata, il borgo degli artisti. Da piccolo la mia famiglia ci aveva
soggiornato qualche mese, i miei ricordi sono zero, e non ci sono più ritornato.
Si può dire che non ci sono nemmeno mai stato, perché la nostra umana memoria,
come è noto, parte dai due anni di vita, e io c'ero stato poco e prima.
14
SENZA META
Il paese vecchio di Calcata si
erge su uno sperone tufaceo sulla valle del Treja:
al borgo si accede dall'unica porta che si apre sulle mura.
Il comune di Calcata è parte
dell'Itinerario delle forre etrusche e della Valle
del Tevere, all'interno del progetto del Sistema delle Aree
Protette della Regione Lazio Le
Strade dei Parchi. Questo itinerario percorre i paesaggi fluviali e i
caratteristici borghi del Lazio a nord di Roma, affacciati sulla Valle del
Tevere...
Posteggio in piazza. C'è poca gente in giro.
Calcata è come tanti altri posti di questa zona del tufo, un po’ come Civita di
Bagnoregio, ma più turistica. Forse è solo il mio umore che non è quello
giusto. Il mio orologio segna le due meno dieci. Per scrupolo passo di fronte
al negozio di un barbiere. Spingo la porta di vetro traballante, ma è chiusa.
«Troppo
presto... I negozi apriranno verso le tre.» Penso. Allora mi incammino verso
l'automobile.
Apro
la portiera, mi tolgo il giaccone, lo appoggio sui sedili posteriori insieme al
libro di leggende. Salgo in macchina e metto in moto.
Esco
dal paese con una strana sensazione nel petto.
Guido
piano, ogni tanto getto uno sguardo nello specchietto retrovisore per vedere
Calcata, che fa in qualche modo parte della mia vita, e che si allontana.
Decido
di andare a visitare Sorano e Sovana, paesi tutt’altro che limitrofi. Non ne ho
per niente voglia in realtà. Sono distratto e confuso. Ma soprattutto ho questo
vago senso di oppressione, di malessere che non riesco a codificare, più che
altro non voglio.
Mi
accendo una sigaretta, ma la spengo dopo due tiri. L'abitacolo si impregna di
fumo. Mi assale una forte nausea, spalanco i finestrini. Impreco. Quasi quasi
faccio inversione e torno alla locanda da Casimiro. Ma poi penso che anche se è
lui l’autentico angelo della locanda, mi sentirò coccolato ma spiato, invece mi
farà bene starmene fuori al freddo sferzante, mi può fare bene vedere altri
luoghi, altri borghi.
Passo
il pomeriggio a gironzolare qua e là senza una meta precisa. La maggior parte
del tempo la trascorro a Sovana. La piazza è piena di luce e la campagna circostante
ora ventosa assolata e florida. Anche le nuvole corrono nel cielo, il sole si
nasconde ma torna subito fuori.
Sovana era un centro etrusco, che dalla conquista di Vulci in
poi (280 a.C.) subì un graduale processo di romanizzazione, culminato con la
creazione del municipio con la
concessione della cittadinanza romana agli
italici.
Provo
una bella sensazione mentre cammino tra le sue strade, mentre osservo la
vegetazione. Rimango a contemplare un tramonto rosso fuoco che infiamma tetti e
campagne.
Telefono
a Faffa, non risponde e le mando un messaggio, chiedendole di non dire niente a
Carla, del fatto che me l’ha mandata lei, per vedere cosa succede, per testare
insomma la sincerità di questo vice-questore.
Poi penso che è una bischerata, ma certo male non
può fare. Com’è possibile sentire così forte la mancanza di una donna con la
quale ho passato insieme sì e no un’ora?
Avete
mai sentito parlare di noi cretini intelligenti? Si tratta di una categoria che
per quanto sia in numeri assai difficilmente quantificabile, non solo esiste ma
è anche piuttosto pericolosa. Ma non siamo completamente irrazionali, abbiamo
anche noi la nostra logica.
Saremmo
forse da considerare dei pazzi, ecco: la definizione non è possibile, perché pure
noi siamo molto differenti uno dall'altro.
Anche
Carla appartiene a questa categoria, penso e c’è a proposito un particolare che
avevo intenzionalmente tralasciato di scrivere, forse perché intendevo
rifletterci su, volevo capire meglio.
Non
che ora mi sia più chiaro, ma se non lo dico non si capisce perché uno si
innamori su una proiezione mentale senza fatti concreti, senza compromessi
dall'altra parte.
Oggi
è una settimana che sono arrivato in Italia, ma torniamo un po’ indietro. Dopo
averla vista a Pitigliano, io me ne stavo andando al Lago di Vico, forse era il
giorno seguente.
Il lago di
Vico o lago Cimino è un lago di
origine vulcanica dell'Italia
centrale situato nella provincia di Viterbo. Con i suoi
507 m s.l.m., vanta il primato di altitudine tra i grandi laghi italiani.
È circondato dal complesso montuoso dei monti
Cimini; in particolare è cinto dal monte Fogliano (965 m) e
dal monte Venere (851 m)...
Avevo
già ricevuto il suo messaggio dove mi diceva che stava investigando per
l’attentato Ranucci.
Correvo
pensando a tutto e a niente, in macchina, in aperta campagna. Avevo cominciato
a scrivere in quei giorni e uno svolazzare di idee mi ronzava continuamente nel
cervello. Come api chiuse in uno spazio limitato, volando e girando cercano una
via di uscita.
A
un certo punto avevo anche sbagliato strada, non c'era nessuno in giro. Era un
po' che non incontravo altre macchine, ma ecco
una volante della polizia che mi supera a tutta velocità, poi mi taglia
la strada con uno stridio di pneumatici, io freno, se ne esce Carla (che per me
era ancora Carmela,) viene di corsa in mia direzione, io balzo fuori dalla mia
vettura e faccio per andarle incontro. Lei mi blocca un metro dallo sportello,
mi bacia, un bacio appassionato con un metro di lingua in bocca e poi mi dice
in un orecchio:
“Lo
sai che mi piaci parecchio?”
Ritorna
in macchina quasi correndo e ripartono subito sgommando. Erano in tre, gli
altri due uomini in divisa.
Premesso
e non concesso che abbiamo tutti e due più di sessanta anni, che importanza può
avere?
Fino
a pochi giorni fa solo lei sapeva della mia esistenza, avendo letto i miei
libri, ma io di lei nulla invece, ora poco di più.
Irrazionalità,
pazzia, forse un'affinità complessa e compresa da alcune cose difficili da
spiegare, anche a sé stessi. Noi intelligenti cretini non sappiamo forse cosa
ci stiamo a fare al mondo, e dobbiamo buttarci in alcune situazioni a tuffo,
dopo aver rifiutato tutte le altre, senza sapere nemmeno esattamente perché.
Però
una cosa mi è chiara: non è che solo a noi la vita ci sia scappata di mano, la
vita nessuno la possiede veramente, è un usufrutto di un diritto che risponde a
regole che noi non abbiamo mai veramente scelto, ci siamo solo adeguati, pur
senza capire una beneamata cippa. Tanto vale ribellarsi, penso, perché la
cosiddetta società è una cazzo di prigione e non ha nemmeno le sbarre dorate.
Sorano
mi appare più cupo, più chiuso. Forse anche perché quando ci arrivo è già buio.
Lì decido di dedicarmi alla ricerca di vini.
Benvenuti a Sorano, paragonato
spesso a Matera. In questo piccolo borgo arroccato sulla cima di una collina
potrete vivere atmosfere magiche d'altri tempi.
Il capoluogo comunale è
situato 379 m
s.l.m. su una rupe di tufo che,
da est, domina un tratto del corso del fiume
Lente; si trova al centro di un territorio che si sviluppa
prevalentemente a quote collinari, seppur intervallato da conche e rilievi.
L'altitudine più bassa si registra nel Pianetto di Sovana, presso
l'omonima località,
con quote attorno ai 270 metri, mentre le quote più elevate, di tipo montano,
si registrano sulla vetta che sovrasta la frazione di Montevitozzo (926 metri s.l.m.) e sul
Monte Elmo (829 metri s.l.m.), due rilievi che interrompono in modo netto il
paesaggio collinare...
Gironzolo
tra i vicoli di Sorano, come un insonne. Acquisto qualche bottiglia. Faccio
talmente tanti assaggi, che quando torno alla macchina barcollo. Mi gira la
testa, ma in compenso il malessere di poco fa sembra scomparso. Carico le
bottiglie nel baule. Le sistemo bene in modo che non sbattano tra loro. Vado
nel bar più vicino e compro un panino. Lo mangio con fatica, perché non è
buono, ma soprattutto perché non ho fame. Cerco semplicemente di attutire la
leggera sbronza. Rimango seduto su una panchina per una decina di minuti.
Quando mi rialzo, sento il cellulare vibrare nella mia tasca. Sul display la
scritta Privato lampeggia a intermittenza.
«Pronto?»
Esclamo, incamminandomi intanto verso l'automobile.
“Buone
notizie, Artè!”
“Faffa?
Che è successo?”
“Indovina?”
“Di
nuovo affanculo ti devo mandare?”
“No,
non c’è bisogno, lo avresti mai sospettato che il Cipollini avrebbe adorato le
tue pagine?”
“Che?”
“Sìiiii,
all’inizio era perplesso e non mi dava notizie, per giorni, quindi io non te le
potevo ripassare a te, lo avrai capito che era in atto una turbolenza...”
“In
effetti, ma perché non mi chiami dal solito numero?”
“Ho
finito la carica, sono qui dar Cipolla, mi ha detto che all’inizio non gli erano
piaciute per niente, poi ha fatto leggere le tue pagine ai suoi assessori,
gente con i coglioni tridimensionali e infuocati... insomma per fartela breve
ora sta chiamando tutti gli altri autori, per dirgli di piantare in asso quello
che stanno scrivendo e di fare anche loro delle cose proprio come la tua,
insomma un libro di viaggio, che è anche una storia di amore e un poliziesco.”
“Ma
gli altri chi sono?”
“Non
te lo posso dire, ma te sei l’uomo di punta secondo lui e me, e quanto ci tiene
ce lo ha dimostrato proprio ora.”
“Madonna
mia dei fiordalisi...”
“Ed
è un genere ibrido, d’accordo, ma completamente nuovo!! Sei un genio, io te
l’ho sempre detto.”
“Vabbè...
lasciamo perdere... lo sai che io ai vostri cazzi di risvolti commerciali non
ci penso mai...”
“Non
c’è bisogno, ci pensiamo noi. E non vedo l’ora di dirlo anche a Carla.
Oltretutto fa parte della trama anche lei...”
“Ma
dov’è quella vacca?”
“Come
ti permetti? Comunque molto più lontano di quello che pensi.”
“Nooo,
dove?”
“Non
lo so neanch’io, ma in Maremma non c’è più... ieri era a Padova, per via delle
indagini, se è che m’intendi.”
“Ma
il messaggio che ti ho mandato l’hai ricevuto?”
“Certo.
Ma è arrivato troppo tardi, gliel’avevo già detto.”
“Vabbè,
tanto era una stronzata.”
“Infatti.
Dalle tue ripetute parolacce arguisco che sei assai agitato e un po’ frustrato,
sbaglio?”
“Fangala!”
“Cosa
significa?”
“Chiedilo
a Paolo Villaggio, è un suono comunque onomatopeico che dovresti conoscere. Hai
presente il film a episodi dove lui ha il ruolo di Buana Cangoni? Dammi il
numero di cellulare di Carmela, per favore, cioè... voglio dire di-di-di
Carla.”
“Il
film che dici mi è sfuggito, eppure deve essere un cult. Carla ti emozioni solo
a nominarla, non lo vedi? Te lo mando subito qui su whatsapp, il numero. Ma c’hai qualche altra pagina pronta?”
“Allooora,
tieni preeesente che tali pagine sono solo bozze assolutamente non definitive,
ce ne ho un’altra decina, te le mando, ma se gliele passi ar Cipolla, diglielo
che poi verranno rivedute e corrette, all’occorrenza anche cambiate, ma non in
maniera troppo significativa.”
“Se
non sbaglio questa è la normale prassi.”
15 RANUCCI
Cerco notizie
su Carla in internet partendo dal caso Ranucci, immagino che ci sia qualcosa su
di lei, perlomeno sapere dove si trova.
Con gli arresti di
quattro persone accusate di aver fatto esplodere una bomba davanti alla casa
del giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di inchieste
di Rai 3 Report, sono stati resi noti nuovi elementi sulle
indagini in corso. In particolare sul fatto che secondo la procura l’attentato
sarebbe stato compiuto su commissione: le persone arrestate invece sono quelle
che le indagini hanno individuato come esecutori materiali dell’attentato.
Per ora ci sono cinque persone indagate: quelle
arrestate (tre in carcere e una ai domiciliari) sono Pellegrino D’Avino e la
compagna Marika De Filippi, di 26 e 22 anni, Saverio Mutone e Antonio
Passariello, di 40 e 53 anni; e poi c’è il 21enne Luca Amato. Su di loro non si
sa molto: sono stati fermati tra Marta e Montefiascone (provincia di Viterbo). Alcuni
di loro hanno precedenti
penali e secondo chi indaga fanno parte di un gruppo
organizzato, in grado di reperire materiale esplosivo e di maneggiarlo.
Sono accusati
di aver detenuto un ordigno esplosivo, di averlo portato in un luogo pubblico e
averlo fatto esplodere; e poi di minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver
agito in gruppo e con modalità di tipo mafioso. L’attentato è stato compiuto il
16 ottobre del 2025 davanti alla casa di Ranucci: era esplosa una bomba
rudimentale che aveva distrutto le sue due auto parcheggiate in strada e
danneggiato il cancello d’ingresso della casa. Secondo le indagini per
l’esplosione era stata utilizzata la
gelatina da cava, un materiale con grosse capacità distruttive.
Una svolta nell’inchiesta,
condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, è stata una mail
anonima ricevuta dal procuratore a capo delle indagini Carlo Villani poco dopo
la mezzanotte del 6 aprile di quest’anno. Nella mail, intitolata “Regalo di
Pasqua”, una persona dava alcune informazioni utili a identificare «quel
deficiente che ha fatto casino fuori casa di Ranucci»: spiegava di aver deciso
di segnalarlo alle forze dell’ordine per contrasti interni al gruppo criminale
di cui faceva parte.
La procura ha ricostruito che
la mail era stata inviata da un indirizzo di posta creato ad hoc poco più di un
quarto d’ora prima, e l’ha ricondotta a
Davide Netti, un uomo appena uscito dal carcere che ha legami con la Camorra.
Da alcune intercettazioni risulta che pochi giorni prima dell’invio della mail
Passariello avesse parlato con Netti dell’attentato in
più occasioni,
in un modo che secondo la procura dimostrerebbe il
suo coinvolgimento. Nelle telefonate Passariello invitava Netti a cercare
notizie dell’accaduto su internet e diceva di non agire mai per fare «regali»:
un passaggio che ha fatto ipotizzare a chi indaga che abbia agito su
commissione.
In un’altra intercettazione, del
2 febbraio di quest’anno, Passariello aveva commentato
l’attacco a Ranucci mentre era in auto con Luca Amato e una donna dicendo
«Facciamo la storia!». Secondo la procura, Passariello avrebbe materialmente
piazzato la bomba sotto casa di Ranucci insieme a Mutone, sei giorni dopo un
sopralluogo sul posto fatto insieme agli altri tre indagati. La persona
incaricata di trovare l’ordigno da far esplodere sarebbe stata invece D’Avino.
A questo punto le indagini si stanno concentrando
sui presunti mandanti dell’attentato. Oltre a un compenso economico, secondo la
procura i mandanti avrebbero offerto agli esecutori materiali anche schede
telefoniche e assistenza legale per fuggire all’estero: in una delle
intercettazioni, Mutone parla di una persona disposta a sovvenzionare la sua
latitanza in Spagna, «pure con 200 euro al giorno»; in un’altra
intercettazione, D’Avino parla della versione dei fatti che chi lo avrebbe
incaricato dell’attentato si sarebbe raccomandato di fornire, nel caso fosse
stato arrestato.
Visito Marta,
Capodimonte e Montefiascone, sul lago di Bolsena, poi la cittadina di Bolsena
stessa, a partire dalle zone dove si sa che abbia operato la squadra del
vice-questore e ci sono stati i relativi fermi agli accusati dell’attentato.
Chiedo in giro alla gente, ma ne sanno poco o nulla.
Montefiascone si trova a nord
rispetto a Viterbo, molto vicino all'Umbria (Orvieto dista
solamente 40 minuti in macchina) e alla Toscana. Dal lago di Bolsena dista
appena 5 km e non è lontano dal monte
Amiata.
Le radici del toponimo Monte Fiascone, dove
"monte" è probabilmente dovuto alla natura collinare dell'abitato,
mentre “fiasco” è termine medioevale di origine gotica; perché il termine
fiasco sia stato associato al paese collinare vi sono varie ipotesi, ma rimane
sostanzialmente sconosciuto.
Faffa
è una signora di parola, ma alla sua maniera, se dice che farà una cosa, non
necessariamente andrà a mantenere la sua promessa, ma più facilmente ne farà
una equivalente, se non meglio, a volte anche peggio, ma solo per eccesso di
zelo.
Non
mi ha mandato il numero di Carla, ma ha dato a lei il mio, il che a
quest’ultima da’ l’occasione per farmi dannare un po’, invece di parlare sta
zitta, quando mi chiama e io posso arguire che è lei, ma non ne sono sicuro e
mi fa anche un po’ incazzare.
Ecco
la quarta telefonata mentre sono in macchina.
Silenzio.
Anzi, no. Dall'altro capo si avverte uno specie di brusio.
«Pronto,
chi è?» Ripeto, mentre rallento per accostare.
Niente.
Nessuna voce. Soltanto quel suono di sottofondo che pare un sospiro, un sibilo.
«Fanculo...»
mormoro chiudendo il cellulare e infilandomelo in tasca.
Poi
lo riprendo e lo spengo. Mi rimetto alla guida e decido di tornare a Bagnaia.
Ormai è ora di cena, ma tutti questi assaggi di vini e quel dannato panino mi
hanno rovinato lo stomaco.
Parcheggio
l'auto in piazza. Penso che ormai i negozi saranno chiusi. Mi ricordo di
prendere il libro di leggende. Imbocco Via Roma a passo spedito. Si è alzata
un'aria gelida che sferza il volto. In breve raggiungo la meta. Mi infilo lesto
nel tepore giallo della locanda.
«Buonasera!»
Esclamo, ma la mia voce risuona senza avere risposta. Mi fermo nella piccola
hall deserta, mi appoggio al bancone, strofinando tra loro le mani gelate.
«C'è
nessuno?» Domando a gran voce. C'è il solito rumore che proviene dalla cucina.
Pentole, stoviglie, colpi. Poi un suono di passi che si avvicina.
Nella
hall irrompe Casimiro.
Mi
saluta e mi da’ un bigliettino dove c’è scritto.
Ore
8 e 30 via degli Schiavi numero 2.
Mi
faccio spiegare dov’è, dato che mi pare ovvio sia un biglietto di Carla e
Casimiro non direbbe una parola di più.
Non
è molto lontano da lì.
Arrivo
e trovo un muro di tufo a destra e il precipizio dall’altro lato. L’entrata
della casa, se di una casa si tratta, è scavata nel tufo. Sopra intravedo un
palazzetto scrostato.
C’è
un citofono, suono.
«Mi
dica.» Risponde una voce di uomo, forse un poliziotto.
«Buonasera...»
Inizio io educatamente «Posso scambiare due parole con la signora?»
Con
uno schiocco sordo il portone si apre ed entro nella semioscurità da catacomba,
muri neri di tufo grezzo, una lontana luce viene dall’alto e la seguo.
Di
donne non ne ho avute tante, ma credo anche che la quantità vada a discapito
della qualità. Nel senso che nel labirinto del sesso il romanticismo viene inevitabilmente
a meno.
Nel
montare quelle scale scure e tenebrose sento il cuore battere, come quando da
adolescente stavo per incontrare per la prima volta una ragazza, forse
intenzionata a farsi baciare da me
Incontro
il poliziotto che ha risposto al citofono che scende e mi saluta, dice che a
telefonarmi era lui, un marchingegno della polizia, per sapere dove mi trovavo
al momento.
Arrivato alla fine della salita la porta che
salendo sembrava chiusa era solo accostata, sopra la lampada fioca e polverosa,
entro e il silenzio è rotto solo dal fischiare del vento fuori. Ho seguito la tenue
luce che da un corridoio portava verso una sala dove non c'era nessuno.
Una musica a bassissimo volume di John Martyn,
la struggente I couldn’t love you more.
Con un leggero fruscio poi è entrata a Carla, non ha detto niente, si è
avvicinata e ci siamo baciati. È seguito tutto un fulgore di luci e ombre, di
vento e sussurri, di guerra e pace. Non so neanche se ho vinto o se ho perso.
Forse
un pareggio.
Casimiro
era stato sicuramente avvisato che non avrei dormito alla Locanda. Quando mi
sono svegliato c'era la colazione già fredda sul tavolino. Quella camera
sembrava un viaggio in un passato remoto, arredata con gualdrappe e candelabri,
la luce filtrava appena attraverso le spesse tende. Aprendole il sole è entrato
con silenziosa violenza e Carla era già sparita.
Trovo
un biglietto accanto al thermos con il caffè, dice che ha letto i miei quaderni,
che io non sapevo nemmeno che erano stati pubblicati, che fare l'amore con me
era stato descritto in quelle pagine come una cazzo di esperienza mistica, insomma
una fottuta cerimonia quasi trascendentale, che lei ha ritrovato nella realtà
di quella notte, oppure mi stava prendendo in giro.
Poi
che lei purtroppo doveva andare a Roma. Forse ci potevamo trovare in quella
stessa casa la notte del giorno dopo.
Il mazzo delle chiavi della casa era lì
accanto, una chiave più grossa doveva essere quella della cantina, con evidenti
possibilità di ritrovamenti etruschi.
Mentre mangiavo il pane imburrato e bevevo il
caffè, pensavo che io questo misticismo del menga già non lo sentivo più come a
quei tempi dei quaderni. Che però era stata una scopata con i controfiocchi era
vero, cose difficilmente descrivibili a parole.
L'intensità
dei suoi o dei miei sentimenti era però forte e misteriosa, evidenti ma generatori
di suspense, non mi pareva di aver sentito mai niente del genere, ci si
scherzava ma proprio per quello era serio. Meglio però non rimanere lì a
pensarci, sono uscito ed era una giornata assai luminosa, ventosa e fredda, nel
cielo nemmeno una nuvola.
Orvieto
mi aspettava e il Pozzo di San Patrizio mi ha esemplificato l'abisso che un
amore poteva rappresentare, con le due simboliche scalinate interdipendenti, una
per scendere e l’altra per far salire i muli carichi o scarichi di acqua.
Lo
storico pozzo di San Patrizio è una struttura costruita a Orvieto da Antonio da
Sangallo il Giovane tra il 1527 e
il 1537 per volere del papa Clemente VII,
reduce dal Sacco di Roma e
desideroso di tutelarsi nell'eventualità che la città in cui si era ritirato
fosse assediata...
Mi
sento confuso e realizzato allo stesso tempo, anche piuttosto ansioso, mi pare,
ma forse è normale.
Un
certo Cooper aveva detto che l'amore è una rivoluzione nell'ordine della vita. Ma,
che io sappia, di ordini non ne ho mai avuto uno.
Entro
in un piccolo bar deserto e atipico, sembra scavato nel legno, il barista e
forse anche proprietario è un vecchio dalla voce armoniosa, dai lunghi capelli
bianchi e una barba incolta, legge un librone antico posato sul banco, le
pareti sono piene di volumi, anche antichi.
Sarebbe
ora di pranzo ma non ho tanta fame. Prendo un cappuccino e un cornetto salato
con prosciutto, mozzarella e pomodoro. Mi metto al computer, a sfogliare le
pagine che ho scritto, correggo
qualcosa. Sono contento di constatare la fluidità del mio lavoro. Se e quando
c’è, viene fuori senza sforzi.
Mi
immergo nella scrittura, dimentico a poco a poco tutto quanto, inizio a battere
freneticamente sui tasti. Sfuma ogni pensiero che non riguarda il mio libro,
sfuma l'immagine di Carla, sfumano le paure, l'ansia, la preoccupazione, sfuma
il buon sapore del cornetto e perfino del cappuccino.
Sono
solo nella scrittura ora. Lucido, ma come se fossi in trance. Forse in uno
stato di percezione alfa, se mai esistesse.
Sono
un unico flusso di parole. Sono un fiume che tracima e che cerca di incanalarsi
in un intento, in un argine, in un senso. Sono un vortice alla ricerca di un
centro. Scrivo e tutto intorno si dissolve. Svaporano luce ed ombra, svaniscono
la stanza, le pareti, le linee immaginarie, la finestra, svaniscono vetri e
riflessi. Tutto è nuovo. Tutto mi è di fronte. Nella pagina bianca che vuole
farsi carne e verbo, nel nulla che lentamente si crea e diventa lettera, sillaba,
parola, frase, immagine, mondo.
Batto
sulla tastiera con un impeto straordinario, come farebbe un musicista sui tasti
del proprio pianoforte. Il ticchettio riempie la stanza, gli angoli, come
musica riverbera creando nuovi confini.
Io
sono un tutt'uno con quel ticchettio, con quel ritmo forsennato e sincopato.
Scrivo
senza sapere dove andranno a finire i pensieri. Scrivo senza rotta precisa,
senza bussola. Scrivo e magicamente tutto si ricompone.
Mi
fermo, prendo fiato. Faccio scrocchiare le nocche. Rileggo le pagine scritte.
Tutto quadra, tutto torna.
C'è
ritmo in ciò che ho scritto, c'è vita, c'è dolore, gioia e tumulto, c'è
passione. Sorrido.
Inizio
un nuovo capitolo e le parole precipitano a cascata sul bianco. Piccoli segni
neri che daranno corpo a un nuovo orizzonte.
L’anziano
continua a sfogliare silenziosamente le sue pagine ingiallite.
Le
mie dita arpeggiano sulle lettere, danzano lievi e veloci sui tasti. Le parole
diventano frasi, le frasi diventano pagine. Il tempo scorre, il tempo non
esiste più. Forse non è neppure mai esistito.
Piano
piano si fa largo un'immagine nei miei pensieri, un'immagine che lentamente si
sovrappone al mio lavoro, rallentandolo. A quell'immagine se ne collega
un'altra, di colpo.
Smetto
di scrivere. Torno alla realtà.
Ecco
l'illuminazione. Schiocco le dita.
È
come se Carla io l’avessi sempre conosciuta, all’inizio mi ha fatto una leggera
antipatia, perché era come se avessi incontrato me stesso, trasformato in una
donna. O forse mia madre Ofelia, un po’ anche mio zio Remo, fratello di mia
madre.
Nel
frattempo una musica a bassissimo volume inizia a sentirsi da una porta in
fondo, che forse da’ su un appartamento, la riconosco appena: è Cinema show la canzone dei Genesis.
"Take a little trip back with father
Tiresias
Listen to the old one speak of all he has lived through.
I have crossed between the poles. For me there's no mystery.
Once a man, like the sea I raged.
Once a woman, like the earth I gave.
But there is in fact more earth than sea."
Fai un piccolo viaggio con padre Tiresia,
Ascolta il vecchio parlare di tutto ciò che ha
vissuto
Sono passato attraverso i poli, per me non c’è
mistero
Una volta ero un uomo, m’infuriavo come il mare,
Una volta ero una donna, mi concedevo come la
terra
Ma in effetti c’è più terra che mare
Dante
Alighieri lo
cita vicino al suo rivale in divinazione nella guerra di Tebe, Anfiarao, tra gli indovini nella quarta bolgia
dell'ottavo cerchio dei fraudolenti nell'Inferno (XX, 40-45).
Il poeta fiorentino tuttavia
non fa accenno alle sue arti divinatorie ma al solo prodigio del cambio di
sesso dovuto all'aver colpito i due serpentelli, azione che rese necessario
colpirli di nuovo sette anni dopo. Probabilmente l'intento di Dante è limitato
a deprecare le attività dei maghi, i quali talvolta adulterano le cose naturali
con il loro intervento.
Tiresia è condannato a vagare
eternamente con la testa ruotata sulle spalle, che lo obbliga a camminare
indietro in contrappasso con
il suo potere "preveggente" avuto in vita...
Mi
viene in mente la mia famigerata parte femminile collegata alla leggenda di
padre Tiresia, un dualismo involontario, Yin e Yang.
Lo Yin rappresenta la natura
femminile, la luna, la notte, il buio, il freddo, l’umido, il nascosto,
l’inerzia, la passività, l’autunno e l’inverno, la terra, l’acqua, il
vuoto, la debolezza, il negativo, le energie distruttrici, l’introversione,
il basso, l’ovest.
Lo Yang rappresenta la natura
maschile, il sole, il caldo, la luce, il giorno, il positivo, la forza, il
movimento, l’attività, la primavera e l’estate, il cielo, il fuoco, il
secco, il manifesto, l’alto, il pieno, l’estroversione, le energie vivificanti,
l’est...
Forse
il vero viaggio è solo quello che si fa dentro sé stessi, non mi ricordo chi lo
ha detto. Questa parte dell’Italia, la Maremma, dove sono nato, ma ci sono
rimasto pochissimo, mi sta riportando sui miei stessi passi, smarriti da tempo,
insomma a capire me stesso.
Devo
andare a visitare Onano, piuttosto, non so perché non ci sono ancora tornato.
Ci devo andare subito.
Il
vecchio pare una figura mitologica, è di poche parole, ma ti guarda negli occhi
e ti trasmette una certa pace. Dalla porta in fondo si sente una voce femminile
che chiama un bambino, penso, che dovrebbe essere Eolo, mitologico dio dei venti. Magari è sua
figlia che ascolta le canzoni dei Genesis che a suo tempo ho amato parecchio.
Pago
e vado.
16 CONSEGUENZE
Ci
sono trentaquattro chilometri e ci vuole una quarantina di minuti, durante i
quali il mio cervello si scervella per trovare la strada, sbaglio due volte. Mi
ritrovo a passare per gli stessi punti. Bestemmio un po’, ma con grande
dignità. La vita è un’esperienza trascendentale, o qualcosa del genere e qui le
indicazioni sono scarse, non tengono conto di particolari utili alla vita del
viaggiatore non abitante in loco.
Suona
due volte il telefono, ma è solo il brigadiere Telesio che vuole sapere dove mi
trovo, per comunicarlo a Carla. Non lo mando affanculo perché sono un signore.
Onano è un comune italiano di 868 abitanti della provincia di
Viterbo nel Lazio. Insieme ad Ala, Ateleta, Orero e Siris è uno dei cinque
comuni italiani con un nome palindromo.
Le origini di Onano sono antichissime, risalenti all’epoca
preistorica, come testimoniano alcuni ritrovamenti archeologici. La zona fu
abitata dapprima dagli Umbri e successivamente dagli Etruschi. Dopo
l’occupazione romana, la zona rimase una piccola isola etrusca, indisturbata
per lungo tempo. Con il passare dei secoli, quattro borghi si svilupparono in
questa zona, che in seguito si unirono per formare il primo vero centro abitato
di Onano...
La mia casa è ancora in piedi, in
via dei Santi numero dodici, scrostata e decadente non sembra aver nessuno a
viverci dentro. Provo a forzare la porta, le finestre, dal cortile interno,
mentre guardo attraverso una persiana mezza rotta, arriva un anziano, un
vicino, non vuole chiamare la polizia, mi dice, ma sapere solo cosa sto
cercando.
Lo riconosco o almeno credo,
qualche mese di memoria a Onano l’avevo avuto. Lui si presenta,
“Zino, sono Artemio, ti ricordi di
me?”
“Certamente, te lo volevo
chiedere, sei scappato da qui che avevi tre o quattr’anni, ma la tua faccia
l’ho rivista poi alla TV e ho letto i tuoi libri.”
“Tutti?”
“Tuttini.”
M’invita a casa sua, lì accanto.
“Carissimo, lo sapevo che saresti
tornato, ma la casa è ancora tua?”
“No, sono solo di passaggio, e la
casa non è mai stata della mia famiglia, eravamo in affitto.”
“Ah già, è vero, la memoria a
ottant’anni diventa piena di buchi, capirai: la senilità, l’alzheimer, altre
malattie attraversate, ma dimmi di te. Stai scrivendo o no?”
“Sì, tra poco uscirà un libro
sulle bellezze dell’Italia, o forse addirittura una serie di libri con turismo
e storie di amore, giallo e denuncia, insomma un pacchiano arlecchino di generi
e colori...”
“Che dire... bravo, bravissimo, ma
vuoi vedere la casa dentro? Io c’ho le chiavi.”
Andiamo a vedere l’interno della
casa, cambiata assai dai miei tempi, ma c’è ancora il caminetto e la cucina è
rimasta quasi uguale ai miei pallidi ricordi, facendo uno sconto di mobili e di
abbandono totale.
Zino è un po’ logorroico e svanito
di memoria, mi massacra un po’ orecchie e cervello, fino a che riesco a
sganciarmi.
Carla mi ha provocato una
turbolenza interna che non so dominare, ricordi e nozioni di ogni tipo mi
affiorano al cervello, forse direttamente al cuore.
Forse era questo che voleva dire
Cooper, anche se non mi ricordo assolutamente chi fosse.
Torno a Bagnaia deciso a chiudermi
in camera a scrivere, o semplicemente a riordinare le idee. Se solo prima di
questo importante evento fossero mai state ordinate...
Ci sono cinquantadue chilometri e
ce la faccio in un’ora, sono stanco morto e vorrei solo dormire, invece
passando accando a una chiesetta subito dopo le mura del castello dell’omonima
piazza, vedo il portone aperto ed entro.
Centinaia di ex voto alle pareti
mi scatenano i sentimenti già affiorati, anche troppo. Le rispettive immaginate
tragedie mi balenano dentro al tremolare delle tante candele accese, c’è una
vecchina minuscola che prega in ginocchio.
A Bagnaia (frazione di
Viterbo), le testimonianze di ex voto sono legate in particolare alla devozione
popolare locale e si trovano conservate o menzionate in edifici storici come la
Chiesa di Santa Maria della Porta in Piazza
Castello, oltre che in importanti opere d'arte popolare viterbese custodite nel
vicino santuario della Chiesa di S. Maria della Quercia
Gli ex
voto sono doni offerti a una divinità, alla Madonna o ai santi in
segno di ringraziamento per una grazia ricevuta (o come richiesta di
protezione).
Non
ho mai pregato, se non da piccolo al catechismo, ed ero già a Torino, mi chiedo
se ora vorrei farlo, a titolo di non so cosa, scappo prima di cedere alla
tentazione, mi sento stupido e vulnerabile.
Esco e camminando vedo le luci
accese nelle case, penso che ognuna ha una serie di storie da raccontare, la
mia mi fa ridere e piangere, gioire e soffrire.
È
come se Carla mi avesse tolto il tappo, non posso fare a meno di constatare, se
ne stanno uscendo un sacco di cose, ma anche troppe stanno entrando, su cui non
riesco ad avere il minimo controllo, si stanno mischiando tra di loro.
Casimiro mi accoglie dicendo che
la cena sarà servita in meno di mezz’ora, cerco di declinare, ma ci tiene
troppo e fatta una doccia, mi precipito giù con una fame da leoni.
Ci sono due tavoli occupati con
totale di sette persone in saletta, che chiaccherano animatamente, mai
successo. Più musica degli Avion Travel, dal disco Opplà!
“Allora come vanno le cose, stiamo scrivendo o
no?”
“Sì, stiamo scrivendo abbastanza
bene, in più ci sono grosse novità che probabilmente lei sa già...”
“No, non lo so che novità ci sono,
a parte il fatto del libro di viaggio che non sarà solo di viaggio ma anche di
denuncia, di amore e non so cos’altro...”
“Ma come no? Non la avvisa Carla
sulle novità importanti e sentimentali?”
“No, io devo fare un mezzo lavoro
di spia, ma non sono informato direttamente, se chiedo qualcosa magari me lo
dicono, ovvero è già diversi giorni che non ho contatto con il capo.”
“Bene. Allora le novità io non te le
posso dire, perché se Carla vuole dirglielo... glielo dirà lei.”
“Ho già capito tutto. Non c'è
bisogno di dire niente, vado a prendere il primo piatto che poi è un piatto
unico...”
“Ah sì?”
“Stasera pizza!!”
Senza rendermi eccessivamente
conto divoro una consistente pizza bianca al tartufo e speck, mi sbafo due
boccali di birra.
E non mi ha domandato nemmeno se
la pizza mi piaceva. E neanche della birra.
In fondo oggi ho mangiato poco o
niente, troppo preso da altre cose.
Allora chiedo se hanno il forno a
legna, gli dico che la pizza era veramente buona.
“Certamente, forno a legna e birra
alla spina. Non so se ha visto che ora siamo anche in internet e stanno
arrivando da tutte le parti a visitarci.” Dice Casimiro orgoglioso guardando
ancora più in alto e a sinistra.
Visto che qui a fare il factotum
c’è solo lui, e Carla non c’è mai, ha avuto da poco il diritto a una
percentuale piuttosto grossa sugli introiti, mi comunica lui stesso, e direi
che se lo merita. Se le cose vanno bene anche sua moglie sarà impiegata e in un
secondo momento anche suo figlio, che sta terminando la scuola alberghiera a
Grosseto, all’Istituto
superiore con percorsi in Enogastronomia e Ospitalità.
Poi
mi sparo due grappini e due sigarette sul terrazzetto, dentro non si può
fumare.
Dopo
sono andato subito a dormire, ma l'eccitazione e la pancia piena mi hanno
provocato una certa insonnia, che ho avuto difficoltà a vincere. Dopo sono
quasi svenuto e ho dormito come un sasso, ma ho fatto un sogno strano.
Salito
a piedi sulla rupe dove c'è Pitigliano, entrato in paese, nel mezzo non c'era
niente. Era solo un grande recinto di legno malandato con relativa
rotondeggiante tettoia, nel mezzo un'arena, terra rossiccia come se fosse un anfiteatro.
Dalla
parte opposta da quella dove sono entrato è arrivata Carla. Mentre si
avvicinava i suoi lineamenti cambiavano, da più vicina è diventata mia zia
Silene, una donna bruttissima, ma assai buona d’animo. A pochi metri da me si
era trasformata in una specie di iena e non avanzava più, si è seduta a
guardarmi e ad aspettare.
Al
che io sono fuggito terrorizzato.
In
caso di incubo come questo, cosa abbastanza rara, di solito mi sveglio di
schianto e sono contento appena mi rendo conto che non era vero. Anche stavolta
è andata così, era già mattina e dopo non sono più riuscito a dormire.
Arrivato
a sera ancora me ne ricordavo anche troppo bene i particolari.
Sono
andato alle vicine terme di Bullicame, verso le undici mentre ero lì a
scaldarmi e a rilassarmi ecco la chiamata di Carla.
Le Terme di Bullicame:
menzionate da Dante Alighieri nel Canto XII dell'Inferno, hanno pozze che
sgorgano a cielo aperto e di libera frequentazione...
“Pronto?”
“Pronto.”
“Sì,
chi parla?”
“Ma
sono io.”
“Io
chi?”
“Meglio
non fare nomi.”
“Usiamo
degli pseudonimi?”
“Va
bene. Ma quali?”
“Ics
e Ipsilon?”
“OK.
Che c’è? Il rischio di qualche intercettazione non desiderata?”
“Di
solito le intercettazioni sono così: indesiderate.”
“Ah
sì?”
“Sì.
Effettivamente è un rischio che dobbiamo considerare.”
“Ci
mancava solamente un ulteriore complicazione.”
“Ma
che cosa ci sarebbe di complicato?”
“Beh...
magari il fatto che non ci si può vedere mai.”
“Però
quando ci si vede sono sono lampi e tuoni!”
“Vero,
ma uno sente la mancanza di queste tempeste.”
“Uno
o due?”
“Spero
anche due.”
“Ma
come si fa a sentire la mancanza di qualcuno dopo esserci stati insieme, da
svegli nemmeno un paio d’ore?”
“Questa
è una bella domanda.”
“E
la risposta?”
“La
risposta è la storia.”
“Forse
anche geografia e filosofia...”
“Mettiamoci
anche la sociologia, ma è un dato di fatto che sento la tua mancanza.”
“Ma
questo è tutto da dimostrare, potrebbe essere solamente suggestione.”
“Lo
sai che tutte le volte che dici qualcosa sarebbe la cosa che vorrei dire io...”
“Ecco,
vuol dire che ci si intende bene assai.”
“È
vero, ma stanotte ho fatto un sogno tremendo e cara mia... c'eri anche te.”
“Me
lo vuoi raccontare?”
“Meglio
di no.”
“Perché?
Magari facevo qualcosa di brutto?”
“Più
che fare apparivi in maniera strana... forse simbolica.”
“Tipo
cosa?”
“In
un primo momento tipo mia zia Silene...”
“Una
bella donna?”
“Bruttissima.”
“Però
una brava donna?”
“Quello
sì...”
Meglio
che non abbia fatto in tempo a raccontargli della iena, siamo stati interrotti
da una chiamata della polizia e ci siamo dovuti lasciare senza salutarci. Dopo
poco lei mi ha mandato un messaggio dicendo che ci saremmo potuti incontrare la
sera a casa sua.
La
sera lei non è potuta venire, ma mi ha detto per telefono che potevo stabilirmi
lì a casa sua, le chiavi ce le avevo e andare a mangiare da Casimiro, se volevo. Ho accettato.
Naturalmente
sul caso Ranucci non mi può dire niente, ma mi ha fatto capire che si tenta di
attribuire i mandanti altrove, evitando di dire che potrebbero essere gente che
fa parte del governo, per tutte le polemiche che ci sono state in precedenza,
querele e velate minacce sotto forma di cammuffate dichiarazioni pubbliche.
In
internet ci sono le ipotesi più di mainstream,
ma ci sono anche le altre. Tra le novità c’è anche l’accusa che a organizzare
tutto sia stato lui stesso, Ranucci.
Sui mandanti, le ipotesi seguite dalla procura
per ora sono tre: la prima, quella con meno riscontri, riguarda la Camorra; le
altre due, basate su elementi più concreti, riguardano gruppi minori della
criminalità organizzata campana.
Le indagini si sono concentrate anche sul
controllo incrociato di vari sistemi di sorveglianza pubblici e privati, che
insieme agli altri indizi ha permesso di ricostruire le fasi preparatorie ed
esecutive dell’attentato. Per compierlo sarebbe stata noleggiata una Fiat 500X,
riconsegnata la sera stessa dopo le 22 (la bomba sotto casa di Ranucci è
esplosa alle 21:40, poco dopo l’ingresso in casa di lui e di sua figlia).
La casa di Ranucci in cui è
avvenuto l’attacco è a Campo Ascolano, una frazione del comune di Pomezia,
vicino a Roma. Ranucci aveva parcheggiato la sua auto a metà giornata, mentre
la figlia, che usava abitualmente l’altra auto, era rientrata intorno alle
21:40. Né lui né la figlia sono stati feriti. In passato Ranucci aveva già
subìto minacce e intimidazioni, ma mai così gravi: sui motivi dell’attentato
sono state fatte ipotesi legate alle inchieste fatte dalla trasmissione che
conduce, per esempio sulla criminalità albanese, il rapporto tra alcuni gruppi
di ultrà e l’estrema destra o ancora gli interessi economici legati ad alcune
grandi iniziative, come la costruzione di un nuovo porto privato per navi da
crociera a Fiumicino. Anche su questo sono in corso indagini.
Civita
di Bagnoregio è chiamata la città che muore, perché è costruita su un torrione di tufo, su una base
di terreno sabbioso, circondata da colline desertiche e con vegetazione a
ciuffi.
Dicono
che l’erosione è la sua condanna, che ha il tempo contato, ma non si sa
esattamente quanto.
L’erosione
implacabile aveva chiuso le altre strade e non ci si può andare più in
macchina, anche oggigiorno conserva solo un accesso, dei quattro originari.
Se
non si considera la moderna passerella, il colpo d’occhio sarebbe da
mozzafiato, pare di tornare indietro di più di mille anni.
Dentro
la cittadella abitano solo cinque persone, le case sono costruite tutte con il
tufo rossastro, che poi è anche il blocco unico che c’è sotto.
Carla
ha un amico che ha un terreno sotto la zona opposta a quella di entrata, c’ha
una specie di orto, ci tiene le pecore e le capre, ma ci sono ricorrenti frane
e la parete tufacea mista, oggetto di
erosione, è rivestita di rete metallica.
Sono
riuscito a farmi dare un passaggio da un vecchietto su un trattore, mi ha fatto
accomodare sul rimorchio carico di tronchi e sono quasi morto assiderato, ma sono
arrivato a destinazione che respiravo ancora.
Civita
di Bagnoregio all’oscurità diventa sinistra e spettrale, in giro non c’era
neanche un cane.
Invece
i gatti si erano nascosti e mi spiavano dai pertugi, mentre passavo ed il suono
delle mie scarpe sulla pietra risuonavano nel fischiare del vento attorno.
Carla
aveva acceso dei lumi a petrolio, un grande fuoco di legna e in quella specie
di grotta abbiamo fatto quello che dovevamo fare, molto romanticamente su un
materasso steso sulla roccia.
Non
sapevamo che quello era il nostro ultimo incontro.
I
sintomi dell’infarto mi sono venuti solo ore dopo da Casimiro, che all’alba mi
ha portato all’ospedale e mi ha salvato, il vero proprio attacco l’ho avuto là.
17 UN MESE DOPO...
“Allora
quando vieni?”
“No.
Non vengo più.”
“Ma
come? Ormai mi ero abituato all’idea...”
“Non
è colpa mia, c’è stato uno sviluppo inaspettato...”
“Beh...
forse è meglio così.”
“Ma
che dici? Io non vedevo l’ora!”
“Allora
vieni quando sei in ferie!”
“Sono
dieci anni che non faccio le ferie...”
“Un
motivo in più!”
“Ma
non dipende da me!”
“Sei
una vampira, mi succhi il sangue e poi scappi!”
“Che?
Ma non sei tu che mi hai lasciato!?”
“Io
ci ho quasi lasciato la pelle e le palle! Ti sei dimenticata?”
“Per
merito mio? O tu magari la chiameresti colpa?”
“Sono
contento che abbia ancora voglia di scherzare, ma io in questo momento invece
no. Mi hai portato in uno stato totale di ansia e tensione...”
“La
passione, quella vera, non ha limiti! Se t’innamori la tua vita cambia, non lo
dice anche il tuo Cooper?”
“Io
Cooper invece non so nemmeno chi è, o chi era!”
“La comparsa dell'amore è sovvertitrice di
ogni buon ordinamento sociale della nostra vita.
Famosa frase di David Cooper che tu
spesso usi, ma non la sai nemmeno, la citi solo approssimativamente.
Il quale è stato uno psichiatra sudafricano teorico
e leader del movimento per l'anti-psichiatria, che
tra le altre cose pronosticava la morte della famiglia.”
“Beh,
sei una persona colta, molto più di me, ma secondo te aveva ragione?”
“Forse
sì.”
“Lo
penso anch’io, approssimativamente è chiaro, anche per il movimento
anti-psichiatria.”
“Bravo.
Vabbè, magari poi ne riparliamo.”
“Sì,
ora scappo che ho la pentola sul fuoco.
“In amore chi vince scappa.”
“No,
non è così!
“In amore chi fugge non perde.”
“Nemmeno.”
“Ma
te che mangi stasera?”
“Non
te lo dico.”
“Allora
deve essere qualcosa di buono!”
“Infatti,
devi soffrire un po’ anche te.”
“Non
sono capace, lo sai.”
“Vaffanculo!”
“Ciao
anche a te, un bacio.”
“Goulash
ungherese con patate e funghi. E vino naturalmente.”
“Ecco,
ora sì che mi fai star male.”
“Era
quello che volevo, e c’ho anche un vino buono argentino che costa una cifra.”
“Click!”
“Click
anche a te!”
18 DUE SETTIMANE DOPO
Passano
i giorni, ma il passato non vuole passare.
La
conversazione con Carla è abbastanza frizzante, il fatto che non venga più a
Porto Alegre, come aveva preannunciato, la rende ancora più viva.
“Ma
te ci sei mai stata sui Carpazi?”
“No,
perché?”
“La
domanda è mal posta, forse è meglio: ma te hai origini transilvane?”
“Ancora
un no, ma perché?”
“Perché
c’hai dei denti aguzzi che la metà bastano, e poi mi succhi metaforicamente il
sangue anche con dodicimila chilometri in mezzo.”
“Ti
sei fatto un acido, per caso?”
“No,
a dire il vero mai, in tutta la mia vita. Perché ora tu mi fai questa domanda
ambigua?”
“Perché
invece di dire buongiorno parti con dei viaggi nella maionese, come dicono in
Brasile, che mi pari peggio del solito.”
“Chi
ti ha insegnato questa frase delle mie parti?”
“Me
l’hai insegnata te, non ti ricordi?”
“Veramente
no. Ma un goccetto di vino me lo sono fatto, forse un po’ troppo robusto, d’accordo.
Piuttosto: che ore sono?”
“Qui
sono le cinque di mattina.”
“Infatti,
qui è mezzanotte, ma perché sei sveglia a quest’ora?”
“Una
cosa di lavoro.”
“Ma
non era assai meglio se invece facevi la cassiera in un supermercato?”
“A
volte me lo chiedo anch’io. Come va l’esistenza in loco?”
“Le
solite cose, figurati che io speravo che venissi qui te a rompere le scatole e
la monotonia della vita...”
“Ti
ho già detto che non dipende da me.”
“Quasi-quasi
vengo io in Italia.”
“Sarebbe
bello, ma ora sono in Romania...”
“Ah!
Allora sei in Transilvania!”
“No,
a Costanza, sul Mar Nero.”
“Che
cazzo di mestiere il tuo! Sempre a giro di qua e di là senza poter fare del sano
turismo! Non era meglio se ti trovavi un posto di bidella in una scuola media?”
“Infatti,
quello sì che è un lavoro ricco di soddisfazioni, si guadagna bene e le
possibilità di carriera sono varie e alcune piuttosto interessanti.”
“Ma
sei ancora in tempo, credo. A proposito, quanti anni c’hai? Perché non me lo
hai mai voluto dire?”
“Perché
non me lo hai mai chiesto.”
“Te
lo chiedo ora, va bene lo stesso?”
“No,
non si chiede l’età a una signora.”
“A
proposito, tuo marito è al corrente delle tue scappatelle?”
“Non
lo so, ma io sono al corrente delle sue.”
“Amore
libero?”
“Amore
quasi libero. Sai quella storia dell’occhio che non vede?”
“Quella
del cuore che poi non duole?”
“Eccola.”
“Ma
se la tua età te la chiedevo prima, magari presenzialmente?”
“Da
me avresti avuto esattamente lo stesso no. Tale avverbio, tra l’altro, che è
sempre esistito, lo abbiamo cominciato ad usare per via della pandemia, durante
la quale tante cose che prima si facevano usualmente in quell’altra maniera,
cioè presenzialmente, si sono cominciate a fare attraverso l’internet...”
“Tanto
che dopo la presenza è diventata non la regola ma l’eccezione...”
“Bravo.”
“Ma
se volevi cambiare argomento, sperando che io mi dimenticassi, guarda che posso
anche chiederlo a Faffa, se te non me lo vuoi dire.”
“Faffa
è già stata avvisata - non mi chiedere da chi, non posso dirtelo - di non darti
certe soddisfazioni, se è per quello.”
“Ma
lei si è tradita e mi ha detto, a suo tempo, che a scuola eravate in classe
insieme.”
“Se
lo ha detto ha mentito, e lei lo sa fare molto bene, ormai dovresti saperlo.”
“Magari
è giusto così, il mistero è quello che mi affascina in te.”
“Ti
manda un saluto.”
“Chi?”
“Faffa.”
“Sa
delle nostre videoconferenze?”
“Essendo
la mia miglior amica, ci sentiamo spesso, anche noi due per videoconferenze,
ora che siamo tecnologicamente avanzati. Lei sa tutto di me e io di lei.”
“È
un brava amica, anche per me, ma non ci sentiamo tanto spesso, per via del
nostro rapporto di affari, che non bisognerebbe mischiare.”
“Sono
stata io a proporle di pubblicare i tuoi famigerati quaderni, che stanno
vendendo come il pane.”
“Ah
ecco, ora so esattamente a chi devo mandare i relativi accidenti...”
“Ma
perché? Non ci stai guadagnando dei bei soldoni?”
“Sì,
lo so, qualche spiccioletto, ma mi vergogno anche.”
“L’italiano
è un personaggio piuttosto morboso, su Mogli
e buoi ti sei mantenuto piuttosto sul neutro, su certi ragionamenti in
generale, senza entrare nello specifico, ma i tuoi quadernacci invece non hanno
certi tipi di limiti...”
“Infatti,
che diavolo mi sarà venuto in mente di lasciarli a lei?”
“Accendi
un diavolo in me?”
“Eh?”
“Mi
hai fatto venire in mente la canzone di Zucchero.”
“Perché
mai?”
“Perché
hai nominato il demonio e indirettamente è quello che mi succede con te. Tu
accendi un diavolo in me.”
“Anche
durante una banale videoconferenza?”
“In
mancanza di meglio sì.”
“Cioè
io dovrei credere che tu, da quando io sono tornato in Brasile, non hai più
avuto nessuna fuga extra coniugale?”
“Qualcuna
sì, che c’entra? Ma niente di che, la quantità va a discapito della qualità...”
“Ah
ecco, ora mi sento più tranquillo.”
“Non
sarai mica geloso?”
“Non
si può essere gelosi di una vampira.”
“Come
mai?”
“Perché
quello che i tuoi denti aguzzi cercano è il sangue. Non importa di chi. Qualche
sangue è migliore degli altri, ma per quanto raro, sempre sangue è.”
Click.
Click
anche a te.
19 IL GIORNO DOPO...
Il
mio amico Patrizio Pasqualotto è stato diversi anni in Canadà, ma quando è
tornato in Brasile, ora con i capelli bianchi anche lui, mi è venuto a trovare ed è rimasto a cena.
Per
lui avevo preparato un pesto che ai liguri avrebbe fatto storcere la bocca,
perché il basilico di qua è diverso, ma ha un sapore secondo me altrettanto
buono.
Il basilico brasiliano, noto
in Brasile come manjericão
o alfavaca, è una pianta aromatica della stessa
famiglia del basilico comune, ma con varietà che presentano aromi più intensi,
speziati o simili al pepe.
Il
vino bianco lo aveva portato lui, per fortuna non era canadese, ma di
Pitigliano e quella bottiglia aveva viaggiato parecchio per arrivare qua.
Mi
ha raccontato di cosa faceva a Ottawa, lo psichiatra come qua, però in internet
e i clienti, per la maggior parte, erano
di Porto Alegre.
“Ma
eticamente è una cosa legale fare le video-conferenze al computer in internet?”
“Sì
e no.”
“Ma
i tuoi pazienti sono soddisfatti?”
“I
pazienti sono sempre piuttosto pazienti, nel senso che non hanno molta scelta.”
“Ecco,
e per i pagamenti?”
“Anticipati,
naturalmente, in internet si fa comunemente così.”
“Vero.”
“Ma
raccontami la tua storia, mi hai detto che sei ancora in corrispondenza
elettronica con questa donna, di cui ti sei pazzamente innamorato...”
“Sì,
sai, facciamo delle video-conferenze...”
“Ma
perché non siete rimasti insieme?”
“È
una parola, amico caro, come facevamo?”
“E
perché?”
“Lei
è sposata, con prole e in più è vice-questore dell’anti-mafia...”
“Maronna
mia, e allora non potevi te rimanere là?”
“Ci
ho pensato, a dire il vero, ma quando ho avuto un infarto ho capito che quella
non era la vita per me, che ci avrei rimesso la pelle...”
“Ma
che esagerazione...”
“Facile
parlare, ma la pratica della vita poi è diversa da come ci si immagina, siamo
due cretini-intelligenti, un po’ come te, ma ci sono dei limiti anche per la
nostra pazzia...”
“Per
esempio?”
“Lei
il marito non lo voleva lasciare.”
“È
normale, avendo anche dei figli.”
“E
nemmeno cambiare mestiere.”
“Embè?
Solo questo?”
“No,
se ti facessi vedere dove mi ha portato a fare una scopata, a me, un vecchietto
di sessantasette anni...”
“Ma
lei quanti anni ha?”
“Non
ho avuto nemmeno il tempo di chiederglielo, siamo stati insieme pochissimo... e
poi che importanza ha?”
“Nessuna,
se te lo faceva rizzare...”
“Il
sesso non è tutto nella vita.
Figurati
che ho letto da qualche parte che l’uomo, inteso come singolo, ma pure come umanità,
ha più paura di perdere che voglia di vincere. È perfettamente normale che
compia regolarmente un autosabotaggio e rovini le cose che stanno andando bene.
Prima di avere un buon risultato, gli preme di potersi giustificare, nel caso
invece, che gli vada male.
Mentre
ci pensa e ci ripensa, fa in modo di rovinare tutto nella pratica.”
“Sì,
ma perché mi dici questa cosa qui?”
“Perché
è un meccanismo istintivo che io ho, più o meno inconsciamente, applicato
spesso nella mia vita.”
“Per
esempio in quest’ultima fuga dall’amore funesto?”
“Sì,
funesto non direi proprio, è stato anche bello assai, e avventuroso, ma quello
che non ti ho detto è che l’episodio che mi ha convinto definitivamente a
scappare è stato l’infarto. Ho anche smesso di fumare.”
E
gli ho raccontato quella penosa parte, come se fosse stata proprio quella che
mi aveva fatto decidere. Però esattamente non lo sapevo neanch’io.
“Ecco.
Ma ogni quanto tempo vi vedete, via internet, tu e la tua donzella?”
“Una
volta alla settimana o due, anche tre. Abbastanza spesso insomma e intensamente
da poterle far credere che abbia ancora dei diritti su di me.”
“Cioè,
ha delle attuali pretese d’insidiarti?”
“Sì,
figurati che doveva venire in Brasile per via del suo lavoro dell’antimafia, e
mi ha proposto di poter essere ospitata da me!”
“E
tu hai rifiutato?”
“No,
non ce l’ho fatta... e comunque poi non è venuta, la sua missione è saltata,
non mi ha spiegato perché, ma non dipende da lei.”
“Beh...
tanto te ormai non rischi più niente, o sbaglio?”
“Spero
di no, ma credo che tu ti sbagli.”
“Ma
non mi far schiantare dal ridere, c’hai novant’anni e hai ancora paura
d’innamorarti? O è per via dell’infarto? Guarda: c’è una signora che ora non mi
ricordo come si chiama, ma che faceva le televendite alla TV...”
“Qui
o in Canada?”
“In
Italia! In Italia! Che con l’internet di ora io vedo solo televisione italiana,
per quanto schifo faccia è meno peggio della Canadese e di quella Brasiliana
non se ne parli! Insomma, la signora in questione è simpatica, un po’ sboccata
vabbene, e ha detto una frase che ti cade a proposito, come cacio sui tuoi
maccheroni: fanno i provoloni con le
ragazzine, invece di andarsi a scegliere una lapide al cimitero...”
“Ora
ho capito, la signora che tu dici si chiama Mara Maionchi?”
“Sì,
proprio lei!”
“Guarda che Mara
Maionchi non faceva le televendite, è una produttrice discografica, un personaggio
televisivo e un’opinionista italiana.”
“Però è simpatica e
dice un sacco di parolacce.”
“Sicuramente.
Ma tornando a noi, con quello che hai detto vorresti insinuare che lei è più
giovane di me?”
“Penso
di sì, in questo caso però direi molto meno vecchia, ma non parlo tanto
dell’età anagrafica, ma di quell’altra, come si chiama?”
Mi
garba assai una conversazione con il mio amico Patrizio, fondamentalmente
perché lui non dice quello che mi farebbe piacere che lui dicesse, nelle varie
occasioni, piuttosto quello che veramente pensa, nel bene e nel male. Abbiamo
finito di mangiare, due piatti a testa di tagliatelle, con abbondante
parmigiano brasiliano e olio extravergine di oliva lucchese.
“E
quel libro di viaggio-rosa-noir poi, com’è andato? Come s’intitolava?”
“Bene.
Sissì! Su e giù per la Tuscia! Quello
è andato bene, sia Faffa che il Cipollini sono rimasti contenti, le vendite
sono andate come dovevano andare... ma non credo proprio che la letteratura
internazionale mi ricorderà per questo.”
“Vabbè,
accontentiamoci Artè, la vita è così.”
“Sì,
la vita è proprio così. Ma dimmi piuttosto di te: stai sempre con Maria
Eduarda?”
“E
certo, quale altra verrebbe a chiedere la mia vecchia e pelosa mano, sennò?”
“Questa
donna ha avuto parecchia pazienza, però.”
“Ti
dirò: ci completiamo a Vicenza.”
“Perché
proprio a Vicenza?”
“Ma
è un gioco di parole Artè, la sua famiglia brasiliana da Vicenza se ne è venuta
qua.”
“Sia
padre che madre?”
“Bisnonno
e bisnonna vorrai dire.”
“Ah
già... Mangiagatti?”
“Ci
sono varie ipotesi controverse. Leggende e vecchie fake news. Una di queste è
ambientata negli anni Venti del ‘400, quando Venezia venne invasa dai topi. I
veneziani avrebbero chiesto alcune centinaia di gatti a Vicenza, ma i vicentini
non riuscirono ad aiutarli perché tutti i gatti erano spariti come se qualcuno
se li fosse mangiati.
Un’altra
leggenda è abbastanza simile nel contenuto: siamo agli inizi del Settecento, i
vicentini preoccupati da un’invasione di topi chiesero ai veneziani una
fornitura di felini, che vennero trasportati in barca lungo il Bacchiglione
fino a sotto il monte Berico, ma che non furono mai più restituiti. Questi, e
altri aneddoti non storicamente fondati, si sentono spesso recitare dagli
stessi vicentini quando devono spiegare la loro nomea. Più facile scomodare la
storia, che ammettere la possibilità che i loro antenati mangiassero realmente
un animale domestico.”
“La
verità non la sapremo mai.” Dico io con scarsa convinzione.
“Un’altra
ipotesi molto interessante sull’origine del detto è stata avanzata da Emilio
Garon, in
un articolo del Giornale di Vicenza del 2006. Garon ha
elaborato una teoria di origine fonetica basata sulle parlate locali: la frase “hai mangiato” in dialetto veneziano si
pronunciava “ti ga magnà”, in
padovano “gheto magnà”, mentre nel
dialetto antico vicentino era “gatu
magnà”. Questa pronuncia potrebbe aver dato origine al soprannome
dispregiativo “magnagatu” o “magnagati” dato ai vicentini dai
rivali veneti.”
“Ancora
tuttologo, Patrì?”
“Sempre.
E a trecentosessanta gradi.”
“Fahreneit?”
“Celsius.”
Il
Pitigliano bianco è volato. Beviamo dal primo bicchiere della seconda
bottiglia, un Concha y Toro cileno.
“Ma
te da dove sei piovuto qui in Brasile?” Gli chiedo, stranamente non ne abbiamo
mai parlato.
“L’hai
presente l’omonimo santo del noto pozzo?”
“Orvieto?”
“Ecco.
A proposito, hai una copia del tuo viaggio in Tuscia?”
“Certo.
Autografata o no?”
“Diamine!”
“Diamine
sì, o diamine no?”
“Sì.
Ardentemente desidero mostrare agli amici che ti conosco, non so se mi
crederanno, ma ci proverò.”
“Bravo.
Ma l’altro libro l’hai letto o no?”
“No,
però so dove trovarlo in casa, se mi venisse voglia... Eduarda invece l’ha
letto e gli è anche piaciuto.”
“In
portoghese?”
“No,
lei parla bene l’italiano, non te l’avevo mai detto?”
“Parlare
e leggere sono due cose piuttosto diverse. Comunque...”
“Sono
anni che non leggo un libro, io.”
“Non
leggerai nemmeno questo?”
“Ammetto
che questo qui - però - mi fa curiosità, ma non ti garantisco niente. L’importante
è avercelo, magari un giorno mi ricoverano in ospedale e mi metto in pari con
gli arretrati.”
“E
ora io sono indeciso, forse questa copia è meglio darla a qualcuno che ne farà
miglior uso.”
“Ormai
c’hai scritto il mio nome.”
“Ti
hanno mai mandato affanculo?”
“No...
cioè sì, a dire il vero anche piuttosto spesso. I quaderni invece – se lo vuoi
sapere - me li sono sparati tutti e quattro, li ho divorati.”
“Nooo,
lo sai che avevo proibito a Faffa di pubblicarli?”
“Perché
mai? Quelli sì che mi sono piaciuti, sono veramente morbosi fuor di maniera,
oltre il loro indubbio valore artistico, perché da lì ho capito la tua vera
essenza. Dal sesso si capisce sia l’uomo che la donna...”
“Proprio
un cazzo di freudiano mi doveva
capitare?”
Mi
sento stupido e vulnerabile, come tante altre volte, ma in più stramaledico
Faffa.
Non
so più cosa dire. Taccio.
Quando
Patrizio se ne va, sono contento di rimanere solo, lui si è accorto del mio
cambiamento, da psicologo qual è, e ha accellerato i tempi.
Non
ha capito niente invece, io sarò anche morboso, ma per causa del mio
romanticismo!
20 CINQUE MINUTI DOPO...
“I
Carpazi in verità prima erano chiamati i Carpacci, perché i vampiri amavano la
carne al sangue, sono stati loro a inventare quel piatto tanto inusuale, a base
di carne cruda, condita in diverse maniere...”
“Infatti
mi piace, con il tartufo e il prezzemolo se c’è. Pochi capperi tritati. Per la
cronaca non sono più in Romania, ora sono a Graz, in Austria.”
“Brava,
ed è proprio in Austria che hanno inventato il cappuccino.”
“Ah
sì?”
“Non
ti piace?”
“Mi
piace sì.”
“Il nome si riferiva,
in passato, tendenzialmente alla somiglianza con il color marrone del saio
dei frati minori cappuccini.
Le sue origini, infatti, sono strettamente correlate alla diffusione dello
stesso caffè in Europa
e, in particolare, nell'Impero
austriaco del XVII-XVIII secolo. Sebbene all'epoca il
cappuccino fosse in realtà più simile al caffellatte,
le sue origini sono oggetto di dibattito.
Pare che un certo Johannes Theodat,
titolare di una delle prime caffetterie viennesi, avesse già sperimentato nuove
miscele di bevande al caffè.
Un'altra ipotesi
infatti, riconduce l'invenzione a un altro caffettiere, Franciszek Jerzy Kulczycki,
il quale nel 1685, sempre a Vienna,
si impossessò di ingenti quantità di caffè abbandonate dai musulmani e, per
renderlo più dolce, lo corresse con latte e miele;
sempre secondo la leggenda, lo stesso vi avrebbe anche intinto una variante del
kipferl,
un dolce risalente al XIII secolo e antenato del croissant, e la cui forma ricorda una
mezzaluna, quindi in segno di sprezzo per gli Ottomani invasori.”
“Vedo
che hai studiato, bravo. Ma te non hai più parlato con Faffa?”
“No,
da qualche giorno a questa parte, forse la settimana scorsa.”
“E
il nome Cipollini non ti dice niente?”
“No,
d’accordo, io so chi è...”
“Se
lei non ti ha detto niente... insomma meglio che te lo dica lei...”
“No!!
Cosa cappero sta succedendo?”
“Non
dovevo dirti niente, ho sbagliato io.”
“Ora
te invece mi dici tutto, non puoi lanciare il sasso e nascondere la fionda...”
“Non
si dice così.”
“Non
cambiare discorso.”
“Facciamo
finta che non ci siamo sentiti proprio oggi. Ho la lingua troppo lunga.”
“Lo
so benissimo che lingua hai. Non mi fare arrabbiare, lo sai che divento
pericoloso...”
Click.
Click
anche e soprattutto a te, maledetta!
21 TRE SECONDI DOPO
“Faffaaaaa?
Tutto bene?”
“Ciao
‘bbbèllo, ti stavo quasi per telefonare.”
“Ah
sì? E che volevi dirmi nell’eventuale tua chiamata?”
“Quella
scema ti ha raccontato tutto eh?”
“Quale
scema! Non conosco nessuna scema io! Solo persone molto intelligenti e perfino
piuttosto bugiarde e manipolatrici.”
“Vabbè,
lo sai già: si tratta di Carla, ma le avevo detto di stare zitta!”
“Quindi
ora non mi puoi dire niente?”
“Infatti,
è ancora prematuro...”
“Prematuro,
maturo o marcio putrefatto, ora te me lo dici sennòoo...”
“Sennò
cosa?”
“Non
avrai il coraggio di riattaccare senza vuotare completamente il sacco!”
Click.
Click
anche a te, a Cipollini e al suo figlio finocchio!
22 LA SETTIMANA SEGUENTE
Come
prevedibile Faffa non mi ha voluto dire, fino all'ultimo, cosa bolliva in
pentola; ma pochi giorni dopo mi ha comunicato che c'erano due notizie
importanti per me, una buona e l'altra ottima.
Mi
ha tenuto in sospeso per un po' e poi ha detto che il Cipollini aveva
contattato editori sparsi per il mondo e i miei quaderni sarebbero stati
tradotti e pubblicati in inglese, tedesco, francese e spagnolo. Per fortuna non
in portoghese. Una lunga lista di paesi che non avrei visitato volentieri per
paura che mi riconoscessero.
Questa
era la notizia buona, quella ottima era che Er Cipolla voleva fare la stessa
operazione del libro da Viaggio-Noir-Rosa in America Latina, con scrittori del
luogo coordinati da me, Artemio Meoni e da Ranucci, che è dovuto scappare
dall'Italia, ma per motivi diversi dai miei.
Saremo
piuttosto ben pagati già che saremo tradotti per motivi turistici nelle quattro
lingue di cui sopra, più in portoghese, con il vantaggio che nella maggior
parte delle nazioni in questione lo spagnolo si parla già.
Nel
mio cervello mi ero illuso in quei giorni di ansiosa attesa che il Cipollini
avesse inventato invece e piuttosto di commissionarmi un altro libro di viaggio,
magari nel più scuro nord della Toscana. Magari il mio cuore fantasticava
addirittura sullo stesso castello di Dracula e una minacciosa Transilvania, per
avere occasione di passare poche ore intense di passione con Carla, strappate
al suo lavoro lì attorno.
Nella
vita ci immaginiamo sempre cose che nella realtà sono difficilmente attuabili,
il nostro corpo e le situazioni attorno cospirano spesso contro di noi, per
questo quel mese passato pericolosamente nello scenario della stupenda Maremma
rimarrà sempre nella mia memoria. Con quella vampira sempre indaffarata con
altre cose per avere pochi intensi momenti d’amore e di sesso con me.
Vivendo
e lavorando altrove la mia immaginazione fantasticherà sempre dentro la mia
routine, ormai prossimo alla settantina, eppure sognatore romantico proprio
come quando ero adolescente.
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