Thursday, September 24, 2026

LONTANO DAI CARPAZI

 


 

1 PORTO  ALEGRE

 

Oggi c'era poca gente in giro, era un giorno di festa nazionale, un uomo o forse dovrei dire un anziano camminava in mezzo alla strada. Non stavano passando macchine e ci ha messo un bel po' ad attraversarla in diagonale, mentre io gli andavo incontro per il mio percorso.

Quando è quasi arrivato al mio lato della strada, ho notato che mi guardava e aveva una mano vicino alla faccia. A un certo punto la mano è scesa lentamente e ha preso la forma di una pistola, fatta delle due usuali dita e me l’ha puntata contro sorridendo malandrinamente, ma anch’io ho tirato fuori la mia improvvisata e gli ho sparato tre colpi. Ci siamo fatti insieme una risata. Poi sono andato per la mia strada, lui per la sua.

A volte vado a piedi al supermercato, faccio la spesa e torno con l’uber che qua costa poco, o con il taxi che da quando esiste l’uber ha abbassato molto i prezzi.

Naturalmente l'osservazione di quello che c’è intorno fa parte integrante dell'attività, a volte diventa la parte più importante.

A scrivere ci sto provando da sette anni, ma non mi riesce più. Prima non so neppure come ho fatto, forse alla gente è piaciuto perché è stato completamente naturale.

Facendo i miei giri a piedi mi capita abbastanza spesso di passare per zone povere, se non considerate addirittura pericolose. In particolare per andare verso il supermercato una delle possibilità è un tratto che passa in una strettoia dove si può circolare solo a piedi o in bicicletta. Qualche volta ci ho visto anche delle moto, ma lo spazio basta appena. Ci si infila dietro alcune casupole e si attraversa un ruscello abbastanza pieno di scarichi di varie dimensioni ed entità, con oggetti abbandonati di ogni tipo. Si passa al lato di una baracca dove non ho mai visto nessuno, ma fuori ci sono oggetti oltre ogni curiosità, in stato di abbandono se non di putrefazione.

Ieri stava quasi tramontando il sole e sono passato di fronte a una casa di legno con giardino, dove circolo di solito e c'era un grosso cane immobile e seduto che ho visto altre volte, nella semioscurità sembra quasi una statua. La signora della casa stava innaffiando l'erba e le ho chiesto quanti anni aveva il cane in questione. Ci ha messo un po' a capire cosa stavo dicendo, perché probabilmente stavo parlando troppo basso, come spesso mi succede. Non avendo l'abitudine di parlare, la voce naturalmente si abbassa. Dopo abbiamo parlato di cani e soprattutto di cani vecchi, la signora era abbastanza simpatica e non si è imbarazzata che gli avessi rivolta la parola, così senza conoscerla.

Mi hanno detto che a Curitiba la gente è molto meno disponibile e aperta, ma a Porto Alegre per fortuna è così.

Il cane aveva tredici anni e abbiamo concordato che aveva poco da vivere, io ho detto che tutti i miei cani sono morti proprio a quell’età e stavo andando via, avevo fatto già qualche passo, quando lei ha aggiunto la sua speranza che soffrisse poco e io le ho detto che pensavo che loro patissero meno di noi, intendendo gli uomini e le donne. Lei stava per obbiettare qualcosa, mi sono spiegato meglio, cioè pensavo che la loro sofferenza fosse più mite, per lo meno con il pensiero e su questo lei è stata d'accordo, allora ci siamo salutati con le rispettive mani.

C’è un signore di un’età incerta, credo più giovane di me, e piuttosto panciuto che va in giro con un carrettino che spinge davanti a sé e ci mette quello che trova, rufolando nella spazzatura, ma senza vergognarsi.

Ha cominciato lui a salutarmi e io lo saluto ogni volta che ci incontriamo, credo che abiti nella favela in fondo alla strada, per arrivarci è una bella camminata, con saliscendi e salite anche ripide.

A volte ci mandiamo delle frasi corte, da una decina di metri di distanza.

Io: “Facile scendere eh? Mentre un altro suda e sale?” Lui non trova niente da dire, ma annuisce, approva con il movimento della testa.

Oppure un’altra volta che era un caldo bestiale:

Lui: “Oggi sei già dimagrito qualche chilo?”

Io: “Magari! Direi solo qualche grammo!” Sorride sotto i baffi, o è una barbetta indecisa?

Qualche volta mi ha visto con la mia macchina, che è vecchia e scassata, ma per lui sarebbe un lusso. Non solo da questo ha sgamato che io cammino per sport e non per andare o tornare da lavorare.

Il vecchio zainetto lo porto per comodità, con dentro oggetti che possono essermi utili, come occhiali, k-way e altre cose, ma anche per non far capire che sono uno che cammina per fare un po’ di movimento, sarei più facilmente riconoscibile e così anche rapinabile.

Per lo stesso motivo d’inverno uso una maglia gialla e blu, che qua è l’uniforme dei postini.

Non mi rifaccio a nessuno dei modelli di persona che qui la gente riconosce, se ci parlo sentono subito che sono straniero, anche dopo anni che sono qua.

Ho scritto un grande successo letterario e poi mi sono fermato lì, non avevo scritto prima e non ho scritto dopo, a volte penso che non sia mai accaduto, eppure quei soldi che sono ne venuti fuori li ho quasi finiti e dovrei inventarmi qualcos’altro.

Normalmente agli scrittori esordienti non viene data nessuna occasione, il mercato è abbastanza saturo con la gente già famosa, anche se è per altri motivi. La mia opportunità è venuta fuori per caso e non posso dire neppure di averla presa al volo, perché non avevo nemmeno idea di cosa stavo facendo.

Se è per quello, non ho idea di cosa sto facendo della mia stessa vita, come tutti gli altri, solo che io me ne rendo conto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 LA TELEFONATA

 

«Pronto?»

«Sì caro, sono io, ciao Artemio.»

«Faffa? Che voce strana. Tutto a posto?»

«Bene. Sai, sono solo un po’ raffreddata, ma te che stai facendo?»

«Beh... niente d’importante, come al solito. Faccio una camminata un giorno sì e un giorno no, qualche volta approfitto per comprare qualcosa da mangiare a casa o anche per andare a pranzo in qualche ristorantino... ma non è questo che volevi sapere, mi sbaglio? Ci sono novità?»

“Grandi novità, assai belle notizie per me e per te, se è che m’intendi!”

“Veramente no.”

«C’ho una proposta per te, di lavoro ovviamente.»

«Lavoro? Già mi puzza. Di cosa si tratta?»

« L’editore è nientemeno che Cipollini.»

«Che non mi è mai garbato. Peggio mi sento. Ma tu non ci fare caso. Dimmela e facciamola finita.»

«Libri di viaggio, Artè, ma scritti da grandi autori, se è che m’intendi, come te, ecco.»

«Ma tu sai benissimo che non io scrivo affatto libri di viaggio. Mai scritti.»

“Tu hai scritto un unico libro, caro mio, se non te lo ricordassi te lo dico io, e sono sette anni che si attende ansiosamente un altro capolavoro, piuttosto invano. E ci si sente frustrati, se è che m’intendi.”

“Lo so benissimo e non farmelo pesare di più di quello che già mi pesa, Donne e Buoi mi ha rovinato la vita...”

“Il titolo era Mogli e buoi.”

“Questo poi non cambia niente. Dopo che sono stato alla TV il mio già difficile rapporto con le donne è peggiorato, mi guardavano con un sorriso ironico, erano curiose magari, ma mi evitavano.”

“Sì lo so, oltre il blocco dello scrittore, che non è una cosa per niente originale, la tua fuga in Brasile, di conseguenza, ma prima del famigerato primo ed unico libro non mi pare che tu vivessi una realtà stimolante e ben retribuita, correggimi se sbaglio!”

“No, infatti. Però avevo qualche sogno in più.”

“I sogni non portano né pane, né prosciutto, nemmeno insalatina di campo. Ormai dovresti avere imparato questa lezione.

Ecco l’occasione che stavi aspettando, qualcuno che ti dia una buona idea e tu che la sviluppi, la fantasia non ti manca e nemmeno una cazzo di motivazione, ora mi devi solo fare il primo piccolo e timido passo ed è fatta!”

“Guarda: io non ti mando affanculo solo perché mi costa del fiato.”

Ho riattaccato sbattendo il ricevitore e sono uscito frettolosamente di casa. Poi sono rientrato per sostituire le ciabatte con le scarpe, prendere il portafoglio, le chiavi della macchina.

Invece di pettinarmi, per fare prima mi sono messo un berretto.

Ormai la camminata è diventata l'unica mia attività, con alcuni opportuni occasionali ganci, o pretesti, che svolgo fuori dal terreno di casa.

La sera ho telefonato io a Faffa, la mia paziente, intelligente, simpatica e anche un po’ rompiscatole agente, romana di Castel Gandolfo:

“Pronto! È la residenza estiva del papa?”

“Arte’, hai già cambiato idea, eh?”

“Noo, quando mai, volevo solo sapere meglio le cose.”

“Certo, sono qua per questo, ma ricordati che la tua fama è ancora viva, rammentati bene che la gente fa in fretta a dimenticare.»

«Va bene Faffa, ho capito. Offrono un mucchio di soldi.»

«Ecco. Un contratto con i cosiddetti controcazzi. L'editore è quasi un amico, per me, e vuole proprio te. Lo vogliamo deludere?»

«No, giammai, solo che gli editori mi fanno schifo e particolarmente Cipollini. È il primo della mia personale lista nera, il secondo è piuttosto staccato da anni e non ce la fa a rimontare. E se poi ti dico e ti ripeto che non ho mai scritto robe del genere...»

«Senti, tu puoi scrivere qualsiasi cazzo di tutto, e lo sai meglio di me. E poi c’è pure da dire un’altra cosa importante, cioè che sono stati interpellati diversi autori, una schiera di scrittori di tutto rispetto, di ogni regione, ognuno racconterà la sua relativa zona d'Italia. A te è toccata la Maremma, visto che sei di Onano.»

 

 

Onano: Un Affascinante Borgo tra Storia e Natura

 

Onano, un piccolo centro di poco più di mille abitanti, si erge sui monti Volsini, nella parte settentrionale della provincia di Viterbo, al confine tra Lazio e Toscana. Questo grazioso borgo, distante circa 55 km dal capoluogo Viterbo, è un luogo ricco di storia e tradizione, che offre scorci suggestivi e un’atmosfera unica...

 

«Si fa per dire. Ho abitato anche a Calcata... ma al mio romantico paesello di tufo e degli artisti, ci sono stato, sì, anche se poi a tre anni vivevo già a Torino e non mi ricordo quasi niente! Non mi pare di essere un tipico maremmano...»

«E questo non te lo chiede né Cipollini, né nessun altro, Artè!»

Ho di nuovo riattaccato, sbattendo il telefono, ma forse un po’ meno di prima.

Eppure secondo me Faffa lo sapeva già che poi avrei ceduto. Ci si sente ogni morte di papa, ma a volte mi pare che quella mi conosca meglio di quanto riesca a intravedere io stesso, dentro di me. Ma non ci vuole molto.

Ho resistito due giorni e poi l’ho chiamata.

«Non capisco perché ti ho telefonato, o anche perché mi ostino ad avere un'agente...»

«Perché sono il tuo unico angelo custode e l'unica tua vera amica.»

«Io non credo affatto agli angeli e meno ancora agli amici, che comunque non parlano di affari, gli amici.»

«Artemio, dammi retta, per te è una cosa da niente... Un lavoretto da cento cartelle o poco più.»

«Un lavoretto che non ho mai fatto. Guarda che combinazione. Io scrivo racconti leggeri ma di contenuto, introspezione a buon mercato e battute alla Woody Allen dei poveri, dimmi tu che c’entro io con la Maremma!?»

«La Maremma è terra di cultura e storia, la gente è alla mano e allegra, per niente stupida e tantomeno ignorante. La Maremma è soprattutto un luogo assai interessante, non è soltanto un'amena località turistica, lo sai...»

«Sì, questo lo so... Era una palude, una zona malarica, eccetera eccetera... C'è anche quella canzone, come si chiama? ...ah, sì, Maremma amara.»

«La cantava Nada Malanima. È una terra piena di fottuti misteri, chiunque ci troverebbe un’ispirazione. Perfino tu. Oltre a essere bella o bellissima, d’inverno non c’è turismo, ma c’è buon vino, buon cibo...»

«Forse questo è vero... »

“Ma certo. Nel pacco c’è anche l’isola d’Elba, altro luogo meraviglioso, e tu descriverai ciò che vedrai, mangerai bene, berrai dell'ottimo vino...»

«Ma perché Cipollini si è messo in testa una cosa del genere? Non mi pare una delle sue cose.»

«Non sono sicura, ma credo abbia ricevuto consistenti sovvenzioni da province e/o regioni. Il turismo non sta andando un granché bene in questi tempi di pioggia e freddo.”

“Ma la gente che legge è sempre meno e il turista non è affatto un intellettuale!”

“Anche per sentito dire le cose funzionano, a volte. Grandi scrittori che parlano della nostra bella Italia. Come trovata commerciale non è malaccio. E poi che ti frega? L'importante è che ci paghino bene. Fai mente locale. Tu hai soldi che ti avanzano? Non mi pare proprio.»

«Ecco, i soldi, sempre i dannati soldi. Faffa, ci affogherete nei soldi prima o poi. Non credi che l’arte, la letteratura specialmente, abbiano sempre meno a che fare con i soldi?»

«Quest’ultima cosa te la passo per buona senza difficoltà, ma il mondo è sempre diverso da come vorremmo. La vita è così e ci si può fare molto poco, se non adeguarsi.

E a quest’altezza del campionato, secondo i miei calcoli, tu avrai già il conto in banca scoperto.”

“Non è vero... e poi-poi-poi c’è il segreto bancario o no?”

“Sì, ma sette anni senza mai muovere le chiappe e ricevere solo i diritti di un unico libro che la gente sta dimenticando che sia mai stato scritto... nessuno se lo merita, se è che m’intendi!”

“Va bene però...”

“Ti ho già prenotato una stanza.»

«Come?! Ma io scrivo solo a casa, lo sai.»

«Questa volta non basta documentarsi su internet. Per raccontare un luogo, devi entrarci, visitarlo, viverlo. Non sei mica obbligato a scrivere là, cioè qua. Raccogli idee, impressioni, appunti, magari parli un po’ con la gente, poi torni a casa, non hai una casetta ancora a Torino? Torni lì, accendi il riscaldamento e ti metti a lavorare.»

«Che cazzo d’idea... e il biglietto dell’aereo?»

«Pagano tutto loro, prima classe naturalmente. Io ti ho prenotato la stanza per un mese, poi vedrai tu.»

«Faffa, potrei anche dirti di sì, accettare questo stupidissimo lavoro, ma partire, trasferirmi in un luogo che non conosco per un mese, beh, questo proprio...»

«Insomma Artemio, prendila come una vacanza. È una vita che non esci di casa. Secondo me ti farà solo bene.»

«Non verrò in Italia, né in Maremma Toscana o Laziale che sia. Lavorerò a casa.»

«No, tu alzerai il sottostante culo e partirai. Vuoi vivere il resto della tua vita sprofondato su una poltrona a ingrassare, bere whisky e fumare? Ti infilerò io stessa in un taxi e ti legherò alla poltrona dell’aereo, se continui a opporre resistenza!»

«Raffaella, mi stupiscono sempre di più le tue buone maniere...»

«Ne ho anche di meglio, vale a dire di peggio. Allora?»

Quando la chiamo con il nome intero, lei capisce che le mie difese sono pressoché finite, e allora passa senza tanti complimenti alla fase successiva. In un certo senso la ammiro perché è tutto il contrario di me.

«Quando parti? Domani va bene?»

«Sei l'agente letterario più cagacazzo che conosca. Ho scelto proprio la peggiore, mannaggia...»

«Allora?»

«D'accordo, accetto.»

«Ti sto inviando il contratto via mail. Ho fatto prenotare il volo delle 10 e 22, fa scalo a Rio, cioè devi cambiare aereo, poi a Francoforte, lì cambi di nuovo e dopo arrivi a Pisa... volendo a Roma, se ti pare meglio, è un po’ più vicina alla base che ti ho scelto... ma questo me lo devi dire subito.”

«Pisa mi piace di più. E dopo?»

«Dopo prendi la macchina a nolo, pagano loro, portati la patente, quella brasiliana va bene per sei mesi. Sei ancora in grado di guidare no?»

«Certo. Guido ancora, ho perfino la patente bollata, vidimata e tutto.»

«Per andare a fare la spesa?»

«Non solo, anche per andare in banca... e in posta.»

«Va bene, va bene... Farai base a Bagnaia. Per una strana coincidenza a tutte e due le Bagnaie, vale a dire: una vicino a Viterbo e l’altra all’isola d’Elba, di fronte a Portoferraio, qui mi hanno dato una settimana flessibile, visto che siamo in bassa stagione...»

 

Bagnaia è una frazione del comune di Viterbo, nel Lazio. Il borgo è situato sul tratto della Via Francigena che passa tra i monti Cimini, celebre per il giardino manieristico di Villa Lante...

 

«Che? Sei impazzita? Due Bagnaie al prezzo di una?»

«Esattamente. Ti ho spiegato tutto nell’e-mail che ti sto spedendo con il contratto.»

«Comunque mi sembra cretino dover partire in questa stagione... Raffaella, è gennaio, è inverno. Non sarebbe meglio rimandare il lavoro in primavera o in estate?»

«Negativo. Cipollini sta già pubblicizzando la collana e farà il lancio prima dell'estate. Copriti bene e chiudi il becco.»

«Penso che dopo questo libro ti manderò affanculo.»

«Ti piacerebbe eh? Tu hai bisogno di me, molto più che io di te. E poi ormai, ma chi ti piglierebbe?»

«Madonna mia...»

«Leggi la mail, firma il contratto e mandamelo subito via fax.»

«Ma veramente...»

«Nella mail ti ho scritto tutto, nome dell'albergo dove alloggerai, numeri di telefono, il link di Google Maps con la strada per raggiungere la Bagnaia di Viterbo... perché immagino che un navigatore satellitare tu non ce l'abbia... qui c’è una bellissima villa antica con dei Giardini che ti stappano le orecchie, Villa Lante, la visiterai magari, è una roba pazzesca. Alla seconda Bagnaia, all’Isola d’Elba ci vai alla fine della tua permanenza di un mese e devi prendere il traghetto con la macchina...»

 

La Spiaggia di Bagnaia si trova nel suggestivo golfo di Portoferraio ed è una delle spiagge più attrezzate e frequentate della costa nord-orientale dell’Isola d’Elba.

La località di Bagnaia, divisa amministrativamente tra il comune di Rio e quello di Portoferraio, è molto apprezzata per il mare limpido, i servizi presenti direttamente sul lungomare e il magnifico panorama verso le fortezze medicee e il porto di Portoferraio...

 

«Guarda che io mi oriento benissimo, anche in Brasile devi vedere come me la cavo bene, almeno fino a qualche anno fa... »

«Fai le valigie e preparati, Artemio. Chiamami quando vuoi. Ora devo scappare.»

«Ti scriverò una cartolina.»

«Scrivi il libro che è meglio.»

«Ricevuto, ciao.»

«Ciao Artemio, a presto.»

Click.

 3 PARADOSSI

 

 

Eppure, per quanto talvolta capita che ce ne lamentiamo, e spesso non a torto, l'esistenza terrena e quanto di meglio ci potesse capitare.

Consideriamo una vita marziana, per esempio, che sarebbe piuttosto scomoda già a partire dal clima, dato che l'escursione termica su Marte è estrema e varia da circa 60 °C a 100 °C ogni singolo giorno, con punte complessive che spaziano dai −140 °C dei poli ai +20 °C dell'equatore in estate, figuriamoci d’inverno cosa non ci succede.

Il problema di un ipotetico essere umano comincia già quando nasce con un sistema nervoso, invece di un sistema tranquillo, secondo me più consigliabile.

La gente vuole fare tante azioni contemporaneamente, quando anche svolgerne una sola alla volta gli verrebbe storta e zoppicante. Siamo creature imperfette e frustrate, perché auspichiamo tanto l’improbabile perfezione?

Il nostro concetto di tempo, che cambiò definitivamente e direi piuttosto disgraziatamente con la rivoluzione industriale in Inghilterra, ci mostra inequivocabilmente che gli animali, che non conoscono nemmeno l’orologio, senza il nostro deleterio intervento, potrebbero vivere una vita dannatamente tranquilla, senza considerare nemmeno la morte come una cosa determinante, se non il cessare delle ostilità.

Un famoso attore e regista di origine ebraica ci ha proposto di considerare l’obito come una maniera veramente efficace e definitiva per risparmiare sulle spese inutili.

 

 

 

 

4 ARRIVO

 

Sono le nove passate quando raggiungo finalmente il paese. Qui la notte è veramente notte. Poche le luci, pochi i lampioni, e poche anche le stelle stasera. Il cielo è coperto e non promette nulla di buono. Niente luna, ma non bisogna dare retta ai cattivi auspici, solo a quelli positivi.

Guido forse con eccessiva prudenza, non sono abituato a queste stradine, a queste continue curve. Formo delle file di autisti che cercano di sorpassarmi ma non c’è spazio e le curve sono troppe. È tanto, troppo tempo che non guido per un viaggio di centinaia di chilometri come questo, e non mi sento affatto sicuro. Forse non ho neanche rinnovato la patente, mi sono scordato di controllare, ma mi chiedo anche a che sarebbe servito? Tempo non ce n’era e preavvisi nemmeno.

Rallento. Accendo anche gli abbaglianti per vedere meglio, ma li spengo immediatamente perché un'auto mi sbuca improvvisa di fronte strombazzando infuriata. Rabbrividisco. Il riscaldamento è al massimo, ma non basta. C'è un freddo dannato fuori. Spifferi gelidi filtrano da tutte le fessure. Impreco a mezza voce.

Ecco il paese, sembra abbastanza grande. Di nuovo le rotaie e il secondo passaggio a livello, c’è anche la stazione del treno. Dalla cartina ho visto che Viterbo è a un tiro di schioppo, al massimo due.

 

Balnearia o Bagnaia, è un nome che in latino o in volgare significa "luogo dei bagni", a causa delle abbondanti acque che la bagnavano.

Sorge su un enorme sperone di peperino, pietra di origine vulcanica, sito a 425 metri di altitudine; è contornata da folti boschi che costituiscono le falde dei monti Cimini...

 

Attraverso uno strettissimo ponte, faccio un altro paio di curve. Faffa mi ha detto che non si può entrare con l'auto nel centro storico, ma ci ha pensato lei. Per te hanno fatto uno strappo. Nella mail che mi ha inviato, insieme al contratto, c'era anche un permesso speciale che quasi mi dimenticavo di stampare. Rovisto con una mano dentro il mio borsello, sfilo il foglio di permesso, lo sistemo sopra il cruscotto in bella vista.

Penso con affetto a Faffa, a tutte le sue premure.

Come farei senza di lei? Penso.

Giro a sinistra, fiancheggio un albergo, mi lascio riempire lo sguardo dalla bellezza delle pietre, spugne di luce che riverberano inquiete in questa notte di gennaio. Varco la porta del paese. Vado a passo d'uomo, ora.

Non c'è nessuno in giro. Di fianco alla piazzetta principale c’è una porta di una fortezza e il vero centro è là dentro, devo lasciare la macchina qui.

 Spengo il riscaldamento. Mi rendo conto che mi ha seccato terribilmente la gola. Tossisco e parcheggio.

Faffa mi ha scritto che la locanda è in fondo al centro storico. Ci si arriva a piedi. Scendo dalla macchina, mi stiracchio scompostamente.

Sospiro.

Una modesta scorreggia, poi un’altra più ragguardevole.

Mi guardo intorno. Gli occhi mi pizzicano di freddo e di stanchezza. Sono due giorni che non dormo.

Noto dei gatti che sbucano qua e là come ombre. Nessun altro. E un silenzio impressionante.

Apro il baule, prendo la mia valigia, il computer. Chiudo l'auto e mi incammino. Davanti a me due vie, o meglio, due vicoli. Uno più largo, leggermente in salita, e uno più stretto, leggermente in discesa. C'è un piccolo bar all'angolo. Scorgo al suo interno un pugno di anziani che parlottano. Potrei chiedere a loro dove si trova il mio albergo, ma non ho voglia di parlare stasera, e poi non credo proprio che mi perderò qui.

Imbocco il vicolo più ampio. Via Roma leggo sul muro. Il vento fischia tra le pietre. Mi sollevo la sciarpa sulla bocca, cammino più speditamente.

Ai lati della stradina si aprono ulteriori vicoletti, alcuni strettissimi e vertiginosi. Mi inoltro nel cuore del paese, con una sensazione strana nel petto. Stupore misto a timore. Bagnaia mi ricorda in qualche modo l'atmosfera di certi paesi del sud Italia, per un attimo mi balza in mente la Calabria, il profumo di certi suoi paesi, di muffa e di minestra, di sommesso, e nello stesso tempo di monumentale.

Cammino senza incrociare nessuno. A quest'ora e con questo freddo saranno tutti in casa al calduccio, mi immagino caminetti accesi e bicchierotti di vin brulè...

Sento un tuono in lontananza, ma poi mi rendo conto che è il mio stomaco che brontola. Sì, ho viaggiato a lungo senza mangiare neanche un boccone, solo sull’aereo e non era roba neppure tanto buona. Non vedo l'ora di arrivare, di farmi una doccia e di ristorarmi con una bella cena. Sorrido soddisfatto.

Oltrepasso un’altra piazzetta, guardo velocemente la chiesa alla mia destra, il massiccio campanile. Occhieggio un grazioso ristorantino, scorgo una bella luce oltre la porta socchiusa, ma soprattutto avverto un profumino che mi fa attorcigliare nuovamente lo stomaco.

Resisto alla tentazione di fermarmi. La mia locanda è anche ristorante. Mangerò lì. Continuo a camminare. Man mano che avanzo, la strada sembra inclinarsi sempre più. In breve raggiungo il fondo del paese. Un gatto mi guizza davanti ai piedi. Mi fermo di scatto, sobbalzando.

C'è un'insegna di legno che cigola al vento là, all'imbocco di uno stretto vicolo. Mi avvicino, sistemandomi bene la tracolla del computer sulla spalla. Una luce di lanterna illumina il nome della locanda.

Locanda dell’Angelo.

«Ci siamo!» penso soddisfatto trascinando la valigia sulla strada di travertino «Ecco il mio rifugio.»

Osservo di sguincio il nome della locanda sul legno cigolante dell'insegna, poi spingo la porta ed entro.

Subito dopo inizia a piovere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 LA LOCANDA

 

Il corridoio è molto angusto, ci passo a mala pena con il computer a tracolla e la valigia. Le luci sono tiepide, fioche, forse di proposito vogliono simulare l’antichità del luogo. Abbasso la cerniera della mia giacca a vento, qui dentro è molto caldo. Mi sfilo la sciarpa dal collo, con un gesto veloce che risulta imbranato e affannoso.

Raggiungo una piccola sala, appoggio i miei bagagli vicino a un bancone di legno massiccio, scuro. Non c'è nessuno, ma sento un rumore di stoviglie che sembra provenire dalla stanza accanto. Ne approfitto per togliermi il giaccone. Il soffitto è a travi, le pareti in tufo. Il locale è molto antico e splendidamente restaurato.

Mi schiarisco la voce per richiamare l'attenzione dei proprietari. Niente. Rimango solo, insieme al rumore di pentole e stoviglie.

«C'è nessuno?» Chiamo a gran voce.

Mi affaccio timidamente alla stanza adiacente. È una piccola sala da pranzo. Ci sono sei tavoli apparecchiati.

«Buonasera.» Dice improvvisamente una voce melodiosa alle mie spalle.

Mi giro, raggiungo l’uomo che mi si presenta di fronte, fingo un sorriso di cortesia, gli tendo la mano.

«Buonasera a lei...» Dico «Sono Artemio Meoni.»

«Sì, ho capito.»

È un po’ curvo ma possente, spalle larghe, capelli sale e pepe, zigomi alti, sopracciglia folte e ispide, barbetta con più sale che pepe, rispetto ai capelli. È vestito da cuoco. Un grembiule pieno di macchie gli penzola dal collo disordinatamente. Più che un uomo un gigante.

Rimaniamo in silenzio per un tempo che sembra interminabile, anche perché attorno non c’è nessun rumore.

Adesso vorrei togliermi anche il maglione, sto sudando. L'ambiente è piccolo e il caldo davvero esagerato.

Casimiro si presenta, mi sorride e mi fa un cenno con la mano, mi invita a seguirlo al banco.

«Allora si fermerà tutto il mese?» Domanda. Tira fuori una specie di grosso libro rilegato in pelle, un vecchissimo registro. Lo sfoglia con noncuranza, stropicciando le pagine. Osservo le sue mani, enormi e pelose.

«L'intenzione sarebbe quella...» Rispondo cercando di figurarmi tutto quel tempo.

Inizia a segnare qualcosa su una pagina bianca.

«Mi può favorire un documento?» Mi domanda, e noto che la sua voce segue una specie di cantilena.

«Certo...» Gli porgo la mia carta d'identità.

«Perché si chiama la Locanda dell’Angelo?» Chiedo con un mezzo sorriso al gigante gentile.

«Come dice, scusi?» Domanda lui, osservando la parete a sinistra, perplesso.

«Le domandavo se c’è un qualche motivo per il nome... Mi riferisco al nome della locanda...»

«Ah, ho capito. No, a dire il vero non lo so. I padroni sono religiosi, magari.» Farfuglia lui, sembra imbarazzato ora dalla mia curiosità, poi si rimette a scrivere i miei dati sul registro.

«Quindi non è il proprietario della locanda...» Insisto io.

«Nooo. Io aiuto soltanto, cucino, faccio le camere.» Mormora lui definitivo, quando parla guarda in alto sopra di me a sinistra, senza mai incontrare i miei occhi.

Fa un lungo sospiro, chiude il registro, mi porge il documento, prende una chiave da sotto il bancone.

«Venga, mi segua. La accompagno alla sua stanza.» dice sgusciando da dietro il mobile e inoltrandosi in un corridoio strettissimo che non avevo notato. Raccolgo le mie cose, velocemente, e gli vado dietro.

Raggiungiamo una piccola scalinata. Sembra impossibile che questi gradini possano reggere il peso di un uomo così grosso. Invece lui avanza spedito e leggero, sembra non far fatica. Io al contrario ho il fiatone, ma cerco di mascherarlo.

Arriviamo al primo piano. Un altro corridoio, buio. Spinge un interruttore. Si accendono alcuni faretti, andiamo avanti. Lungo il corridoio cinque sei porte, non di più. Ci fermiamo davanti alla seconda.

Casimiro infila la chiave nella toppa, poi guarda di sbieco in alto a sinistra.

«Ecco la sua stanza, prego.» Esclama spalancando la porta e invitandomi ad entrare. Io ringrazio lui accende la luce della camera, io entro, a piccoli passi.

La stanza è piccola, ma ben arredata, curata. Un letto, un armadio, una scrivania, una finestra affacciata sullo strapiombo.

«Di là c'è il bagno.» La sua sembra la voce di un soprano.

Io apro la porticina del bagno, mi affaccio.

«Bene, va bene.» Dico con un cenno soddisfatto del capo.

Poi biascica qualcosa tra i denti, ma io non capisco niente.

«Cosa?» Gli domando timidamente.

«Cena qui?» Chiede lui, appoggiandosi le mani sui fianchi.

«Ah, sì, certo!» Esclamo con un sorriso. «Il tempo di una doccia e scendo.»

«D'accordo, a dopo.» Lancia un'ultima occhiata in alto a sinistra ed esce dalla stanza.

Mi avvicino alla porta, la chiudo a chiave. Sospiro, scuotendo il capo.

«Che tipo...» Sussurro. «Sembra il gigante buono di qualche favola.»

Sorrido tra me e me, avvicinandomi alla finestra. Spalanco le imposte, mi affaccio sullo strapiombo.

Qua è tutto pieno di gole, provocate dall’erosione, ci sono anche le vie fonde degli etruschi scavate nel tufo, anche le case sono fatte di tufo.

Il freddo tagliente di gennaio entra nella stanza, ma sento che mi fa bene stavolta. Qui dentro si soffoca dal caldo.

Non si vede granché, è buio pesto là fuori. Emerge soltanto il piccolo santuario che ho notato in macchina poco fa. È illuminato in modo teatrale. Un occhio di bue di luce bianca lo sottolinea platealmente. Il resto è nero.

Intuisco le fronde degli alberi che circondano il paese, intuisco le acque che scorrono laggiù. Intuisco tutto questo, ma non vedo nulla. Piove, e per poco non me accorgevo neppure.

«Bè, sono arrivato in tempo...» penso, poi socchiudo le imposte.

Sistemo il computer sulla scrivania insieme al telefonino.

«Per fortuna un po' di segnale c'è...» Constato.

«La valigia la disferò dopo...» Rifletto ad alta voce.

Per un attimo penso che Faffa non avrebbe potuto trovarmi un posto più folkloristico, vintage, lei lo sa che a me il moderno non mi garba, anche se a volte è più comodo, magari in una città, a Viterbo per esempio.

Ha voluto sistemarmi proprio qui perché vuole che mi senta bene.

Eppure c'è qualcosa di particolare in questo paese, in queste case antiche.

C'è un'atmosfera curiosa che in qualche modo mi attrae.

Forse troverò davvero qualcosa di buono su cui scrivere.

Con questo pensiero sereno mi spoglio e mi metto sotto la doccia.

Rimango sotto l'acqua per almeno dieci minuti. La fame si sta davvero facendo sentire, lo stomaco è ormai un groviglio urlante.

Mi asciugo in fretta i capelli, torno in camera. Chiudo la finestra. Fuori c'è un vero e proprio temporale ora. Lampi e tuoni. E acqua scrosciante.

La stanza si è rinfrescata. Indosso abiti puliti, torno in bagno, mi metto davanti allo specchio. Noto con sgomento le borse sotto gli occhi, le rughe che mi segnano collo e bocca.

«Sono vecchio, maledizione... Ero un ragazzo, e ora sono vecchio.» Sussurro a denti stretti.

La pancia mi sporge rotonda dalla cintura. La sfioro con una mano, scuoto il capo.

«Dovresti smetterla di bere, almeno...» Dico alla mia immagine riflessa nello specchio, indirettamente alla pancia.

Abbozzo un sorriso.

In fondo sono contento di essere qui, di aver cambiato aria.

Il mio stomaco implora nuovamente ristoro.

«Chissà Casimiro cosa starà preparando di buono?» Rifletto uscendo dal bagno «Ma saprà cucinare?»

Per un attimo mi rattristo. Il mio unico desiderio adesso è una lauta e ricca cena. Non potrei sopportare un pasto mediocre, in Maremma poi!

Quando esco dalla stanza penso che l'ultimo libro che ho scritto è stato pubblicato sette anni fa. Sette anni sono un'infinità. Per un momento temo che non riuscirò mai più a scrivere. Ma lo sapremo presto.

Percorro di corsa il corridoio e scendo le scale fischiettando.

 

 

 

 

 

 

6 LA CENA


 

Raggiungo la sala da pranzo e mi accomodo al tavolo nell'angolo, vicino alle finestre. Il profumo di cibo riempie tutta la locanda ora. Un ottimo profumo.

«Stai a vedere che alla fine è un cuoco straordinario!» Penso divertito.

Le luci del locale sono calde e soffuse, gradevoli. Mi perdo a contemplare le vecchie travi lignee del soffitto, le rifiniture degli intonaci, dei restauri.

Dopo poco dei passi pesanti. Mi volto di scatto e vedo Casimiro venire verso di me. Porta una cuffietta bianca in testa, si sta pulendo le mani nel grembiule che penzola dal collo taurino. Ha un'aria minacciosa e gentile allo stesso tempo. Lì per lì provo persino un leggero timore. Gli occhi di Casimiro sono grandi e scuri, all’infuori.

Io gli lancio un sorriso. Si ferma di colpo, appoggia una manona sul mio tavolo, è sudata.

«Che profumino che ha fatto qui...» Gli dico e lui sorride.

«Come primo abbiamo tortelli al ragù di cinghiale, oppure pasta e fagioli con straccetti all'uovo...» Attacca lui meccanicamente «Come secondo buglione di agnello, oppure fegatelli di maiale.»

Solo a sentire nominare questi piatti mi aumenta in bocca la salivazione.

«Cos'è esattamente il buglione?» Domando curioso.

«L'agnello viene fatto bollire a lungo in una pentola di coccio nel sugo, con bietole, patate e spezie varie.» Risponde con il suo sguardo perso in alto a sinistra.

Annuisco soddisfatto.

«Bene, allora pasta e fagioli e buglione!» Esclamo strizzandogli l'occhio. «Da bere cosa vuole?»

«Vino. Vorrei una bottiglia di bianco.» Rispondo.

«Va bene. Ma con questi piatti sarebbe meglio un rosso, no?» Dichiara con un sorrisone.

«Già, sono sapori forti e maremmani, non è vero?»

«Mammeglio! Lasci fare a me, di queste cose me ne intendo. »

«Mi fido. » Ed esce a lunghi passi.

Tamburello le dita sul tavolo. Casimiro irrompe nuovamente nella stanza. Mi appoggia davanti un cestino di pane e una bottiglia senza etichetta. Lui la stappa con inaspettato stile. Ne versa un dito nel calice. Attende.

Io prendo il calice dallo stelo, lo agito leggermente in modo circolare, appoggio le narici sul bordo del bicchiere. Poi sorseggio il vino.

«Buono!» Esclamo. «Davvero un gusto nuovo...»

Lui non dice niente, sorride, fa dietrofront e scompare oltre la soglia.

Mi metto in bocca un pezzo di pane. Mi verso un abbondante bicchiere di vino. Getto un'occhiata distratta verso le finestre, ma non vedo nulla. Soltanto un fascio di pioggia scrosciante. Si odono tuoni e rombi, ma sembrano molto distanti da qui, ovattati.

Il pane è buono, saporito, crosta dura e mollica con grandi bolle. Il buon ristorante si capisce già dal pane, diceva un mio amico e aveva ragione.

E il vino scende giù che è un piacere.

Quando mi verso il secondo bicchiere che mi accorgo di lei.

Non sono solo nella stanza.

C'è un altro ospite seduto al tavolo, nell'angolo opposto al mio, una donna non giovanissima, certo meno attempata di me, di pelle scura e capelli corvini.

Si sta pulendo la bocca con un lungo tovagliolo bianco. Probabilmente ha appena finito di cenare. Possibile che non mi sia accorto della sua presenza? Penso che la fame e la stanchezza possono fare davvero degli strani scherzi a volte.

Lei mi guarda, inclina leggermente il capo in segno di saluto. Io contraccambio timidamente con un sorriso sghembo.

Cerco di distogliere lo sguardo, ma sento che invece lei continua a guardarmi. È un tipo hippy, capelli lunghi e fintamente scarmigliati, vestita di chiaroscuri, un gioco di riflessi appena accennato, nero e di arancione scuro, tra il rosso e il marrone, cangianti ma non troppo.

Sorseggio il vino con falsa noncuranza. Uno come me non sa fingere, ma è costretto a provarci spesso. Incrocio nuovamente lo sguardo della signora. Lei mi saluta ancora con una specie di inchino, i suoi occhi allungati mi ammiccano.

Ho la sensazione, non so se gradevole oppure no, che mi abbia riconosciuto, ma forse mi sbaglio.

Il grande silenzio attorno è rotto dai piccoli rumori di ogni nostro piccolo movimento.

Casimiro, non visto, intuisce che deve provvedere e lo capisco dalla musica di Kaballà a basso volume che inizia, Le vie dei canti, uno dei miei dischi preferiti, lo ascoltavo anche con le cuffiette sull’aereo.

Bevo una lunga sorsata di bianco e di nuovo mi tornano alla mente i sette anni. Sette anni che non metto in fila sulla carta due parole. Ma che diavolo ho fatto io in questi sette anni?

Fortunatamente questi pensieri vengono spazzati via col sopraggiungere del tuttofare della locanda. Mi viene servito un piattone di minestra fumante, profumatissima. Io ringrazio e mi getto a capofitto sul cibo.

Divoro la minestra di fagioli e mi dimentico di tutto, della donna, del mio lavoro, persino di essere in Maremma.

Mi pulisco la bocca, mi verso l'ennesimo bicchiere, mi appoggio soddisfatto allo schienale della sedia.

Dopo poco torna il cuoco.

«Complimenti davvero, un piatto eccellente!» Gli dico pieno di gratitudine. Un movimento impercettibile di gioia sulle sue labbra.

Mi rendo conto che la stanchezza e il vino hanno lavorato insieme su di me, mi sento un po' ubriaco.

Casimiro mi porta via il piatto vuoto. Io addento un altro pezzo di pane in attesa del secondo.

La donna è sempre là. Già, mi ero dimenticato di lei.

Mi pare che mi voglia parlare, non sono così famoso, ma forse ha letto il mio libro, perché continua a fissarmi? Forse si è riconosciuta in qualche personaggio di Mogli e buoi. Magari ha pensato che erano dei paesi suoi.

Non ho voglia di parlare con nessuno. Butto giù una gran sorsata di vino. La testa si è alleggerita. Una lieve euforia si è sostituita alla stanchezza.

Arriva il buglione di agnello, una porzione davvero generosa. Metto di nuovo in moto le mascelle. Me lo gusto davvero questo piatto, con una fame, una voracità che da tempo mi mancavano.

Finisco l'agnello, faccio persino la scarpetta per assaporare fino all'ultimo boccone quel sugo meraviglioso. Mi verso l'ultimo goccio di vino nel bicchiere.

Guardo meglio la donna. Forse aspettava semplicemente che smetta di piovere. Si sente incoraggiata, dal suo posto dice:

“Lei assomiglia a uno scrittore che però mormorano che viva in Brasile.”

“Al mondo ci sono sempre dei sosia nei posti sbagliati.”

“Dipende dai punti di vista. Questo mi pare un posto giusto. Il fatto che non si è sorpreso però mi comunica che invece lei è proprio Artemio Meoni, autore di uno dei miei libri preferiti.”

“La sua capacità deduttiva è degna di un’infallibile investigatrice.”

“Anche la sua non è affatto male. Mi presento: vice-questore Carmela Gullotta.”

Ed ecco che arriva Casimiro a fare il suo servizio.

«Vuole qualcos'altro? Un dolce?» Mi domanda senza guardare nessuno.

Ci penso per un attimo, poi rispondo: «Mi porti un caffè, grazie.»

Lui annuisce e torna nuovamente in cucina.

Io sospiro e guardo la finestra. Piove ancora, ma meno intensamente.

Cerco la signora.

Non c'è più. Il suo tavolo è vuoto.

Forse era stata in bagno, ora sbuca dal corridoio e se ne viene avanti, è alta e senza tacchi, si muove con grazia.

« L'ho riconosciuta subito, sa? Ho letto tutti i suoi libri e ripenso spesso a quella bella trasmissione che faceva tanti anni fa in televisione...» Esclama.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7 LA CONVERSAZIONE

 
 

«Sì, sono io. Ma di libri ne ho scritto solo uno. La trasmissione personalmente non mi piaceva, ma la mia agente mi aveva quasi obbligato a parteciparvi.» Dichiaro in un inaspettato moto di sincerità, io stesso mi sorprendo di quello che ho appena detto.

In realtà dovevo dire: «No, si sbaglia. Forse la persona di cui parla mi somiglia soltanto.»

Era questa la frase che avevo pensato di dire. Probabilmente la bottiglia di vino sta facendo il suo effetto. E poi la signora, anche se è una poliziotta, ha una certa grazia e a vederla da vicino, forse anche per il suo modo di fare, ora mi fa un’altra impressione.

“Si arriva a  una  certa  età  nella  vita e  ci si accorge che i momenti  migliori  li abbiamo  avuti per sbaglio.  Non  erano diretti a noi.”

“Bel concetto, ma l’ha detto Ennio Flaiano, prima di lei. E se ha scritto solo un libro posso dire di averli letti tutti, non me ne manca nessuno.”

Carmela mi ha fregato con grazia, ma mi sorride. Io le stringo la mano, forse per congratularmi o perché mi sento imbarazzato dalla sua maniera di fare, un po’ antipatico con un mezzo tono della voce da bambina piccola e saccente.

«Piacere...» dico. La sua mano è tiepida e asciutta. Avverto una specie di pizzicore lungo il braccio, un brivido che mi corre sottopelle.

Avverto il suo profumo. Uno strano odore per la verità, ma buono, semplice odore di erba, magari con qualche fiore di campo dentro.

«Posso permettermi...» Domanda cercando il mio sguardo e sfilando una sedia dal mio tavolo.

«Prego...» Farfuglio cercando di vincere la mia timidezza insieme alla sorpresa, alla stanchezza, al vino veritas, al buglione di agnello che nuota nello stomaco. Ovviamente non ci riesco.

«Non ho intenzione di importunarla.» Continua lei sedendosi al mio tavolo, e riuscendo con il suo sguardo fisso quasi a ipnotizzarmi nel mio stato di torpore.

«Vorrei offrirle qualcosa e scambiare con lei solo due parole. Al massimo tre. Non più di quattro.”

E ne ha già dette cento. Ammiro la gente che sa mentire spudoratamente, scherzando come se niente fosse, ma parlando sul serio. Specialmente se il bugiardo è una bugiarda.

Perché invece io non ci riesco.

“Posso avere questo onore?»

Non c’è bisogno che io risponda, si è già seduta, e poi non ci riesco nemmeno, mi sistemo meglio sulla sedia. Osservo tra il preoccupato e l’incantato il suo sorriso da bambina malandrina, in qualche maniera che non riesco a capire.

«A dire il vero sono molto stanco...» rispondo io con voce malferma. Ma il vino rosso deve avermi reso poco credibile.

Lei allora dice, con un evidente accento toscano:

«Lo prende un ammazzacaffè?»

In quel momento torna Casimiro, che mi piazza davanti una tazzina di caffè fumante.

«Aspetta...» Gli dice lei trattenendolo per una mano. Ha un tono confidenziale. Devono conoscersi.

Il gigante buono ci guarda, in attesa.

«Cosa posso offrirle Artemio?» Mi fa lei.

Io tiro un lungo sospiro, appoggio mollemente le spalle sullo schienale della mia sedia.

«Un amaro, grazie.» Cedo infine.

Carmela apre appena la bocca in un sorriso che a me sembra diabolico, forse anche un po’ intrigante.

«D’accordo.» Dice, poi ordina due amari.

“Va bene, confesso, ho la patente scaduta.” Dico io. Lei ride. E c’ha dei denti bianchi, una risatina d’argento.

Poi dichiara con una mano sul cuore, che poi per me risulterebbe piuttosto sul prosperoso seno.

“Giuro che quello che mi garba di più di uno scrittore, eventualmente di un regista, è il serio e il buffo mischiati e la sorpresa che ne viene fuori. Nel suo libro, quando tutto pare tragico o indifferente, che a volte è anche peggio... ecco la battuta, lo spirito che si eleva per scorgere oltre, il buffo delle situazioni anche di routine, una cosa che stupisce, che ci fa ridere.”

“Guardi che non sembra, ma ridere è una cosa seria.” Scandisco io, che mi sto riprendendo anche se lentamente dalla sorpresa di quell’incontro, al quale cerco di abituarmi.

“Certo, la tragedia è fin troppo facile, cosa di tutti i giorni, tutti ci si riconoscono senza sforzo, ma riuscire a far ridere è molto meglio e anche assai più difficile.” Dice Carmela.

“Ma alcune persone ci riescono senza difficoltà.” Ribatto.

“Ma come fanno?”

“A volte è senza volerlo, indirettamente. Io per esempio sono avvantaggiato, per prime mi vengono in mente tutte le cose sbagliate da dire in una determinata situazione, rapidamente ne scelgo una e la dico. Di solito è la peggiore... a volte la gente ne ride, senza averci minimamente calcolato.” E lei ride di gusto, in lei non c’è alcuna falsità.

 “Non mi dica che sta indagando su un complicato caso di omicidio.” Dico all’improvviso e lei diventa subito seria. Si mette un dito davanti alla bocca e sussurra:

“Quasi. Non posso rivelarle i particolari però.”

“Magari ci potrei scrivere un libro. A volte penso che vorrei scrivere un poliziottesco, forse anche un po’ noir, ambientato in Maremma, che ne so... ma non credo che ne sarei capace. Anzi ultimamente non riesco a scrivere una riga di nessun genere.”

“Blocco dell’artista? Vabbè, ma sono cose effimere, passano presto, basta trovare un’ispirazione qualsiasi, qualche situazione della vita che ci stimoli.”

“Beh... veda che sono sette anni che non mi succede niente del genere.”

“Non ci credo, non mi prenda in giro, la prego.”

“Mi dia del tu. E qui la prego io.”

“Che cosa ci fa qui, allora? Lei non vive in Brasile?”

“Ti prego...”

“Ah già, che cosa ci fai qui?Non vivi in Brasile?

“Bella domanda, ma non saprei cosa risponderti. Sono qui per lavoro, è vero, però proprio non so se ci riuscirò, a scrivere.”

“Come? La tua agente t’ha spedito qui quasi per forza?”

“Senza il quasi.”

Ride e lo sa fare veramente bene. Osservo la sua belle labbra senza rossetto, gli occhi tagliati in diagonale nerissimi e brillanti. I canini un po’ aguzzi, un leggero strabismo di venere, assomiglia alla sorella vampira del conte dracula,che ho visto in un film.

Penso che in fondo innamorarsi alla mia età, come diceva Julio Iglesias, è qualcosa che ha maledettamente a che fare con una valigia sul letto, quella di un lungo viaggio.

Non mi è così antipatica quella donna, se non fosse che mi pare stia mirando al mio cuore, ma forse è prematuro giudicarlo in così poco tempo.

Guardo la creatura seduta al mio tavolo. Più mi ribello al mio destino e più mi comincia a piacere e non mi succede quasi mai.

Quanti anni potrà avere? Forse una quarantina. Possibile che non sia sposata e madre di figli? Non credo proprio che sia disponibile come mi vuol far credere.

E lei non può certo pensare la stessa cosa di me. Timido, solitario, complicato, bloccato e potrei continuare sullo stesso tono. Proprio le caratteristiche più detestabili. Eppure...

«Allora Artemio Meoni, dimmi una cosa sola... Che cosa ci fa uno scrittore di successo in questo paese sperduto?» Riattacca lei con una certa dose di curiosità.

“Il successo non mi appartiene più da tanto tempo e poi il segreto professionale non mi permette di dirtelo.”

“Sei molto simpatico.

Ma non voglio sapere il titolo, né la casa editrice.

Dunque quale tipo di letteratura si pretenderebbe da te?”

“Un fottuto tipo che io non solo non conosco, dalla parte del manico, ma neanche da lettore e che non ho mai nemmeno pensato di poter scrivere un disgraziato giorno della mia futura vita...”

“Quindi quale?”

“Un libro di viaggio, parlare della Maremma per l’editore Cipollini, tra l’altro un essere spregevole.”

“Beh...” Dice lei, mi pare delusa ed io lo so perché mi sento così da sette anni o giù di lì.

Mi stropiccio un occhio, sorseggio piano il caffè bollente.

«Sono qui per lavoro. Lo ammetto.» Affermo in modo evasivo. “Ma quando scrivevo, l’ultima volta che l’ho fatto, sette anni fa, quello non mi sembrava un lavoro. Era troppo bello.

Farlo ora invece mi sembra un lavoro e anche duro, peggio di spaccare le pietre con un piccone, fare il manovale o l’imbianchino. Zappare la terra insomma.”

«Ora ho capito. Ah, interessante...» Fa lei annuendo ripetutamente. Le sue guance sono un po’ arrossite per via del vino, ho notato che si è scolata un mezzo litro di rosso.

«Sicché scriverai di questi posti, cioè anche di Bagnaia?» Domanda.

Finisco il caffè, osservo la soglia vuota della sala da pranzo. Desidero vedere Casimiro, desidero che la sua presenza interrompa la nostra conversazione.

«Sono appena arrivato.» Dichiaro monolitico.

«Non ti vuoi sbottonare, eh?» Esclama Carmela con una fastidiosa vocetta stridula. Mi tocca il braccio in modo amichevole. Io lo ritraggo immediatamente. E avverto di nuovo quella scarica di freddo in superficie.

Questa mi vuole fregare, ma io non ci casco più, figuriamoci, innamorarsi a quest’età. Lei intuisce che in quel suo pazzo gioco sta perdendo terreno e cambia faccia al volo.

Arriva il cuoco. Ci serve due bicchieri colmi di amaro, poi si allontana. Io vorrei trattenerlo, trovare una scusa per dileguarmi.

«Cin!» Ammicca la donna alzando il bicchiere.

Alzo il bicchiere anch'io e butto giù una sorsata di amaro. È molto buono, non è il solito liquore industriale. Sa di erbe forti.

«Bono, eh?» Dice lei soddisfatta «Non è mica quello che compri al supermercato, l'è artigianale questo!»

Non posso fare a meno di notare i suoi due canini, che se ne escono fuori dalla linea dei denti, sono anche vampirescamente appuntiti.

 Annuisco e continuo a sorseggiare l'amaro, cercando di isolarmi.

«Carmela Gullotta, tipici nome e cognome toscani!» Mi scappa senza volere di bocca. È chiaro che sono brillo. Sarebbe meglio alzare i tacchi e tornarsene su in camera. Invece faccio un passo avanti e due indietro, non troppo metaforicamente gioco col fuoco e rischio sempre più di ardere.

«Non sono originaria del luogo, ma vivo in Maremma da sempre. Mio padre era una specie di commercialista della mafia, in Sicilia sarebbe stato troppo rischioso, una facile preda, allora lo avevano distaccato qui...» Afferma lei come se parlasse di un film, poi si attacca al bicchiere e beve piccoli sorsi di liquore.

«Ah sì? Addirittura!”

“Purtroppo...”

“Bene, bene...» Cerco di liquidarla io, minimizzando.

Osservo il suo aspetto finto trasandato, i suoi camicioni sovrapposti, larghi e lunghi da hippy. Non ha certo l'aria di un vice-questore.

“Ora devo proprio andare, se rimane qua in giro magari ci incontriamo di nuovo.” Mi ha ridato del lei e se ne è andata, lasciandomi lì come un cretino, quale effettivamente sono.

O no?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8. INSONNIA


 

Salgo gli scalini a due a due, saltando come una cavalletta.

«Maledizione, dovevo proprio incontrarla stasera questa qua?» Chiedo a me stesso.

Raggiungo in fretta il piano, imbocco l'angusto corridoio, mi fermo davanti alla porta, frugo nelle tasche alla ricerca della chiave, non la trovo.

«Ma porc... Stai a vedere che l'ho dimenticata sul tavolo!» Esclamo sbuffando.

Guardo la porzione di corridoio dietro di me, lo slargo buio, le scale che biancheggiano appena.

Silenzio.

Chi pensi di trovare? Credi forse che Carmela ti segua fin nella tua stanza?

Per un momento immagino di veder sbucare dall'ombra la sua figura, scaccio con un gesto della mano questo pensiero, come si fa con una mosca fastidiosa. Riprendo la ricerca della chiave. Non ho certo voglia di scendere di nuovo le scale e tornare in sala da pranzo. Mi gira la testa e le gambe mi reggono appena.

Sì, diciamo pure che non vuoi incontrare di nuovo quel vice-questore, diciamo che ti è venuta un po' di strizza!

Ripenso a quei due canini aguzzi e allungati.

Niente di niente. Le mie tasche sono vuote.

Impreco a mezza voce.

Sento un rumore, una specie di colpo sordo.

Mi volto. Da dove proviene? Forse da una delle stanze. Ci sarà qualche altro ospite, probabilmente.

Getto uno sguardo rapido alle porte ed è in quell'attimo che noto la mia chiave appesa.

«Che razza di idiota!» Sussurro con un sorriso «L'avevo dimenticata qui...»

Giro la chiave nella toppa ed entro in stanza. Chiudo in fretta la porta alle mie spalle, serrandola con più mandate.

Inutile nasconderlo: provo un improvviso sollievo. Le tempie smettono di battere, i pensieri si sbrogliano piano piano.

Mi spoglio rapidamente, getto gli abiti su una sedia. Rimango in maglietta e mutande. Si sta bene così, tanto è il caldo.

Mi avvicino alla finestra. Piove ancora e molto forte. L'acqua sbatte proprio sui vetri. Avrei voluto socchiudere le imposte, far entrare un po' d'aria in camera, ma non è il caso con quest'acquazzone.

Mi fermo ad osservare i disegni che la pioggia crea sui vetri, il lento scivolare delle gocce, il loro intersecarsi.

Mi rendo conto di non essere affatto stanco, in realtà.

A volte gli ammiratori sono davvero strani. Penso a tutte le lettere che ho ricevuto, a tutti gli autografi fatti, alle persone più curiose che libri e fama mi hanno fatto incontrare.

Inizio a girare in tondo per la stanza. Non posso fare a meno di riflettere sulle parole di Carmela. Perché voleva conoscermi? Uno stupido gioco? Chissà che divertimento per lei, eppure nel suo scherzo sembrava seria!

Rimugino a testa bassa, camminando in circolo a piedi nudi. Il pavimento è splendido, in cotto antico. Ascolto il cik ciak dei miei passi pesanti.

Vado in bagno, faccio scorrere l'acqua dal rubinetto. C'è un bicchiere di plastica sigillato in un involucro. Lo scarto velocemente. Riempio il bicchiere. Chiudo il rubinetto.

Bevo a grossi sorsi. L'acqua è buona, fresca. Ne bevo un altro bicchiere colmo.

La cena e tutto quel vino mi hanno fatto venire una gran sete.

Osservo la mia faccia allo specchio.

«Madonna mia, che razza di occhiaie!» esclamo con una smorfia. Spengo immediatamente la luce ed esco dal bagno.

La valigia è ancora in mezzo alla stanza, per poco non ci inciampo. Decido di mettere a posto i miei abiti.

«Tanto non ho sonno...» dico tra me e me. Appoggio la valigia sopra il letto, la apro. Poi mi fermo.

«Ma sono davvero convinto di restare qui? In questa locanda?» Penso ad alta voce, massaggiandomi dubbioso il mento.

Decido di chiamare Faffa. Mi avvicino alla scrivania, prendo in mano il cellulare.

«Ora le dico che non scriverò nessun libro, che me ne tornerò a casa domani...»

Quando apro il telefonino il display si illumina. Compare l'orario: le 23:45.

«Acc... Troppo tardi, non posso chiamarla adesso...» rifletto deluso.

Chiudo il cellulare, mi dimentico subito che dovrei caricarlo, lo appoggio di nuovo sul tavolo di fianco al computer.

Torno alla mia valigia spalancata.

Inutile negarlo, quella donna è riuscita a stuzzicare la mia curiosità, la mia brama di affetto. No, non è affetto quello, è altra roba. Sono curioso e spaventato, cosa devo fare?

Forse aveva ragione Faffa, potrei trovare del buono qui in Maremma, o anche del pericolo.

Inizio a tirar fuori i miei abiti dalla valigia. Li dispongo delicatamente sul copriletto.

Mi accerto di aver tirato fuori tutto, poi chiudo la valigia e la nascondo dietro la scrivania. In pochi minuti metto a posto i vestiti nell'armadio.

«Ecco...» Mormoro soddisfatto.

Decido di coricarmi e leggere qualche pagina di libro. L'ebbrezza da vino sta pian piano sfumando.

Mi infilo sotto le coperte, accendo la luce sul comodino e spengo quella principale. Il materasso sembra ottimo e anche il cuscino. Prendo il mio libro, inizio a leggere qualche riga, ma le lettere si sovrappongono, il senso mi sfugge. Ritento più volte, ma non riesco a concentrarmi. E non è il sonno, purtroppo, ma una specie di agitazione, di eccitazione. Appoggio il libro sul comodino, incrocio le braccia dietro la nuca, guardo il soffitto.

«Certo che hanno proprio un fascino particolare le antiche abitazioni... Guarda che travi magnifiche...»

I miei pensieri si interrompono di colpo.

Qualcuno ha bussato alla mia porta.

Mi alzo dal letto, di scatto.

«Ma chi diavolo può essere...» Sussurro, mentre cerco nell'armadio la mia vestaglia.

È Carmela, chi vuoi che sia!?

Ascolto il silenzio vertiginoso che mi avvolge. Gli unici suoni ovattati provengono dall'esterno. Pioggia e vento.

Mi infilo in fretta la vestaglia e mi avvicino alla porta.

«Chi è?» Domando con voce ferma.

Silenzio.

«Chi è?» Ripeto infastidito.

Niente. Nessuno.

Bestemmio tra i denti, giro la chiave, apro la porta.

«Si può sapere chi diavolo è?» Dico, ma il corridoio è buio, la soglia deserta.

Mi sporgo. Guardo a destra e a sinistra.

Nessuno. Silenzio.

«Probabilmente bussavano alla porta qui a fianco...» Penso rientrando in stanza e chiudendomi dentro «Eppure non si sente alcun rumore oltre la parete...»

Ormai il sonno è un miraggio lontano. Sono più sveglio e più lucido che mai. Inutile coricarsi e rigirarsi tra le coperte.

Mi avvicino alla scrivania, apro il computer, lo accendo.

Mi tolgo la vestaglia. Troppo caldo, sto sudando. La getto sulla sedia.

Mi siedo alla scrivania, mentre sullo schermo iniziano a comparire le varie icone. Infilo la chiavetta nel computer e mi collego a internet.

La ricezione non è ottima, ma navigo discretamente. Faccio ricerche su Bagnaia, Viterbo, Orvieto, Civita di Bagnoregio, Ronciglione, Sorano, Pitigliano, leggo notizie sugli insediamenti etruschi, sulle ciclopiche Vie Cave, sulla Necropoli. Controllo più volte la mia casella di posta elettronica. Cancello vecchie email. Scarico un disco di Keith Jarrett che cercavo da tempo. Leggo che Pitigliano fu definita dagli ebrei livornesi Piccola Gerusalemme per la presenza di un cospicuo nucleo ebraico. Cerco su Google la locanda dove alloggio, ma non la trovo in alcun modo. Digito Locanda dell’Angelo anche su Pagine Bianche. Niente. Nessun risultato. Pare che non sia registrata. Scrivo una riga a Faffa:


Tutto bene Faffa, grazie. Ho mangiato e bevuto da dio. Ti chiamo domani. Baci, A.

 

Invio la mail, apro un foglio di testo word. Inizio a battere freneticamente sulla tastiera. Scrivo tre righe. Le rileggo. Le cancello. Chiudo il foglio di testo. Per un attimo mi era venuto l'istinto di buttare giù le mie impressioni sulla serata. Niente da fare. Non è il momento. Continuo a cazzeggiare in rete, sperando che da un momento all'altro il sonno mi colga. Faccio ricerche sulla maremma antica, sulle paludi, sulla malaria. Intanto ascolto il disco di Jarrett, ma non mi piace quando suona con altri musicisti. Cerco un altro disco. Digito Carmela Guarnotta su Pagine Bianche. Mi esce il suo numero e l'indirizzo. Me li appunto su un taccuino. Guardo su YouTube le ultime edizioni del Premio Strega. Ricordo l'emozione vibrante di quando lo vinsi io. Quanto tempo sarà passato? Sette anni. Ero un ragazzo, attempato ma ancora un ragazzo, per come mi sentivo, pieno di talento e fantasia.

Ma quale Guarnotta! Il cognome non era quello! Ecco perché ho trovato subito l’indirizzo.

Pezzotta, Mazzotta, Botta, mi pare che finisse così...

Era anche il nome di un attore.

Cucciolla? No, no.

Quando spengo il computer è molto tardi. Mi alzo dalla sedia con la schiena a pezzi. Ha smesso di piovere. Rimango incollato al vetro della finestra per alcuni minuti. Osservo il buio, intuisco il profilo delle chiome, delle colline. Il cielo è limpido, le nubi sono state spazzate via.

Sbadiglio. Finalmente il sonno.

So che non dormirò a lungo. Ormai è troppo tardi per un vero sonno.

Mi infilo comunque sotto le coperte, spengo la luce sul comodino.

Ho bisogno di riposarmi. Anche solo un paio d'ore.

Chiudo gli occhi e cado quasi subito in un sonno profondo.

 

 

 

 

 

9 GULLOTTA?!?


 

Mi guardo intorno circospetto. Prendo confidenza con la nuova stanza che mi accoglie. Per un attimo, quando capisco di non essere a casa mia, mi assale un senso di angoscia.

Piano piano metto a fuoco le cose, i pensieri. La mente si fa più lucida e anche il mio sguardo. Mi riacquieto, pensando alla giornata che mi aspetta. C'è un bel sole fuori. Una luce limpida entra nella stanza a indorare le pietre di tufo.

Mi alzo dal letto, mi avvicino barcollando alla finestra. Spalanco le imposte. La fresca aria di gennaio mi frizza sul volto assonnato. Il paesaggio che si gode da qui è straordinario, impressionante. Una fitta vegetazione circonda il paese. Il cielo è terso, si scorgono i contorni delle colline, si intuiscono i paesi in lontananza. Quel promontorio in distanza dovrebbe essere il Cimino. Uno stormo di taccole continua a planare vicino alla mia finestra.

Lascio la finestra aperta, vado in bagno tirando un paio di starnuti. Mi sciacquo vigorosamente la faccia. L'acqua è gelida, mi tira fuori completamente dalle melme del sonno. Bevo. Mi lavo i denti. Ignoro il mio volto flaccido che mi ammicca dallo specchio.

Esco dal bagno. Le tempie continuano a pulsare. Non ho riposato bene. Dormo sempre male quando cambio luogo e letto.

L'aria fredda ha riempito e pulito la stanza. Socchiudo le imposte, mi vesto in fretta scegliendo a caso gli abiti. Apro il cassetto del comodino. Prendo un paio di antidolorifici. Li mando giù senz'acqua. Mi siedo sul bordo del letto e aspetto che il cerchio alla testa si affievolisca.

Avverto i rumori della locanda. Tonfi. Voci.

La testa si alleggerisce. Il farmaco sta facendo effetto.

Gullotta, mi viene subito in mente, come il famoso attore siculo, salto al computer e infatti non c’è, Carmela Gullotta, come volevasi dimostrare.

Apro l'armadio, mi specchio nell'anta. Prendo il giaccone, me lo infilo ed esco dalla stanza.

La stanza numero 1 ha la porta spalancata. Mi fermo davanti alla soglia. Non mi stupisco nel vedere Casimiro che riassesta la camera. Lui mi vede, si ferma di colpo con le lenzuola pulite strette tra le mani, guarda in alto a sinistra e dice:

«Buongiorno!» Rispondo con quello che dovrebbe essere un sorriso.

«Chi pernotta in questa stanza?» Gli domando appoggiandomi allo stipite.

«C'erano dei tedeschi. Sono partiti stamattina presto. Ha dormito bene?» Dice lui con una voce che pare Pavarotti.

«Sì, grazie...» Rispondo distrattamente. Sbircio dentro la stanza vuota. Per terra, ai piedi del letto c'è un groviglio di lenzuola e coperte, quelle sporche.

«Si ferma qui per pranzo?» Mi distoglie lui.

«Eh? No, grazie, pranzo fuori... o forse meglio una merenda...»

«Magari è un po’ tardino... Ma la colazione le verrà servita tra due minuti.»

Torno indietro con l'intenzione di dare un'altra sbirciata alla stanza numero 1, ma la porta adesso è chiusa.

Forse sarebbe meglio se smettessi di fantasticare e uscissi una buona volta da questo albergo!

Faccio dietrofront, scendo le scale di corsa.

Ancora una volta la piccola hall è deserta. Non ci faccio caso, siamo fuori stagione.

A colazione Casimiro non mi fa pesare che è quasi pomeriggio. Mi ha portato una quantità di cose buone e naturali e mi sono quasi commosso. Frutta, marmellate e confetture a zero chilometri, cornetti caldi dolci e salati appena sfornati. Guardando in alto a sinistra mentre presentava le sue leccornie, i vassoi arrivavano copiosi dalle sue poderose entrate nella saletta, musica e parole soffuse di Nick Drake, defunto cantautore inglese, tra i miei preferiti.

Ieri notte era troppo buio, ma le colazioni sono qua ulteriormente allietate da tre finestre sullo strapiombo, che non si vede, ma si intuisce perché siamo sullo stesso lato della mia camera, secondo i miei approssimativi calcoli geometrici. Stamattina le nuvolette bianche sul cielo azzurro ricordano un quadro di Magritte, queste però si muovono lentamente.

 Sono le undici e mezzo, mi sono dimenticato di caricare il cellulare. Casimiro mi ha spiegato che sarebbe stato inutile, perché qua dovrei prima cambiare il microchip, che Faffa aveva chiamato dodici volte e che la signora Carmela aveva pagato in contatti, quindi non si sapeva come rintracciarla, se non alla questura di Viterbo, magari, ha suggerito.

No, lui non l'aveva mai vista prima.

Quest’incontro mi ha sbloccato una serie di ricordi, quando scrissi il mio famigerato libro era proprio perché mi ero innamorato ed ero stato lasciato dal mio grande amore, una tedesca, e da qui il titolo Mogli e buoi. Forse per avvisare eventuali malcapitati che una donna di un altro paese a caso poteva anche farti scoppiare il cuore.

Uscito pimpante come un ragazzino alla prima cotta, che invece per me è già la seconda - e non ho ancora settant’anni - sono andato a procurarmi quel necessario microchip, che mi è stato subito montato nel cellulare dal commesso, il quale aveva una parlantina non indifferente ed è riuscito a vendermi anche un carissimo deposito di carica già pieno, così potevo chiamare Faffa.

Poi ho preso la macchina e sono andato a Viterbo, come mi aveva consigliato Casimiro. Manco a dirlo in questura non conoscono Carmela, dopo le mie lunghe e particolareggiate, ma inutili descrizioni, una poliziotta che sembrava Casimiro, ha espresso varie possibili ipotesi, secondo lei tutte abbastanza valide e credibili. Ho capito che non era lui, con la parrucca, dal fatto che mi scrutava attentamente e interrogativamente negli occhi, invece che guardare in alto a sinistra.

Una sua ipotesi era che la donna non era quello che diceva, due che fosse dell'antimafia, tre che mi aveva solo dato un nome falso, quattro che io non avessi niente da fare e mi fossi inventato tutto per divertirmi alle sue spalle, alché me ne sono andato, con la metaforica coda tra le mie già stanche gambe.

È abbastanza freddo, ma c’è il sole. Mi è venuta voglia di un cappuccino caldo. Entro in un bar. Cerco il numero di Faffa, lo compongo. Il telefono squilla a vuoto più volte. Penso di chiudere e rimandare la telefonata, quando la voce cristallina della mia agente rompe il vetro del silenzio dall'altro capo.

«Artemio, come stai?»

«Ciao Faffa, eccomi qua... Abbastanza bene. Sto cercando di scacciare il solito mal di testa.»

«Bella ‘sta Maremma, eh? Sei in giro?»

«Sì. Veramente mi sono svegliato da non molto. Ho passato la notte in bianco e mi sono addormentato che era quasi l'alba...»

«Hai fatto bene. Riposati. Ambientati. Programmi per oggi?»

«Tu non mi ascolti, ho detto che ho dormito male e mi sono ambientato peggio; comunque ora sono a Viterbo, penso di andare a Villa Lante più tardi.»

«Niente male come programma, bravo! Senti... Come ti trovi alla locanda?»

«Ecco, proprio di questo ti volevo parlare...»

«Fa schifo?»

«No, affatto. È bella, curata, pulita.»

«Allora cosa c'è che non va?»

«Niente in realtà. Non ti saprei dire... Dovrei ancora rinvenirmi e questo fa già parte del mio programma odierno, naturalmente. Mi ha accolto un omone simpatico. Una specie di factotum del locale. Un cuoco eccellente, però...»

«A volte nei paesi è facile incappare in personaggi un po' folkloristici, allora hai avuto culo...»

«Sì, no... non lo so, ma non è questo il motivo del mio però. Ieri sera a cena ho incontrato una tizia. Una vampira. Mi guarda dall'altro capo della sala da pranzo per tutto il tempo della cena, mi sorride in modo enigmatico. Poi si avvicina al mio tavolo, dice di essere una mia ammiratrice...»

«Bene! Sarai contento...»

«Veramente tu lo sai benissimo che ho paura dei fans. Questa qua in particolare poi non mi sembrava del tutto innocua.»

«Cosa ti ha fatto di male? Ti ha per caso chiesto un autografo?»

«No, niente autografo: antipatica! Si è seduta al mio tavolo, mi ha offerto da bere...»

«Ti ha offerto da bere?! Che maleducata, che criminale...»

«No, no, a dire il vero quella mi ha ferito solo il cuore, ora ti spiego. Mi ha detto di essere addirittura un vice-questore. Poi mi ha chiesto come mai mi trovavo lì.»

«A Bagnaia?»

«Sì, anche. Ma voleva avere a che fare, mi sembrava piuttosto intenzionata, una bella donna, non appariscente, ma con dei lineamenti originali, per niente banali, immagina un tipo hippy... da festival di Woodstock... con dei denti acuminati, uno sguardo enigmatico, una specie di sorella di Dracula insomma...

E poi te lo sai che io con le donne non so sbrigarmela, sono timido, ho avuto una sola storia importante nella mia vita, per di più tedesca, che mi ha lasciato e per causa, o merito suo, ho scritto il mio famoso bestseller.»

«E tu cosa hai fatto?»

“Niente, mi sono imbranato, forse ho reagito in maniera scontrosa, cercando di scapparmela, però più parlava e più mi piaceva e lei deve averla capita questa mia battaglia interna, io sono uno che non sa assolutamente fingere...”

“E allora te la sei portata a letto!?”

“No, ma che idea! Quando lei ha visto che la prima tattica, quella di abbordaggio diretto non funzionava, ha cambiato il suo modo di fare, ha cominciato a fare la preziosa, un mio amico diceva la sciantosa, perché quella secondo me recitava un ruolo prestabilito... non era lì per caso, chissà perché... insomma se ne è andata via, quasi subito, magari per farmi incuriosire...”

“Ma te invece non ti sei affatto incuriosito, non è vero?”

“Ecco! Infatti, brava, te mi leggi subito negli occhi, anche al telefono... per fartela breve: tutto al contrario, quasi non sono riuscito a dormire, non mi ricordavo il cognome, poi stamattina me lo sono trovato stampato direttamente nel risveglio, sono andato in questura a Viterbo ma niente da fare e oggi penso solo a lei...”

“In questura?”

“Sì, perché si è presentata come un vice-questore, te l’ho già detto, si chiama Carmela Ballotta... Pezzotta, Guarnotta... ora non mi ricordo già più, sono un fottuto fuori di testa! Ma come si chiama quell’attore siciliano famoso?”

“Mazzotta?”

“No, non l’ispettore del commissario Montalbano, uno più vecchio, con i baffi ma non sempre... non importa insomma. Alla fine in questura non la conoscevano e in internet nemmeno si trova...”

“Che storia, ma figurati! Se non ti ricordi neanche il cognome!”

«Noo, stamattina me lo sono subito ricordato, poi mi tornerà in mente. Ma come l’hai trovata questa locanda, Faffa?»

«Mi sembra su internet, non mi ricordo...»

«Su internet non si trova in alcun modo.»

«Forse una recensione su qualche rivista, qualche guida... Artemio, sono sincera, non me lo ricordo. Per la verità ha curato la cosa Chica, la mia segretaria...»

«Ho capito... Cerchi di recuperare questa informazione, per favore?»

«Va bene. È così importante?»

«No, però fallo lo stesso. A proposito, Carmela ha detto che ha letto tutti i miei libri, non è che hai pubblicato anche i miei quaderni?”

“Sì e stanno vendendo bene assai.”

“E me lo dici così?”

“Me lo avevi tassativamente proibito, o no? Allora, siccome mi garbavano, io ho fatto un esperimento, se non funzionava non lo avresti mai saputo, una scommessa pagata con i miei soldi anticipati e già recuperati, tra l’altro, ma l’importantnte è che ho avuto ragione e, ripagate le mie spese, tra gli ultimi diritti che hai riscosso ci sono anche quelli.”

“Madonna mia, sei un mostro criminale.”

“Ma perché? Se sono bellissimi!”

“Ma sono confessioni troppo intime!!”

“Proprio per questo che piacciono, gli italiani sul sesso sono morbosi e poi sono veramente naturali, (i quaderni non gli italiani,) tu lo sei sempre, ma in questi quattro libriccini lo sei anche di più.”

“Non avrò più il coraggio di mostrare la mia faccia.”

“Tanto quello non ce lo hai mai avuto.”

“Quante volte ti ho già mandato affanculo?”

“Non lo so, non le ho contate, ma parecchie, direi.”

“Ci sei abituata, io non sono il solo a farlo, di sicuro.”

“No, infatti. Comunque sono contenta... sono fiera di te e del mio fiuto, tra le altre cose.”

«Sì? E per quale dannato motivo?»

«Sapevo che avresti trovato la giusta temperatura per scrivere...»

«Eccola lì l'agente! Io non ho parlato di scrivere, non nego che questi luoghi sono carichi d'atmosfera...»

«E ti sei innamorato al volo di una bella sconosciuta vampira. Credo che questo sia il massimo per uno scrittore di genere...»

«Sì, ma il genere lo sai solo te. Faffa, tu sei sempre convinta? Vuoi davvero che scriva un libro sulla Maremma?»

«Ti ucciderò se non lo scrivi. E poi ricordati che hai già firmato il contratto.»

«Sì, ma non l'ho firmato con il sangue!»

«Ascolta Artemio, ora vai un po' fuori, fai colazione, gira per il paese, guardati intorno...»

«Sì, è quello che farò. Tu ricordati di farmi sapere come hai reperito il nome di questa locanda.»

«Ok. Ti mando una mail appena posso. Ciao Artè, a presto.»

«Ti abbraccio Faffa, ciao, ma se una mostrilla.»

Chiudo il cellulare e me lo metto in tasca. Il dolore alla testa è scomparso e ora mi ricordo: il cognome giusto è Gullotta.

Faffa tra le altre cose me ne ha detta una che mi ha fatto piacere, al momento, ma poi mi ha insospettito, però ho cercato di pensare ad altro, con lei le cose che mi garbano e quelle che invece m’irritano sono in perenne turbolenza, è normale così.

Ho fatto un giretto per Viterbo, che mi è sembrata una bella città, piena di antichità e angoli suggestivi, naturalmente sono andato a vedere la piazza dove è stato girato il Maresciallo Rocca, cioè dove c’era la centrale dei Carabinieri nella serie TV.

Tornato in macchina alla base di Bagnaia, sono andato a piedi alla famosa Villa Lante, come mi aveva raccomandato Faffa, e mi è piaciuta anche parecchio.

 

Villa Lante è, assieme a Bomarzo, uno dei più famosi giardini italiani a sorpresa manieristici del XVI secolo. Pur in mancanza di documentazione contemporanea, la sua ideazione è attribuita a Jacopo Barozzi da Vignola.

Per chi vi arriva dopo aver appena visitato Villa Farnese a Caprarola la prima notevole impressione è la differenza tra le due ville del Vignola, pur erette nella stessa area, nello stesso periodo e nello stesso stile architettonico: le somiglianze fra i due monumenti sono poche.

Nel 2011 è stata votata "Parco più bello d'Italia".

La costruzione cominciò nel 1511, ma fu portata a termine intorno al 1566 su commissione del cardinale Gianfrancesco Gambara. La villa è conosciuta come "Villa Lante". Tuttavia non ha acquisito questo nome se non quando, nel XVII secolo, passò nelle mani di Ippolito Lante Montefeltro della Rovere, Duca di Bomarzo, quando la costruzione aveva già 100 anni di vita.

 

Per i miei appunti del fantomatico libro da viaggio, da menzionare c’è un meraviglioso accostamento delle architetture con la natura, non avevo mai visto niente del genere se non in foto o filmati. Un sacco di acqua, zampilli e fontane, canali, alberi secolari.

Ci sono rimasto approssimativamente un'ora, l’orologio forse non avrebbe neppure bisogno di un microchip europeo, ma me lo sono dimenticato a Porto Alegre. Il cellulare però era già scarico, non so come.

Bagnaia è praticamente attaccata a Viterbo, di turismo ora non ce n’è quasi per niente. In seguito ho notato che qui tra i pochissimi negozi aperti a in bassa stagione ce ne sono quattro di cellulari e relativi accessori, con una vastissima gamma di quelle colorate protezioni, o gusci che siano, in plastica, in gomma e altri vari materiali. Questo non mi ha certo rallegrato, ma il mondo ormai ha perso ogni più logico limite.​

Penso che andrò a vedere anche Orte, magari Bomarzo, è tutto qua vicino, e poi c’è Ronciglione, sulla strada per il lago di Vico.

Invece il mio intuito femminile, che so di avere da qualche parte, come ogni uomo che si rispetti, mi dice che devo andare a Pitigliano, che è anche molto più lontano degli altri posti in questione.

E significa dal Lazio rientrare in Toscana, tra l’altro.

Il tempo è buono, ma le pecorelle in cielo non se ne stanno ferme, mi pare che intanto si addensino.

Repentina e inaspettata una visione mi blocca lo sguardo. Dopo un'ampia curva appare Pitigliano. Freno, rischiando di fare un incidente con le automobili dietro di me. E lì per lì rimango a bocca aperta.

 

Arrivando a Pitigliano dal mare, salendo la strada regionale 74 Maremmana, si notano le caratteristiche case che sporgono da un grande sperone di tufo, a strapiombo. La rupe di Pitigliano è circondata su tre lati da altrettanti burroni, pieni di grotte scavate nel tufo. Nel fondovalle scorrono i corsi d'acqua Lente, Meleta e Prochio...

 

Avevo sbirciato qualche foto su internet, ne avevo sentito parlare, ma la visione di Pitigliano davvero non si può raccontare né fotografare.

Eccola lì la città del tufo, solitaria e misteriosa sopra un lungo sperone di roccia.

Sorrido tra me e me. Penso che ho vissuto troppo tempo in casa. Penso che avrei potuto viaggiare di più, vedere di più in questi anni.

Do’ la colpa al Brasile e alle sue complicazioni tutte sudamericane, tanto non può reagire e poi ora è a più di dodicimila chilometri di distanza.

Cerco uno slargo, lo trovo. Accosto, spengo l'auto e scendo. Mi avvicino al parapetto stringendomi nella giacca a vento.

Le case ammonticchiate formano il paese. Svetta un campanile. Scorgo il disegno preciso e ritmato degli archi di un antico acquedotto. Intorno al paese il silenzio delle piante nella specie di profonda depressione, un avvallamento che è quasi un canyon. Si avverte dell'acqua scorrere. La cerco con lo sguardo ma non la vedo, non la trovo. C'è qualcosa di inverosimile in questa visione, qualcosa di lontano, di arcaico. Sfavilla di luce arancione. Il vento sibila tra le foglie.

Rientro in macchina, soffiandomi aria calda tra le mani intirizzite. Qui dovremmo essere a poco più di trecento metri, eppure c'è un freddo quasi di montagna.

Metto in moto, anche se non riesco a staccare gli occhi dal paese.

 

 

 

10 PITIGLIANO


 

Mi incammino verso il centro del paese. Ogni tanto lascio la via maestra per visitare qualche vicolo laterale. Alcuni sono strettissimi e scendono vertiginosamente verso le estremità del borgo. Alcuni sono coperti da volte. Altri paiono imbuti. La luce si incanala suggestivamente nelle antiche stradine, l'aria fischia tra le pietre. Supero la sinagoga, attraverso il ghetto. Imbocco il vicolo in salita alla mia sinistra. Con la coda dell'occhio sbircio il nome, Vicolo Palestro. Riprendo la via principale. Supero tutta una serie di negozietti che si aprono come antiche botteghe ai due lati della strada. Noto un calzolaio, un alimentari, una macelleria, un'erboristeria. Incrocio diversi passanti. Alcuni devono essere pitiglianesi. Noto i loro occhi che mi osservano, le loro facce sospese tra il sospetto e la curiosità. Alcuni invece sono evidentemente turisti. Stranieri per lo più.

Io continuo ad avanzare. L'aria è fresca, ma il sole è tiepido. Tengo il giubbotto slacciato. Cerco un bar. Ne incrocio un paio, ma non mi convincono. Raggiungo la piazza. Di fronte a me l'imponente Fortezza Orsini. Ho letto su internet che c'è una biblioteca al suo interno. Presto ci farò un giro.

C'è un pugno di persone ferme a chiacchierare davanti a un piccolo bar che scorgo alla mia destra. Lo raggiungo. C'è un'ampia fontana vicino. L'acqua zampilla dalle bocche di due mascheroni. Quando entro nel locale, la gente smette di parlare. Tutti gli occhi sono puntati su di me. Io rivolgo loro un sorriso e un saluto. Sono tutti uomini, anziani. Contadini, direi. Hanno un aspetto fiero, robusto. Contraccambiano il saluto abbassando lo sguardo.

Raggiungo il bancone, mi siedo a uno sgabello.

«Buongiorno, mi dica!» Esclama la ragazza incinta al di là del banco. La sua voce è gentile ma sembra che risuoni da dentro il pancione.

«Un caffè doppio, per favore. In tazza di vetro.» dico. Mi giro verso l'entrata. Gli uomini hanno ripreso a confabulare, stretti in un piccolo capannello. Gesticolano animatamente.

Pitigliano è una terra di confine. L'accento di questa gente non è solo toscano, c'è un forte odore laziale al suo interno, e un sentore umbro. Siamo vicini all’angolo delle tre frontiere.

La barista mi porge il caffè con un gran sorriso.

«Vuole altro?» mi domanda.

«No, grazie. Va bene così per il momento.» rispondo.

Sorseggio il caffè bollente. Lo faccio lentamente, quasi con sacralità.

«Le piace Pitigliano?» mi chiede la ragazza mentre asciuga un bicchiere.

Io appoggio la tazzina. Guardo gli occhi nerissimi della barista.

«Molto.»

«Si fermerà qui qualche giorno?» Noto con piacere tutte le sfumature del suo accento.

 “Qui solo oggi, credo, ma in questa zona un mese o giù di lì.”

“Turismo o lavoro?”

“Tutti e due, in un certo senso.”

Pago il caffè, ringrazio. Prima di uscire domando alla ragazza dove si trova il negozio del barbiere.

Lei mi guarda perplessa. Ha un modo simpatico di arricciare il naso.

«In Via Roma, la via principale... Vuole farsi i capelli? Mi sa che è un po' tardi...» Afferma lei simpaticamente.

«Sì. Almeno vorrei. Ma non sono neanche le quattro...»

“Qui in bassa stagione i negozi fanno orari un po’ stringati, cercano di mantenersi con altre attività, il barbiere è anche imbianchino e muratore. Con sua moglie ha pure un negozietto di frutta e verdura...”

“Ho capito, mi sa che i miei pochi capelli dovranno aspettare. Arrivederci.”

«Arrivederci a lei e buon soggiorno!»

Esco dal bar. Supero il gruppetto di contadini. Prendo dalla tasca il pacchetto di sigarette. Ne è rimasta una soltanto. La sfilo delicatamente, me la appoggio sulle labbra. Accartoccio il pacchetto e lo getto in un cestino vicino alla fontana. Accendo la sigaretta, aspiro con voluttà la prima boccata. Passeggio qua e là senza meta. Raggiungo l'altra piazza, quella del comune. Accanto all'edificio comunale c'è un teatro. Vorrei entrarci, ma è chiuso. Finisco la sigaretta e torno sui miei passi. Imbocco nuovamente Via Roma. La gente in giro è poca ora. Saranno tutti indaffarati con le seconde e terze attività. Guardo le vetrine ad una ad una. Mi fermo davanti a quella del barbiere. C'è un'insegna vecchissima sopra la vetrina, la scritta è sbiadita e la e finale è quasi del tutto cancellata. Sbircio all'interno, oltre il vetro sporco. Il negozio è chiuso. Guardo se c'è un orario di apertura. Non vedo niente.

Giro il paese in lungo e in largo, esploro la maggior parte dei vicoli, approfitto della vista di tutti i belvedere. Mi appunto mentalmente nomi, scorci, profumi, sensazioni.

Ogni donna che vedo da lontano mi pare che sia Carmela, poi da vicino non gli assomiglia nemmeno. Sono portato ad ossessionarmi con le cose e le persone che non conosco, sono convinto che se avessi l’occasione poi lei non mi piacerebbe come ora penso.

Con un piccolo ma potente binocolo guardo i panorami, sotto c’è una strada che in basso gira attorno al paesone, arriva una macchina della polizia, si ferma, scendono due poliziotti in divisa, poi una donna in borghese, è Carmela. Non c’è dubbio.

Ci sono forse settanta metri di distanza, mettermi a chiamarla mi sembrerebbe improprio, magari anche ridicolo, oltretutto evidentemente sono tutori dell’ordine in servizio. Quindi guardo cosa fanno, entrano in uno spazio tra le rocce, forse una delle tante vie fonde, in diagonale gli alberi poi mi tappano la visuale, aspetto pochi minuti, ma loro non se ne escono più.

Scendo di corsa, tentando di indovinare la strada tra i vicoli e perdo un sacco di tempo, di forze e di sudore, qualche bestemmia soffocata.

Quando arrivo là sotto la macchina non c’è più, né due poliziotti, né un vicequestore.

Nel caso di una donna non so se ci sia possibile o dovuto trasformarlo in femminile. Ma non è questo che mi preoccupa.

Torno su sperando di rivedere la macchina della polizia dall’alto con il binocolo.

Dopo un po’ perdo le speranze e rimetto a posto il cannocchiale, mi sento piuttosto stanco ed è già quasi buio.

Poi arriva quasi repentina la fame e il desiderio di assaggiare qualche altra specialità locale. I ristoranti non mancano, ma non sono tutti aperti. Ne trovo uno grazioso in un vicoletto ripidissimo. La porta è spalancata. Io entro immediatamente.

Scendo alcuni gradini. Raggiungo una saletta arredata con gusto. Doveva essere una vecchia cantina. Il locale è scavato nella pietra. Alcuni faretti illuminano scenograficamente l'ambiente.

Mi viene incontro un uomo robusto, di mezza età, con grandi baffi scuri.

«Buonasera, è aperto? Vorrei mangiare qualcosa...» dico indicando un tavolo a caso. Sono l'unico avventore. La saletta è vuota.

«Prego! Scelga pure il tavolo che preferisce!» esclama lui in tono bonario.

Io ringrazio e mi accomodo. Scelgo il tavolo più appartato, a ridosso di una parete stipata di vecchie bottiglie di vino.

Tra un boccone di scaloppine al tartufo e un sorso di vino mi congratulo con il mio infallibile istinto femminile che mi ha portato a Pitigliano, senza darmi nessuna spiegazione.

Quella là sotto era Carmela, su questo non ci piove. E allora le ipotesi della poliziotta che somigliava a Casimiro con la parrucca si assottigliano.

Tale misteriosa donna è veramente un vicequestore, oppure anche un’improbabile vicequestrice, o vicequestoressa che sia.

Sul nome non si sa ancora la verità assoluta, il suo accento toscano diceva tutt’altro, ma io non mi sono affatto inventato tutto, magari solo una parte mi sfugge ancora, ma ci sto lavorando.

Antimafia o antiterrorismo direi, qualcosa del genere, insomma una missione quasi segreta.

Mangio con gusto, le tagliatelle ai funghi sono supermegafamilybrothers, le scaloppine se la scaloppavano in pancia senza passare nemmeno dalla gola. Carciofini in umido al bacio. Solo il pane lascia a desiderare, troppo cotto secondo me, la mollica troppo dura, (qui la teoria del mio amico appare solo parzialmente vera,) bevo un'intera bottiglia di fenomenale Rosso di Sovana.

Mi alzo dal tavolo forse un po’ traballante, ma pago il pranzo soddisfatto.

«Si fermerà a Pitigliano qualche giorno?» Mi chiede l'oste sistemandosi i folti baffi e guardandomi con interesse.

«No. Non lo so ancora, a proposito: lei conosce il vice-questore Mazzotta? No, no, io volevo dire piuttosto Gullotta?”

“No, mi dispiace, ma la questura da qui non è lontana. Ha visto il nostro bel palazzo Orsini?”

“Sì. Ci sono passato.”

«Magari ora è piuttosto tardi.”

“Ma è una donna o un uomo?”

“Guardi, è possibile che qui non ci sia nemmeno un vice-questore, il commissario lo conosco, si chiama Petrini ed è uno del nord, forse di Verona. Ma di un vice-questore qui da noi io confesso che non ne ho mai sentito parlare.”

“D’accordo. Grazie. Arrivederci.»

Ci salutiamo e lui è già sgattaiolato in cucina, magari aveva qualcosa sul fuoco. Esco dal locale con la pancia piena e la testa zeppa di domande. L’unica cosa che dovrebbe occuparmi la mente è il mio lavoro, penso, per il quale ho preso un aereo e sono qui e tutto, spesato e perfino riverito, ma invece non me ne frega niente.

Compro le dannate sigarette e fumando la prima mi incammino verso la piazza principale del paese, il municipio, la questura, la biblioteca e via discorrendo.

Cammino a testa bassa, scalcio un sasso che va a rotolare contro un sacco della spazzatura che conteneva qualcosa di latta e fa un rumore forte esagerato, per fortuna non c’è nessuno in giro.

Intanto inizio a pensare che c'è davvero qualcosa che non va nel mio cervello, forse anche nel cuore, dovrei farmi vedere, eventualmente curare.

Oppure sono l’unico ammodo in tutto l’emisfero Boreale. Su quello Australe non sono altrettanto informato, anche se normalmente ci vivo. In qualche maniera è più confuso, insomma tanti particolari mi sfuggono, ma ci sto studiando su.

La biblioteca, la questura, il municipio della cittadina sono tutti chiusi, incredibile.

Poi guardando il calendario, sul cellulare, mi accorgo che è domenica e mettendoci anche la bassa stagione, vento e pioggia, un freddo polare a ore alterne...

Decido quindi di fermarmi a Pitigliano, trovo una camera a un prezzo ragionevole, telefono a Casimiro per avvertirlo che sto fuori e sembra dispiaciuto. Dice che aveva cucinato della roba buona, gli rispondo che spero di poterla mangiare domani a pranzo o a cena, ammette di sì, ma  la qualità in questione sicuramente diminuirà, confesso che mi dispiace, ma ci sono validi motivi per cui io debba proprio rimanere qua. Mi chiede se va tutto bene e gli rispondo di sì, tutto a postissimo.

Vorrei domandargli se ha una parente poliziotta a Viterbo, ma è un interrogativo che posso porgli anche in un successivo momento.

Telefono a Faffa mentre scendo le scale per una passeggiata digestiva, magari un paio di sigarette fumate:

“Pronto? Vorrei parlare con la responsabile notturna della residenza estiva del pontefice...”

“Artemio! Stavo pensando proprio a te!”

“Non ci credo, con tutti i grilli che hai per la testa...”

“Non me ne parlare, oggi penso di averci anche uno sciame di cavallette supplementare, una giornata impossibile... ma dimmi di te, come va?”

“Qui tutto a posto, ma te lavori anche di domenica?”

“Noi di questo fottuto mestiere del cazzo non abbiamo domeniche, né pasque né natali!”

“Ma il relativo conto in banca è piuttosto pingue, se non erro!”

“Nooo! Per niente!! Non è neppure proporzionato! E te che mi mandi spesso e volentieri affanculo, lo sai che la cosa potrebbe addirittura essere reciproca?”

In questa maniera sono andato avanti a punzecchiarla e lei a inventare bugie, ho contraccambiato dichiarando che avevo già scritto le prime pagine, lei le voleva leggere, ma io ho detto di no.

A un certo punto mi sono anche perso, oltre che nei discorsi, nel centro storico di Pitigliano, dove non sono per niente pratico.

Le ho detto dove mi trovavo, ma le ho taciuto l’avvistamento di Carmela, lei mi ha chiesto della mia storia d’amore come proseguiva e io ho fatto finta di non capire di cosa stava parlando.

Mentire scherzando al telefono mi riesce meglio, solo che lei non abbocca mai, fa solo finta di credermi, ma poi a sorpresa mi manda delle frecciatine orientative.

Quando la carica del cellulare ci ha piantati in asso il vento e il freddo per strada erano già diventati eccessivi. A due passi dall’albergo ha cominciato anche a piovere.

Pioggia, vento e gelo in questi giorni convivono come non ho mai visto, pare di essere in Patagonia, che non ci sono mai stato, ma me lo hanno raccontato.

Due sigarette Camel con filtro le ho fumate in camera, più qualche ciucciata di whisky dalla fiaschetta metallica, rientrando ed uscendo sul terrazzetto, che ha un opportuno tettino di fibra di vetro e ferro, ma la pioggia scendeva anche sotto spinta dai vortici del vento.

E ho dormito da dio, stavolta.

11 IL VICEQUESTORE è IN VICEQUESTURA?

 
 

Mi sveglio con un po’ di mal di testa, ma le pasticche sono lì per quello. Faccio colazione in un bar deserto che non può certo garantire la buona volontà di Casimiro, ma il cappuccino era decente, le paste un po’ vecchiotte, il barista pelato e silenzioso.

Salgo con fatica l'ampia scalinata che mi conduce nella splendida piazza della Fortezza. Mi manca il fiato. Sono le nove e dieci.

«Troppo cibo, ciccetto... e soprattutto troppo vino!» Penso mettendomi in bocca una sigaretta. Gironzolo per la piazzetta, fumando lentamente. Mi appoggio all'antico pozzo che biancheggia vicino al porticato. C'è un bel silenzio qui, una piacevole quiete. L'aria è ferma. Osservo il cielo azzurro, terso. Ogni tanto passa una nuvola bianca, rapidissima, che va a tagliare a metà il sole. Finisco la sigaretta e mi avvicino a passi molli verso un grosso portale di legno, dove è segnalato l'ingresso della biblioteca.

Guardo gli orari sul portone serrato. Aprono alle nove e trenta. Sbircio il quadrante del mio orologio e noto con piacere che mancano soltanto dieci minuti. Decido dunque di aspettare qui. Mi accomodo su un gradino e continuo a fumare finché vedo sopraggiungere una giovane donna. Sale i gradini rapidamente, viene verso di me. I lunghi capelli biondi le ondeggiano sulle spalle, morbidi e compatti.

Mi alzo in piedi, spengo la sigaretta. Lei mi passa accanto senza dire una parola, apre in fretta il portone. Io la seguo timidamente, tenendo le mani dietro la schiena. La vedo scendere una breve scalinata, percorrere un ampio corridoio e aprire una seconda porta in fondo a sinistra. Poi la ragazza scompare oltre la soglia.

Quando scendo i gradini, sento la temperatura abbassarsi di qualche grado. Percorro il corridoio. Varco la seconda porta ed entro in questura.

Mi siedo nella sala apposita, dotata di massiccio bancone e mi aspetto di veder arrivare qualche uomo in divisa, invece niente. Passano dieci minuti invano, nessun rumore e nessun questurino in vista.

La ragazzotta  non torna, ma ecco finalmente un uomo attempato, in alta uniforme senza cappello e mi domanda cosa desidero.

Il nome di Carmela Gullotta gli è del tutto nuovo, me lo aspettavo. Lì al massimo arrivano al grado di commissario. Gliela descrivo, lui continua a dire che non conosce nessuno del genere, eppure un occhio, il destro, a quel punto balla un poco e allora capisco, saluto e me ne esco.

Il mio intuito femminile dice che il nome non è proprio quello, ma la detective in questione si trova nei paraggi e la suddetta questura collabora, come necessita la prassi, con la sua operazione, strettamente riservata.

Salgo dunque in biblioteca.

C'è un forte odore di umidità e di libri vecchi. Fa freddo qui dentro. Mi chiudo il giubbotto e faccio due passi tra gli scaffali.

Non vedo nessuno in giro, ma sento i dei passi che rimbombano dalla sala accanto. Nello scaffale più vicino all'ingresso ci sono i libri consigliati, bestseller per lo più. Noto con una punta di stupore che c'è anche il mio libro.

Bè, sono passati sette anni, ma continuo a rimanere sulla cresta dell'onda. Dietro c’è scritto anche il nome dei quattro scabrosi quaderni usciti da poco, ordinati per numero romano e che vivo attualmente nel sud più meridionale del Brasile.

Sfoglio il volume che scrissi sette anni fa, un tomo di oltre settecento pagine. Giro le pagine con noncuranza. In quarta di copertina la mia fotografia a tutta pagina. Un primo piano del mio volto. Sorridente, sfavillante. E soprattutto giovane. E molto più magro.

Mi assale un improvviso malessere, poso in fretta il libro. Penso che non potrò mai più scrivere un tomo di settecento pagine.

Probabilmente non è quello il problema. Probabilmente il vero dubbio è: riuscirai a scrivere ancora qualcosa? In questi anni non sei riuscito a buttar giù nemmeno una riga! A proposito, hai appena firmato un contratto, ricordi? L'editore, una pasta d’uomo, vuole un tuo libro, tra poco.

Deglutisco con fatica. Per fortuna torna la giovane di prima, evidentemente bibliotecaria che mi distoglie dai pensieri. Mi passa accanto, mi sorride. Sento il suo profumo, che mi arriva al naso come un'onda.

Io saluto. Lei si accomoda dietro una scrivania colma di libri ancora da catalogare.

«Buongiorno!» mi dice. Il suo tono è cordiale. Il suo sorriso e suoi occhi gentili mi fanno tornare il buonumore.

«Complimenti, una bella biblioteca. Curata. Bei titoli...» Esclamo, e mi accorgo che il mio tono di voce è troppo alto e stridulo, magari è per via dell’acustica di quelle stanze grandi, dai muri spessi e foderati di libri.

«Grazie...» Risponde lei pacata «Potrebbe essere molto più ricca e molto più curata, in realtà. Purtroppo devo fare tutto io. Sono l'unica bibliotecaria qui...»

«Effettivamente...» Dico guardandomi intorno.

«Ho acceso adesso il riscaldamento. Tra poco dovrebbe andar meglio!» Afferma lei, guardandomi mentre armeggio con la lampo della mia giacca a vento.

«Cosa...? Ah, sì, grazie, bene!» Farfuglio.

«Ha bisogno di qualcosa in particolare?» Mi domanda la ragazza toccandosi una ciocca bionda.

«Sì, vorrei sapere se avete un reparto di storia locale.» Dico appoggiando una mano sulla scrivania.

Lei annuisce sicura, si alza in piedi.

«Certo, mi segua.»

Raggiungiamo la sezione di storia locale, in fondo alla sala. I libri sono raccolti in una vetrinetta a scaffali.

«Ecco...» Mi dice indicando i volumi. Poi mi guarda in modo interrogativo. Siamo molto vicini, ora. I suoi capelli hanno un buon odore. Lì per lì non comprendo quello sguardo indagatore. Lì per lì provo persino un sottile timore.

Rimaniamo in silenzio davanti alla vetrinetta per un tempo che a me sembra una voragine.

«Grazie... Allora do un'occhiata a questi libri...» cerco di glissare io, ma il mio tono è poco convinto.

«Mi tolga una curiosità...» continua a scrutarmi «Lei non è di Pitigliano, eppure c'è qualcosa di molto familiare nel suo aspetto. Ci siamo già incontrati, per caso?»

Questa domanda mi solleva. Improvvisamente mi sento più sciolto, più leggero. Mi viene persino caldo. Mi slaccio il giaccone, anzi, decido di toglierlo.

«Non credo...» rispondo io. La bibliotecaria indossa un paio di occhiali da vista con una curiosa montatura rossa. A un tratto gli occhi le scintillano dietro le lenti.

«Aspetti, forse ho capito!» Esclama, e le sue labbra si tendono in un sorriso soddisfatto.

Io rimango fermo ad osservare le sue reazioni, in silenzio, con un ghigno sornione stampato sul volto.

«Lei assomiglia ad Artemio Meoni, lo scrittore!» Dice la ragazza di colpo.

Effettivamente, come darle torto? Anche se la foto in quarta di copertina sembra l'immagine di un'altra persona! Rimane giusto una vaga somiglianza tra il talentuoso e affascinante scrittore della foto e il vecchio e grasso nullafacente, ubriacone e fumatore che sono adesso. Forse perché Mogli e buoi mi ha messo addosso un’ansia che non avevo previsto. Faccio scorrere con noncuranza questo pensiero, continuo a sorridere alla simpatica bibliotecaria. Le tendo la mano con un pizzico di orgoglio.

«Per una strana coincidenza sono proprio lui, qualche anno e qualche chilo dopo, piacere.»

Lei arrossisce, abbassa per un attimo lo sguardo, mi stringe la mano.

«Piacere mio...» sussurra. Ora la sua voce tentenna, fatica a trattenere l'emozione «Io ho letto tutti i suoi libri... Che onore averla qui!»

«Grazie, è molto gentile...» In quell'attimo penso che ha letto anche i miei famigerati quaderni, e se le sono anche morbosamente piaciuti, mi vergogno ora per due motivi, non mi stimerebbe così tanto se sapesse che non riesco più a scrivere.

«Come mai a Pitigliano?» Mi chiede la ragazza curiosa.

«Per lavoro. Scriverò un libro sulla Maremma, e molto probabilmente citerò anche Pitigliano.» A volte le parole mi escono bene e pure le bugie, quando sono innocenti e inutili.

In quel momento il cellulare suona per avvertirmi che è arrivato un messaggio di testo.

 

Fottutissimo Meoni

lei è a Pitigliano per lavoro o per mia causa?

Ha forse scoperto chi sono?

Se non ne sa ancora niente posso aiutarla io.

Ha sentito parlare dell’attentato a Ranucci?

Se un gruppo di persone competenti e dotate di mezzi vuole conseguire un determinato obiettivo politico, assolutamente non deve costituirsi in partito politico e chiedere voti al pubblico, perché se lo facesse renderebbe noti la propria esistenza e il proprio scopo e inoltre si esporrebbe a sconfitte. Esso bensì pagherà e sponsorizzerà i politici all'interno di vari partiti nonché sindacalisti all'interno di vari sindacati nonché prelati, magistrati, burocrati, attori giornalisti e intellettuali - tutti per portare avanti idee e azioni che conducano al predetto obiettivo. Se necessario, pagherà anche calunniatori, agitatori, teppisti, sicari.

Non posso dirle di più.

 

P.S.

L’ho notata ieri con quel suo binocolo, è anche a raggi infrarossi? Per favore aspetti che mi faccia viva io, ora non è proprio il momento. E comunque confesso che è veramente un tipetto interessante, come mi avevano detto e come avevo anche capito leggendola.

 

CG

 

Vale a dire Carmela Gullotta!

Esco dalla biblioteca come un razzo salutando con la mano, mi metto a camminare, entro in un bar, ordino un whisky, c’hanno il Glenlivet.

Me ne bevo quattro, anche se mi pare un sapore piuttosto svanito, il proprietario e barista, barbuto e biondo, mi fa uno sconto, dicendo che quella bottiglia ce l’aveva incegnata da almeno dieci anni.

Entro in macchina come se sapessi dove andare, invece giro a vuoto.

Telefono a Casimiro e gli dico che a cena ci sono.

Poi penso che Ranucci è uno che fa un programma di denuncia, io direi assai giustamente, ma è stato  a sua volta più volte denunciato per diffamazione da membri del governo italiano.

In vista di prossime elezioni ultimamente gente che fa parte del governo ha rincarato le dosi su vari livelli. Allora questo attentato che succede non a caso ora, e non prima, è facile sapere da dove proviene.

Subito dopo guarda caso viene mandato via anche dalla Rai, il pur bravo Ranucci colpevole di aver cercato di fare un po' di piazza pulita nel marcio della corruzione e dell’imbecillità latente.

Ma dove? Ma quando? Ma perché mai?

Scoppia una rivolta apparentemente tacita ma espressa sui social, che la televisione ovviamente minimizza e nasconde, poi sugli stessi social viene osteggiata e ostilizzata da ignoranti e prezzolati, che spesso risiedono nelle stesse persone, anche se non sempre.

Io mi tengo a debita distanza da anni, la politica e le polemiche mi toccano poco, ma questa mi pare troppo forte, e mi congratulo con chi invece di nascondere e minimizzare passa all’azione, come la polizia nella persona di una donna che mi pare veramente meritevole di ammirazione. Non faccio nomi e cognomi, anche perché probabilmente sarebbero falsi.

Mentre guido penso che la televisione brasiliana è inguardabile, è raro che ci sia qualcosa che valga la pena, quindi vivendo io in Brasile, con l'internet che esiste ora, guardo programmi in lingua italiana che provengono anche dalla Svizzera. Certo non è che siano il massimo, ma bisogna accontentarsi e soprattutto scegliere e non guardare tutto quello che capita.

È ancora presto, sono vicino alla base di Bagnaia ma mi fermo in un bar a Vitorchiano.

 

A un quarto d’ora d’auto da Viterbo, Vitorchiano stupisce per l’integrità del suo nucleo antico ed infatti non è considerato solo uno dei centri storici più belli di tutta la provincia di Viterbo ma è proprio censito tra i borghi più belli d’Italia e le abitazioni sembrano un tutt'uno con lo sperone di roccia vulcanica che le sostiene.

Ecco perché Vitorchiano è stato soprannominato il Borgo sospeso.

 

A volte mi scopro improvvisamente ligio al dovere, proprio quando sembra che effettivamente non mi interessi, ecco che mi metto a scrivere. Per niente incoraggiato dall’e-mail di Carmela, per il fatto che c'è solo da aspettare, per il semplice constatare che questa Maremma dove sono nato, che però non conoscevo, è veramente bellissima e sto sentendo finalmente un entusiasmo che non sospettavo nemmeno che potesse sorgere, cioè per Pitigliano, Viterbo e Bagnaia.

Pazienza, la passione che sento ora oltre che per Carmela, che potrebbe anche chiamarsi Ciccina, visto che si tratta di una siciliana, è una passione che sento per il mistero che individuo affascinante e pregno di significati anche e soprattutto per la Maremma Toscana o Laziale che sia.

Le prime cose che tiro giù a mano le scrivo in macchina a Ronciglione, poi un salto sul lago di Vico.

Sì, è vero che il pensiero della piccola Ciccina, con i suoi due canini già aguzzi e allungati, che si muove e fa i primi passi in maremma, pur di origini sicule e mafiose; mentre io a Torino, completamente ignaro di quello che mi avrebbe riservato il futuro, iniziavo a parlare e soprattutto a tacere, perché stavo sempre da solo a giocare a soldatini, e preparavo di conseguenza il mio cammino di scrittore, lontano ancora nel tempo, eppure causato già a suon di silenzi e solitudini. 

Insomma proprio di questi due personaggi, persi in una Maremma incantata, parlo nelle mie pagine dando spazio all'invenzione, non dicendo che si tratta di un timidone che scrive ma non troppo, e di una fantomatica poliziotta, almeno all'inizio, ma di un amore che potrebbe nascere, a una certa età tra due quasi vecchietti, sullo sfondo di una stupenda Maremma.

 Anticipo la mia idea a Faffa per email, lei mi telefona subito dopo, e il dialogo tra noi due è come al solito vivace, ma lei esprime i suoi forti dubbi.

Da parte mia le mostro invece altrettanto se non più forte convinzione, dico che in un paio di giorni manderolle una decina di pagine, al che lei ancor più continua a dubitare, ma sentirà al proposito anche la sfinge noiosa dell'editore in questione​, e io​ sento già il peggio alitare sul mio collo.

Casimiro mi accoglie come se fosse preoccupato per me, come se fossi assente da mesi. Mi metto a tavola e mangio roba che non ha niente a che fare con il Piemonte, eppure è piena di odore e sapore di tartufo bianco, forse meno nobile e meno prezioso del nero. Ma chi se ne frega?

Mi dice che Faffa ha telefonato diciassette volte, ma lo tranquillizzo dicendo che ci ho parlato da poco e che il mio cellulare disgraziatamente non tiene la carica.

Affatto intimidito, passo altri due giorni di estremi spostamenti e cartelle scritte affannosamente a Bic, su tavoli di bar e ristoranti, su scalini di chiese e altri luoghi occasionali,  ma arrivo a mandare ben trentadue pagine alla mia agente Faffa, dopo aver visitato una decina di altre località amene e aver continuato a illudermi di fregarmene del loro incompetente e ignorante giudizio. Oltretutto rincaro la dose nell’aver inopinatamente immesso una terza componente noir al manoscritto, che stavolta veramente a mano viene scritto.

Il titolo anche mi viene da formulare anticipando qualcosa, ma non dicendo subito cosa e come:

“ Un giallo che si fa quasi verdolino, (si intravedono un bianco e un rosso)”

Un quasi poliziottesco tipicamente italiano, il giallo di Carmela, alla caccia di un attentatore di Ranucci, ma soprattutto i mandanti, si delinea con opportuni pseudonimi e ci metto anche la mia abitazione ed esperienza brasiliana, che però sposto in Uruguay.

Faffa si dimostra negativamente sorpresa, se non preoccupata per i risvolti politici, ma manda il pacco al tremendo e vaffanculistico Orsolini, Carciofini, Funghetti, Camoscini, Pomodorini, o Fantozzini, come la prassi insegna. Ora non mi ricordo nemmeno più come si chiama, ma ci siamo capiti.

Cipollini! Che l’inferno l’inghiotta, ma solo dopo aver pubblicato il mio romanzo del nuovo genere, appena inventato da me, social-turistico-rosa-noir.

Intanto io continuo a scrivere, e passati altri due giorni di inferno leggermente sul dantesco, con illusori sentori di un futuro paradiso, vado distrattamente a leggermi il contratto, che imbecille come al solito, non lo avevo ancora letto.

Tra le altre cose specifica graziosamente che i rimborsi spese saranno rimborsati all'autore, solo ed esclusivamente se e dopo essere stato accettato tale manoscritto come buono, anche se passibile di eventuali modifiche da parte dall'editore in questione.

Si pronosticherebbe un purgatorio o un limbo?

A proposito di inferno dantesco mi immagino già tra le fiamme i necessari cattivi e intanto visito queste zone che anche l’Alighieri a suo tempo conobbe.

Le mie già scarse speranze si assottigliano, ma non cedo solo per questo dettaglio insignificante, agli audaci la vittoria si nasconde sempre fino all’ultimo momento, ma proprio per questo risulta poi un autentico trionfo.

Posso sempre trovare un altro editore per il mio romanzo se non un’altra agente.

Quella forse no.

Sulla cronaca di un giornale locale, il Gazzettiere di Orvieto, certo non sui giornaloni nazionali, compare intanto una serie di arresti per il famoso caso dell’attentato Ranucci, proprio sulle vicine sponde del lago di Bolsena, da parte della squadra antimafia, comandata dal vicequestore Carla Gemignani, guarda che combinazione. Un caso affatto malignamente direi minimizzato e nascosto dai media peninsulari.

E anche se l’origine sicula improvvisamente mi scompare, tale nome mi da’ delle garanzie di autenticità, giacché le iniziali corrispondono a quelle, a me ingannevolmente prospettate, da Carmela Gullotta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

12 SATURNIA

 

 

Scendo dall'auto, mi sgranchisco, mi accendo una sigaretta.

Percorro una strada in salita, incrocio qualche passante intabarrato, qualche anziana donna.

Il borgo è molto bello. C'è qualcosa di arioso, di terso in Scansano, che mi fa stare bene. Ci sono molte enoteche e cantine. Un bel movimento di gente, qualche turista.

Pregusto già gli assaggi di Morellino che tra poco farò. Inizia a far freddo, mi chiudo la giacca a vento. Finisco la sigaretta, fumando fino al filtro.

Girovago tra i vicoli, tra le pietre grigie di Scansano. Assorbo gli odori. Muffa, vino, l'aroma di qualche pizzeria al trancio.

Incrocio molti tedeschi. Penso con piacere alla simpatica coppia che si è insediata nella mia locanda.

I lampioni si accendono. Il cielo ha assunto una curiosa sfumatura violacea. La notte sta calando nei vicoli.

Mi stringo nel giaccone, torno sui miei passi alla ricerca di una bella enoteca che ho adocchiato poco fa.

La raggiungo. È una cantina molto grande, elegante. Saluto il gioviale signore dietro il banco. Gli chiedo di assaggiare del Morellino.

Il barbuto fa un cenno di assenso, mi fa sorseggiare una decina di vini, tutti di riserva, maturati in barrique di rovere. I più cari e suppongo anche i più buoni.

Mi offre qualche stuzzichino per la degustazione. Bevo e apprezzo questo straordinario vino scansanese che sa di sughero, di spezie, di antico. Un vino complesso e corposo che mi fa viaggiare nel tempo.

Finisco l'ultimo sorso con la testa ovattata.

Sento le ginocchia deboli e un'incredibile euforia nel petto. Compro due casse di vino. Spendo un patrimonio, ma con una grande gioia. Ovviamente non posso trasportare le casse fino in macchina. Non posso neanche venire fin qui con l'auto perché il transito è vietato nel centro storico.

«Me le può spedire con un corriere?» domando al negoziante.

«Certo.» mi risponde lui con una voce che pare di velluto.

Decido allora di aggiungere alla spesa un'altra cassa. Do il mio indirizzo, saluto il gestore con una vigorosa stretta di mano.

Quando esco dall'enoteca l'aria non mi sembra più così fredda e pungente come poco fa. Passeggio tra i vicoli per smaltire il vino che ho ingurgitato. Mi fermo un momento al parco. Ripenso di nuovo al mio libro. Mi torna l'urgenza di scrivere, di mettermi al lavoro. Per un attimo avevo immaginato di fermarmi a cena a Scansano, invece decido di tornare alla base. Cenerò alla mia locanda e dopo mi metterò subito davanti al computer.

Perché sbilanciarsi così tanto?! Intanto penso tra me e me. Potevo aspettare, sono davvero così sicuro di quello che sto facendo?

Telefono a Faffa, la quale mi dice che si trova del tutto casualmente a Manciano, lì vicino.

«Davvero? Che bello!» Esclama Faffa. “Ma perché non ci troviamo e parliamo un po’ del più e del meno?”

“Non saprei...” Dico io piuttosto restio.

 “Affare fatto!” Taglia corto lei. “Alle terme pubbliche di Saturnia, tra un’ora?”

Nonostante la distanza e il tempo me la immagino, dopo tutti questi anni senza averla più incontrata, incrociando le braccia sotto il seno, aspettando la mia risposta, battendo impazientemente il piedino sul suolo. Dipendendo dalla stagione anche scalzo, se non c’è nessuno in giro fa riposare i piedi.

Comportamento suo tipico, il cellulare lo mette sempre sul tavolo, su un trespolino apposito, in caso di lunghe telefonate. Me lo ha confessato la stessa Faffa.

“D’accordo, ma fra un’ora e mezza.” Dico io, dopo una pausa interminabile e penso al costume da bagno che devo ancora comprare.

Di nuovo silenzio.

«Bene... Allora do un'occhiata supplementare al tuo testo e vedo se ti esemplifico qualcosa di utile e interessante.» Finisce per dire lei, cercando di rompere l'imbarazzo.

«Certo, certo...»

“A tra poco.”

Giungo alle terme, con un costume quasi ascellare azzurro nella borsa, che ho trovato in un negozietto.

 

Immergiti in acque prodigiose che da 3000 anni sgorgano dalle profondità per regalare una vera e propria rinascita.

Lasciati alle spalle la vita frenetica e concediti una pausa di relax tra le suggestive colline toscane.

 

Come mi aspettavo Faffa era già a mollo, mi cambio in macchina e ritorno con il corpicello bianchetto andante e ragionevolmente panciuto, gambe secche, che tutti mi chiederebbero: ma sei sicuro che vivi proprio in Brasile?

Il Brasile dove vivo io è tra Uruguay e Argentina, c’è un clima subtropicale, che presenta anche particolarità fredde e umide, che non sono molto conosciute, almeno in Europa.

Tornando in Toscana non tutti sanno che a Saturnia, anche con il freddo di gennaio, si può fare il bagno. Perché il liquido che scende a cascata nelle grandi vasche con forte puzzo di zolfo, è di una temperatura calda, mi hanno detto di pochi gradi superiore a quella del sangue umano nelle rispettive vene.

Però non ci si può rimanere troppo, non più di mezz'ora, se no ci si rilassa eccessivamente, diventa difficile anche camminare.

Faffa ha detto che lei lo sapeva da sempre, figuriamoci, quello era un luogo che conosceva bene e visitava spesso, lei era appena arrivata.

Contrariamente a quello che mi aspettavo, ha evitato l'argomento del testo e dell'inferno del diavolo Cipollini che il puzzo di zolfo evoca. Ci ho pensato dopo, così ha voluto forse dimostrarmi che indipendentemente dalle esigenze della politica editoriale del Cipolla, lei approvava il mio tipo di letteratura moderna, se vogliamo ibrida e anche un po’ di denuncia non guastava.

Dunque ha detto tutto in un fiato:

“Caro mio, ho esaminato le cose che dici nei tuoi quaderni e a parte il sesso e le cose del genere, che al lettore tanto piacciono, tu dici che sei stato lasciato da tale formidabile tedesca di nome Kornelia. Un nome che è tutto un programma, tra l’altro. Ma sei stato tu ad autosabotarti, è un meccanismo purtroppo umano, ti sei comportato male con lei, va bene che eri un ingenuo ragazzotto, anche ora non sei affatto maturo. Ma, a quei tempi, ti lasciavi troppo trasportare da un intuito niente affatto positivo. Se è che mi intendi, e ora... ora sei assai migliorato caro mio, lasciatelo dire, ma sei lontano da una razionale visione della vita e dei suoi necessari compromessi!”

Sommerso dall'acqua calda puzzolente e da questo mare di accuse e scuse appena arrivato, mi sono sentito aggredito da tutte queste cose che olezzavano di zolfo come il demonio, chissà perché a Faffa era venuto in mente di dirmele tutte insieme, dopo così tanto tempo.

Purtroppo o per fortuna aveva ragione lei, come al solito e dopo ventotto minuti di scuse e accuse senza pietà, con qualche piccola facezia nel mezzo, siamo usciti dall'acqua per andare a mangiare da Egisto a Orte, ristorantino che lei conosceva e dal quale siamo usciti mezzo ciucchi dopo due ore. Ma avevamo affrontato ogni argomento, meno la scrittura e le sue implicazioni dirette, nel nostro specifico caso.

Senza che potessi rifiutare o cambiare anche solo minimamente il suo programmino, mi ha condotto a Bomarzo.

Guida anche morbidamente bene Faffa, la sua gigantesca SUV verde metallizzata, di non so quale marca, forse una Volvo. Una macchina nuova e certo non molto economica. I soldi non le mancano, anche se lo nega ostinatamente, chissà com’è la sua casa?

 

Il Sacro Bosco (Parco dei Mostri)

Un giardino manierista del XVI secolo ideato dal principe Pier Francesco Orsini (detto Vicino) e progettato dall'architetto Pirro Ligorio. 

È famoso per le sue enormi sculture in peperino (roccia vulcanica locale) che raffigurano creature mitologiche, divinità, animali fantastici e la celebre Bocca dell'Orco. 

 

I giardini di notte sono illuminati da faretti messi nelle opportune posizioni, che trasformano quelle statue, che antiche non sono, in suggestioni incredibili e fottute. Di giorno sono molto meno impressionanti, a giudicare da foto e filmati.

Insomma Faffa era discretoccia, quando era giovane. Ora è rinsecchita, ma ha ancora quegli occhi che mandano lampi piuttosto intensi e a tratti anche quasi intimidatori, per un delicatino e sensibile come me.

Una persona forte e simpatica come poche, in definitiva, con tre figlie già adulte e bellissime, un marito con l'Alzheimer e una grande amicizia per me, un cretinotto con rari fulmini a ciel sereno. Chiamarli colpi di genio, secondo le sue parole, a me pare troppo.

Ha la mia stessa età, quindi è una vecchia. E la stessa anche di Carla, che però invece... secondo me mente sull’età di Carla, lei sembra molto più giovane.

Ecco che mentre scendevo dalla sua, per prendere la mia molto più modesta macchina a noleggio, come per caso, mi ha detto distrattamente che Carla Gemignani me l'aveva mandata lei, su richiesta del vice-questore stessa, che aveva letto i miei libri. Che tra l’altro loro due sono grandi amiche, fin dall’adolescenza.

La Locanda dell’Angelo è sua, non c’è in internet, perché ha aperto da pochissimo e hanno avuto dei problemi di marketing, ma è solo questione di ore.

Casimiro è un suo lontano parente, di Faffa, non di Carla, ed è stato ovviamente istruito a tacere, per quanto riguarda certe informazioni segrete.

Mentre io la guardavo allibito, lei ha aggiunto però, con una certa noncuranza, che non aveva idea che mi sarebbe garbata tanto, ma che non dovevo darle troppa importanza, che lei era felicemente sposata, figli già grandi, una vita molto ben indirizzata.

Tanto che ogni poco tempo si inventava distrazioni e trucchetti, ma solo per non perdere la rotta, anche troppo ben delineata, della sua esistenza terrena.

Tra di loro si confidavano cose intime, se ho ben capito, Faffa ci si divertiva pure a parlarne con lei, ma dentro di sé un po’ la disapprovava, perché Carla faceva puntualmente del male ai malcapitati, senza alcuna allusione ai presenti.

Alla fin-fine tra noi due non era successo niente, a quanto le risultava e così era meglio che rimanesse.

Poi ha chiuso la porta della sua macchinona e se n'è andata, lasciandomi solo come uno scemo al buio, in mezzo alla campagna della Tuscia, notturna pietosa e crudele allo stesso tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13 SORIANO

 

 

Passo la mattinata seguente a leccarmi le ferite, vale a dire camminando, fumando e mangiando, passeggiando per Bagnaia e poi improvvisamente mi decido, vado a Soriano che è abbastanza bello e vicino, ma la strada in salita è piena di curve.

 

Soriano nel Cimino è un suggestivo comune italiano di 7.889 abitanti situato nella provincia di Viterbo, nel Lazio. Questo borgo storico sorge sulle pendici del Monte Cimino ed è famoso per il suo patrimonio medievale, naturalistico e gastronomico.

 

A pranzo sono di nuovo da Casimiro, che è un tipo amorevole, mi ha preso a benvolere, mi chiede cosa ho fatto e dove sono stato, io rispondo per grandi linee. In effetti è una spia del nemico, tra virgolette, e a ogni domanda laterale non risponde o evita risposte dirette.

Dopo una linea di piatti squisiti delle sue, con pietanze per me nuove e tipiche locali, pare indeciso se farlo o no, ma alla fine mi dice, mi pare arrossendo, (ma è difficile stabilirlo perché ha una pelle scura e già rossastra di per sé):

«Di là c'è una saletta per la lettura, abbiamo anche una modesta biblioteca sui volumi del territorio, storia, geografia e altre cose del genere, se vuole fermarsi...»

Annuisco e ringrazio. Lui mi saluta e si allontana. Ho come il sospetto che non voglia che vada in giro, può essere pericoloso. E poi Casimiro potrebbe sapere cose che io non so, visto che sono vittima di una congiura. Spero a fin di bene.

Forse lì in biblioteca apparirà dal niente la signora misteriosa, oppure forse alla gente faccio un po’ pena, ma non capiscono mai bene come sono, ammetto che io stesso ho difficoltà.

Comunque sono molto meno indifeso di come sembro, e molto meno forte di come vorrei sembrare.

La sala di lettura è piccola ma ben fornita, faccio scorrere il vetro e inizio a sbirciare le costolette dei volumi di storia locale.

Mi domando che cosa mi abbia spinto in questa piccola biblioteca. Cosa penso di trovare tra questi libri se non l’approvazione di Casimiro?

Mi sento come uno dei personaggi dei miei libri, mi vengono in mente le suore e i preti di Fellini, erano riempitivi e facevano anche sorridere. Mi viene un'improvvisa voglia di fumare, ma cerco di trattenermi. Io stesso sono un riempitivo della mia vita, non ne sono la parte più importante, non influisco per niente sulle mie scelte, mi pare di essere completamente ininfluente.

Mi viene in mente quel cantautore tedesco, Heinz Rudolf Kunze, che mi fece conoscere Kornelia, tra le altre tristissime cose declamava questa:

 

...meine wünsche haben nichts zu tun mit dir, meine wünsche haben nichts zu tun mit mir...

 

...i miei desideri non hanno niente a che fare con te, i miei desideri non hanno niente a che fare con me...

 

Noto che il tedesco in questo caso abbia una forma più rapida e stringata dell’italiano, ma penso che in generale sia il contrario. Forse mi sbaglio.

Non mi pare ci sia un granché di interessante, per quello che sono i miei interessi ora, in questa bibliotechina, ma sfilo comunque qualche volume. Me li metto sottobraccio e mi metto in una lettura diagonale e superficiale. Ci sono tre tavoli di vetro lucido. Mi accomodo a quello più vicino alla finestra.

L'ambiente si sta scaldando. Questa sala è tiepida.

La sedia è in pelle e acciaio, fatico a trovare una posizione comoda.

Sfoglio in fretta i libri. Leggo notizie qua e là senza un reale interesse.

Ma cosa diavolo stai cercando, Artemio?

Non riesco a concentrarmi. Mi alzo in piedi, guardo fuori dalla finestra. Scorgo una cascatella in mezzo alla fitta vegetazione.

Decido di prendere in prestito un libro di leggende locali. Mi infilo il giaccone ed esco dalla saletta.

Prendo la macchina e parto decido poi la destinazione, dopo qualche giro a vuoto.

Penso e ripenso a quello che mi ha detto Faffa e concludo che a suo tempo Kornelia è stata una delle tante infatuazioni che ho sempre avuto un particolare talento per scovare, nel cespuglio di tutte le donne che mi sono passate accidentalmente vicino.

 Già da adolescente mi sono illuso di scegliere le ragazzine che invece sceglievano me, io cioè, di mia iniziativa, non le avrei mai distinte o separate dalle altre opzioni, troppe e confuse per chi ha già dentro di sé una visione molteplice e tutt'altro che determinata, perché è insicuro, per via che attorno qua sulla terra ci sono troppe cose interessanti, ma poche a ben vedere che valgano la pena di soffrire per loro.

Kornelia, con quel suo nome che era tutto un programma, per me era una novità per essere teutonica e grande, un corpo rosa e biondo che non finiva più, ma alla fine non era granché come persona... e per la loro scelta dell'amore libero non si sa fino a che punto, delle scappatelle da sposata con figli grandi, per esempio, anche Carla non era differente.

Faffa me l'aveva mandata, d’accordo, ma era stata Carla a volerlo, stavolta come le altre era stata lei che mi aveva scelto e io sono solo un povero marinaio in balia della tempesta, se non proprio un naufrago tra le onde del mare dell'esistenza.

Altra cosa che cerco di capire è il rifiuto di Faffa di affrontare l'argomento, per lei il più importante, ma anche per me, forse.

Cosa ne aveva detto Er Cipolla delle mie idee?

Glielo avevo chiesto, ma non mi aveva risposto, forse voleva prendere tempo.

Tornando con il pensiero a Carla, Faffa aveva sperato di darmi una sferzata, per farmi uscire dalla mia abulia, non solo letteraria, perché io le piacevo ed era, ed è, una mia amica. Il suo peculiare tatto, come quello di un elefante in uno stretto negozio di ceramiche, non badava tanto ai dettagli, invece la mia vita ne è esageratamente piena. Si può dire che ne sia letteralmente composta.

Tutto questo penso, ascoltando una serie di musiche di Andreas Vollenweider, mentre guido, in una giornata scura e fredda. Anche se questo autore è svizzero, penso che l’arpa combini assai bene con questi paesaggi maremmani, con l’architettura medioevale dei borghi di qua.

Vado a Calcata, il borgo degli artisti. Da piccolo la mia famiglia ci aveva soggiornato qualche mese, i miei ricordi sono zero, e non ci sono più ritornato. Si può dire che non ci sono nemmeno mai stato, perché la nostra umana memoria, come è noto, parte dai due anni di vita, e io c'ero stato poco e prima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

14  SENZA META


    

Il paese vecchio di Calcata si erge su uno sperone tufaceo sulla valle del Treja: al borgo si accede dall'unica porta che si apre sulle mura.

Il comune di Calcata è parte dell'Itinerario delle forre etrusche e della Valle del Tevere, all'interno del progetto del Sistema delle Aree Protette della Regione Lazio Le Strade dei Parchi. Questo itinerario percorre i paesaggi fluviali e i caratteristici borghi del Lazio a nord di Roma, affacciati sulla Valle del Tevere...

 

 Posteggio in piazza. C'è poca gente in giro. Calcata è come tanti altri posti di questa zona del tufo, un po’ come Civita di Bagnoregio, ma più turistica. Forse è solo il mio umore che non è quello giusto. Il mio orologio segna le due meno dieci. Per scrupolo passo di fronte al negozio di un barbiere. Spingo la porta di vetro traballante, ma è chiusa.

«Troppo presto... I negozi apriranno verso le tre.» Penso. Allora mi incammino verso l'automobile.

Apro la portiera, mi tolgo il giaccone, lo appoggio sui sedili posteriori insieme al libro di leggende. Salgo in macchina e metto in moto.

Esco dal paese con una strana sensazione nel petto.

Guido piano, ogni tanto getto uno sguardo nello specchietto retrovisore per vedere Calcata, che fa in qualche modo parte della mia vita, e che si allontana.

Decido di andare a visitare Sorano e Sovana, paesi tutt’altro che limitrofi. Non ne ho per niente voglia in realtà. Sono distratto e confuso. Ma soprattutto ho questo vago senso di oppressione, di malessere che non riesco a codificare, più che altro non voglio.

Mi accendo una sigaretta, ma la spengo dopo due tiri. L'abitacolo si impregna di fumo. Mi assale una forte nausea, spalanco i finestrini. Impreco. Quasi quasi faccio inversione e torno alla locanda da Casimiro. Ma poi penso che anche se è lui l’autentico angelo della locanda, mi sentirò coccolato ma spiato, invece mi farà bene starmene fuori al freddo sferzante, mi può fare bene vedere altri luoghi, altri borghi.

Passo il pomeriggio a gironzolare qua e là senza una meta precisa. La maggior parte del tempo la trascorro a Sovana. La piazza è piena di luce e la campagna circostante ora ventosa assolata e florida. Anche le nuvole corrono nel cielo, il sole si nasconde ma torna subito fuori.

 

Sovana era un centro etrusco, che dalla conquista di Vulci in poi (280 a.C.) subì un graduale processo di romanizzazione, culminato con la creazione del municipio con la concessione della cittadinanza romana agli italici.

 

Provo una bella sensazione mentre cammino tra le sue strade, mentre osservo la vegetazione. Rimango a contemplare un tramonto rosso fuoco che infiamma tetti e campagne.

Telefono a Faffa, non risponde e le mando un messaggio, chiedendole di non dire niente a Carla, del fatto che me l’ha mandata lei, per vedere cosa succede, per testare insomma la sincerità di questo vice-questore.

Poi  penso che è una bischerata, ma certo male non può fare. Com’è possibile sentire così forte la mancanza di una donna con la quale ho passato insieme sì e no un’ora?

Avete mai sentito parlare di noi cretini intelligenti? Si tratta di una categoria che per quanto sia in numeri assai difficilmente quantificabile, non solo esiste ma è anche piuttosto pericolosa. Ma non siamo completamente irrazionali, abbiamo anche noi la nostra logica.

Saremmo forse da considerare dei pazzi, ecco: la definizione non è possibile, perché pure noi siamo molto differenti uno dall'altro.

Anche Carla appartiene a questa categoria, penso e c’è a proposito un particolare che avevo intenzionalmente tralasciato di scrivere, forse perché intendevo rifletterci su, volevo capire meglio.

Non che ora mi sia più chiaro, ma se non lo dico non si capisce perché uno si innamori su una proiezione mentale senza fatti concreti, senza compromessi dall'altra parte.

Oggi è una settimana che sono arrivato in Italia, ma torniamo un po’ indietro. Dopo averla vista a Pitigliano, io me ne stavo andando al Lago di Vico, forse era il giorno seguente.

 

Il lago di Vico o lago Cimino è un lago di origine vulcanica dell'Italia centrale situato nella provincia di Viterbo. Con i suoi 507 m s.l.m., vanta il primato di altitudine tra i grandi laghi italiani. È circondato dal complesso montuoso dei monti Cimini; in particolare è cinto dal monte Fogliano (965 m) e dal monte Venere (851 m)...

 

Avevo già ricevuto il suo messaggio dove mi diceva che stava investigando per l’attentato Ranucci.

Correvo pensando a tutto e a niente, in macchina, in aperta campagna. Avevo cominciato a scrivere in quei giorni e uno svolazzare di idee mi ronzava continuamente nel cervello. Come api chiuse in uno spazio limitato, volando e girando cercano una via di uscita.

A un certo punto avevo anche sbagliato strada, non c'era nessuno in giro. Era un po' che non incontravo altre macchine, ma ecco  una volante della polizia che mi supera a tutta velocità, poi mi taglia la strada con uno stridio di pneumatici, io freno, se ne esce Carla (che per me era ancora Carmela,) viene di corsa in mia direzione, io balzo fuori dalla mia vettura e faccio per andarle incontro. Lei mi blocca un metro dallo sportello, mi bacia, un bacio appassionato con un metro di lingua in bocca e poi mi dice in un orecchio:

“Lo sai che mi piaci parecchio?”

Ritorna in macchina quasi correndo e ripartono subito sgommando. Erano in tre, gli altri due uomini in divisa.

Premesso e non concesso che abbiamo tutti e due più di sessanta anni, che importanza può avere?

Fino a pochi giorni fa solo lei sapeva della mia esistenza, avendo letto i miei libri, ma io di lei nulla invece, ora poco di più.

Irrazionalità, pazzia, forse un'affinità complessa e compresa da alcune cose difficili da spiegare, anche a sé stessi. Noi intelligenti cretini non sappiamo forse cosa ci stiamo a fare al mondo, e dobbiamo buttarci in alcune situazioni a tuffo, dopo aver rifiutato tutte le altre, senza sapere nemmeno esattamente perché.

Però una cosa mi è chiara: non è che solo a noi la vita ci sia scappata di mano, la vita nessuno la possiede veramente, è un usufrutto di un diritto che risponde a regole che noi non abbiamo mai veramente scelto, ci siamo solo adeguati, pur senza capire una beneamata cippa. Tanto vale ribellarsi, penso, perché la cosiddetta società è una cazzo di prigione e non ha nemmeno le sbarre dorate.

Sorano mi appare più cupo, più chiuso. Forse anche perché quando ci arrivo è già buio. Lì decido di dedicarmi alla ricerca di vini.

 

Benvenuti a Sorano, paragonato spesso a Matera. In questo piccolo borgo arroccato sulla cima di una collina potrete vivere atmosfere magiche d'altri tempi.

Il capoluogo comunale è situato 379 m s.l.m. su una rupe di tufo che, da est, domina un tratto del corso del fiume Lente; si trova al centro di un territorio che si sviluppa prevalentemente a quote collinari, seppur intervallato da conche e rilievi. L'altitudine più bassa si registra nel Pianetto di Sovana, presso l'omonima località, con quote attorno ai 270 metri, mentre le quote più elevate, di tipo montano, si registrano sulla vetta che sovrasta la frazione di Montevitozzo (926 metri s.l.m.) e sul Monte Elmo (829 metri s.l.m.), due rilievi che interrompono in modo netto il paesaggio collinare...

 

Gironzolo tra i vicoli di Sorano, come un insonne. Acquisto qualche bottiglia. Faccio talmente tanti assaggi, che quando torno alla macchina barcollo. Mi gira la testa, ma in compenso il malessere di poco fa sembra scomparso. Carico le bottiglie nel baule. Le sistemo bene in modo che non sbattano tra loro. Vado nel bar più vicino e compro un panino. Lo mangio con fatica, perché non è buono, ma soprattutto perché non ho fame. Cerco semplicemente di attutire la leggera sbronza. Rimango seduto su una panchina per una decina di minuti. Quando mi rialzo, sento il cellulare vibrare nella mia tasca. Sul display la scritta Privato lampeggia a intermittenza.

«Pronto?» Esclamo, incamminandomi intanto verso l'automobile.

“Buone notizie, Artè!”

“Faffa? Che è successo?”

“Indovina?”

“Di nuovo affanculo ti devo mandare?”

“No, non c’è bisogno, lo avresti mai sospettato che il Cipollini avrebbe adorato le tue pagine?”

“Che?”

“Sìiiii, all’inizio era perplesso e non mi dava notizie, per giorni, quindi io non te le potevo ripassare a te, lo avrai capito che era in atto una turbolenza...”

“In effetti, ma perché non mi chiami dal solito numero?”

“Ho finito la carica, sono qui dar Cipolla, mi ha detto che all’inizio non gli erano piaciute per niente, poi ha fatto leggere le tue pagine ai suoi assessori, gente con i coglioni tridimensionali e infuocati... insomma per fartela breve ora sta chiamando tutti gli altri autori, per dirgli di piantare in asso quello che stanno scrivendo e di fare anche loro delle cose proprio come la tua, insomma un libro di viaggio, che è anche una storia di amore e un poliziesco.”

“Ma gli altri chi sono?”

“Non te lo posso dire, ma te sei l’uomo di punta secondo lui e me, e quanto ci tiene ce lo ha dimostrato proprio ora.”

“Madonna mia dei fiordalisi...”

“Ed è un genere ibrido, d’accordo, ma completamente nuovo!! Sei un genio, io te l’ho sempre detto.”

“Vabbè... lasciamo perdere... lo sai che io ai vostri cazzi di risvolti commerciali non ci penso mai...”

“Non c’è bisogno, ci pensiamo noi. E non vedo l’ora di dirlo anche a Carla. Oltretutto fa parte della trama anche lei...”

“Ma dov’è quella vacca?”

“Come ti permetti? Comunque molto più lontano di quello che pensi.”

“Nooo, dove?”

“Non lo so neanch’io, ma in Maremma non c’è più... ieri era a Padova, per via delle indagini, se è che m’intendi.”

“Ma il messaggio che ti ho mandato l’hai ricevuto?”

“Certo. Ma è arrivato troppo tardi, gliel’avevo già detto.”

“Vabbè, tanto era una stronzata.”

“Infatti. Dalle tue ripetute parolacce arguisco che sei assai agitato e un po’ frustrato, sbaglio?”

“Fangala!”

“Cosa significa?”

“Chiedilo a Paolo Villaggio, è un suono comunque onomatopeico che dovresti conoscere. Hai presente il film a episodi dove lui ha il ruolo di Buana Cangoni? Dammi il numero di cellulare di Carmela, per favore, cioè... voglio dire di-di-di Carla.”

“Il film che dici mi è sfuggito, eppure deve essere un cult. Carla ti emozioni solo a nominarla, non lo vedi? Te lo mando subito qui su whatsapp, il numero. Ma c’hai qualche altra pagina pronta?”

“Allooora, tieni preeesente che tali pagine sono solo bozze assolutamente non definitive, ce ne ho un’altra decina, te le mando, ma se gliele passi ar Cipolla, diglielo che poi verranno rivedute e corrette, all’occorrenza anche cambiate, ma non in maniera troppo significativa.”

“Se non sbaglio questa è la normale prassi.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

15 RANUCCI

 

 

Cerco notizie su Carla in internet partendo dal caso Ranucci, immagino che ci sia qualcosa su di lei, perlomeno sapere dove si trova.

 

Con gli arresti di quattro persone accusate di aver fatto esplodere una bomba davanti alla casa del giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di inchieste di Rai 3 Report, sono stati resi noti nuovi elementi sulle indagini in corso. In particolare sul fatto che secondo la procura l’attentato sarebbe stato compiuto su commissione: le persone arrestate invece sono quelle che le indagini hanno individuato come esecutori materiali dell’attentato.

Per ora ci sono cinque persone indagate: quelle arrestate (tre in carcere e una ai domiciliari) sono Pellegrino D’Avino e la compagna Marika De Filippi, di 26 e 22 anni, Saverio Mutone e Antonio Passariello, di 40 e 53 anni; e poi c’è il 21enne Luca Amato. Su di loro non si sa molto: sono stati fermati tra Marta e Montefiascone (provincia di Viterbo). Alcuni di loro hanno precedenti penali e secondo chi indaga fanno parte di un gruppo organizzato, in grado di reperire materiale esplosivo e di maneggiarlo.

Sono accusati di aver detenuto un ordigno esplosivo, di averlo portato in un luogo pubblico e averlo fatto esplodere; e poi di minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in gruppo e con modalità di tipo mafioso. L’attentato è stato compiuto il 16 ottobre del 2025 davanti alla casa di Ranucci: era esplosa una bomba rudimentale che aveva distrutto le sue due auto parcheggiate in strada e danneggiato il cancello d’ingresso della casa. Secondo le indagini per l’esplosione era stata utilizzata la gelatina da cava, un materiale con grosse capacità distruttive.

Una svolta nell’inchiesta, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, è stata una mail anonima ricevuta dal procuratore a capo delle indagini Carlo Villani poco dopo la mezzanotte del 6 aprile di quest’anno. Nella mail, intitolata “Regalo di Pasqua”, una persona dava alcune informazioni utili a identificare «quel deficiente che ha fatto casino fuori casa di Ranucci»: spiegava di aver deciso di segnalarlo alle forze dell’ordine per contrasti interni al gruppo criminale di cui faceva parte.

La procura ha ricostruito che la mail era stata inviata da un indirizzo di posta creato ad hoc poco più di un quarto d’ora prima, e l’ha ricondotta a Davide Netti, un uomo appena uscito dal carcere che ha legami con la Camorra. Da alcune intercettazioni risulta che pochi giorni prima dell’invio della mail Passariello avesse parlato con Netti dell’attentato in più occasioni, in un modo che secondo la procura dimostrerebbe il suo coinvolgimento. Nelle telefonate Passariello invitava Netti a cercare notizie dell’accaduto su internet e diceva di non agire mai per fare «regali»: un passaggio che ha fatto ipotizzare a chi indaga che abbia agito su commissione.

In un’altra intercettazione, del 2 febbraio di quest’anno, Passariello aveva commentato l’attacco a Ranucci mentre era in auto con Luca Amato e una donna dicendo «Facciamo la storia!». Secondo la procura, Passariello avrebbe materialmente piazzato la bomba sotto casa di Ranucci insieme a Mutone, sei giorni dopo un sopralluogo sul posto fatto insieme agli altri tre indagati. La persona incaricata di trovare l’ordigno da far esplodere sarebbe stata invece D’Avino.

A questo punto le indagini si stanno concentrando sui presunti mandanti dell’attentato. Oltre a un compenso economico, secondo la procura i mandanti avrebbero offerto agli esecutori materiali anche schede telefoniche e assistenza legale per fuggire all’estero: in una delle intercettazioni, Mutone parla di una persona disposta a sovvenzionare la sua latitanza in Spagna, «pure con 200 euro al giorno»; in un’altra intercettazione, D’Avino parla della versione dei fatti che chi lo avrebbe incaricato dell’attentato si sarebbe raccomandato di fornire, nel caso fosse stato arrestato.

 

Visito Marta, Capodimonte e Montefiascone, sul lago di Bolsena, poi la cittadina di Bolsena stessa, a partire dalle zone dove si sa che abbia operato la squadra del vice-questore e ci sono stati i relativi fermi agli accusati dell’attentato. Chiedo in giro alla gente, ma ne sanno poco o nulla.

 

Montefiascone si trova a nord rispetto a Viterbo, molto vicino all'Umbria (Orvieto dista solamente 40 minuti in macchina) e alla Toscana. Dal lago di Bolsena dista appena 5 km e non è lontano dal monte Amiata.

Le radici del toponimo Monte Fiascone, dove "monte" è probabilmente dovuto alla natura collinare dell'abitato, mentre “fiasco” è termine medioevale di origine gotica; perché il termine fiasco sia stato associato al paese collinare vi sono varie ipotesi, ma rimane sostanzialmente sconosciuto.

 

Faffa è una signora di parola, ma alla sua maniera, se dice che farà una cosa, non necessariamente andrà a mantenere la sua promessa, ma più facilmente ne farà una equivalente, se non meglio, a volte anche peggio, ma solo per eccesso di zelo.

Non mi ha mandato il numero di Carla, ma ha dato a lei il mio, il che a quest’ultima da’ l’occasione per farmi dannare un po’, invece di parlare sta zitta, quando mi chiama e io posso arguire che è lei, ma non ne sono sicuro e mi fa anche un po’ incazzare.

Ecco la quarta telefonata mentre sono in macchina.

Silenzio. Anzi, no. Dall'altro capo si avverte uno specie di brusio.

«Pronto, chi è?» Ripeto, mentre rallento per accostare.

Niente. Nessuna voce. Soltanto quel suono di sottofondo che pare un sospiro, un sibilo.

«Fanculo...» mormoro chiudendo il cellulare e infilandomelo in tasca.

Poi lo riprendo e lo spengo. Mi rimetto alla guida e decido di tornare a Bagnaia. Ormai è ora di cena, ma tutti questi assaggi di vini e quel dannato panino mi hanno rovinato lo stomaco.

Parcheggio l'auto in piazza. Penso che ormai i negozi saranno chiusi. Mi ricordo di prendere il libro di leggende. Imbocco Via Roma a passo spedito. Si è alzata un'aria gelida che sferza il volto. In breve raggiungo la meta. Mi infilo lesto nel tepore giallo della locanda.

«Buonasera!» Esclamo, ma la mia voce risuona senza avere risposta. Mi fermo nella piccola hall deserta, mi appoggio al bancone, strofinando tra loro le mani gelate.

«C'è nessuno?» Domando a gran voce. C'è il solito rumore che proviene dalla cucina. Pentole, stoviglie, colpi. Poi un suono di passi che si avvicina.

Nella hall irrompe Casimiro.

Mi saluta e mi da’ un bigliettino dove c’è scritto.

Ore 8 e 30 via degli Schiavi numero 2.

Mi faccio spiegare dov’è, dato che mi pare ovvio sia un biglietto di Carla e Casimiro non direbbe una parola di più.

Non è molto lontano da lì.

Arrivo e trovo un muro di tufo a destra e il precipizio dall’altro lato. L’entrata della casa, se di una casa si tratta, è scavata nel tufo. Sopra intravedo un palazzetto scrostato.

C’è un citofono, suono.

«Mi dica.» Risponde una voce di uomo, forse un poliziotto.

«Buonasera...» Inizio io educatamente «Posso scambiare due parole con la signora?»

Con uno schiocco sordo il portone si apre ed entro nella semioscurità da catacomba, muri neri di tufo grezzo, una lontana luce viene dall’alto e la seguo.

Di donne non ne ho avute tante, ma credo anche che la quantità vada a discapito della qualità. Nel senso che nel labirinto del sesso il romanticismo viene inevitabilmente a meno.

Nel montare quelle scale scure e tenebrose sento il cuore battere, come quando da adolescente stavo per incontrare per la prima volta una ragazza, forse intenzionata a farsi baciare da me

Incontro il poliziotto che ha risposto al citofono che scende e mi saluta, dice che a telefonarmi era lui, un marchingegno della polizia, per sapere dove mi trovavo al momento.

 Arrivato alla fine della salita la porta che salendo sembrava chiusa era solo accostata, sopra la lampada fioca e polverosa, entro e il silenzio è rotto solo dal fischiare del vento fuori. Ho seguito la tenue luce che da un corridoio portava verso una sala dove non c'era nessuno.

 Una musica a bassissimo volume di John Martyn, la struggente I couldn’t love you more. Con un leggero fruscio poi è entrata a Carla, non ha detto niente, si è avvicinata e ci siamo baciati. È seguito tutto un fulgore di luci e ombre, di vento e sussurri, di guerra e pace. Non so neanche se ho vinto o se ho perso.

Forse un pareggio.

Casimiro era stato sicuramente avvisato che non avrei dormito alla Locanda. Quando mi sono svegliato c'era la colazione già fredda sul tavolino. Quella camera sembrava un viaggio in un passato remoto, arredata con gualdrappe e candelabri, la luce filtrava appena attraverso le spesse tende. Aprendole il sole è entrato con silenziosa violenza e Carla era già sparita.

Trovo un biglietto accanto al thermos con il caffè, dice che ha letto i miei quaderni, che io non sapevo nemmeno che erano stati pubblicati, che fare l'amore con me era stato descritto in quelle pagine come una cazzo di esperienza mistica, insomma una fottuta cerimonia quasi trascendentale, che lei ha ritrovato nella realtà di quella notte, oppure mi stava prendendo in giro.

Poi che lei purtroppo doveva andare a Roma. Forse ci potevamo trovare in quella stessa casa la notte del giorno dopo.

 Il mazzo delle chiavi della casa era lì accanto, una chiave più grossa doveva essere quella della cantina, con evidenti possibilità di ritrovamenti etruschi.

 Mentre mangiavo il pane imburrato e bevevo il caffè, pensavo che io questo misticismo del menga già non lo sentivo più come a quei tempi dei quaderni. Che però era stata una scopata con i controfiocchi era vero, cose difficilmente descrivibili a parole.

L'intensità dei suoi o dei miei sentimenti era però forte e misteriosa, evidenti ma generatori di suspense, non mi pareva di aver sentito mai niente del genere, ci si scherzava ma proprio per quello era serio. Meglio però non rimanere lì a pensarci, sono uscito ed era una giornata assai luminosa, ventosa e fredda, nel cielo nemmeno una nuvola.

Orvieto mi aspettava e il Pozzo di San Patrizio mi ha esemplificato l'abisso che un amore poteva rappresentare, con le due simboliche scalinate interdipendenti, una per scendere e l’altra per far salire i muli carichi o scarichi di acqua.

 

Lo storico pozzo di San Patrizio è una struttura costruita a Orvieto da Antonio da Sangallo il Giovane tra il 1527 e il 1537 per volere del papa Clemente VII, reduce dal Sacco di Roma e desideroso di tutelarsi nell'eventualità che la città in cui si era ritirato fosse assediata...

 

Mi sento confuso e realizzato allo stesso tempo, anche piuttosto ansioso, mi pare, ma forse è normale.

Un certo Cooper aveva detto che l'amore è una rivoluzione nell'ordine della vita. Ma, che io sappia, di ordini non ne ho mai avuto uno.

Entro in un piccolo bar deserto e atipico, sembra scavato nel legno, il barista e forse anche proprietario è un vecchio dalla voce armoniosa, dai lunghi capelli bianchi e una barba incolta, legge un librone antico posato sul banco, le pareti sono piene di volumi, anche antichi.

Sarebbe ora di pranzo ma non ho tanta fame. Prendo un cappuccino e un cornetto salato con prosciutto, mozzarella e pomodoro. Mi metto al computer, a sfogliare le pagine che ho scritto, correggo qualcosa. Sono contento di constatare la fluidità del mio lavoro. Se e quando c’è, viene fuori senza sforzi.

Mi immergo nella scrittura, dimentico a poco a poco tutto quanto, inizio a battere freneticamente sui tasti. Sfuma ogni pensiero che non riguarda il mio libro, sfuma l'immagine di Carla, sfumano le paure, l'ansia, la preoccupazione, sfuma il buon sapore del cornetto e perfino del cappuccino.

Sono solo nella scrittura ora. Lucido, ma come se fossi in trance. Forse in uno stato di percezione alfa, se mai esistesse.

Sono un unico flusso di parole. Sono un fiume che tracima e che cerca di incanalarsi in un intento, in un argine, in un senso. Sono un vortice alla ricerca di un centro. Scrivo e tutto intorno si dissolve. Svaporano luce ed ombra, svaniscono la stanza, le pareti, le linee immaginarie, la finestra, svaniscono vetri e riflessi. Tutto è nuovo. Tutto mi è di fronte. Nella pagina bianca che vuole farsi carne e verbo, nel nulla che lentamente si crea e diventa lettera, sillaba, parola, frase, immagine, mondo.

Batto sulla tastiera con un impeto straordinario, come farebbe un musicista sui tasti del proprio pianoforte. Il ticchettio riempie la stanza, gli angoli, come musica riverbera creando nuovi confini.

Io sono un tutt'uno con quel ticchettio, con quel ritmo forsennato e sincopato.

Scrivo senza sapere dove andranno a finire i pensieri. Scrivo senza rotta precisa, senza bussola. Scrivo e magicamente tutto si ricompone.

Mi fermo, prendo fiato. Faccio scrocchiare le nocche. Rileggo le pagine scritte. Tutto quadra, tutto torna.

C'è ritmo in ciò che ho scritto, c'è vita, c'è dolore, gioia e tumulto, c'è passione. Sorrido.

Inizio un nuovo capitolo e le parole precipitano a cascata sul bianco. Piccoli segni neri che daranno corpo a un nuovo orizzonte.

L’anziano continua a sfogliare silenziosamente le sue pagine ingiallite.

Le mie dita arpeggiano sulle lettere, danzano lievi e veloci sui tasti. Le parole diventano frasi, le frasi diventano pagine. Il tempo scorre, il tempo non esiste più. Forse non è neppure mai esistito.

Piano piano si fa largo un'immagine nei miei pensieri, un'immagine che lentamente si sovrappone al mio lavoro, rallentandolo. A quell'immagine se ne collega un'altra, di colpo.

Smetto di scrivere. Torno alla realtà.

Ecco l'illuminazione. Schiocco le dita.

È come se Carla io l’avessi sempre conosciuta, all’inizio mi ha fatto una leggera antipatia, perché era come se avessi incontrato me stesso, trasformato in una donna. O forse mia madre Ofelia, un po’ anche mio zio Remo, fratello di mia madre.

Nel frattempo una musica a bassissimo volume inizia a sentirsi da una porta in fondo, che forse da’ su un appartamento, la riconosco appena: è Cinema show la canzone dei Genesis.

 

 "Take a little trip back with father Tiresias
Listen to the old one speak of all he has lived through.
I have crossed between the poles. For me there's no mystery.
Once a man, like the sea I raged.
Once a woman, like the earth I gave.
But there is in fact more earth than sea."

 

Fai un piccolo viaggio con padre Tiresia,
Ascolta il vecchio parlare di tutto ciò che ha vissuto
Sono passato attraverso i poli, per me non c’è mistero
Una volta ero un uomo, m’infuriavo come il mare,
Una volta ero una donna, mi concedevo come la terra
Ma in effetti c’è più terra che mare

 

Dante Alighieri lo cita vicino al suo rivale in divinazione nella guerra di Tebe, Anfiarao, tra gli indovini nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio dei fraudolenti nell'Inferno (XX, 40-45).

Il poeta fiorentino tuttavia non fa accenno alle sue arti divinatorie ma al solo prodigio del cambio di sesso dovuto all'aver colpito i due serpentelli, azione che rese necessario colpirli di nuovo sette anni dopo. Probabilmente l'intento di Dante è limitato a deprecare le attività dei maghi, i quali talvolta adulterano le cose naturali con il loro intervento.

Tiresia è condannato a vagare eternamente con la testa ruotata sulle spalle, che lo obbliga a camminare indietro in  contrappasso con il suo potere "preveggente" avuto in vita...

 

Mi viene in mente la mia famigerata parte femminile collegata alla leggenda di padre Tiresia, un dualismo involontario, Yin e Yang.

 

Lo Yin rappresenta la natura femminile, la luna, la notte, il buio, il freddo, l’umido, il nascosto, l’inerzia, la passività, l’autunno e l’inverno, la terra, l’acqua, il vuoto, la debolezza, il negativo, le energie distruttrici,  l’introversione, il basso, l’ovest.

Lo Yang rappresenta la natura maschile, il sole, il caldo, la luce, il giorno, il positivo, la forza, il movimento, l’attività, la primavera e l’estate, il cielo, il fuoco, il secco, il manifesto, l’alto, il pieno, l’estroversione, le energie vivificanti, l’est...

 

Forse il vero viaggio è solo quello che si fa dentro sé stessi, non mi ricordo chi lo ha detto. Questa parte dell’Italia, la Maremma, dove sono nato, ma ci sono rimasto pochissimo, mi sta riportando sui miei stessi passi, smarriti da tempo, insomma a capire me stesso.

Devo andare a visitare Onano, piuttosto, non so perché non ci sono ancora tornato. Ci devo andare subito.

Il vecchio pare una figura mitologica, è di poche parole, ma ti guarda negli occhi e ti trasmette una certa pace. Dalla porta in fondo si sente una voce femminile che chiama un bambino, penso, che dovrebbe essere  Eolo, mitologico dio dei venti. Magari è sua figlia che ascolta le canzoni dei Genesis che a suo tempo ho amato parecchio.

Pago e vado.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

16 CONSEGUENZE

 

 

Ci sono trentaquattro chilometri e ci vuole una quarantina di minuti, durante i quali il mio cervello si scervella per trovare la strada, sbaglio due volte. Mi ritrovo a passare per gli stessi punti. Bestemmio un po’, ma con grande dignità. La vita è un’esperienza trascendentale, o qualcosa del genere e qui le indicazioni sono scarse, non tengono conto di particolari utili alla vita del viaggiatore non abitante in loco.

Suona due volte il telefono, ma è solo il brigadiere Telesio che vuole sapere dove mi trovo, per comunicarlo a Carla. Non lo mando affanculo perché sono un signore.

 

Onano è un comune italiano di 868 abitanti della provincia di Viterbo nel Lazio. Insieme ad Ala, Ateleta, Orero e Siris è uno dei cinque comuni italiani con un nome palindromo. 

Le origini di Onano sono antichissime, risalenti all’epoca preistorica, come testimoniano alcuni ritrovamenti archeologici. La zona fu abitata dapprima dagli Umbri e successivamente dagli Etruschi. Dopo l’occupazione romana, la zona rimase una piccola isola etrusca, indisturbata per lungo tempo. Con il passare dei secoli, quattro borghi si svilupparono in questa zona, che in seguito si unirono per formare il primo vero centro abitato di Onano...

 

La mia casa è ancora in piedi, in via dei Santi numero dodici, scrostata e decadente non sembra aver nessuno a viverci dentro. Provo a forzare la porta, le finestre, dal cortile interno, mentre guardo attraverso una persiana mezza rotta, arriva un anziano, un vicino, non vuole chiamare la polizia, mi dice, ma sapere solo cosa sto cercando.

Lo riconosco o almeno credo, qualche mese di memoria a Onano l’avevo avuto. Lui si presenta,

“Zino, sono Artemio, ti ricordi di me?”

“Certamente, te lo volevo chiedere, sei scappato da qui che avevi tre o quattr’anni, ma la tua faccia l’ho rivista poi alla TV e ho letto i tuoi libri.”

“Tutti?”

“Tuttini.”

M’invita a casa sua, lì accanto.

“Carissimo, lo sapevo che saresti tornato, ma la casa è ancora tua?”

“No, sono solo di passaggio, e la casa non è mai stata della mia famiglia, eravamo in affitto.”

“Ah già, è vero, la memoria a ottant’anni diventa piena di buchi, capirai: la senilità, l’alzheimer, altre malattie attraversate, ma dimmi di te. Stai scrivendo o no?”

“Sì, tra poco uscirà un libro sulle bellezze dell’Italia, o forse addirittura una serie di libri con turismo e storie di amore, giallo e denuncia, insomma un pacchiano arlecchino di generi e colori...”

“Che dire... bravo, bravissimo, ma vuoi vedere la casa dentro? Io c’ho le chiavi.”

Andiamo a vedere l’interno della casa, cambiata assai dai miei tempi, ma c’è ancora il caminetto e la cucina è rimasta quasi uguale ai miei pallidi ricordi, facendo uno sconto di mobili e di abbandono totale.

Zino è un po’ logorroico e svanito di memoria, mi massacra un po’ orecchie e cervello, fino a che riesco a sganciarmi.

Carla mi ha provocato una turbolenza interna che non so dominare, ricordi e nozioni di ogni tipo mi affiorano al cervello, forse direttamente al cuore.

Forse era questo che voleva dire Cooper, anche se non mi ricordo assolutamente chi fosse.

Torno a Bagnaia deciso a chiudermi in camera a scrivere, o semplicemente a riordinare le idee. Se solo prima di questo importante evento fossero mai state ordinate...

Ci sono cinquantadue chilometri e ce la faccio in un’ora, sono stanco morto e vorrei solo dormire, invece passando accando a una chiesetta subito dopo le mura del castello dell’omonima piazza, vedo il portone aperto ed entro.

Centinaia di ex voto alle pareti mi scatenano i sentimenti già affiorati, anche troppo. Le rispettive immaginate tragedie mi balenano dentro al tremolare delle tante candele accese, c’è una vecchina minuscola che prega in ginocchio.

 

A Bagnaia (frazione di Viterbo), le testimonianze di ex voto sono legate in particolare alla devozione popolare locale e si trovano conservate o menzionate in edifici storici come la Chiesa di Santa Maria della Porta in Piazza Castello, oltre che in importanti opere d'arte popolare viterbese custodite nel vicino santuario della Chiesa di S. Maria della Quercia

Gli ex voto sono doni offerti a una divinità, alla Madonna o ai santi in segno di ringraziamento per una grazia ricevuta (o come richiesta di protezione).

 

Non ho mai pregato, se non da piccolo al catechismo, ed ero già a Torino, mi chiedo se ora vorrei farlo, a titolo di non so cosa, scappo prima di cedere alla tentazione, mi sento stupido e vulnerabile.

Esco e camminando vedo le luci accese nelle case, penso che ognuna ha una serie di storie da raccontare, la mia mi fa ridere e piangere, gioire e soffrire.

È come se Carla mi avesse tolto il tappo, non posso fare a meno di constatare, se ne stanno uscendo un sacco di cose, ma anche troppe stanno entrando, su cui non riesco ad avere il minimo controllo, si stanno mischiando tra di loro.

Casimiro mi accoglie dicendo che la cena sarà servita in meno di mezz’ora, cerco di declinare, ma ci tiene troppo e fatta una doccia, mi precipito giù con una fame da leoni.

Ci sono due tavoli occupati con totale di sette persone in saletta, che chiaccherano animatamente, mai successo. Più musica degli Avion Travel, dal disco Opplà!

 “Allora come vanno le cose, stiamo scrivendo o no?”

“Sì, stiamo scrivendo abbastanza bene, in più ci sono grosse novità che probabilmente lei sa già...”

“No, non lo so che novità ci sono, a parte il fatto del libro di viaggio che non sarà solo di viaggio ma anche di denuncia, di amore e non so cos’altro...”

“Ma come no? Non la avvisa Carla sulle novità importanti e sentimentali?”

“No, io devo fare un mezzo lavoro di spia, ma non sono informato direttamente, se chiedo qualcosa magari me lo dicono, ovvero è già diversi giorni che non ho contatto con il capo.”

“Bene. Allora le novità io non te le posso dire, perché se Carla vuole dirglielo... glielo dirà lei.”

“Ho già capito tutto. Non c'è bisogno di dire niente, vado a prendere il primo piatto che poi è un piatto unico...”

“Ah sì?”

“Stasera pizza!!”

Senza rendermi eccessivamente conto divoro una consistente pizza bianca al tartufo e speck, mi sbafo due boccali di birra.

E non mi ha domandato nemmeno se la pizza mi piaceva. E neanche della birra.

In fondo oggi ho mangiato poco o niente, troppo preso da altre cose.

Allora chiedo se hanno il forno a legna, gli dico che la pizza era veramente buona.

“Certamente, forno a legna e birra alla spina. Non so se ha visto che ora siamo anche in internet e stanno arrivando da tutte le parti a visitarci.” Dice Casimiro orgoglioso guardando ancora più in alto e a sinistra.

Visto che qui a fare il factotum c’è solo lui, e Carla non c’è mai, ha avuto da poco il diritto a una percentuale piuttosto grossa sugli introiti, mi comunica lui stesso, e direi che se lo merita. Se le cose vanno bene anche sua moglie sarà impiegata e in un secondo momento anche suo figlio, che sta terminando la scuola alberghiera a Grosseto, all’Istituto superiore con percorsi in Enogastronomia e Ospitalità.

Poi mi sparo due grappini e due sigarette sul terrazzetto, dentro non si può fumare.

Dopo sono andato subito a dormire, ma l'eccitazione e la pancia piena mi hanno provocato una certa insonnia, che ho avuto difficoltà a vincere. Dopo sono quasi svenuto e ho dormito come un sasso, ma ho fatto un sogno strano.

Salito a piedi sulla rupe dove c'è Pitigliano, entrato in paese, nel mezzo non c'era niente. Era solo un grande recinto di legno malandato con relativa rotondeggiante tettoia, nel mezzo un'arena, terra rossiccia come se fosse un anfiteatro.

Dalla parte opposta da quella dove sono entrato è arrivata Carla. Mentre si avvicinava i suoi lineamenti cambiavano, da più vicina è diventata mia zia Silene, una donna bruttissima, ma assai buona d’animo. A pochi metri da me si era trasformata in una specie di iena e non avanzava più, si è seduta a guardarmi e ad aspettare.

Al che io sono fuggito terrorizzato.

In caso di incubo come questo, cosa abbastanza rara, di solito mi sveglio di schianto e sono contento appena mi rendo conto che non era vero. Anche stavolta è andata così, era già mattina e dopo non sono più riuscito a dormire.

Arrivato a sera ancora me ne ricordavo anche troppo bene i particolari.

Sono andato alle vicine terme di Bullicame, verso le undici mentre ero lì a scaldarmi e a rilassarmi ecco la chiamata di Carla.

 

Le Terme di Bullicame: menzionate da Dante Alighieri nel Canto XII dell'Inferno, hanno pozze che sgorgano a cielo aperto e di libera frequentazione...

 

“Pronto?”

“Pronto.”

“Sì, chi parla?”

“Ma sono io.”

“Io chi?”

“Meglio non fare nomi.”

“Usiamo degli pseudonimi?”

“Va bene. Ma quali?”

“Ics e Ipsilon?”

“OK. Che c’è? Il rischio di qualche intercettazione non desiderata?”

“Di solito le intercettazioni sono così: indesiderate.”

“Ah sì?”

“Sì. Effettivamente è un rischio che dobbiamo considerare.”

“Ci mancava solamente un ulteriore complicazione.”

“Ma che cosa ci sarebbe di complicato?”

“Beh... magari il fatto che non ci si può vedere mai.”

“Però quando ci si vede sono sono lampi e tuoni!”

“Vero, ma uno sente la mancanza di queste tempeste.”

“Uno o due?”

“Spero anche due.”

“Ma come si fa a sentire la mancanza di qualcuno dopo esserci stati insieme, da svegli nemmeno un paio d’ore?”

“Questa è una bella domanda.”

“E la risposta?”

“La risposta è la storia.”

“Forse anche geografia e filosofia...”

“Mettiamoci anche la sociologia, ma è un dato di fatto che sento la tua mancanza.”

“Ma questo è tutto da dimostrare, potrebbe essere solamente suggestione.”

“Lo sai che tutte le volte che dici qualcosa sarebbe la cosa che vorrei dire io...”

“Ecco, vuol dire che ci si intende bene assai.”

“È vero, ma stanotte ho fatto un sogno tremendo e cara mia... c'eri anche te.”

“Me lo vuoi raccontare?”

“Meglio di no.”

“Perché? Magari facevo qualcosa di brutto?”

“Più che fare apparivi in maniera strana... forse simbolica.”

“Tipo cosa?”

“In un primo momento tipo mia zia Silene...”

“Una bella donna?”

“Bruttissima.”

“Però una brava donna?”

“Quello sì...”

Meglio che non abbia fatto in tempo a raccontargli della iena, siamo stati interrotti da una chiamata della polizia e ci siamo dovuti lasciare senza salutarci. Dopo poco lei mi ha mandato un messaggio dicendo che ci saremmo potuti incontrare la sera a casa sua.

La sera lei non è potuta venire, ma mi ha detto per telefono che potevo stabilirmi lì a casa sua, le chiavi ce le avevo e andare a mangiare da  Casimiro, se volevo. Ho accettato.

Naturalmente sul caso Ranucci non mi può dire niente, ma mi ha fatto capire che si tenta di attribuire i mandanti altrove, evitando di dire che potrebbero essere gente che fa parte del governo, per tutte le polemiche che ci sono state in precedenza, querele e velate minacce sotto forma di cammuffate dichiarazioni pubbliche.

In internet ci sono le ipotesi più di mainstream, ma ci sono anche le altre. Tra le novità c’è anche l’accusa che a organizzare tutto sia stato lui stesso, Ranucci.

 

Sui mandanti, le ipotesi seguite dalla procura per ora sono tre: la prima, quella con meno riscontri, riguarda la Camorra; le altre due, basate su elementi più concreti, riguardano gruppi minori della criminalità organizzata campana.

Le indagini si sono concentrate anche sul controllo incrociato di vari sistemi di sorveglianza pubblici e privati, che insieme agli altri indizi ha permesso di ricostruire le fasi preparatorie ed esecutive dell’attentato. Per compierlo sarebbe stata noleggiata una Fiat 500X, riconsegnata la sera stessa dopo le 22 (la bomba sotto casa di Ranucci è esplosa alle 21:40, poco dopo l’ingresso in casa di lui e di sua figlia).

La casa di Ranucci in cui è avvenuto l’attacco è a Campo Ascolano, una frazione del comune di Pomezia, vicino a Roma. Ranucci aveva parcheggiato la sua auto a metà giornata, mentre la figlia, che usava abitualmente l’altra auto, era rientrata intorno alle 21:40. Né lui né la figlia sono stati feriti. In passato Ranucci aveva già subìto minacce e intimidazioni, ma mai così gravi: sui motivi dell’attentato sono state fatte ipotesi legate alle inchieste fatte dalla trasmissione che conduce, per esempio sulla criminalità albanese, il rapporto tra alcuni gruppi di ultrà e l’estrema destra o ancora gli interessi economici legati ad alcune grandi iniziative, come la costruzione di un nuovo porto privato per navi da crociera a Fiumicino. Anche su questo sono in corso indagini.

 

Civita di Bagnoregio è chiamata la città che muore, perché è  costruita su un torrione di tufo, su una base di terreno sabbioso, circondata da colline desertiche e con vegetazione a ciuffi.

Dicono che l’erosione è la sua condanna, che ha il tempo contato, ma non si sa esattamente quanto.

L’erosione implacabile aveva chiuso le altre strade e non ci si può andare più in macchina, anche oggigiorno conserva solo un accesso, dei quattro originari.

Se non si considera la moderna passerella, il colpo d’occhio sarebbe da mozzafiato, pare di tornare indietro di più di mille anni.

Dentro la cittadella abitano solo cinque persone, le case sono costruite tutte con il tufo rossastro, che poi è anche il blocco unico che c’è sotto.

Carla ha un amico che ha un terreno sotto la zona opposta a quella di entrata, c’ha una specie di orto, ci tiene le pecore e le capre, ma ci sono ricorrenti frane e la parete tufacea mista, oggetto di  erosione, è rivestita di rete metallica.

Sono riuscito a farmi dare un passaggio da un vecchietto su un trattore, mi ha fatto accomodare sul rimorchio carico di tronchi e sono quasi morto assiderato, ma sono arrivato a destinazione che respiravo ancora.

Civita di Bagnoregio all’oscurità diventa sinistra e spettrale, in giro non c’era neanche un cane.

Invece i gatti si erano nascosti e mi spiavano dai pertugi, mentre passavo ed il suono delle mie scarpe sulla pietra risuonavano nel fischiare del vento attorno.

Carla aveva acceso dei lumi a petrolio, un grande fuoco di legna e in quella specie di grotta abbiamo fatto quello che dovevamo fare, molto romanticamente su un materasso steso sulla roccia.

Non sapevamo che quello era il nostro ultimo incontro.

I sintomi dell’infarto mi sono venuti solo ore dopo da Casimiro, che all’alba mi ha portato all’ospedale e mi ha salvato, il vero proprio attacco l’ho avuto là.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17 UN MESE DOPO...

 

 

“Allora quando vieni?”

“No. Non vengo più.”

“Ma come? Ormai mi ero abituato all’idea...”

“Non è colpa mia, c’è stato uno sviluppo inaspettato...”

“Beh... forse è meglio così.”

“Ma che dici? Io non vedevo l’ora!”

“Allora vieni quando sei in ferie!”

“Sono dieci anni che non faccio le ferie...”

“Un motivo in più!”

“Ma non dipende da me!”

“Sei una vampira, mi succhi il sangue e poi scappi!”

“Che? Ma non sei tu che mi hai lasciato!?”

“Io ci ho quasi lasciato la pelle e le palle! Ti sei dimenticata?”

“Per merito mio? O tu magari la chiameresti colpa?”

“Sono contento che abbia ancora voglia di scherzare, ma io in questo momento invece no. Mi hai portato in uno stato totale di ansia e tensione...”

“La passione, quella vera, non ha limiti! Se t’innamori la tua vita cambia, non lo dice anche il tuo Cooper?”

“Io Cooper invece non so nemmeno chi è, o chi era!”

 

“La comparsa dell'amore è sovvertitrice di ogni buon ordinamento sociale della nostra vita.

 

Famosa frase di David Cooper che tu spesso usi, ma non la sai nemmeno, la citi solo approssimativamente.

Il quale è stato uno psichiatra sudafricano teorico e leader del movimento per l'anti-psichiatria, che tra le altre cose pronosticava la morte della famiglia.”

“Beh, sei una persona colta, molto più di me, ma secondo te aveva ragione?”

“Forse sì.”

“Lo penso anch’io, approssimativamente è chiaro, anche per il movimento anti-psichiatria.”

“Bravo. Vabbè, magari poi ne riparliamo.”

“Sì, ora scappo che ho la pentola sul fuoco.

“In amore chi vince scappa.”

“No, non è così!

“In amore chi fugge non perde.”

“Nemmeno.”

“Ma te che mangi stasera?”

“Non te lo dico.”

“Allora deve essere qualcosa di buono!”

“Infatti, devi soffrire un po’ anche te.”

“Non sono capace, lo sai.”

“Vaffanculo!”

“Ciao anche a te, un bacio.”

“Goulash ungherese con patate e funghi. E vino naturalmente.”

“Ecco, ora sì che mi fai star male.”

“Era quello che volevo, e c’ho anche un vino buono argentino che costa una cifra.”

“Click!”

“Click anche a te!”

 

 

 

 

 

18 DUE SETTIMANE DOPO

 

Passano i giorni, ma il passato non vuole passare.

La conversazione con Carla è abbastanza frizzante, il fatto che non venga più a Porto Alegre, come aveva preannunciato, la rende ancora più viva.

“Ma te ci sei mai stata sui Carpazi?”

“No, perché?”

“La domanda è mal posta, forse è meglio: ma te hai origini transilvane?”

“Ancora un no, ma perché?”

“Perché c’hai dei denti aguzzi che la metà bastano, e poi mi succhi metaforicamente il sangue anche con dodicimila chilometri in mezzo.”

“Ti sei fatto un acido, per caso?”

“No, a dire il vero mai, in tutta la mia vita. Perché ora tu mi fai questa domanda ambigua?”

“Perché invece di dire buongiorno parti con dei viaggi nella maionese, come dicono in Brasile, che mi pari peggio del solito.”

“Chi ti ha insegnato questa frase delle mie parti?”

“Me l’hai insegnata te, non ti ricordi?”

“Veramente no. Ma un goccetto di vino me lo sono fatto, forse un po’ troppo robusto, d’accordo. Piuttosto: che ore sono?”

“Qui sono le cinque di mattina.”

“Infatti, qui è mezzanotte, ma perché sei sveglia a quest’ora?”

“Una cosa di lavoro.”

“Ma non era assai meglio se invece facevi la cassiera in un supermercato?”

“A volte me lo chiedo anch’io. Come va l’esistenza in loco?”

“Le solite cose, figurati che io speravo che venissi qui te a rompere le scatole e la monotonia della vita...”

“Ti ho già detto che non dipende da me.”

“Quasi-quasi vengo io in Italia.”

“Sarebbe bello, ma ora sono in Romania...”

“Ah! Allora sei in Transilvania!”

“No, a Costanza, sul Mar Nero.”

“Che cazzo di mestiere il tuo! Sempre a giro di qua e di là senza poter fare del sano turismo! Non era meglio se ti trovavi un posto di bidella in una scuola media?”

“Infatti, quello sì che è un lavoro ricco di soddisfazioni, si guadagna bene e le possibilità di carriera sono varie e alcune piuttosto interessanti.”

“Ma sei ancora in tempo, credo. A proposito, quanti anni c’hai? Perché non me lo hai mai voluto dire?”

“Perché non me lo hai mai chiesto.”

“Te lo chiedo ora, va bene lo stesso?”

“No, non si chiede l’età a una signora.”

“A proposito, tuo marito è al corrente delle tue scappatelle?”

“Non lo so, ma io sono al corrente delle sue.”

“Amore libero?”

“Amore quasi libero. Sai quella storia dell’occhio che non vede?”

“Quella del cuore che poi non duole?”

“Eccola.”

“Ma se la tua età te la chiedevo prima, magari presenzialmente?”

“Da me avresti avuto esattamente lo stesso no. Tale avverbio, tra l’altro, che è sempre esistito, lo abbiamo cominciato ad usare per via della pandemia, durante la quale tante cose che prima si facevano usualmente in quell’altra maniera, cioè presenzialmente, si sono cominciate a fare attraverso l’internet...”

“Tanto che dopo la presenza è diventata non la regola ma l’eccezione...”

“Bravo.”

“Ma se volevi cambiare argomento, sperando che io mi dimenticassi, guarda che posso anche chiederlo a Faffa, se te non me lo vuoi dire.”

“Faffa è già stata avvisata - non mi chiedere da chi, non posso dirtelo - di non darti certe soddisfazioni, se è per quello.”

“Ma lei si è tradita e mi ha detto, a suo tempo, che a scuola eravate in classe insieme.”

“Se lo ha detto ha mentito, e lei lo sa fare molto bene, ormai dovresti saperlo.”

“Magari è giusto così, il mistero è quello che mi affascina in te.”

“Ti manda un saluto.”

“Chi?”

“Faffa.”

“Sa delle nostre videoconferenze?”

“Essendo la mia miglior amica, ci sentiamo spesso, anche noi due per videoconferenze, ora che siamo tecnologicamente avanzati. Lei sa tutto di me e io di lei.”

“È un brava amica, anche per me, ma non ci sentiamo tanto spesso, per via del nostro rapporto di affari, che non bisognerebbe mischiare.”

“Sono stata io a proporle di pubblicare i tuoi famigerati quaderni, che stanno vendendo come il pane.”

“Ah ecco, ora so esattamente a chi devo mandare i relativi accidenti...”

“Ma perché? Non ci stai guadagnando dei bei soldoni?”

“Sì, lo so, qualche spiccioletto, ma mi vergogno anche.”

“L’italiano è un personaggio piuttosto morboso, su Mogli e buoi ti sei mantenuto piuttosto sul neutro, su certi ragionamenti in generale, senza entrare nello specifico, ma i tuoi quadernacci invece non hanno certi tipi di limiti...”

“Infatti, che diavolo mi sarà venuto in mente di lasciarli a lei?”

“Accendi un diavolo in me?”

“Eh?”

“Mi hai fatto venire in mente la canzone di Zucchero.”

“Perché mai?”

“Perché hai nominato il demonio e indirettamente è quello che mi succede con te. Tu accendi un diavolo in me.”

“Anche durante una banale videoconferenza?”

“In mancanza di meglio sì.”

“Cioè io dovrei credere che tu, da quando io sono tornato in Brasile, non hai più avuto nessuna fuga extra coniugale?”

“Qualcuna sì, che c’entra? Ma niente di che, la quantità va a discapito della qualità...”

“Ah ecco, ora mi sento più tranquillo.”

“Non sarai mica geloso?”

“Non si può essere gelosi di una vampira.”

“Come mai?”

“Perché quello che i tuoi denti aguzzi cercano è il sangue. Non importa di chi. Qualche sangue è migliore degli altri, ma per quanto raro, sempre sangue è.”

Click.

Click anche a te.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

19 IL GIORNO DOPO...

 

 

Il mio amico Patrizio Pasqualotto è stato diversi anni in Canadà, ma quando è tornato in Brasile, ora con i capelli bianchi anche lui,  mi è venuto a trovare ed è rimasto a cena.

Per lui avevo preparato un pesto che ai liguri avrebbe fatto storcere la bocca, perché il basilico di qua è diverso, ma ha un sapore secondo me altrettanto buono.

 

Il basilico brasiliano, noto in Brasile come manjericão o alfavaca, è una pianta aromatica della stessa famiglia del basilico comune, ma con varietà che presentano aromi più intensi, speziati o simili al pepe.

 

Il vino bianco lo aveva portato lui, per fortuna non era canadese, ma di Pitigliano e quella bottiglia aveva viaggiato parecchio per arrivare qua.

Mi ha raccontato di cosa faceva a Ottawa, lo psichiatra come qua, però in internet e i clienti, per la maggior parte,  erano di Porto Alegre.

“Ma eticamente è una cosa legale fare le video-conferenze al computer in internet?”

“Sì e no.”

“Ma i tuoi pazienti sono soddisfatti?”

“I pazienti sono sempre piuttosto pazienti, nel senso che non hanno molta scelta.”

“Ecco, e per i pagamenti?”

“Anticipati, naturalmente, in internet si fa comunemente così.”

“Vero.”

“Ma raccontami la tua storia, mi hai detto che sei ancora in corrispondenza elettronica con questa donna, di cui ti sei pazzamente innamorato...”

“Sì, sai, facciamo delle video-conferenze...”

“Ma perché non siete rimasti insieme?”

“È una parola, amico caro, come facevamo?”

“E perché?”

“Lei è sposata, con prole e in più è vice-questore dell’anti-mafia...”

“Maronna mia, e allora non potevi te rimanere là?”

“Ci ho pensato, a dire il vero, ma quando ho avuto un infarto ho capito che quella non era la vita per me, che ci avrei rimesso la pelle...”

“Ma che esagerazione...”

“Facile parlare, ma la pratica della vita poi è diversa da come ci si immagina, siamo due cretini-intelligenti, un po’ come te, ma ci sono dei limiti anche per la nostra pazzia...”

“Per esempio?”

“Lei il marito non lo voleva lasciare.”

“È normale, avendo anche dei figli.”

“E nemmeno cambiare mestiere.”

“Embè? Solo questo?”

“No, se ti facessi vedere dove mi ha portato a fare una scopata, a me, un vecchietto di sessantasette anni...”

“Ma lei quanti anni ha?”

“Non ho avuto nemmeno il tempo di chiederglielo, siamo stati insieme pochissimo... e poi che importanza ha?”

“Nessuna, se te lo faceva  rizzare...”

“Il sesso non è tutto nella vita.

Figurati che ho letto da qualche parte che l’uomo, inteso come singolo, ma pure come umanità, ha più paura di perdere che voglia di vincere. È perfettamente normale che compia regolarmente un autosabotaggio e rovini le cose che stanno andando bene. Prima di avere un buon risultato, gli preme di potersi giustificare, nel caso invece, che gli vada male.

Mentre ci pensa e ci ripensa, fa in modo di rovinare tutto nella pratica.”

“Sì, ma perché mi dici questa cosa qui?”

“Perché è un meccanismo istintivo che io ho, più o meno inconsciamente, applicato spesso nella mia vita.”

“Per esempio in quest’ultima fuga dall’amore funesto?”

“Sì, funesto non direi proprio, è stato anche bello assai, e avventuroso, ma quello che non ti ho detto è che l’episodio che mi ha convinto definitivamente a scappare è stato l’infarto. Ho anche smesso di fumare.”

E gli ho raccontato quella penosa parte, come se fosse stata proprio quella che mi aveva fatto decidere. Però esattamente non lo sapevo neanch’io.

“Ecco. Ma ogni quanto tempo vi vedete, via internet, tu e la tua donzella?”

“Una volta alla settimana o due, anche tre. Abbastanza spesso insomma e intensamente da poterle far credere che abbia ancora dei diritti su di me.”

“Cioè, ha delle attuali pretese d’insidiarti?”

“Sì, figurati che doveva venire in Brasile per via del suo lavoro dell’antimafia, e mi ha proposto di poter essere ospitata da me!”

“E tu hai rifiutato?”

“No, non ce l’ho fatta... e comunque poi non è venuta, la sua missione è saltata, non mi ha spiegato perché, ma non dipende da lei.”

“Beh... tanto te ormai non rischi più niente, o sbaglio?”

“Spero di no, ma credo che tu ti sbagli.”

“Ma non mi far schiantare dal ridere, c’hai novant’anni e hai ancora paura d’innamorarti? O è per via dell’infarto? Guarda: c’è una signora che ora non mi ricordo come si chiama, ma che faceva le televendite alla TV...”

“Qui o in Canada?”

“In Italia! In Italia! Che con l’internet di ora io vedo solo televisione italiana, per quanto schifo faccia è meno peggio della Canadese e di quella Brasiliana non se ne parli! Insomma, la signora in questione è simpatica, un po’ sboccata vabbene, e ha detto una frase che ti cade a proposito, come cacio sui tuoi maccheroni: fanno i provoloni con le ragazzine, invece di andarsi a scegliere una lapide al cimitero...”

“Ora ho capito, la signora che tu dici si chiama Mara Maionchi?”

“Sì, proprio lei!”

“Guarda che Mara Maionchi non faceva le televendite, è una produttrice discografica, un personaggio televisivo e un’opinionista italiana.”

“Però è simpatica e dice un sacco di parolacce.”

“Sicuramente. Ma tornando a noi, con quello che hai detto vorresti insinuare che lei è più giovane di me?”

“Penso di sì, in questo caso però direi molto meno vecchia, ma non parlo tanto dell’età anagrafica, ma di quell’altra, come si chiama?”

Mi garba assai una conversazione con il mio amico Patrizio, fondamentalmente perché lui non dice quello che mi farebbe piacere che lui dicesse, nelle varie occasioni, piuttosto quello che veramente pensa, nel bene e nel male. Abbiamo finito di mangiare, due piatti a testa di tagliatelle, con abbondante parmigiano brasiliano e olio extravergine di oliva lucchese.

“E quel libro di viaggio-rosa-noir poi, com’è andato? Come s’intitolava?”

“Bene. Sissì! Su e giù per la Tuscia! Quello è andato bene, sia Faffa che il Cipollini sono rimasti contenti, le vendite sono andate come dovevano andare... ma non credo proprio che la letteratura internazionale mi ricorderà per questo.”

“Vabbè, accontentiamoci Artè, la vita è così.”

“Sì, la vita è proprio così. Ma dimmi piuttosto di te: stai sempre con Maria Eduarda?”

“E certo, quale altra verrebbe a chiedere la mia vecchia e pelosa mano, sennò?”

“Questa donna ha avuto parecchia pazienza, però.”

“Ti dirò: ci completiamo a Vicenza.”

“Perché proprio a Vicenza?”

“Ma è un gioco di parole Artè, la sua famiglia brasiliana da Vicenza se ne è venuta qua.”

“Sia padre che madre?”

“Bisnonno e bisnonna vorrai dire.”

“Ah già... Mangiagatti?”

“Ci sono varie ipotesi controverse. Leggende e vecchie fake news. Una di queste è ambientata negli anni Venti del ‘400, quando Venezia venne invasa dai topi. I veneziani avrebbero chiesto alcune centinaia di gatti a Vicenza, ma i vicentini non riuscirono ad aiutarli perché tutti i gatti erano spariti come se qualcuno se li fosse mangiati.

Un’altra leggenda è abbastanza simile nel contenuto: siamo agli inizi del Settecento, i vicentini preoccupati da un’invasione di topi chiesero ai veneziani una fornitura di felini, che vennero trasportati in barca lungo il Bacchiglione fino a sotto il monte Berico, ma che non furono mai più restituiti. Questi, e altri aneddoti non storicamente fondati, si sentono spesso recitare dagli stessi vicentini quando devono spiegare la loro nomea. Più facile scomodare la storia, che ammettere la possibilità che i loro antenati mangiassero realmente un animale domestico.”

“La verità non la sapremo mai.” Dico io con scarsa convinzione.

“Un’altra ipotesi molto interessante sull’origine del detto è stata avanzata da Emilio Garon, in un articolo del Giornale di Vicenza del 2006. Garon ha elaborato una teoria di origine fonetica basata sulle parlate locali: la frase “hai mangiato” in dialetto veneziano si pronunciava “ti ga magnà”, in padovano “gheto magnà”, mentre nel dialetto antico vicentino era “gatu magnà”. Questa pronuncia potrebbe aver dato origine al soprannome dispregiativo “magnagatu” o “magnagati” dato ai vicentini dai rivali veneti.”

“Ancora tuttologo, Patrì?”

“Sempre. E a trecentosessanta gradi.”

“Fahreneit?”

“Celsius.”

Il Pitigliano bianco è volato. Beviamo dal primo bicchiere della seconda bottiglia, un Concha y Toro cileno.

“Ma te da dove sei piovuto qui in Brasile?” Gli chiedo, stranamente non ne abbiamo mai parlato.

“L’hai presente l’omonimo santo del noto pozzo?”

“Orvieto?”

“Ecco. A proposito, hai una copia del tuo viaggio in Tuscia?”

“Certo. Autografata o no?”

“Diamine!”

“Diamine sì, o diamine no?”

“Sì. Ardentemente desidero mostrare agli amici che ti conosco, non so se mi crederanno, ma ci proverò.”

“Bravo. Ma l’altro libro l’hai letto o no?”

“No, però so dove trovarlo in casa, se mi venisse voglia... Eduarda invece l’ha letto e gli è anche piaciuto.”

“In portoghese?”

“No, lei parla bene l’italiano, non te l’avevo mai detto?”

“Parlare e leggere sono due cose piuttosto diverse. Comunque...”

“Sono anni che non leggo un libro, io.”

“Non leggerai nemmeno questo?”

“Ammetto che questo qui - però - mi fa curiosità, ma non ti garantisco niente. L’importante è avercelo, magari un giorno mi ricoverano in ospedale e mi metto in pari con gli arretrati.”

“E ora io sono indeciso, forse questa copia è meglio darla a qualcuno che ne farà miglior uso.”

“Ormai c’hai scritto il mio nome.”

“Ti hanno mai mandato affanculo?”

“No... cioè sì, a dire il vero anche piuttosto spesso. I quaderni invece – se lo vuoi sapere - me li sono sparati tutti e quattro, li ho divorati.”

“Nooo, lo sai che avevo proibito a Faffa di pubblicarli?”

“Perché mai? Quelli sì che mi sono piaciuti, sono veramente morbosi fuor di maniera, oltre il loro indubbio valore artistico, perché da lì ho capito la tua vera essenza. Dal sesso si capisce sia l’uomo che la donna...”

“Proprio un cazzo di freudiano mi doveva capitare?”

Mi sento stupido e vulnerabile, come tante altre volte, ma in più stramaledico Faffa.

Non so più cosa dire. Taccio.

Quando Patrizio se ne va, sono contento di rimanere solo, lui si è accorto del mio cambiamento, da psicologo qual è, e ha accellerato i tempi.

Non ha capito niente invece, io sarò anche morboso, ma per causa del mio romanticismo!

 

 

20 CINQUE MINUTI DOPO...

 

“I Carpazi in verità prima erano chiamati i Carpacci, perché i vampiri amavano la carne al sangue, sono stati loro a inventare quel piatto tanto inusuale, a base di carne cruda, condita in diverse maniere...”

“Infatti mi piace, con il tartufo e il prezzemolo se c’è. Pochi capperi tritati. Per la cronaca non sono più in Romania, ora sono a Graz, in Austria.”

“Brava, ed è proprio in Austria che hanno inventato il cappuccino.”

“Ah sì?”

“Non ti piace?”

“Mi piace sì.”

“Il nome si riferiva, in passato, tendenzialmente alla somiglianza con il color marrone del saio dei frati minori cappuccini. Le sue origini, infatti, sono strettamente correlate alla diffusione dello stesso caffè in Europa e, in particolare, nell'Impero austriaco del XVII-XVIII secolo. Sebbene all'epoca il cappuccino fosse in realtà più simile al caffellatte, le sue origini sono oggetto di dibattito.

Pare che un certo Johannes Theodat, titolare di una delle prime caffetterie viennesi, avesse già sperimentato nuove miscele di bevande al caffè.

Un'altra ipotesi infatti, riconduce l'invenzione a un altro caffettiere, Franciszek Jerzy Kulczycki, il quale nel 1685, sempre a Vienna, si impossessò di ingenti quantità di caffè abbandonate dai musulmani e, per renderlo più dolce, lo corresse con latte e miele; sempre secondo la leggenda, lo stesso vi avrebbe anche intinto una variante del kipferl, un dolce risalente al XIII secolo e antenato del croissant, e la cui forma ricorda una mezzaluna, quindi in segno di sprezzo per gli Ottomani invasori.”

“Vedo che hai studiato, bravo. Ma te non hai più parlato con Faffa?”

“No, da qualche giorno a questa parte, forse la settimana scorsa.”

“E il nome Cipollini non ti dice niente?”

“No, d’accordo, io so chi è...”

“Se lei non ti ha detto niente... insomma meglio che te lo dica lei...”

“No!! Cosa cappero sta succedendo?”

“Non dovevo dirti niente, ho sbagliato io.”

“Ora te invece mi dici tutto, non puoi lanciare il sasso e nascondere la fionda...”

“Non si dice così.”

“Non cambiare discorso.”

“Facciamo finta che non ci siamo sentiti proprio oggi. Ho la lingua troppo lunga.”

“Lo so benissimo che lingua hai. Non mi fare arrabbiare, lo sai che divento pericoloso...”

Click.

Click anche e soprattutto a te, maledetta!

 

 

21 TRE SECONDI DOPO

 

“Faffaaaaa? Tutto bene?”

“Ciao ‘bbbèllo, ti stavo quasi per telefonare.”

“Ah sì? E che volevi dirmi nell’eventuale tua chiamata?”

“Quella scema ti ha raccontato tutto eh?”

“Quale scema! Non conosco nessuna scema io! Solo persone molto intelligenti e perfino piuttosto bugiarde e manipolatrici.”

“Vabbè, lo sai già: si tratta di Carla, ma le avevo detto di stare zitta!”

“Quindi ora non mi puoi dire niente?”

“Infatti, è ancora prematuro...”

“Prematuro, maturo o marcio putrefatto, ora te me lo dici sennòoo...”

“Sennò cosa?”

“Non avrai il coraggio di riattaccare senza vuotare completamente il sacco!”

Click.

Click anche a te, a Cipollini e al suo figlio finocchio!

 

22 LA SETTIMANA SEGUENTE

 

 

Come prevedibile Faffa non mi ha voluto dire, fino all'ultimo, cosa bolliva in pentola; ma pochi giorni dopo mi ha comunicato che c'erano due notizie importanti per me, una buona e l'altra ottima.

Mi ha tenuto in sospeso per un po' e poi ha detto che il Cipollini aveva contattato editori sparsi per il mondo e i miei quaderni sarebbero stati tradotti e pubblicati in inglese, tedesco, francese e spagnolo. Per fortuna non in portoghese. Una lunga lista di paesi che non avrei visitato volentieri per paura che mi riconoscessero.

Questa era la notizia buona, quella ottima era che Er Cipolla voleva fare la stessa operazione del libro da Viaggio-Noir-Rosa in America Latina, con scrittori del luogo coordinati da me, Artemio Meoni e da Ranucci, che è dovuto scappare dall'Italia, ma per motivi diversi dai miei.

Saremo piuttosto ben pagati già che saremo tradotti per motivi turistici nelle quattro lingue di cui sopra, più in portoghese, con il vantaggio che nella maggior parte delle nazioni in questione lo spagnolo si parla già.

Nel mio cervello mi ero illuso in quei giorni di ansiosa attesa che il Cipollini avesse inventato invece e piuttosto di commissionarmi un altro libro di viaggio, magari nel più scuro nord della Toscana. Magari il mio cuore fantasticava addirittura sullo stesso castello di Dracula e una minacciosa Transilvania, per avere occasione di passare poche ore intense di passione con Carla, strappate al suo lavoro lì attorno.

Nella vita ci immaginiamo sempre cose che nella realtà sono difficilmente attuabili, il nostro corpo e le situazioni attorno cospirano spesso contro di noi, per questo quel mese passato pericolosamente nello scenario della stupenda Maremma rimarrà sempre nella mia memoria. Con quella vampira sempre indaffarata con altre cose per avere pochi intensi momenti d’amore e di sesso con me.

Vivendo e lavorando altrove la mia immaginazione fantasticherà sempre dentro la mia routine, ormai prossimo alla settantina, eppure sognatore romantico proprio come quando ero adolescente.


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