Capitolo I
Una foto di scuola
A partire da una foto di classe in bianconero, ho pensato
a dove erano andati a finire i ragazzini che erano stati a scuola con me alle
elementari o anche oltre. Un arduo interrogativo tra i tanti che ci si potesse
mettere a cercare in qualche modo di risolvere, ma un po’ più antropologico di
altri, uno studio forse quasi statistico sul senso della vite e non della vita.
Come se fosse proprio una vite che gira per conficcarsi sempre di più nel legno, metaforicamente spinta da un cacciavitone cosmico, quindi un senso non tanto filosofico, ma quasi fisiologico, di un’umana esistenza. Comprendere la vite degli altri mi serviva per capire meglio la mia e il legno in cui mi si conficcava, volente o nolente, con più o meno entusiasmo, un giro in avanti e due all’indietro.
Il problema iniziale era la distanza di migliaia di
chilometri, dato che vivo in Cina ormai da trent’anni, ma c’era ancora un
fratello là, in Italia, a Bacchio, comune di Zorca. Una sorella poi non troppo
lontana, e quasi definitivamente maremmana. A suo tempo la Maremma aveva
affascinato anche me, devo ammettere, ma solo dopo essere andato a vivere
all’estero, prima non la conoscevo abbastanza.
Potevo dormire a casa sua, di mio fratello Gino insomma,
mentre mi perdevo nelle pieghe e forse anche nelle piaghe del passato e
dell’antropologia spicciola e piuttosto maccheronica.
L’idea mi piaceva anche perché avrei dovuto fare un po’
come fa un investigatore, andarli a cercare uno per uno e parlare con la gente
per chiedere informazioni, poi con loro stessi, se li trovavo.
Il poliziesco, quello buono e purtroppo raro, che forse
oggigiorno si chiamerebbe noir, è
l’unica inchiesta sull’umanità e sulla relativa vita che mi piace ancora di
leggere, perché non si perde nei meandri della filosofia, del senso
dell’esistenza, se non in maniera pratica, giornaliera dei piaceri e dei
dispiaceri della routine.
Però prima di tutto mi sarei dovuto ricordare dei nomi,
tanti o pochi che fossero, magari avrei potuto chiedere ai primi che trovavo.
Il solito problema erano le mie amate bestiole, avrei
dovuto trovare qualcuno per stare con loro, almeno qualcuno per dargli da
mangiare e bere.
Gennaro ci era abituato, per anni era restato lì con
Giulia, (la cagnetta che poi era morta dopo pochi anni dal mio ritorno) quando
io ero in Italia per via di mia madre con l’alzheimer, ma Marina no. L’avevo
presa dopo Giulia, per far compagnia a Gennaro e da quel momento non avevo
passato più di tre o quattr’ore fuori casa, attualmente aveva due anni e qualcosa.
I due gatti poi, Buccia e Poldo, anche loro avevano
passato quel periodo scuro, semi abbandonati per tre anni e mezzo, ma con un
paio di persone fidate che venivano a dargli da mangiare e una non troppo falsa
sensazione di affetto.
Quelle stesse persone sono state quindi convocate e hanno
risposto con il consueto entusiasmo, anche perché li pagavo in euro e tradotti
in yen erano soldi utili. Però lo so che lo avrebbero fatto anche per niente,
lo hanno già fatto per periodi corti. La gente qua è così simpatica e
disponibile che a volte, quando ti aiutano, non sai se lo fanno per il proprio
piacere, per la considerazione che provano nei tuoi confronti, o per la loro
naturale bontà. Forse un misto delle tre cose, i cui componenti ci sono sempre,
ma in percentuali fluttuanti e perlopiù sconosciute.
Non ho comunque avuto il coraggio di guardare gli
occhioni di Marina, quando chiudevo il portone, prima di prendere un taxi per
l’aeroporto.
Gli occhi dei cani sono laghi lucidi di struggenti
riflessi in superficie, profondi di amore incondizionato, che mi commuovono
assai, anche solo a pensarci, quando loro non ci sono.
Quei felloni dei felini io non li volevo, era stata Mei
Ling (spirito delicato) mia ex moglie, che li aveva voluti e avevo
resistito anche un po’, ma poi mi erano fin troppo e direi eccessivamente
piaciuti.
Sul taxi speravo che non avrebbero sofferto, già sapendo
che invece sì, cercavo di pensare ad altro e così non li ho lasciati con la
mente fino all’aeroporto, neanche per un secondo.
Mi ripetevo di farla finita, ma il pensiero umano non
conosce la negazione, poi le necessarie pratiche di prima del volo mi hanno
assorbito e mi hanno fatto sentire più pimpante e meno triste.
A proposito: una
cosa che non mi piace dei cinesi è che mangiano i cani, ma è probabilmente solo
una mia resistenza culturale. Comunque si sbafano anche tanti altri animaletti
che a noi non ci piacerebbe nemmeno pensarlo, ma per altri motivi.
Però una cosa
che ricordo ai miei guardiani, per scherzo ma sul serio, ogni volta che parto,
è che i miei cani non sono commestibili, loro ridono con la faccia, ma gli
occhi mi sembrano piuttosto perplessi.
Mio fratello Gino si è dimostrato pieno di dubbi sulla
mia iniziativa, ma disposto a lasciarmi dormire da lui. Tra le prime cose che ha
detto, una mi è rimasta impressa: che ogni volta che mi vede gli occhi mi si
sono strettiti. Come due fessure, a forza di stare con i cinesi, secondo lui.
Che parlo come un barese che abbia vissuto per anni ad Aosta o a Gorizia,
insomma sulle montagne del nord. Secondo me è tutta suggestione, ma non ne sono
proprio sicuro.
Anche da prima di andare a vivere in Cina, Gino non mi
capiva tanto e io non capivo lui, ma abbiamo sempre un rapporto di sangue che
non è poco. Mio fratello e la mia sorella sono le persone che conosco da più
tempo e abbiamo tanti ricordi in comune, alcuni anche piuttosto belli.
Tanto per fare un esempio, non ha mai compreso perché io
me ne sia andato a vivere in Cina. Se è per quello nemmeno io l’ho capito, ma
la vita è così, crediamo di poterla controllare invece no, ci sbagliamo, solo
in minima parte e non sappiamo neppure quale.
Forse cercavo riparo dalle persone e i cinesi mi parevano
creature di un altro mondo, magari neutri e tutti uguali, forse mi sbagliavo,
ma non del tutto.
La logica orientale mischiata con un certo tipo di
comunismo di altri tempi mi confonde ulteriormente le idee.
Capitolo II
Bravo Gerlando!
Mi sono stabilito nel seminterrato come le altre volte,
non era cambiato molto, ma aveva due cani nuovi e diversi gatti che entravano e
uscivano di casa, da un rumoroso sportelletto nella porta. Spesso andavano a
mangiare altrove, dai vicini di casa, alcuni anche piuttosto lontani.
Tornando al motivo del mio raccontare, volevo partire
dall’inizio, per quanto riguardava la mia ricerca, come una ragionevole logica
vorrebbe, ma proprio dall’inizio non era possibile. All’asilo i nomi e i
ricordi erano troppo nebulosi, e lo stesso ai primi anni delle elementari, che
si accavallavano inoltre con quelli dell’asilo, ho stabilito quindi la quinta
elementare come inizio.
Alcuni dei nomi in questione corrispondevano a persone
che avevo incontrato di nuovo e anche frequentato un po’, come nel caso di
Gerlando, quando me ne venivo a Bacchio.
Sapevo che mi poteva dare indicazioni, lui la gente del
circondario ha continuato a frequentarla per tutti questi anni, per fortuna e
poi per i fatti altrui e relativi pettegolezzi ha una ottima memoria, oltre a
un vinello bianco fresco che fa personalmente e di solito se lo beve tutto lui,
al tavolino sotto il vecchio albero di cachi, lo abbiamo sorseggiato con
piacere.
“Se mai leggerò un libro, un giorno, potrebbe essere uno
dei tuoi.”
Ha detto in quell’occasione. Magari solo per farmi
piacere, sfoggiando una frase che ha sentito dire a qualcuno alla televisione,
secondo me ha poco a che fare con la sua personalità e la sua storia di vita.
“Non credo che a sessant’anni inoltrati uno che non ne
abbia mai letto uno possa riuscire a farlo.” Ho commentato io distrattamente.
“Non andà dietro alla logica del tu’ cervello - ha
replicato lui – quante volte ti ha già fregato?”
“Mai.” Ho mentito io.
“Certo le tu’ storie so’ un po’ difficili, vabbè, in
fondo-in fondo chi se ne frega della Cina?
Ma chi cazzo li compra i tuoi libri, me lo spieghi?”
“Boh? I cinesi credo.”
“Però, se da queste tue biscarate niente-niente nascesse
un libretto, magari non troppo alto di spessore - non troppo alto di
spessore...
E chi lo sa? E chi lo sa?
Non ipotechiamo le ipotesi, sarebbe un’ipotenusa, o
un’iperbole; che ne so io?
O no?”
Gerlando ripete le sue frasi più volte, parla spesso con
parole che lui stesso non comprende bene, le ha sentite da qualche parte e gli
sono piaciute.
“Prima che tu ti
preoccupi invano, qua e in italiano i libri non ci sono.”
“Cioè tu scrivi in cinese?”
“No, scrivo in italiano, poi c’è un traduttore che
ovviamente traduce, a volte mi chiede consiglio, a volte io a lui, su certe
espressioni del gergo che è difficile tradurre in italiano, figuriamoci se le
metti in un’altra lingua. La copia in italiano ce l’ho io a casa nel computer,
ma il libro in questione non viene pubblicato in Italia, né in Europa, diciamo
che non esce dal mercato cinese.”
“Nemmeno in internet?”
“In internet c’è, hai voglia te, un numero infinito di
copie virtuali, ma solo ed esclusivamente in cinese.”
Per un attimo ha pensato di impararsi il cinese, ho riso
e mi ha guardato serio per un po’. A giudicare dall’espressione della faccia,
la sua mentalità, che è fondamentalmente basata sulla curiosità, a priori non
esclude nemmeno le cose più improbabili e stronze. Naturalmente non sono stato
a spiegargli che poi di cinesi ce ne sono anche vari e non sono difficili
oralmente, ma piuttosto ostici, data la nostra cultura occidentale, nella
lingua scritta.
Rossiccio di capelli e pieno di lentiggini in faccia, è
di famiglia siciliana al 100%, ma è nato qua, in mezzo ai campi di Bacchio e
non si è mai mosso. Abita ancora nella casa di pietra e mattoni dove ha passato
tutta una vita, si è sposato e ha due figlie grandi, che lavorano nel ramo della
gastronomia, se anche l’Eataly di un Farinetti con i baffi si potesse definire
tale.
Ha lavorato come meccanico, all’inizio, poi come
falegname, ora in giro non ce ne sono rimasti tanti, ma lui è andato in
pensione da poco.
Ricordo che suo zio Otello, (che attualmente è un
vecchietto un po’ storto, ma abita ancora lì,) tra un rutto e una scorreggia,
faceva dei bei mobili, che in piedi disegnava lui stesso, nel garage o rimessa,
con il pavimento di terra battuta e il portone sempre aperto, per ovvi motivi,
anche con la neve.
Gerlando fa delle cose più semplici, più che altro
modifiche e aggiustature di porte, finestre e cose di questo genere. Dice che
dei mobili antichi e delle relative imitazioni alla gente non gliene frega più
niente, non hanno più un mercato se non di nicchia.
Mi viene in mente che le cose di nicchia sono ormai le
uniche che mi interessano veramente, glielo dico e ride, come se avessi fatto
una battuta. Dice che il mondo è cambiato, perfino in Cina e gli do’ ragione.
Mi racconta che ha visto un film con Sergio Castellitto
che va in Cina per lavoro, insomma per insegnargli a quei cazzi di cinesi come
si fa un determinato pezzo di metallo, per il funzionamento degli altiforni
delle metallurgiche, che loro non sanno fare e vorrebbero imparare.
Una volta sul posto la sua è un’esperienza interessante e
tutto, pure nel capire che ai cinesi, nel frattempo, di quel pezzo non gliene
frega più niente.
Anche se non ha mai letto un libro, di lui mi garba che è
veramente e sempre interessato ad ogni argomento possibile. Fin da bambino è
stato esageratamente curioso e a modo suo, per certe cose, ha un cervello che
funziona.
È praticamente incapace di stare al chiuso, anche con il
freddo, la pioggia e con la neve inventa cose da fare fuori e le mette in
pratica.
Quello che non mi piace tanto di Gerlando è che a volte
ti tempesta di domande, di cui poi non ascolta la risposta, non ce n’è il tempo
materiale, che è già partito il prossimo interrogativo in questione.
Se non sei preparato ti mette in difficoltà, ti chiude in
un angolo virtuale e lì ti annoda il cervello, ti richiude in un bozzolo, come
fa il ragno con le sue vittime. Lo mandi affanculo inutilmente, lui non se ne
accorge nemmeno.
Eppure è una di quelle persone che vedo volentieri,
quando vengo in Italia, forse perché abbiamo passato tanto tempo insieme da
bambini, o perché nonostante tutto ha vissuto meglio di certi
pseudo-intellettuali e lo stress, propriamente detto, lui non sa cos’è, eppure
sa a menadito come provocarlo al suo prossimo.
Alla fine è più gradevole di tanti altri, se si riesce a
interromperlo puntualmente... e più interessante di buona parte di quella gente
che ha studiato o avuto una vita più varia o più piena di movimenti
cervellotici. Gerlando non ha mai smesso di essere sé stesso e non conosce la
falsità. Eventualmente la provoca negli altri, ma non se ne fa un’effettiva
colpa.
Mi ha fatto vedere una delle tante chiesette che ci sono
qua per i campi e per i boschi, mi ha spiegato che se avessi delle difficoltà
nella vita dovrei venire a pregare qua. Quando sua moglie si è ammalata
sembrava che dovesse morire e lui veniva qui, di giorno o notte che fosse, si
inginocchiava e diceva una sfilza di orazioni tutti i giorni.
E ha funzionato.
Sua moglie era grassoccia e ora è magra con tanti puntini
sulla faccia che si vedono solo da vicino, o forse sono solo minuscole piaghe
della pelle. Quando è arrivata non l’ho nemmeno riconosciuta, ma lei non ci ha
fatto caso, deve esserci abituata.
Ecco un’altra cosa che io non sono mai stato curioso di
sapere, di che malattia ha avuto la gente, di cosa soffre e di cosa muore. Non
glielo chiedo nemmeno, tanto per queste cose non c’ho memoria, se mi dicono un
nome di qualcosa ecco che me lo scordo subito e la prossima volta che ne sento
parlare è come se fosse automaticamente
la prima.
Comunque in questa meravigliosa mattinata di giugno
abbiamo fatto insieme un pro-memoria scritto su taccuino dei compagni di
classe.
In quinta Gerlando non c’era più, era stato bocciato in
quarta, ma la gente di qua lui la conosce bene, sa tutto di tutti. Chi non sa
chi è, forse perché è arrivato da poco, è solo una breve questione di tempo.
Ora che è pensionato attacca discorso con tutti, ma anche prima era uguale, il
tempo e il modo lo trovava.
Grande frequentatore di vari bar, non disdegna affatto la
discussione sportiva, all’occorrenza anche rabbiosamente urlata, come ai vecchi
tempi. Una volta era tifoso del Milan, poi ha iniziato a stare per il Torino,
mi sono sempre dimenticato di chiedergli perché.
La mia domanda standard, alla fine ideale
dell’intervista, era il senso della vite, alla quale Gerlando non ha risposto
direttamente né indirettamente, come la maggior parte degli individui non era
preparato a farlo.
Però ho capito che lui, essendo nato e cresciuto in
campagna, gioiva dei piacere piccoli e quotidiani, e amava incondizionatamente
la natura.
Da bambino era molto più pestifero e rompiscatole, da
adulto e vecchietto era diventato piuttosto saggio e mi pareva avesse dei
valori autentici e stabili. Lo ho sommariamente soppesato e considerato
parecchio positivo. Certo posso sbagliare, ma ho un certo istinto della
ragione.
Capitolo III
Il pensionato Checco
Il pensionato è uno stadio della vita a cui non avevo mai
pensato, pur in un giorno lontano nel tempo, di appartenere. La corsa
forsennata di un essere umano, prima di arrivarci, non permette eccessive
pause. Però mi incuriosiva, quando vedevo degli anziani disorientati, che non
sapevano come usare tutto quel tempo libero.
Da bambini il tempo non bastava mai e per anni, se non
decenni, la vita è sempre avara di ideali spazi liberi da percorrere, si ha
sempre così tanto da fare, sui binari del già vissuto da qualcun altro, che
quando improvvisamente tutto davanti ci appare vuoto, logicamente ci fa
impressione.
I binari del pensionato poi sono ancora più stretti e
portano sempre nei soliti posti, i limiti che abbiamo sono ancora maggiori
perché abbiamo meno forza e meno resistenza.
Sono sempre rimasto affascinato dalle famiglie, ma quelle
degli altri, perché la mia mi faceva soffrire e basta, almeno questo mi pareva.
La famiglia, in un modo o nell'altro, in maniera anche
discontinua, mi è sempre sembrata un assurdo. Costringe la gente a fare quello
che non vuole, anche di più del consueto esterno alle famiglie, per periodi più
o meno prolungati. Finché uno scappa, trova un amante o due, da' di fuori di
matto. Insomma ci sembra evidente che la stessa coppia, anche senza figli, nei
tempi moderni, appaia, sempre di più, difficile a durare.
Mettiamoci anche il fatto che il nostro periodo di
transizione, (come tutti quelli dietro o davanti, per ognuno e da sempre, ma un
po' di più perché ora noi lo attraversiamo in prima persona,) ci faccia trovare
in ritardo su tutto.
A cominciare da ogni attuale forma di arte, ma anche
della comicità popolare o dei film di tanti tipi che vengono fatti.
Se io prima pensavo di aver sbagliato pianeta, ora ne
sono sempre più convinto e non so neppure quale sarebbe stato quello giusto, o
se sia mai esistito.
Insomma la società, di cui sento da sempre parlare dagli
altri, che non ho mai capito in cosa consiste e se io in un modo o nell'altro
ne faccia parte o no, sta cambiando più o meno costantemente e a me non piaceva
neanche prima, figuriamoci ora.
I desideri comuni, gli obbiettivi e perfino i sogni della
gente non solo non li condivido, ma mi fa perfino soffire quando penso che fino
a una certa età, non so neppure quando ho smesso, mi ci sono rapportato anche
io. Non capisco se non mi piacciono
perché non mi sono riusciti, o se non mi sono riusciti perché non mi piacevano.
La stessa maniera di scherzare, tornando sempre sui
luoghi comuni e stereotipi triti e ritriti, mi fa tristezza, vedere che un
tempo sia i film che le scenette comiche mi piacevano e ora non li sopporto
più, nella maggior parte dei casi.
Forse ero solo innamorato della mia ex moglie, ma andare
a vivere in Cina è stata anche una fuga.
Mi rendo conto che in Cina io sono sempre stato curioso
di capire e di integrarmi alla loro cultura, ma non mi ci sono mai
completamente immedesimato, rimanendo in contatto attraverso film, foto,
filmati e poi negli ultimi anni in internet con l’Italia e l’esistenza del
paese in cui sono nato e cresciuto.
Gli esseri umani però mi suscitano ancora curiosità,
specialmente gli italiani, riescono sempre a sorprendermi, non necessariamente
in maniera positiva.
Un mio sardo conoscente, scrittore non professionista, mi
chiese perché nei miei racconti e romanzi parlavo sempre e solo degli esseri
umani.
Lui aveva appena pubblicato un romanzo in cui trattava
esclusivamente di animali, rigorosamente non domestici, ma suo malgrado quelli
gli erano sfuggiti di mano, si fa per dire, e non avevano certo la maniera di
pensare diversa dagli uomini. Questo a lui non glielo ho mai detto, la sua era
un’illusione e non ho voluto guastargliela. Non si sa mai, avrebbe anche potuto
prendermi a ombrellate.
Tornando alle interviste ai compagni di scuola, Gerlando,
senza eccessivi sforzi, mi ha portato lì da Checco, originariamente un
Francesco, che da poco abitava a meno di cinquanta metri da lui.
Avevamo fatto le scuole insieme, non solo le elementari,
ma anche le medie, poi lo avevo ritrovato al liceo. Insomma ero più amico di
lui che di Gerlando, anche se erano anni che non lo vedevo e abitava da poco
vicino al siciliano.
Anche lui era uno di quelli che non aveva mai aperto un
libro, appena finito le scuole, ma il liceo lo aveva finito ed era figlio di
liberi professionisti, aveva avuto addirittura una fidanzata norvegese e aveva
viaggiato abbastanza.
È stato contento di vedermi e mi ha detto una cosa alla
quale non avevo mai pensato, cioè che io ero stato il suo primo amico, forse
perché io invece ne avevo avuti altri prima.
Poi mi ha sorpreso con un altra verità divertente:
“Mio fratello c’ha una moglie che non gli rompe i
coglioni.” Mi ha detto a voce bassa, forse perché la sua di moglie non lo
sentisse, dalla stanza vicina,
sottintendendo però evidentemente che era un fatto sorprendente, giacché
le mogli questo fanno di solito - come tutti ben sanno - e se ne trovi una che
non lo fa, beh, è una preziosa eccezione e degna di essere menzionata agli
amici.
Mi ha raccontato la sua vita fino a quel momento,
esprimendosi bene e in maniera assai razionale, mi sono ricordato che a scuola
lui era molto meglio di me e studiava perfino, cosa che io non ho mai fatto.
Checco era stato abbastanza fortunato dal punto di vista
finanziario, visto che i genitori gli avevano lasciato un bel gruzzolo, ma
aveva lavorato fino a poco prima come professore di ginnastica.
Era un buon sciatore e la sua passione maggiore era
quella di andare a fare delle settimane bianche che a volte diventavano perfino
mesi.
Una persona razionale, senza eccessivi fronzoli e forse
anche per questo sempre di buonumore, che aveva vissuto un’esistenza piuttosto
interessante, ma che non si era mai fermato troppo a pensare al senso della
vite, ai giri che fa fisiologicamente, nel legno dell’esistenza, e questo era
un comportamento pratico.
Con lui e tanti coetanei che ho ritrovato sia nella realtà
dei fatti che nei pensieri a ritroso, condivido una significativa mancanza di
ambizione, che se può essere anche giudicata negativa da altri esseri umani,
per me rimane una cosa bella e che non vorrei assolutamente cambiare.
Era stato lui che mi aveva fatto sentire per primo dei
brani di musica pop, della quale in seguito mi ero appassionato anche più di
lui. Aveva un fratello più grande che era stato medico, ora in pensione, che
non mi era tanto simpatico, per poco che lo avessi frequentato.
Checco non aveva figli e sembrava una persona sensibile,
ma che aveva capito al più presto che invece di scavare, come me, nella psiche
umana e disumana, era meglio rimanere sulla buccia, pur non essendo un
superficiale, conversava con gli altri magari di cose non troppo fondamentali
come lo sport.
Era un grande tifoso della Juventus, come io ero stato e
forse lo ero diventato perché da lui influenzato, ma ora me ne fregavo.
Per Checco il senso della vite
era stare bene, non ha detto di avere soldi, perché quelli ce li aveva e non
aveva dovuto sforzarsi per averli, ma sicuramente apprezzava quella sicurezza
che gli aveva permesso di lavorare poco e di godersi la neve e le sciate, di
comprarsi un vecchio fienile già ristrutturato e di strutturarlo di nuovo,
spenderci assai secondo me inutilmente, ma secondo i gusti della moglie.
Una cosa che mi parve buffa era che lui ed Emanuele,
altro ex compagno di classe che avrei visitato, erano convinti che i tifosi
dell’Inter, eterna rivale della Juve, fossero tutti malati mentali inguaribili.
Assolutamente tutti si rifacevano a modelli comuni di gente rozza e incapace di
guardare in faccia la realtà, speravo solo quella calcistica, ma lui ci ha
tenuto a puntualizzare che anche in quell’altra più ampia e importante erano
gretti e senza speranza, che le due cose non si potevano scindere, era proprio
uno stile di vita. Non sono stato a raccontargli che io ne conosco addirittura
alcuni che sono degli intellettuali, o qualcosa di simile.
La sera mi ha invitato a cena, io ho portato una bottiglia
di Bolgheri, consigliatomi dal proprietario dell’alimentari di Bacchio,
conosciuto di recente. Ce la siamo bevuta subito mangiando e la cena era
ottima, sua moglie mi pareva affabile e cucinava bene.
C’era anche Emanuele, intervenuto a sorpresa, altro
compagno interessante del liceo e delle medie, che abitava più vicino alla
città e alla sua maniera forse un quasi intellettuale, sebbene di lavoro avesse
fatto il rappresentante di industrie alimentari.
La parte dopo il lauto pasto e alla seconda bottiglia di
vino, stavolta un prezioso Segale, prodotto in uno scosceso podere collinare lì
vicino, l'abbiamo dedicata alla formale intervista, davanti alla TV che
trasmetteva una partita di calcio registrata, degli ultimi mondiali ai quali
l'Italia aveva partecipato. Dopo invece ci ha rinunciato per due volte,
riuscendo in ultima sede a essere eliminata addirittura dalla Macedonia del
Nord.
Il dibattito è partito da quella discussione sul motivo
per cui l'Italia, una volta glorioso
squadrone, era diventata una squadretta e loro, specialmente Checco, non
credevano affatto che fosse perché nel campionato italiano non ci fossero quasi
più giocatori peninsulari, come a me pareva piuttosto evidente.
Il mio obbiettivo era, senza stare a specificarlo a loro,
sapere come se la passavano e come era stata la loro vita.
Per certe cose mi parevano acuti osservatori, per altre
invece ottusi e fanatici, come forse ero anch'io, senza rendermene conto,
mentre tentavo di fare l'antropologo dilettante, senza averne le basi
scientifiche.
Anche Emanuele era uno senza problemi di soldi, già dal
fatto che andava alle partite all'estero della Juventus diceva che ci volevano
dei soldi per farlo, il suo lavoro di rappresentante doveva avergli fruttato
bene, ma la sua famiglia non era tanto benestante quanto quella di Checco.
Ricordai che al liceo erano nell'ultima fila di banchi, i
tre centrali e con loro c'era anche Pietro, che erano inseparabili anche nel
tempo libero, ma ora lui faceva un altro tipo di vita, un pendolare di lusso, e
con loro non si incontrava più.
Avrei dovuto visitarlo e mi informai con loro come avrei
potuto trovarlo, era da qualche anno che non lo vedevo, ma tramite anche altri
amici e conoscenti sapevo più o meno quello che faceva.
Emanuele aveva sposato una ragazza di Bacchio che avevo
conosciuto anch'io, ma non mi era mai piaciuta, perlomeno molto poco come
persona, troppo rigida e limitata di idee, a mio parere.
Lui infatti l'aveva lasciata, aveva cominciato a tradirla
con un’inglese, già da tempo e Checco mi aveva raccontato che tutte le sere
andava a telefonarle inventando che doveva fare un giro a piedi per poter
dormire meglio.
Emanuele parlava bene l'inglese e aveva parenti a Ipswich
dove andava spesso in vacanza, forse lei l'aveva conosciuta là.
Ogni tanto gli facevo domande sul suo lavoro, ma ne
parlava malvolentieri, cambiava sempre argomento. Sono riuscito a capire che
trai suoi prodotti c'erano le patatine San Carlo e che con il tempo era
diventato un capo area, il che significava che non doveva più andare in giro a
vendere, ma che ci faceva andare i suoi sottoposti, se ben avevo inteso, lui
rimaneva in ufficio, o a casa a coordinare le attività dei più giovani.
Essendo sempre stato un pessimo venditore io mi chiedevo
come facevano gli altri a diventarlo e a riuscirci, ne ero curioso e pensavo
che prima di tutto bisognava essere
bugiardi. Lui non mi sembrava un mentitore come tanti altri, ricollegando
quello che di lui avevo capito prima, non mi pareva proprio il tipo
dell'imbonitore, eppure lo era stato e con buoni risultati, era logico credere.
Aveva un figlio grande, che Checco mi fece notare subito,
era pelato come lui, sottintendendo la palese somiglianza con il padre.
I due amici si frequentavano e si prendevano in giro
spesso e credo con argomenti più che collaudati.
Una cosa che venne fuori e mi risultò incomprensibile,
perciò interessante, che Emanuele era stato, con il figlio, già sposato e padre
di figli, alla corrida di Pamplona dove la gente per strada si diverte a farsi
rincorrere ed eventualmente incornare dai tori.
Il gusto per il pericolo, l'adrenalina che scorreva
selvaggia dentro di loro, spingeva questa gente a fare cose che io non avrei
mai fatto e allora era proprio quello che mi incuriosiva.
A volte avevo pensato di essere un vigliacco, eppure
avevo fatto cose che gli altri ammiravano per la dose di coraggio richiesta,
per esempio per chi fa dei grandi cambiamenti nella sua routine, in maniera da
allontanarsene e dimenticarsela, oppure a guardarla con il necessario distacco
per comprenderla.
Tutto sommato ero uno al quale, non diversamente dagli
altri, mi facevano paura cose che loro non temevano e viceversa. Insomma a mio
vedere i pericoli non me li cercavo e facevo quello che mi piaceva, quando
vedevo che era necessario cambiare, non esitavo a sovvertire l'ordine della mia
vita.
Non capivo quelli che dicevano che non avrebbero cambiato
una virgola del loro passato, io lo avrei fatto volentieri invece, anzi: se
avessi potuto, anche tornare indietro e cambiare più volte, come in quel film
americano, ultimamente copiato da Antonio Albanese, in cui il personaggio
principale è condannato a vivere e rivivere lo stesso giorno all’infinito,
finché impara - a forza di botte - a essere una persona più consapevole e meno
stronza.
Emanuele a differenza di Checco era uno che leggeva
assai, qualche titolo corrispondeva ai miei preferiti, ma la maggior parte
invece no. Per prima cosa per lui gli inglesi erano eccezionali, esempi da
copiare, io non ero d’accordo, ma lo ascoltavo con piacere, sapeva tante cose e
perlopiù ragionava bene.
Per Emanuele il senso della
vite era quello che gli permetteva di vivere e apprezzare le soddisfazioni
della sua esistenza, avvitandocisi alla sua maniera.
Come i nove scudetti
consecutivi della Juventus? Gli avevo chiesto, ma lui aveva riso e sicuramente
aveva tante passioni e interessi in più, tra cui avevo notato che faceva
sfoggio di cultura e di intelligenza, ma era una persona assai complessa e
piuttosto positiva, abbastanza simile a me per alcune cose, eppure in tante
altre lontano.
Mi ricordai che il secondo
giorno di scuola ci avevo fatto a botte, lo avevo preso a cartellate, perché mi
prendeva in giro, avendoci un apparecchio per i denti che ogni volta che aprivo
la bocca per parlare faceva pessima mostra di un ferretto orizzontale molto
poco estetico, almeno per un essere umano già dotato di una certa timidezza, di
orecchie leggermente a sventola e di magari provvisori, ma piuttosto invadenti
foruncoli adolescenziali.
Intanto l'Italia aveva segnato, ma sapevamo già che la
partita con l'Inghilterra l'avrebbe poi vinta, ma avrebbe perso le altre due
con Costarica e Uruguay e sarebbe stata eliminata al primo turno dai mondiali
brasiliani del 2014.
Alla fine della terza bottiglia andammo a casa e a letto,
ma distrattamente mentre mi lavavo i denti mi segnai nel computer del mio
cervello le notizie ottenute, perché bevendo e andando a dormire, poi ci si
dimentica facilmente.
Ero soddisfatto perché avevo ottenuto già tre interviste
in tre giorni, ma sapevo che le prossime cavie sarebbero state più difficili da
trovarsi e da guadagnarsele, dovendo addirittura fare dei viaggetti per andare
a trovare i vecchi compagni di scuola sparsi per il mondo emerso.
La mattina dopo mi misi subito in contatto con Pietro,
che però era a Milano, faceva la spola per via della sua impresa che garantiva
sicurezza sul lavoro e sarei stato curioso di sapere cosa faceva e come.
Oltretutto si era sposato con una milanese e avevano due figlie già grandi.
Checco mi aveva anticipato che aveva addirittura fatto
causa al padre di lei e aveva vinto un congruo risarcimento. Aveva comprato una
corte intera di abitazioni contadine della quale la sua casetta, dove era nato
e cresciuto, aveva fatto parte a suo tempo.
Suo padre era morto, un gigante buono e sudatissimo
d'estate, sua madre era stata malata ma ora stava meglio.
La sua abitazione di Bozze, vicino a Bacchio, era là ma
avevo già capito che non voleva che la conoscessi, temeva il mio giudizio da
comunista - quale in passato ero effettivamente stato, senza rendermene
completamente conto - aveva preferito un incontro su terreno neutro, oppure a
casa mia.
Ai tempi che ci eravamo frequentati la sua macchina era
sempre dal meccanico o senza benzina, non si poteva mai usare. Pietro era
sempre stato un manipolatore naturale, con l'età poteva essere solo peggiorato,
ma ero curioso di poterlo incontrare.
Ci trovammo in un bar di confuse ambizioni di modernità,
a S.Maccione, non c'era nessun altro e la signora trucatissima e nervosa si
assentava nel retro per trascinare e sbatacchiare oggetti non ben identificati,
la musica anche troppo leggera e toscana di Pupo ci faceva da sottofondo tipico
ma non troppo.
Pietro era diventato pelato, anche lui, pochi ciuffetti
gli spuntavano vicino alle orecchie, gli occhi grando e neri scandagliavano il
presente come un inchiesta poliziesca.
Era un discreto lettore, si sforzava, perlomeno, ma si
basava sui bestseller del momento e questo era già un punto a suo sfavore, in
linea con il suo personaggio, ma era evidente che a lui interessavano di più
altre cose.
Non era affatto cambiato,
prepotente e affezionato solo a quello che gli importava a lui e il resto non
aveva possibilità di attirare la sua attenzione.
Più che un uomo una macchina
da guerra, uno che per le vacanze pigliava la macchina e andava a caso cercando
di cacciarsi in più guai possibili, solo per il gusto di constatare che sapeva
sempre tirarsene fuori. Pare che la moglie anche apprezzasse questo tipo di
attività, che quando uno tornava a casa e riprendeva il lavoro era più
stressato di prima, secondo me, ma non secondo loro.
Di soldi ne aveva fatti assai,
era ambizioso lui e differiva dalla maggior parte dei miei amici bacchesi, di
Zorca e zone limitrofe.
Il senso della vita lui lo
aveva identificato abbastanza presto: soldi e sicurezza conseguente, o
viceversa, il piacere di sentirsi al di sopra degli altri. Neanche a dirlo
aveva un SUV gigantesco che pareva un carro armato e lassù dal finestrino gli
esseri umani lontani gli parevano formichine.
Con il sopraggiungere di una
certa qual saggezza, dovuta più che altro alla vetusta età, negli ultimi anni
mi sono sentito sempre più contrario all'intraprendere varie azioni in
contemporanea, sia per l'esperienza mia che di amici, conoscenti e personaggi
limitrofi.
Però il fatto che alcuni
compagni di scuola si erano spostati verso la Maremma mi aveva ispirato a
intraprendere un gradevole viaggetto.
È stato Pietro a dirmelo, personalmente non capiva
perché, ma ne aveva preso atto, diversi nostri amici e compagni di disavventure
scolastiche si erano trasferiti: uno a Sovana, un altro a Sorano e una ragazza
a Orvieto, che anche se non fa parte della sopracitata Maremma, ne è al confine e appartiene
senz'altro alla bellissima zona del tufo, che da abitante italiano e toscano
sorprendentemente non avevo mai conosciuto e solo dopo da turista visitante
avevo assai apprezzato. Diversi tipi di stranieri anche me ne avevano cantato
le lodi e anche i cinesi, quei pochi con cui avevo un dialogo, ne sapevano più
di me.
Mio fratello lo frequentavo di
rado, quando avevo da fare era libero lui e viceversa, ma il viaggio in Maremma
lo avrei potuto fare con lui, anche a Gino piacevano le cose antiche e la
Maremma, quei borghi sulle punte delle colline, il mare fuori stagione senza
turisti, le camminate per i sentieri, frequentare ristorantini tipici, fare
migliaia di foto eccetera.
Tutto questo lo ispirava
abbastanza, in più aveva una macchina enorme che potevano caricare di tutto ciò
che sarebbe servito. Gino è riuscito a prendere una settimana di ferie e siamo
partiti.
Capitolo IV
In viaggio
Si può dire che io la Toscana
l’ho conosciuta meglio da quando abito in Cina. Nel senso che da turista ho
potuto visitare tutte quelle zone che da abitante non avevo mai visto, troppo
impegnato con altre cose, che non immaginavo nemmeno che ci fosse tanta
bellezza qui vicino, o forse non ero in grado di poterla apprezzare ancora, non
lo so.
Comunque la cosiddetta zona
del tufo non l'avevo mai sentita nominare e quando me la sono trovata davanti
non mi pareva possibile.
Non sono il primo a scoprire la bellezza della Tuscia che
inizia magari dalla grande varietà del suo paesaggio, ma la parte sud, quella
al confine con il Lazio è la più bella e la sua gente anche è più serena e
gradevole.
Non che noi del nord siamo più cagacazzi, forse solo più
nervosi, chiusi, meno amichevoli. Penso dipenda anche dal punto di vista
geografico, qui i paesaggi sono mentro contrastati, meno bui, più aperti,
ondulati e gradevoli.
Gino parla anche meno di me e in generale ha la tendenza
a voler giustificare tutto, a voler trovare del positivo anche dove il positivo
non c'è, non so se questa sia una qualità. Io sono piuttosto eccellente nel suo
esatto contrario, cerco il pelo nell’uovo e quando non c’è, allora ce lo metto
io.
Passano i paesaggi attorno, anche belli e se io non trovo
un valido argomento da cui partire lui non dice niente. Ogni tanto ci provo, ma
per mantenere una conversazione è uno sforzo, se io momentaneamente sto zitto,
lui ancora di più tace, se possibile, pur non acconsentendo.
Guida bene però,
non si arrabbia per le prepotenze degli altri automobilisti, come farei io, ma
quando a guidare sono io, allora il suo distacco mi influenza e sono più
tranquillo del mio solito.
Su diverse
opinioni noi ci troviamo d'accordo, anche se poi lui vive in maniera molto
diversa da me, per quanto logico e inevitabile, a volte mi sorprendo a volerlo
cambiare.
Io e mio fratello condividiamo alcune passioni tra cui la
musica, lui suona la batteria e io ho suonato per poco tempo le tastiere, ma
ascoltiamo musica differente, anche se i suoi gusti si stanno avvicinando ai
miei da qualche anno.
Mi sono rassegnato a non trovare gente che apprezza
quello che piace a me; in quello che non mi piace invece trovo molte più
persone che possano condividere quello che io ho automaticamente accantonato ed
escluso. Ho capito che è molto più facile perché le cose che non mi garbano
sono molte di più.
Forse è normale che un anziano si trovi a vivere di
passato, perché il presente gli offre tante cose che non capisce più, che non
gli possono garbare.
In più, essendo forse una persona un po’ troppo sul
sensibile, mi aggredisce troppo quello che mi accade attorno e mi pare di
essere offeso anche troppo spesso da tutta questa mancanza di percezione che
credo cresca sempre di più.
Oltretutto io sono un teorico piuttosto pratico del
linguaggio, non mi piace chi usa le espressioni già pronte, chi dice cose
ovvie, chi vuole essere simpatico a tutti i costi.
A trovare gente che mi piace ci metto poco, ma poi mi
tocca frequentare di solito invece chi non mi garba, manco a farlo apposta
piaccio a chi non mi piace e viceversa, forse mi sbaglio, non lo so neanch’io.
Naturalmente sto parlando di
quando vivevo in Italia, in Cina non frequento nessuno, ho rapporti pressoché
occasionali con la gente e ho molto di più a che fare con vari animali,
domestici e non.
Secondo la mia esperienza
l'italiano è il popolo che crede di più nell'amicizia, mette in pratica la sua
vicinanza mentale e fisica ogni giorno, ma poi si comporta in maniera spesso
infantile con i propri amici, li protegge quando invece li deve denunciare, fa
finta di niente quando gli deve far notare incongruenze e incoerenze, si
dimostra chiuso e geloso quando invece dovrebbe aprir la propria mente e insomma
fa di tutto per arrivar al punto in cui il temperamento dai due lati decide che
è il caso d' ignorarsi, insomma non parlarsi più nei secoli dei secoli.
Essendo testardo e infantile,
permaloso e chiuso, l'italiano è un bambinone che crede di essere spontaneo e
non lo è, un ipocrita che per non fare fronte ai propri problemi finisce per
accantonarne il solo pensiero e insiste negli errori in maniera ciclica e
ottusa, quando la sua intelligenza non ci arriva il temperamento sornionamente
si sostituisce e non ammette mai di aver torto, nemmeno a sé stesso, anzi
principalmente nei confronti di sé stesso. La
mania di persecuzione completa un desolante quadro.
Il cinese prima mi sembrava un
soldatino, ma invece in trenta anni non ho capito ancora bene come è. In certe
cose è più chiuso, ma nella maggior parte mostra un'apertura maggiore e più
elastica, più efficace insomma.
Discutere di queste cose con
mio fratello non si può, perché rifiuta ogni teoria rivoluzionaria e prende
ogni mia lontana affermazione come se fosse un’accusa velata e personale. Non
sempre lo è, e quando anche lo fosse, io me ne accorgo solo dopo.
A pranzo ci siamo fermati in
un ristorante che avevo visitato altre volte, dal grande parcheggio coperto di
ghiaino e subito sopra di numerosi camion.
Si è mangiato bene e ruspante,
c'era un enorme griglia con sotto le braci dove arrostivano un po' di tutto,
pesce, carne e verdura, perfino i peperoni che mi piacerebbero assai, ma non li
digerisco più.
Accanto a noi grandi botti da
cui spillavano quartini, mezzi litri e litri di vino rosso e bianco, tavolate
di gente semplice, camerieri in abbigliamento casual.
La spesa poi è stata più che
onesta e noi fratelli siamo tutti e tre un po' tirati di manica, oltre che
tendenti all'autismo. Penso che ci abbia influenzato mio padre, a cui piaceva
stare da solo e negli ultimi anni di vita comprava un sacco di roba nei negozi
di cineserie, roba che spesso non serviva a nessuno, ma lui si giustificava
dicendo che costava poco.
Non credevo che i ristoranti
rustici sulle arterie principali italiane esistessero ancora, quelli
frequentati da chi viaggia e quindi principalmente dai camionisti. Forse ce ne
sono meno, ma ci si mangia bene, si spende il giusto e sono sempre pieni.
Capitolo V
Nel sud della Toscana
A Sovana abbiamo trovato
Carlo, che non si ricordava di me, lavorava in un ristorante dove ho mangiato
discretamente. Zoppicava, era quasi pelato e aveva una barba incolta.
Quando gli ho chiesto se era
proprio lui, e ci avevo parlato per telefono il giorno prima, abbiamo tutti e
due avuto un momento di smarrimento. Ma lui era conciato male e mi sono chiesto
fino a che punto lo fossi anch'io.
Alle quindici e trenta aveva
la pausa ed è uscito, ci ha portato a casa sua, ci siamo bevuti un caffè e ci
ha raccontato che aveva tentato di suicidarsi, quando presi i soldi dai suoi
clienti per pagare le tasse, li aveva persi giocando a carte. Aveva bevuto la
varichina ma lo avevano salvato.
In precedenza aveva distrutto
il suo matrimonio e sembrava si stesse confessando con noi che non si ricordava
assolutamente chi fossi e mio fratello non lo aveva proprio mai visto.
Ho cercato di interromperlo
raccontando le mie disgrazie, avevo intenzione di tralasciare le cose belle, ma
era solo un'intenzione, non me lo ha lasciato fare.
Il senso della vite per lui
era stato al contrario, ma non mi è sembrato il caso di chiederglielo.
In seguito Gerlando mi ha
spiegato che prima dei fatti in questione Carlo aveva avuto diversi lavori e
tante partecipazioni in giro, che dicevano scherzosamente che a Zorca lui
possedeva l'1% di tutto quello che c'era. Era stato anche socio di un
ristorante e forse per quello che ora, a qualche centinaio di chilometri da
casa faceva il cameriere zoppo, all’occorrenza aiutava anche un po’ in cucina.
Lo avevano preso lì amici di lunga data, che secondo Gerlando erano anche loro
anime dannate.
Pare che lei fosse dipendente da farmaci e lui un drogato
di droga propriamente detta, ma Gerlando non sapeva quale.
Carlo aveva fatto il rappresentante, il commercialista e
altri mestieri, a suo tempo e ora era lì a piangere sul passato e sul presente,
certo anche sul futuro.
Alle diciotto rientrava al lavoro e salutandolo mi sono
chiesto come un essere umano può andare avanti in quelle condizioni. Non ho
trovato risposta. Forse il suicidio richiede anche del coraggio e lui ci aveva
pure provato, ma era stato imbranato anche in quello. Non lo so, ma è
impossibile capire come vede le cose della vita un individuo, anche se te lo
spiega non s’intende lo stesso.
Mio fratello mi ha chiesto chi me lo faceva fare di
soffrire così per gli altri e io gli ho detto che noi persone sensibili lo
facciamo senza soffrire tanto quanto gli altri penserebbero.
Quando gli parlo di noi sensibili, mi pare che la prenda
come un rimprovero a lui che invece non lo è,
ma spesso da parte mia è piuttosto un rimpianto forse di chi vorrebbe
esserlo un po’ meno.
Comunque poi ho detto, più a me stesso che a lui, che i
prossimi intervistati sarebbero stati più allegri.
La seguente
ragazza attempata invece non c’era più, al suo posto il marito, che l’aveva
lasciato e per non incontrarlo più, nemmeno per caso, era andata in Cina.
Tale Elenora Bazzani, compagna delle elementari anche di
Checco e Gerlando, di cui ero stato mezzo innamorato a suo tempo. Dove mi sono
dimenticato di chiederglielo, ma tanto la superficie della nazione in questione
era piuttosto vasta e non parliamo di quanto fittamente abitata.
Lei aveva
inventato, senza rendersene conto, il perché...
seguito dai puntini-puntini, che non spiegava mai, poiché pensava che non ce ne
fosse bisogno, ai puntini non seguiva niente e la gente a volte si sentiva un
po' come coloro che hanno degli interrogativi irrisolti, cosa non troppo rara
al giorno d'oggi, ma ovviamente anche nella notte dei tempi in cui le radici
volenti o nolenti affondavano, in quel noto ramo degli sterotipi ripetuti a
pappagallo, ma non solo e pure da altri pennuti come la gazza.
Al logico e
conseguente formular della domanda, lei non rispondeva alcunché, sia perché non
intendeva che fosse a lei rivolta, sia anche poiché il suo cervello andava
sempre di fretta e le era già partito per un altro viaggio, per un luogo fisico
o metaforico, per intendersi: tipo coacervo di situazioni intrecciate, comunque
e di sicuro piuttosto lontane da lì.
La ragazzetta
andava già oltre il normale e per questo mi era sempre piaciuta, sebbene solo
dopo, molto tempo dopo, avessi capito il perché. Figurarsi attualmente, come
dovrebbe essere, di semplice inerzia, diventata.
Ho giurato a me
stesso che una volta tornato in Cina la sarei andata a trovare, tanto sono
sempre stato uno spergiuro naturale e disinvolto.
Non era bella
Eleonora, ma nemmeno brutta, era forse quella faccetta che a volte pareva
inespressiva, altre volte anche troppo, che mi aveva conquistato e non era
facile perché...
L’ex marito ha
detto che intanto ci potevo fare una video-conferenza, magari le avrebbe fatto
piacere e mi ha dato il suo numero di telefono, che anche lui aveva avuto da
un’amica, ma non le aveva mai telefonato.
Chi parla di più sono quelli
che hanno meno da dire e oltretutto si ripetono e non sono capaci di ascoltare,
mi è venuto in mente.
Il marito di Elenora, vabbè:
il suo ex, parlava tanto ma senza fretta, né eccessiva prepotenza, forse era
stato quello il problema, ma aveva anche tante cose interessanti da dire,
debita eccezione alla regola, si vedeva che era una persona sensibile anche
lui, disgraziato o forse no, il suo mondo anche senza Eleonora era pieno di
roba, di interessi, di passioni, insomma di motivi per cui vivere.
Ho colto l’occasione per
chiedergli il senso della vite e lui mi ha comunicato la sua voglia di
spingerla avanti, una curiosità sana direi, non solo antropologica, gli
piacevano anche la musica, il cinema, le nuvole, gli animali e le piante, le
stesse rocce e i sassi, l’acqua e il vento. Insomma come a me, ma in maniera
ovviamente diversa.
Si chiamava Dino e quelle che
diceva non erano affatto delle cazzate. Ci è venuto dietro anche per strada,
che doveva andare a fare la spesa e portare giù la spazzatura, gli abbiamo
offerto un caffè, lui ha pagato l’acqua minerale. Magari gli siamo rimasti
simpatici, anche lui a me, a mio fratello forse no, a lui gli ci vuole più
tempo per farsi un’idea.
Mia sorella Aldina vive a
Saturnia, la siamo andati a trovare, come d’accordo, ma la sorpresa è stata che
lei aveva intenzione di unirsi a noi per quei pochi giorni che saremmo rimasti
in zona.
Il marito pelato e i
giganteschi figli evidentemente non erano d’accordo, ma lì chi comandava era
lei e per farli stare zitti gli ha preparato delle mastodontiche teglie di
lasagne messe nel congelatore, quattro barattoli di sughi pronti da mettere
sulla pasta.
Ho capito da tempo che i miei
due più attempati consanguinei non mi comprendono, però mi trovano divertente,
insomma una specie di barbuto filosofo contemporaneo, anche se alla filosofia
ci pensano più loro di me e la barba me l’ero tagliata.
In quei giorni avevo baffi e
pizzetto, che loro trovavano buffissimi, a volte mi guardavano e ridevano, non
avevo bisogno di dire niente, la mia faccia gli bastava per essere di
buonumore. Poi la barba me la sono fatta ricrescere subito, in fondo c’ero
affezionato, essere buffo mi piace, ma senza esagerare.
Ho subito colto l’occasione
per fare un videoconferenza con Eleonora, avendola avvisata in precedenza per
whatsapp, pensando di fare il collegamento da un cybercafè, ma visto che il
marito di Alda aveva un bel computerone superaccessoriato e inattivo...
Non senza difficoltà, pur non
essendo a casa mia, ho mandato tutti via e ho trovato Eleonora subito in linea,
ma molto cambiata, assai più lenta e saggia, insomma meno elettrica, forse un
po’ triste, ma anche capace di scoppi di allegria improvvisi.
Per prima cosa mi ha detto che
il suo nuovo accompagnatore, un raro cinese alto un metro e ottanta, le traduce
in inglese parti dei miei librettini, lui ci ride assai e lei un po' meno.
Comunque le piacciono.
Sapeva che io vivevo in Cina
ma lei è un po' lontana da me, è dall'altra parte di un territorio tozzo ma
esteso, considerato poi che ci sono zone desertiche dove non vive nessuno.
Eleonora ha approfittato del collegamento della sua ditta con la Cina ed è
venuta qua... cioè là, mi ha spiegato anche di cosa si tratta, ma sono quelle
cose che mi sfuggono tanto che non riesco nemmeno ad ascoltare quando me le
dicono.
Comunque roba metalmeccanica,
credo.
Allora ne ho subito
approfittato e le ho chiesto a bruciapelo del senso della vite, lei mi ha
risposto che è una questione di dadi. Io le ho espresso il mio pensiero al
riguardo, che la vita per me è autofilettante e il legno è la metaforica dura
scorza dell'esistenza.
Ma lei non era d'accordo.
Si deve forare quella
superficie lì, che è dura ma poco spessa e dall'altra parte ci si mette un bel
dado. Nel suo caso un marito, per me una moglie.
E quando i dadi non
corrispondono all'aspettativa e non sono all'altezza?
Non c'è problema, i dadi si
cambiano, secondo la sua personale esperienza se ne possono avvitare anche due
o tre. Dipende dalle esigenze, le sue sono abbastanza cospicue, ma suo marito,
quello che noi abbiamo conosciuto, ci ha pure provato, ma non è mai riuscito ad
accettarlo. Per questo si sono lasciati.
Che cosa ne pensavo?
Le ho detto che non lo sapevo,
che in teoria l'amore
libero era bello, ma qua sulla
terra è sempre stato un po' complicato.
Dopo un po' mi sono reso conto che quell’Eleonora lì era
interessante ai vecchi tempi, ma una sessantacinquenne che vuole avere più dadi
e un senso della vite oltre la scorza nell'esistenza, non mi piaceva più tanto,
come tanti anni prima, quando io non capivo me stesso e tanto meno lei.
La sua idea della Cina era simile alla mia però, ha detto
che ci si trovava bene, ma secondo lei i cinesi erano di un altro pianeta,
piovuti chissà come sul mondo e comunque migliori degli europei, secondo lei,
anche se non capiva bene come, né quanto. Eleonora viveva in quella città
costruita in quella gola, sulle due rive del fiume, ma con le pareti delle
montagne a picco e poco spazio per costruire e per spostarsi con eventuali
strade.
Yanjin, situata nella provincia dello Yunnan, famosa per
essere costruita su uno spazio incredibilmente stretto tra ripide montagne e il
fiume Hengjiang (o Nanixi), con edifici costruiti su palafitte o direttamente
sulle sponde, rendendola spesso definita la "città più stretta del
mondo".
- Io sarei dell'idea che la gente potesse fare quello che
vuole. - Ha detto poi in macchina mia sorella. - Però succede sempre che si
deve fare quello che non si vuole, a partire dal lavoro, ma anche in famiglia,
la società pare non sia mai interessata a chiedere alla gente cosa vorrebbe,
piuttosto è importante cosa deve fare, e poi per il bene di chi?
Di tutto e di tutti meno che della gente, propriamente
detta.
- Vuoi dire il popolo? I poveri? - Ha chiesto Gino.
- Non necessariamente, noi poveri non siamo eppure
viviamo poco come vorremmo, per esempio, il qui presente fratello minore, che
ha sempre fatto quello che voleva, si è trovato una nicchia in cui vive
indisturbato, guadagna quanto gli basta e non ha figli e famiglia, soprattutto,
questo è quello che gli ha permesso di farlo, secondo me.
- Per conto mio, io sto bene – Ha commentato mio
fratello, mentre io li lasciavo parlare, visto che il senso della vite consiste
proprio in quello e non avevo bisogno di puntualizzare niente sul mio conto e
sul conto di nessun altro.
- Non è vero – Ha detto Alda – Diciamo che sei un tipo
paziente, ma sopportare il tuo lavoro e tua moglie non so chi altro ci
riuscirebbe.
- Il mio lavoro non è malaccio tutto sommato, c’è di
peggio, e ci sono migliaia di persone che lo fanno, e poi Zina ha tanti
difetti, ma anche tanti pregi.
- I difetti li conosco bene, ma i pregi dopo tanti anni
non li ho ancora notati.
Dopo mezz'ora su questo tono siamo arrivati a Orvieto e
lì ci attendeva il nostro prossimo incontro. Eravamo in anticipo e allora siamo
andati al pozzo di S.Patrizio che non ci eravamo mai stati, io e Gino, invece
Alda lo conosceva già.
Quei due da adulti non andavano d'accordo, ma nemmeno da
piccoli, la mia indifferenza li faceva inasprire, secondo Delfo, marito di mia
sorella, invece Zina diceva che io li calmavo.
Una tendenza dell’italiano attuale, forse anche di quello
del passato, è dover esprimere sempre e comunque la sua opinione, anche quando
non è richiesta, anche e soprattutto quando non ha elementi per poter giudicare
la situazione, anche e specialmente quando gli altri possono offendersene e lui
poi non ci guadagna che dei vaffanculi.
Il cinese al contrario si esprime solo quando è
necessario o non ne può fare a meno, ma anche così con molta diplomazia e
facendo attenzione a non offendere nessuno.
Capitolo VI
Orvieto
Lo storico pozzo di San Patrizio è una
struttura costruita da Antonio
da Sangallo il Giovane a Orvieto tra il 1527 e
il 1537 per
volere del papa Clemente VII, reduce
dal Sacco di Roma e
desideroso di tutelarsi nell'eventualità che la città in cui si era ritirato
fosse assediata. Pertanto fu progettato proprio per fornire acqua in caso di
calamità o assedio. Durante le assenze di Antonio da Sangallo l'esecuzione
veniva seguita da Giovanni Battista da Cortona; le parti decorative sono
di Simone Mosca. I lavori furono
conclusi durante il papato di Paolo III Farnese (1534-1549).
Struttura
L'accesso al pozzo, capolavoro di ingegneria, è garantito
da due rampe
elicoidali a senso unico, completamente autonome
e servite da due diverse porte, che consentivano di trasportare con i muli
l'acqua estratta senza ostacolarsi e senza dover ricorrere all'unica via che
saliva al paese dal fondovalle.
Il pozzo è profondo 54 metri ed è stato realizzato
scavando nel tufo dell'altopiano su cui sorge Orvieto, una pietra abbastanza
dura, ma che dopo vari secoli sta risentendo degli scarichi fognari.
Ha forma cilindrica a base circolare con diametro di 13 m.
Gli scalini sono 248, i finestroni che vi danno luce sono
72[2].
Le due scale sono collegate da un ponte tuttora
praticabile.
Sul fondo del pozzo il livello dell'acqua si mantiene
costante grazie ad una sorgente naturale che rifornisce la cavità e un
emissario che fa defluire l'acqua in eccesso.
La parte esterna è costituita da una struttura cilindrica
bassa. È decorata con i gigli farnesiani del pontefice Paolo III e ha due
ingressi diametralmente opposti.
Sull'ingresso del pozzo la scritta "quod natura
munimento inviderat industria adiecit" ("ciò che non aveva dato la
natura, procurò l'industria") celebra l'ingegno umano come abile mezzo in
grado di sopperire alle carenze della natura.
Papa Clemente VII incaricò Benvenuto Cellini di
coniare una moneta in onore della costruzione del pozzo. Su di essa è incisa la
frase "UT BIBAT POPULUS" ("perché il popolo beva") ed è
raffigurato Mosè che con un bastone trafigge una roccia, dalla quale sgorga
l'acqua di fronte agli ebrei in fuga, mentre uno di essi vi attinge con una
conchiglia. Questa preziosa moneta è oggi conservata nei Musei Vaticani.
Forse per l'aura di sacro e di magico che accompagna le
cavità profonde, o per pura imitazione di modelli cinematografici, i turisti
moderni vi gettano monetine con la speranza di tornarvi.
Inizialmente il pozzo era detto "Pozzo della
Rocca" in riferimento alla rocca o "Fortezza dell'Albornoz" situata
vicino, al servizio della quale il pozzo stesso era stato costruito. È
solo in età ottocentesca che assunse l'attuale nome "Pozzo di San
Patrizio", datogli dai frati del convento dei Servi che si
ispirarono alla nota leggenda del santo irlandese.
Si credeva infatti che in Irlanda,
in corrispondenza di una grotta senza fondo, situata sull'isolotto
di Station island nel Lough Derg,
si potesse raggiungere l'aldilà. La caverna simboleggiava la porta di accesso
al Purgatorio, e solo dopo aver affrontato una serie di terribili prove per
purificarsi dai propri peccati si raggiungeva la fine della grotta che rappresentava
l'ingresso in Paradiso. È proprio nei pressi di questa cavità che San Patrizio amava
ritirarsi in preghiera. La caverna per questo ottenne l'appellativo di "Purgatorio di
San Patrizio", ed il pozzo prese il nome del
santo proprio perché fu utilizzato anch'esso come luogo di espiazione dei
peccati e richiamava la discesa nelle profondità della caverna irlandese.
Pozzo di San Patrizio è anche un'espressione
utilizzata per riferirsi ad una riserva misteriosa e sconfinata di ricchezze.
Secondo altri, con l'espressione "è come il pozzo di San Patrizio" si
intende qualcosa in cui si buttano risorse ed energie, ma inutilmente, perché
non si riempie mai e non si riesce a trovarne la fine.
Il pozzo era assai interessante, ma quando ne siamo
usciti, dato che il cellulare là dentro non funzionava, ci sono arrivati
diversi messaggi di Marco Antonio, il nostro prossimo intervistato, che diceva
che non poteva all'orario prefissato, ma se per noi andava bene ci saremmo
trovati al ristorante da Maurizio, nel centro di Orvieto alle ore venti.
Mia sorella e mio fratello si sono beccati per qualche
ora, tra un aperitivo e una fotografia, una camminata e una sosta sugli scalini
di una chiesa. Alle otto si erano stancati e sono voluti andare a riposarsi al
Bed and Breakfast Da Tullio Grilli. Al ristorante ci sono andato da solo, gli
ho promesso di portargli dei crostini e una bottiglia di vino bianco, poi mi
sono dimenticato ma loro quando sono tornato russavano come trattori.
Orvieto è una bella cittadina costruita su un ampio
torrione di tufo, ma il turismo l’ha rovinata un po' , come spesso succede,
dall'ultima volta che c'ero stato, forse dieci anni prima.
Da Maurizio ci
avevo già mangiato e bene assai, la gestione non so se era la stessa, ma non ci
ho trovato cambiamenti, anche i prezzi si erano mantenuti equi.
Marco Antonio me lo ricordavo bene, ci eravamo
frequentati anche da adolescenti, era un giovinottone di famiglia ricca, suo
padre vendeva camion e aveva una bellissima villa in campagna, con la piscina e
un ampio parco ben tenuto, con alberi secolari.
A Zorca e nelle vicinanze ci sono tante e belle ville
rinascimentali, in diverse di queste avevo lavorato a suo tempo come
giardiniere.
Marco Antonio era ancora un bel Marcantonio, anche se
aveva i capelli bianchi, ma un po' troppo facilone, ricordo che suo fratello
più grande cercava di fargli capire invano che il mondo non era affatto ai suoi
piedi, come lui pensava.
Si era sposato con una ragazza un po' corpulenta ma
belloccia, che avevo conosciuto a suo tempo, anche lei era un po' vuota, priva
di interessi, come lui un po' indifferente. Comunque non erano antipatici, ma
forse lui più di lei con una certa aria di superiorità che poteva anche essere
irritante.
Una mia innamorata dell'epoca, ragazza piuttosto
intelligente che era caduta poi nel labirinto della droga, mi aveva fatto notare che Marco Antonio non
ti guardava mai negli occhi. Ancora, specialmente quando parlava, il suo
sguardo si rivolgeva sempre altrove.
Mi ha sorpreso e mi ha fatto piacere che mi chiedesse di
me, di cosa facevo, cosa avevo fatto, cosa progettavo per il futuro eccetera.
In seguito mi è venuto il dubbio che era per non parlare di sé, non perché
avesse qualcosa da nascondere, ma la sua vita magari gli pareva noiosa e
ripetitiva.
In seguito Gerlando mi ha detto che suo padre era
fallito, quando Marco Antonio aveva una ventina d'anni ed erano improvvisamente
diventati se non poveri quasi. La villa non ce l'aveva più, suo fratello era
morto, poi suo padre e sua madre. Attualmente faceva il commercialista, credo
che non se la passasse male a livello di soldi.
Tra le frasi anche divertenti, parlando dei vecchi tempi,
ogni tanto Marco Antonio diventava umile, poi ritornava al suo personaggio
principale, le due tendenze si mischiavano e si miscelavano.
Intravedevo una certa ammirazione nei miei confronti, una
certa simpatia che avevo notato anche ai vecchi tempi, forse perché riuscivo a
sorprenderlo, magari come i miei fratelli mi trovava buffo e imprevedibile, in
un certo senso ero il contrario di lui.
M’incuriosisce da un punto di vista puramente
antropologico, quel comportamento di alcuni che stimano persone completamente
differenti da loro e fanno di tutto per allontanarsene nella pratica
quotidiana, invece di prendere ispirazione e di mettere in pratica qualcosa di
simile. Come se il pensare, il dire e il fare fossero azioni che non si
integrano mai, che non possano assolutamente andare di pari passo.
Mi ricordo che giocava bene assai a pallacanestro,
essendo alto e robusto, come me a scuola non andava tanto bene.
Aveva la tendenza a prendere in giro gli altri, come se
lui fosse dall'alto irraggiungibile a giudicarli, ma solo in loro assenza, non
apertamente, cosa abbastanza comune nelle piccole città un po’ snob come Zorca.
Era ancora una buona forchetta, ma beveva poco rispetto
ad altri del nostro gruppo di giovinastri di classe media-alta che bazzicavamo
le pizzerie il sabato sera. Frequentava ancora Bartolomeo, al quale dopo certe
malcelate manipolazioni in quei frangenti pagavamo noi la cena. Il quale in una
certa epoca voleva venire in Cina da me, sperando che lo avrei aiutato per
iniziare una nuova vita, ma io declinai subito ogni possibile sua speranza.
Mi ha dato anche il suo numero di telefono, ora viveva a
Tolona, una cittadina sul litorale, con una spiaggia frequentata principalmente
dalle famiglie. Ma i ruffiani e gli opportunisti per me sono un pianeta a
parte, sempre quello dei falsi che non sanno nemmeno di esserlo. Da una parte
sarei spinto ad intervistare anche lui, ma dall’altra so già tutto quello che
mi dirà per cui è sempre colpa degli altri, e i suoi errori di percorso li nega
e li chiama sfortune.
Il senso della vite per
Marcantonio erano i soldi, l'agiatezza, la sicurezza finanziaria e un buon
conto in banca. Non lo diceva a piene lettere, ma si intravedeva tra le righe
una vuotezza di ideali per cui tutto il resto era noioso e inutile.
Mi ha dato però i numeri di telefono di altri due
compagni di classe.
Il giorno
seguente volevo visitare un po' i dintorni di Orvieto, magari i famosi
sotterranei, ma una giornata di insistente pioggia ci ha convinti a fare
qualcosa di insensato, da un certo punto di vista logico: mettersi in viaggio
verso Bagnaia, che essendo in provincia di Viterbo e molto prossima al
capoluogo, ospitava il nostro prossimo incontro.
Capitolo VII
Bagnaia
I miei consaguinei
avevano stabilito che se raggiungevamo la nostra meta, nonostante la forte e
insistente pioggia, poi ci riposavamo e potevamo incontrare l'ultimo dei miei
ex compagni di classe che abitavano nei dintorni.
I chilometri
non erano tantissimi, ma le strade tortuose, dal parabrezza e dai finestrini in
frequenti e torrenziali frangenti non si vedeva niente di niente.
Rischiando la
vita o cose limitrofe, dopo un tempo debito siamo riusciti, guidando a turno,
ad arrivare a Bagnaia.
Un piccolo
albergo che faceva bed & breakfast ci ha accolti in una momentanea
schiarita, dopo il riposo ci siamo preparati per la sera, Delio ci aveva dato
appuntamento nel ristorante più conosciuto in zona e mentre uscivamo ha
ricominciato a piovere.
Abbiamo
posteggiato la macchina nella piazza principale, sotto tre ombrelli di tipo e
colore diversi, siamo scesi nella parte vecchia del paese, veramente pittoresca
e scura, con un giro di stradine che portava inesorabilmente di nuovo alla
piazza di prima. Il ristorante non lo avevamo visto, forse aveva l'insegna
spenta, ma ora c'era e aveva l'insegna accesa.
Delio era già
seduto in una sala enorme e senza nessun altro che un cameriere, laggiù lontano
che apparecchiava le decine di tavoli.
Fuori era piuttosto freddo ma là dentro c’era un tepore ospitale.
Il mio ex
compagno era di origine laziale e di Orte, per la precisione, ma a quei tempi
remoti la sua famiglia si era spostata a Zorca, per motivi di lavoro. Dopo
essere andato in pensione lui era voluto tornare qua. Non era stato colpito
dalla legge Fornero solo perché era un medico e aveva deciso di smettere prima
dell'età pensionabile, visto che non ne poteva più.
Di soldi non
ne aveva tantissimi, ma visto che era da solo poteva adattarsi ad una vita
modesta.
Era amico del
proprietario, un signore piuttosto attempato ma molto simpatico che si è seduto
con noi, ci ha parlato della partita che la Roma aveva vinto la sera prima,
contro tutti i pronostici, sul Manchester City.
Ci ha
avvisato che lì si mangiava bene, i prezzi erano giusti, ma la cucina era un
po’ pesantuccia, come del resto usava da quelle parti. Gli abbiamo chiesto
chiarimenti su alcuni piatti, ma lui si è sorpreso addirittura che ci fossero
delle cose del genere nel menù, ci ha domandato se avevamo letto proprio
ammodo. Lui non aveva portato gli occhiali, se li era dimenticati e non sapeva
nemmeno dove, si è scusato e ci ha chiamato il caposala, cameriere e forse
anche cuoco, visto che non c’era nessun altro e la cucina aveva ancora la luce
spenta.
Il quale
assomigliava assai a quello che forse era il padre, ci ha spiegato bene assai i
componenti e la preparazione di ogni piatto, ma alla fine ha detto che era
meglio optare per le pizze. Visto che il forno era già acceso e per noi che non
eravamo abituati, erano le cose migliori per poi andare a letto e dormire lieti
e soddisfatti come fagioli in un baccello.
Delio era una
persona calma, sorridente e di contenuto, ci ha raccontato con una sintesi
esemplare la sua vita, prima e dopo il nostro comune periodo scolastico.
Buona forchetta
e ottimo bicchiere, ci siamo scolati un bel po’ di birra alla spina. Le pizze
erano buonissime, specialmente quella bianca con tartufo e speck.
Dopo ci ha
portati, sotto quattro ombrelli di taglia e provenienze differenti, a fare un
giro per il paese, veramente rustico e affascinante e per il giorno dopo ci ha
raccomandato la visita alla villa locale, famosa per i suoi giardini progettati
da quello che a suo tempo aveva disegnato quelli di Villa Farnese a Caprarola.
Anche se noi
l’avevamo già vista, nella parte più antica a Delio è partita inavvertitamente
una sonora scorreggia e una signora dalla finestra lo ha chiamato porco, ma lui
si è prontamente scusato, anche con noi, e ci ha confessato che la sua vita,
come del resto la sua stessa alimentazione ultimamente erano state un po’
troppo turbolente.
Dopo abbiamo
fatto una capatina in una specie di birreria sulla strada per Viterbo... no,
ora che ci penso eravamo già a Ronciglione. Dopo qualche birra i miei
consanguinei se ne sono andati a letto.
Invece noi
siamo andati in un altro localino che conosceva lui sul lago di Vico. Non c’era
quasi nessuno, ma Delio ha detto che era presto, dopo si animava, verso
mezzanotte.
Capitolo VIII
Delio, le scritte sui muri e il lago di Vico
Lì la
conversazione con Delio è diventata un po’ troppo a cascata, forse era ubriaco,
non che io non lo fossi... ma era lui che parlava e io ascoltavo, distratto ma
non troppo, insomma a un certo punto ha detto:
- Una volta
erano due gruppi separati, si distinguevano bene.
- Eh?
- Un "circonventore" è
una persona che inganna o raggira qualcuno con artifici, lusinghe o
sfruttando le sue debolezze (come bisogni, passioni o inesperienza) per trarne
un profitto o per ottenere un determinato risultato, no?
- In che senso?
- Nel senso
che non si sa più chi è l’autore della circonvenzione d’incapace e chi sarebbe
l’incapace, si sono mischiati, chi è più stupido e sprovveduto e chi crede di
essere intelligente a ingannare gli altri e automaticamente a darsi
ripetutamente e forse indirettamente ma sempre più indubbiamente la zappa sui
piedi?
- Chi?
- Straccio
che dice a cencio, tutti si accusano a vicenda di essere stupidi, o ignoranti,
insomma di non aver capito, di informarsi prima di aprire la bocca... una volta
si capiva meglio chi mentiva, o chi aveva effettivamente ragione, tutto è
diventato troppo confuso, non ci si capisce più niente. Sembra impossibile che
gli individui siano diventati circonventori e incapaci allo stesso tempo!
- Stai
parlando delle fake news?
- Anche, ma è
l’uomo moderno in senso generale che mente a sé stesso, è un autosabotaggio
continuo...
- Inteso come
singolo individuo o come umanità?
- Tutti e
due, a turno e poi mischiati.
-
Effettivamente...
- Hai visto
il caso di un attivista di destra americano ucciso da uno che era ancora più di
destra e che volevano farlo passare per un omicidio di sinistra?
- Sì, mi pare
di aver letto di qualcosa del genere.
- E come lo
definiresti?
- Straccio
che dice a cencio?
-
Esattamente! Se le due parti la smettessero di accusarsi a vicenda di accusarsi
a vicenda e voler fare di ogni cosa che succeda una propaganda piuttosto
forzata... spesso basata su notizie false, se pensassero a quali sono i veri problemi...
Gli ho chiesto se frequentava quel
locale, ha detto di sì, che era alternativo abbestia.
Poi mi ha portato al gabinetto, ne avevo bisogno anch’io come lui, mentre
effettuavamo lato a lato, mi ha fatto vedere che sul muro del pisciatoio c’era
uno specchio che rifletteva una poesia stampata sulla parete opposta, ma al
contrario, quindi sullo specchio si leggeva bene, era di Stefano Benni e non la
conoscevo, il giorno dopo me la sono andata a cercare in internet.
Lamento del mercante d’armi
Ho venduto un
pezzo di cannone
poi le ruote e
un altro pezzo di cannone
la culatta e
l’otturatore
il mirino e un
altro pezzo di cannone
e altri tre
pezzi di cannone
e adesso c’è uno
in televisione
che dice che mi
spara col mio cannone
chi lo sapeva
che coi pezzi di cannone
avrebbe fatto un
cannone?
Se lo avessi
saputo
mica avrei
accettato l’ordinazione.
Ho venduto cento
elicotteri
con relativo
armamento
e un sistema
puntamento missili
e un sistema
anti-sistema di puntamento
adesso
l’elicottero è lì che spia
come un falco
sopra casa mia.
Se lo avessi
saputo cosa voleva fare
non gli avrei venduto
la testata nucleare
era così
distinto, un vero signore
chi poteva
sapere che era un dittatore?
Se avessi saputo
che un cliente
può diventare un
nemico
della mia patria
dell’Occidente
vi giuro gente
lo giuro sui
figli
lo giuro su Gesù
gli avrei fatto
pagare
il cinquanta per
cento in più.
Da qui si vede
la mia buona
fede.
Poi mi sono accorto che quel locale era
un dedalo di corridoi, quasi un labirinto, alcune pareti erano foderate di
specchi che riflettevano quello che c’era scritto alla rovescia sul rispettivo
muro di fronte. Proverbi, pezzi di testi famosi o meno, poesie, aneddoti e
frasi fondamentali, alcuni con il nome dell’autore ed altri senza:
Per ottenere l’impossibile si deve tentare l’assurdo;
guardare dove tutti hanno già guardato,
ma vedere quello che nessuno ha visto
James Patrick March
Una delle cose fondamentali della vita è la dignità.
Non bisogna mai perderla.
Per non perderla basta non averla”
(Marcello Marchesi)
Intanto mi ero perso anch’io nelle scritte e non
ascoltavo più nemmeno Delio, che non per questo insignificante dettaglio abbia
smesso di parlare.
Quando siamo andati a letto, dopo una bella e ulteriore
pisciata sulla riva del lago, le cose scritte sui muri me le ero segnate nel
cervello e sono andato a cercarle il giorno dopo in internet.
La prima era un ragionamento che io ho estrapolato da
riflessioni interessanti, specifiche direi, microscopiche perché la gente in
genere non sa distinguere, poiché non ha metri di paragone e inoltre se ne
frega di cercarne e di averne:
...gli italiani
non sanno parlare, infatti non esiste - se non come calco dall’inglese - quel
termine che noi chiamiamo “turni di conversazione”, che nasce da una traduzione
dall’inglese. E basta aprire la televisione alle nove di sera e vedere che, dal
politico, all’attore, al talkshow, si parlano addosso. Non hanno questa
capacità di dire la loro, fermarsi e lasciar parlare l’altro.“
Umberto Eco
Una era un post di Facebook di un certo Ronaldi di Zorca,
fratello di uno che conoscevo.
SECEDA DOLOMITI, GAZA PALESTINA, SUDAN. Che cosa hanno in
comune queste quattro foto? Secondo me, tanto. Ci raccontano almeno le prime
tre, come avviene la comunicazione attraverso i social media, cosa percepiamo
della realtà che ci circonda, in definitiva cosa esiste intorno a noi. Non
credo sia una forzatura affermare che i social stanno condizionando
pesantemente non solo la modalità di comunicare, ma anche i contenuti del
nostro pensiero. Sembra che se non passa di lì un fatto, questo non esista.
Entrando nel merito, le prime due ci indicano come una foto diventata “iconica”
perché presente sui desktop dei computer di mezzo mondo, e , poi, rilanciata in
migliaia di post su FB e su Instagram, abbia determinato poi la volontà di
migliaia e migliaia di persone di andare a visitare quel luogo creando non
pochi problemi in ordine alla corretta gestione di questi imprevisti
visitatori. In pratica, per questi neofiti della montagna, neofiti delle
Dolomiti e della Val Gardena in particolare, l’unico obiettivo valido era di
andare a vedere il luogo per loro diventato “Iconico”, il Seceda. Se fino allo
scorso anno ogni mattina salivano sulla funivia per andare a visitarlo 100-200
persone, improvvisamente sono diventate migliaia. Questo ci dice tanto, secondo
me. Sicuramente, siamo in presenza di un bellissimo posto; però, nelle Dolomiti
troviamo tanti altri luoghi altrettanto belli e così facilmente accessibili.
Per non parlare, poi, di tutto l’arco alpino.Eppure, queste migliaia di persone
si sono presentate lì, senza l’abbigliamento necessario, senza aver
approfondito nulla di tutto quello che avevano intorno anche in termini di
alternative, per evitare ore di fila per accedere alla funivia. Dovevano andare
lì, sul SECEDA. Tutto il resto, non esisteva, non avevano alcuna informazione in
merito. I social non li avevano edotti. Ed ora passiamo a Gaza. Cosa dire?
Oltre 60mila morti (Fonte Ministero della Salute palestinese) di cui ca.20mila
bambini, ormai fra questi ci sono migliaia di morti per fame o mentre cercano
di approvvigionarsi il cibo. Centinaia di migliaia di sfollati. Opera di un
governo criminale, sotto l’ala protettiva degli Stati Uniti. Sui social
abbondano post che descrivono le situazioni e le efferatezze di Bibi. I post
spesso sono di influencer che rafforzano le proprie posizioni così come prevede
l’algoritmo, polarizzano ancor di più il “dibattito” che su FB non esiste. Il
meccanismo è semplice: qualcuno guadagna migliaia di follower e di like dicendo
quello che io mi aspetto che dica, non introduce elementi critici che gli
farebbero perdere consenso. Ribadisce e rafforza le mie posizioni; quindi,
dalla polarizzazione, si passa spesso alla radicalizzazione politica, fenomeno
così evidente in tutta Europa e negli Stati Uniti. La quarta foto, invece, è
della guerra che dall’ aprile 2023 insanguina il Sudan: secondo le Nazioni
Unite, 150mila morti, di cui migliaia bambini, morti per fame. Oltre 10 milioni
di profughi! Qui, però, non possiamo schierarci con nessuno e soprattutto
contro nessuno. Nessun influencer rilancia i fatti. Sui social questa guerra
non esiste. Non esiste uno scontro tra fazioni politiche facilmente
individuabili, non c’è il Grande Satana, l’ Occidente, origine di tutti i mali.
Purtroppo, e’ solo una questione umanitaria, molto cruda, di una guerra atroce,
morti violente, morti per fame, profughi, che non esistono. Non ci possiamo
creare delle fazioni contrapposte! Non esiste il bene, riconoscibile, contro il
male altrettanto facilmente riconoscibile. Non ci sono migliaia di post che
rafforzano la mia posizione! C’è solo una questione umanitaria che non
interessa a nessuno e di cui milioni di persone non sanno neanche l’esistenza
(vedi foto del Seceda). Noi siamo immersi in questo mondo comunicativo, veloce
e superficiale, dove i fatti “fluiscono” come i post di FB, dove non si
approfondisce più nulla. In questo mondo della comunicazione, i social hanno
tanto successo perché evidentemente rispondono ad un bisogno reale dell’Uomo,
di sentirsi parte di un Tutto, di avere un ruolo, di non essere passivo, di
poter dire la propria, anche se non sa niente di Dolomiti, di Ucraina, di
Palestina, anche se fino a ieri non sapeva cosa fosse un Kibbutz o il Patto
Molotov-Ribbentrop, gli accordi di Camp David oppure quelli di Oslo oppure cosa
è il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, In questa “ Società degli Uguali” dove
non è richiesta nessuna competenza ed anzi non viene riconosciuta nessuna
autorevolezza, siamo tutti alla pari. I social sono il luogo della NON
conoscenza, dove si può dire tutto ed il contrario di tutto. Il luogo dove oggi
si formano le coscienze politiche. Il luogo dove si polarizzano e si
radicalizzano. L’unica strada possibile è sapere che quello non è il luogo
della costruzione, del dialogo, della soluzione dei problemi. La CONOSCENZA è
il primo antidoto al conflitto, la base per la soluzione dei problemi. Il mio
post vuole essere solo un INVITO alla conoscenza che non si può raggiungere
leggendo post o condividendoli.
L’altro anche
era di Facebook, ma parlava dei cinesi in maniera interessante:
Oltre
le difficoltà linguistiche
Sono un popolo che comunica con te in qualsiasi modo, anche a gesti se
serve. Non si tirano indietro, vogliono conoscerti. E se tu gli fai
qualche domanda, sono emozionati nel vedere che ti interessi alla loro
cultura.
Sono curiosi, staranno ad ascoltare qualsiasi cosa gli raccontiate e vi faranno
anche domande strane come “esistono le carote in Italia?”. Quando gli direte
che siete italiani, poi, vedrete la loro espressione! La verità è che pochi di
loro sanno veramente dove si trova, sanno però che è una terra lontana e
affascinante, e come dargli torto?
La Cina è il paese dove mentre cerchi di capire la cartina arriva una
famiglia che ti accompagna in giro per la città e a fine giornata ti invita a
cena a casa loro pur avendo evidenti problemi di comunicazione. Perché a cosa
serve parlare, quando ci si può scambiare dei sorrisi così grandi? Dove se
dimentichi lo zaino da qualche parte ti inseguono di corsa per restituirtelo.
La Cina è il paese dove le signore anziane sull’autobus si alzano per
lasciarti il loro posto anche se hai vent’anni, dove gli altri passeggeri ti
indicano un posto libero, ti fanno segno di stare attento a picchiare la testa.
La Cina è il paese dove puoi fermarti a parlare con
signore anzianissime di una minoranza le cui donne non tagliano mai i
capelli, farti spiegare la loro cultura e mostrare come se li arrotolano sulla
testa. “Siamo brutte, abbiamo i capelli bianchi ora”, invece erano radiose.
La Cina è quel paese dove ti basta farfugliare un ni
hao per essere accolto a braccia aperte. Dove quando non capisci a che
fermata devi scendere, la signora a cui hai chiesto indicazioni chiede a tutto
il resto del pullman per essere sicura di indicarti quella giusta, e se finisce
lontano da te te lo urla a squarciagola dal fondo dell’autobus che devi
scendere proprio lì.
Un’amore in comune: il cibo
Se c’è un luogo in cui capire meglio la cultura cinese è – insieme ai parchi pubblici – il treno,
ancora meglio se il treno lento e notturno che
prendono tutti quelli che non hanno abbastanza soldi per prendere il treno
veloce. Proprio sui treni mi è capitato moltissime volte che sul treno le
persone mi abbiano offerto la frutta che si erano portati per il viaggio.
Ho visto un uomo fissarmi come sempre fanno quando non sono abituati a
vedere occidentali. Ecco – penso – un altro. Poi mi giro, mi sorride e mi porge
un pezzo del pomelo che stava mangiando. “Sai come si mangia?”, mi chiede.
Faccio di no con la testa e mi mostra come fa, poi mi porge un altro pezzo.
Quando i miei genitori sono venuti a trovarmi in Cina, appena arrivati
hanno preso un taxi dall’aeroporto all’albergo dove alloggiavano. Non parlando
cinese, hanno avuto un po’ di difficoltà, ma alla fine il taxista gli ha
regalato delle pesche, per simpatia.
I cinesi cercheranno sempre di farti assaggiare qualsiasi cosa: per loro,
la cucina (o la frutta) cinese è sempre la più buona.
Una volta ho visto salire sull’autobus una signora che aveva appena
comprato al mercato una specie di pagnotta. Dopo mesi e mesi di ciotole di
riso, ho iniziato a fissarla chiedendomi se fosse vero o se avessi le allucinazioni.
Lei mi ha vista, ne ha strappato un pezzo e sorridendo me lo ha porto.
Quando le ho detto che era buono, me ne ha dato un altro pezzo ancora più
grosso.
Questa è la Cina che non ti aspetti.
I cinesi sono tante cose, sono anche tanti e sicuramente ci sono persone
che non rientrano in nessuna delle categorie sopra citate, ma altrettanto
sicuramente sono un popolo dal cuore grande, genuino.
Un popolo a cui va data una possibilità, andando oltre dei semplici
stereotipi, andando oltre quello che crediamo di sapere per sentito dire,
andando sempre oltre.
Con l’internet di oggi si vive l’ieri come se fosse un
domani. Mi spiego meglio: attraverso il computer e i film, le serie televisive,
i documentari i video di Youtube e la musica, dalla Cina ho l’occasione di
rivivere il mio passato italiano attraverso i ricordi, per fortuna che ho una
memoria che funziona abbastanza, almeno sui momenti e le circostanze, le
situazioni in questione nel tempo e nello spazio.
Con Delio siamo diventati amici a distanza, dalla Cina
gli scrivo spesso e lui mi risponde da Soriano sul Cimino con lettere di decine
di pagine elettroniche, io sono più stringato, ma la nostra conversazione è
interessante, credo per entrambi.
A scuola non ci eravamo mai notati, nel senso che eravamo
giovani in formazione e magari tutti e due timidi, anche se in maniera diversa.
Capitolo IX
Capodimonte e Plinio
Il nostro prossimo contatto, ultimo prima di tornare a
casa è stato Plinio, uno psicologo, che ha intervistato me, invece che io lui
come mi ero prefissato.
A Capodimonte, sul lago di Bolsena, paese bello nelle
cartoline, ma piuttosto scialbo al suo interno, ci siamo incontrati in presenza
della sua cagnetta Matilde, un batuffolone beige screziato di marrone al
guinzaglio rosso e abbiamo passeggiato un po’. Forse nemmeno i cinesi se la
sarebbero mangiata, tanto era eterea e irreale.
Stimolato o forzato dalle sue domande, non saprei dire in
che misura, sono partito piuttosto sul largo, tra le altre cose ricordo bene di
avergli fatto un rapporto dettagliato sul tutto e il niente, ma focalizzato sul
mio paese di adozione:
- Non credo che sia una cosa positiva, ma in Cina una
sola fabbrica senza lavoro umano, produce 1440 automobili ogni 24 ore, vale a
dire una al minuto.
Nella Mongolia Interna, la Cina ha lanciato la più grande
flotta al mondo di camion minerari elettrici senza conducente.
A Napoli in alcune cose sono associati alla Camorra in
altre sono in concorrenza.
A Prato pare che ci siano cinesi immortali, se andiamo a
controllare la verità è che quando uno muore un altro automaticamente prende il
suo documento italiano.
Noi pensiamo che si assomiglino tutti, quindi anche la
nostra polizia. Ma loro non sono affatto d’accordo.
Prima di partire per la Cina l’Italia era già piena di
cinesi. Più evidenti tra tutti oggi i bar, di tutta la penisola, sono stati
attaccati e felicemente conquistati.
Mi erano piuttosto simpatici, forse perché non li capivo
bene e la cosa era reciproca, non ce ne facevamo comunque una colpa.
Plinio annuiva e mi domandava quasi con noncuranza, in
maniera che io non potessi rifiutarmi e alle mie questioni rispondeva laconicamente,
con ammirevole abilità e cortesia, eludendo tutti i punti chiave.
Intanto io continuavo a confessarmi, in fondo di persone
che ti ascoltano se ne trovano sempre più poche qua in giro sulla terra.
- Ricordo un dialogo più recente, la penultima volta che
sono rimpatriato, nel bar di Bacchio con una nuova barista, alla quale avevo
chiesto un pezzo salato vegetariano e lei che non aveva capito, aveva risposto:
“Sono tutti italiani!”
Ho riso, avevo capito che spiegarsi era difficile, e
forse la barista era appena arrivata dall’estremo oriente. Ho dunque accettato
e mangiato, non senza difficoltà digestive, l’unico che conteneva della carne e
precisamente della salsiccia, veramente gustoso, ma piuttosto pesante la
mattina per un sessantenne.
I cinesi mi chiamano lo
scrittore pazzo che viene da lontano che suona più o meno così: Láizì yuǎnfāng de fēngkuáng zuòjiā. (來自遠方的瘋狂作家)
Diciamo che il
libro comico, o anche solo di un certo buonumore, non fa parte della loro
cultura, quindi è un fenomeno di nicchia, non so se più o meno di quello che
sarebbe stato in Italia. Viene comunque spesso etichettato come libro per
bambini.
Di buono c’è che sono tanti, alcuni direbbero troppi,
insomma una piccola parte dei cinesi esistenti mi permette di vivere
divertendosi con i miei libriccini. Trovano irresistibile assai soprattutto venire
a sapere come gli europei considerano i cinesi. Forse anche a riflettere su
come loro di rimando ci considerano.
Una delle scene più buffe per loro è quella del
camorrista napoletano che dice a un altro camorrista napoletano ma più giovane:
“I cinesi sono come bambini: se gli dici che a Napoli il bianco
si dice nero, ecco che ci credono e lo mettono subito in pratica.”
Per loro non sembrano opposti, il bianco e il nero. Tanto
per dire che i colori sono belli e importanti, ma forse non necessariamente in
concorrenza tra di loro. Diversi da noi nel paradigma di integrazione, lo
preferiscono al nostro di individualità.
(Mi è sembrato che a Plinio i cinesi non gli
interessassero eccessivamente e quindi ho intrapreso alla larga una mia
introspezione. Lui si comportava come se stesse lavorando, annuiva e sembrava
che si annotasse mentalmente le mie distorsioni e conseguenti malattie, anche
se passeggiavamo in maniera piuttosto piacevole e confusamente dentro di me speravo
che alla fine non mi avrebbe presentato il conto.)
La barba a mio padre veniva brutta e a chiazze, lunga e
corta, bianca, grigia e castana, a me anche non viene tanto bene, eppure
nonostante il fastidioso prurito, quando mi guardo allo specchio mi ci
riconosco più con che senza.
Uno tra i non rari
motivi di disaccordo con la mia seconda moglie è stata la barba. Diceva che per ovvi motivi di bacio la mia
faccia le risultava piuttosto spiacevole in quanto spinosa, dato che quella mia
determinata peluria non superava mai la fase di corta e ispida. Se me l'avesse
lasciata crescere ho motivo di credere che in seguito sarebbe diventata più
gradevole e se non proprio morbida certo meno pungente.
Il bacio stesso, me ne rendo conto solo ora che la
seconda se ne è andata, mi risultava poco ambito a una certa età, per via che
avevo spesso saporacci in bocca, sia perché mangiavo volentieri aglio e cipolla,
ma anche per certi lavori dentistici che rimandavo finché non fossero proprio
indispensabili, cioè al sopravvenire del dolore.
Quando le ho detto
che il bacio era una cosa da giovani, al quale io ormai avanzato oltre la
cinquantina non tenevo più, lei l'ha presa come una cosa personale, come se
fosse lei ad avere un cattivo sapore, o alito, invece ero io.
Mio padre era
solito dire che in psicologia chi si fa crescere di proposito una barba,
inconsciamente lo fa per nascondersi, e visto come nel frattempo è diventato il
mondo, io che non ho mai voluto mettermi in mostra, in vecchiaia se possibile
lo desidero ancora meno.
(Stranamente tra
noi due la barba era un comune denominatore, forse era un mio tentativo di
fargli confessare qualcosa?)
Personalmente ho sempre avuto più affinità e abilità con
le parole e le frasi, meno con i numeri e le varie operazioni, algoritmi,
equazioni e sistemi su tutto.
Anche le parole però si sommano e si sottraggono, si
dividono e si moltiplicano, per le cui radici quadrate e cubiche ho qualche
difficoltà, meglio quelle tonde o sferiche.
La radice della parola altro non è se non un’origine, i
vocaboli hanno tutti una provenienza certificabile, eppure non da me, ma se anche
non la conosco talvolta me la invento. Succede più spesso di quanto si possa
pensare e comunque non è che ci si pensi tanto.
Non ho mai capito se sono un tipo tendente al curioso o
no. Magari in alcune cose sì, ma in
altre assai meno, come per esempio con la gente. Non voglio farmi gli affari
altrui, ma mi chiedo spesso come vivono i colleghi di esistenza che incontro
sul mio cammino terreno, uomini e donne, giovani o vecchi.
Perfino i cinesi, tanto per fare un esempio, che sono
esseri umani anche loro, ma a me sembrano praticamente degli extraterrestri.
Poi non gli domando niente, forse perché so che a me non
piacerebbe se a chiedermi qualcosa fossero loro e poi sia con il Mandarino che
con il Cantonese non mi sento ancora tanto a mio agio.
Non sono lingue difficili, come sono universalmente
considerate, per lo più a torto, ma sono suoni che per noi occidentali sono
difficilmente pronunciabili e poi se le devi scrivere è un altro discorso a
parte, lasciamo perdere.
Tornando a me, sono considerato complicato, anche da me
stesso, e qui siamo tutti d’accordo.
Sono uno aperto e chiuso allo stesso tempo, serio e
scherzoso, fanatico e menefreghista, pignolo e approssimativo, stupido e
arguto. Potrei continuare e finirei per annoiarmi della mia stessa complessa
personalità.
Dentro di me ho tante di quelle contraddizioni, che anche
un semplice inventario delle voci principali sarebbe proibitivo, anche per una
mente allenata alle mille parentesi.
Quando mi sono trovato a perdere mia moglie, nel senso
che mi aveva lasciato lei e aveva anche fatto bene, purtroppo era la seconda, e
di sicuro l’ultima.
Figli non ne avevo, ma due consistenti cani e due
improbabili gatti.
Soldi sì, quelli dell’eredità, ma senza esagerare.
Ma la vera confessione è stata questa, poco prima di
lasciarci:
Le scomuniche sono state il tema della mia vita, e che
questo tema, a ogni cambiamento radicale, torna a farsi sentire con una
puntualità svizzera. Posso pure autodenunciarmi. Forse è tutta colpa mia. Forse
sono io che faccio scappare tutte le persone. Alcune coscientemente, visto che
non mi garbano, alcune nella completa indifferenza e altre contro la mia
volontà, almeno in apparenza, quelle che mi piacciono.
Lui ha annuito come se gli avessi detto che mi garbavano
i film di Totò, dopotutto una cosa abbastanza normale.
Su di lui tutto quello che ho appreso è che Plinio è
stato sposato due volte, ha lasciato qualche figlio in giro, ma non ha specificato
quanti, né dove. Ora vive da solo, cioè con Matilde, cagnetta che non abbaia e
non mostra alcun sentimento, sembra piuttosto soddisfatto e affabile, ma sul
suo sguardo rimbalzano le saette.
Tra le poche cose che ha detto c’è stata questa, che mi è
garbata abbastanza:
- I cani hanno
la loro maniera di esprimersi, notoriamente non parlano, come pure gli altri
animali, ma ho ragione di credere che a volte gli piacerebbe poterlo fare, se
non altro per mandare affanculo proprio noi, i cosiddetti esseri umani, per
così dire troppo disumani con loro, e pure con noi stessi. Su questo siamo
d'accordo.
Capitolo X
La mia missione segreta ma non troppo nel sud della
Toscana era terminata, saremmo tornati verso casa la mattina seguente, ma prima
mia sorella ci aveva invitati a cena a casa sua con la famiglia.
Mentre piluccavamo gli antipasti e sorseggiavamo il buon vino
bianco di Pitigliano, pensavo a quanto vicini e lontani eravamo noi, cioè sia
io e lei e con mio fratello, che pur molto diversi da me e tra di loro, erano
le persone in vita che conoscevo da più tempo, ma conoscere è spesso una
parolona sproporzionata ai fatti e ai controfatti.
Ci parlavo poco, è vero e loro mi rivolgevano la parola
più che altro per criticarmi, spesso per chiedermi perché diavolo facessi
quello che facevo, perché minchia non facessi quello che avrei dovuto fare
secondo loro. Anche tra di loro non andavano certo d'accordo su quasi niente. Mi
pare giusto, in fondo siamo tutti diversi e non dobbiamo sempre necessariamente
fingere il contrario, come vorrebbe la famigerata società.
Io li guardavo e tacevo, spero con sguardo saggio e
benevolo, ma forse anche con qualche sfuggita scintilla di ira negli occhi,
ogni tanto.
La cena è stata piacevole, almeno a livello gastronomico,
enologico e antropologico, il vino scendeva che era una bellezza e il mangiare
era leggero e saporito.
A differenza di mia madre che cucinava bene, ma molto
pesante da digerire, Alda aveva negli anni imparato a cucinare altrettanto
bene, ma molto più leggero e i sapori non erano nemmeno troppo forti, che era
come io avrei voluto mangiare sempre, e spesso non mi riusciva, anche quando a
cucinare ero io, ma avevo ancora troppa inesperienza e confusione in testa,
almeno a livello di gastronomia attiva. A giudicare e a dare i voti invece ero
bravissimo.
Distrattamente ma non troppo, tra di loro parlavano, con
alti e bassi, più o meno ad alta voce, o gridando, come se fosse un'occasione
imperdibile per dirsi tutto quello che avevano sul gozzo da tempo.
In un primo
momento attaccando me e poi lasciandomi perdere, visto che non reagivo.
Mi è venuto in mente che io mi comportavo così
differentemente da come avrei fatto in passato perché era quello che avevo
imparato in trenta rapidi ma intensi anni cinesi.
Verso la fine, con tre bottiglie scolate e il Passito di
Pantelleria piacevolmente minaccioso sul tavolo, con i dolcetti secchi comprati
in pasticceria, erano stati poi i figli di Alda che avevano intrapreso la loro
necessaria e variegata rivendicazione. Ho notato che loro avevano almeno degli
obbiettivi e progetti futuri, quindi si comportavano di conseguenza o giù di
lì.
Guardandomi giovialmente
attorno, consideravo che la differenza più evidente tra cinesi e italiani era
che i miei compaesani dovevano sempre e comunque dire la loro su tutto,
protestare e contestare tutto e tutti, giustificare sempre e comunque sé
stessi, non dare mai per nessun motivo ragione agli altri, (se non per
arrufianarsi per i soliti e noti motivi) per poi non cambiare nei fatti giammai
il loro modo di agire.
I cinesi invece erano apparentemente più saggi, non si
pronunciavano che quando erano sicuri di qualcosa, o non ne potevano fare a più
a meno.
E io come ero?
Dentro criticavo e pontificavo, ma non dicevo niente,
forse era vero che i miei occhi si erano strettiti e non si spalancavano più. Amavo
essere sorpreso, ma non mi piaceva dimostrarlo e forse non era più nemmeno
tanto facile stupirmi.
Quella notte sonnecchiando a casa di Aldina, ho cercato
di riassumere una tendenza comune ai miei incontri fino a quel momento.
Molto confortevolmente crogiolandomi sotto le coperte,
però sono arrivato solo a comprendere una mia logica - ma involontaria -
maggiore disponibilità ad ascoltare chi mi piaceva e a cercare di liquidare più
rapidamente chi si allontanava dalle mie idee o maniera di vivere.
Per il prossimo futuro mi sono ripromesso di cercare di
fare il contrario: cioè cercare di concentrarmi di più e meglio su quelli che
meno capivo e stimavo... e mentre pensavo a queste cose, devo aver iniziato a
russare, visto che mio fratello mi ha intimato più volte di girarmi, di
cambiare posizione, come al solito.
Il giorno dopo però, in automobile ruotante, mi sono reso
conto che con questa specie di falsa saggezza mi atteggiavo a essere ormai
fuori dal gioco, tecnicamente non lavorando più e scorgendo le passioni degli
altri esseri umani da lontano, come se io non ne facessi più parte e forse mi
sbagliavo, ma non del tutto.
Il dolore che avevo allontanato da me stesso e dalla mia
apparentemente senza senso e saltellante routine di
pseudo-pensionato-intellettuale-orientaleggiante era solo assopito e nascosto.
Bastava un problema fisico per farlo riaffiorare più forte e minaccioso che in
precedenza.
È stato quello che è successo nei giorni seguenti, un
doloretto al piede sinistro che mi impediva di camminare, come ero abituato a
fare tutti i giorni, mi ha precipitato in un abisso di malumore.
Riguardo quei giorni, che sicuramente erano stati assai
produttivi e utili ai miei pensieri, ho trovato in seguito una pagina scritta e
di cui non mi ricordavo assolutamente niente, che mi ha fatto riflettere su
quello che ero diventato mio malgrado, ma anche segretamente compiacendomene, a
ciò che ancora nascondevo a me stesso.
La data che metto in alto a destra, in ogni pagina di
appunti, mi ha riportato ai miei pensieri sotterranei di quei giorni, ecco che
lo stupore riguardo me stesso era ancora vivo e frequente.
La maniera che ho di rifiutare gli altri è dandogli la colpa, o la
responsabilità di tale rifiuto, ma invece sono io che mi chiudo in un sogno di
fantasia e razionalità.
Stanotte ho sognato di nuovo acqua, molta acqua che scorreva inarrestabile,
in un fosso murato ma vecchio, muschioso sui bordi e pieno di limo verde e di
alghe lunghe che fluttuavano sinuosamente nella corrente.
Trattandosi di acqua pulita ho letto da più interpretatori di sogni che
risulta un inequivocabile buon segno, se era ferma e sporca invece sarebbe
stato cattivo.
Però non mi ricordo per cosa, o forse la spiegazione loro non me l’hanno
mai fornita, e hanno fatto bene perché tanto non ci avrei creduto.
Nel dormiveglia, ormai caratteristico delle mie notti degli ultimi anni, ho
fatto alcune riflessioni, alcune di una certa razionalità e che
sorprendentemente poi mi ricordo anche dopo essermi alzato.
Una volta invece, sia i sogni che gli eventuali messaggi notturni in stato
di percezione alfa, se mai sia esistito o comprovato, non me li ricordavo mai
da sveglio.
Va bene, per favore teniamo anche conto che a due anni sono stato portato
in un manicomio spensieratamente a crescere, che la mia realtà e molto più
rarefatta eppure appiccicosa, non ho abbastanza parole per spiegarvela, oppure
per cercare di capirla fino in fondo, accontentatevi, chiunque voi siate.
Una mia vecchia fiamma che mi ha rifiutato a suo tempo,
avevo forse vent’anni, ma non ho mai capito se era stata lei a snobbarmi o io a
volermi autosabotare, facendola fuggire prima del tempo. Sapevo che viveva
ancora vicino a Bacchio, ma ero indeciso se andarla a trovare o no.
Nel caso in cui mi fosse piaciuta ancora, evento non
tanto facile a realizzarsi, avrei cercato in qualche modo di avvicinarmi a lei,
oppure no?
Questi interrogativi mi immobilizzavano, come era già
successo spesso nella mia esistenza terrena. Smaterializzandomi un giorno tutto
questo sarebbe terminato, magari dall’alto delle nuvole ne avrei riso anche
volentieri, chi lo sa?
DIALOGHI CON ME STESSO
- Nella vita ci
vuole pazienza...
- Manco a farlo apposta proprio la cosa di cui sono meno
dotato...
- Ma riconoscendone il valore si può anche cambiare, o
no?
- Vero, però si deve anche stare attenti a non esagerare
- Infatti.
- È una cosa che succede spesso a chi possiede una
pazienza artefatta, poco naturale, come la mia.
- Direi di sì, ma allora cos’è che ti capita?
- Che ogni tanto, e proprio quando meno sarebbe logico,
io scoppio!
Dialogare con le persone giuste ci aiuta a fare chiarezza
a noi stessi, su noi stessi e per noi stessi, ma le persone giuste sono rare e
hanno altro a cui pensare.
Di solito dialogare con gli altri mi confonde, mi
allontana da verità da me in precedenza faticosamente raggiunte, assodate e
collaudate.
Mio fratello e mia sorella, per quanto bene gli voglia,
nel normale e quotidiano scambio di idee mi massacrano il cervello, il cuore
per questo si allontana istintivamente da loro, ma più di tanto non è pratico
né possibile.
Capitolo XI
Introducendo PAS
Per un europeo e italiano, anche se piuttosto atipico, la
vita in Cina sembra quella di un altro pianeta, ma poi ci si abitua e i pianeti
sulla terra sembrano in seguito vari e ben distinti.
La televisione l’ho bandita da anni, ma i film li guardo
spesso scaricati in internet, serie televisive anche vecchissime, ascolto le
canzoni e tutto quello che permette al passato di non passare mai del tutto.
Per il tipo di vita che abbiamo fatto in famiglia tutti
noi tre figli siamo più o meno autistici, forse da soli ci sentiamo meglio, pur
cercando a volte affannosamente la compagnia.
Una cosa che mi ha sempre dato fastidio erano i miei
amici o conoscenti che in presenza di una ragazza diventavano diversi,
parlavano di più, facevano i prepotenti, volevano farsi vedere in una maniera
differente da come erano di solito, mentre io apprezzavo specialmente chi era
sempre sé stesso, nel bene e nel male.
Da ragazzi la bellezza fisica ci attrae di più che da
anziani, come sono ora, in Italia - specialmente a quei tempi - si vedeva nella
donna qualcosa di angelico, che poi nei fatti non è così e quando ci se ne
accorge magari la nostra maniera di fare è già troppo indirizzata da questo
particolare punto di vista.
Ultimamente sono entrato in contatto, attraverso
Facebook, con una donna che ho conosciuto tanti anni fa, anche se non ci avevo
quasi mai parlato.
È stata la ragazza di due miei amici, uno alla volta
naturalmente e forse non erano veramente miei amici, come credevo. Anche
l’amicizia con il tempo mi si è ridimensionata, non mi faccio illusioni, cerco
di mantenere i sentimenti senza volermi ingannare.
Lei era bella e ambita insomma, faceva colpo a quei
tempi. Ha più o meno la mia stessa età, forse un po’ più giovane. All’epoca
dovevamo avere poco più di venti anni. Comunque nonostante la mia personalità
insignificante all’epoca, la mia timidezza esagerata, lei si ricordava di me.
Mi ha spiegato che recentemente aveva scoperto, suo
malgrado, di essere una PAS, cioè una Persona Altamente Sensibile. Era entrata
nell’argomento per raccontarmi dei suoi guai e delle sue crisi, dovuti proprio
a quel determinato tipo di personalità.
Le persone altamente sensibili
(PAS) sono una fascia di individui che possiedono una sensibilità
più accentuata rispetto alla media della popolazione. Questa
caratteristica, implica una maggiore profondità di elaborazione delle
informazioni sensoriali, emotive e sociali.
Essere altamente sensibili non è una patologia ma un tratto della
personalità che può influenzare vari aspetti della vita quotidiana.
Chi sono le persone altamente sensibili?
Tra le caratteristiche delle persone altamente sensibili c’è una
percezione accentuata degli stimoli esterni e interni. Tali stimoli possono
essere fisici come suoni, luci e odori, oppure emotivi, come i sentimenti degli
altri e le dinamiche sociali.
Le PAS tendono a riflettere profondamente sulle loro esperienze e
a provare emozioni in modo più intenso e duraturo.
La sensibilità accentuata è un tratto comune, ereditabile e conservato
evolutivamente, che descrive le differenze interindividuali nella sensibilità
agli stimoli ambientali sia negativi che positivi.
Una branca che non sapevo nemmeno esistesse e anche se
sono contrario a molti tipi di forzato ridurre tutto e tutti in categorie,
questa qua per ovvi motivi mi ha intrigato e sono andato a documentarmi.
Lo sospettavo dal primo momento, ma ho cercato di non
farmi influenzare: anche io faccio parte di questa fascia di individui che
danno estrema importanza a tutto quello che succede intorno a loro, che se ne
fanno influenzare a volte eccessivamente, che inevitabilmente durante la loro
esistenza soffrono più del dovuto, ma gioiscono anche intensamente di cose che
per gli altri sono insignificanti.
Tutto questo ha determinato una vita da ribelle a ogni
convenzione e un’attenzione estrema a ogni più piccola frazione di esistenza,
non solo mia ma anche altrui.
Non tutti i timidi sono PAS, ho motivo di credere, ma io
mi sono reso conto abbastanza presto di questo mio problematico rapporto con
gli altri, per questo ho cercato di sforzarmi sempre di stare in mezzo alla
gente, in maniera anche esagerata.
La teoria della sensibilità ambientale
Per sopravvivere e prosperare sul pianeta terra, è essenziale che tutti gli
organismi utilizzino le risorse ambientali, come il cibo e il supporto sociale.
Gli animali e gli esseri umani sono programmati per percepire, elaborare,
reagire e adattarsi a specifici elementi sociali e fisici dell'ambiente, sia
positivi che negativi, al fine di potersi riprodurre e mantenere in vita la
specie.
È interessante notare che esistono sostanziali differenze interindividuali
nella sensibilità e nella reattività all'ambiente, sia negli animali che negli
esseri umani. Alcuni sono molto più sensibili e reattivi rispetto ad altri, in
quanto il metodo di processamento dell’informazione passa attraverso
differenti correlati neurobiologici.
Tra le popolazioni, si osserva un continuum che va da una bassa a
un'alta sensibilità all'ambiente. Negli ultimi anni, la Sensory Processing
Sensitivity, che descrive le differenze interindividuali nella sensibilità alle
esperienze, e che è iniziata come un argomento poco conosciuto 20 anni fa, è
diventata una componente molto discussa della teoria della sensibilità
ambientale.
“Sensibilità ambientale” è un termine ombrello per le teorie che spiegano
le differenze individuali nella capacità di registrare ed elaborare gli stimoli
ambientali Insomma gli individui differiscono nella loro
sensibilità sia ad ambienti ostili che di comfort. Quindi i PAS
presentano una maggiore profondità nell'elaborazione delle informazioni,
una aumentata reattività emotiva e una maggiore consapevolezza delle
sottigliezze ambientali, una determinata facilità di sovrastimolazione.
Gli adulti con alta sensibilità ambientale che hanno riportato un'infanzia
infelice avevano punteggi più alti in emotività negativa e introversione
sociale, mentre gli adulti con alta sensibilità che hanno riportato un'infanzia
felice non differivano molto dalla popolazione più ampia di adulti non
altamente sensibili in questi tratti.
La ricerca di Elaine Aron
Il concetto di alta sensibilità è stato ampiamente esplorato
dalla psicologa americana Elaine Aron, che ha identificato quattro
caratteristiche principali delle persone altamente sensibili: profondità di
elaborazione, sovrastimolazione, reattività emotiva ed empatia, sensibilità
alle sottigliezze.
Queste caratteristiche rendono le persone altamente sensibili
particolarmente attente ai dettagli e ai cambiamenti
nell'ambiente circostante, ma possono anche causare stress e
affaticamento in situazioni di sovraccarico sensoriale.
Nel questionario che generalmente viene somministrato alle persone che
hanno un sospetto di PAS, vi sono domande relative la reattività alla caffeina,
alle stimolazioni luminose, la tolleranza al rumore e allo stress percepito
relativo le aspettative e le richieste altrui.
Si nota come l’ansia possa essere un sintomo con una certa dimensione e peso
emotivo nella vita di queste persone.
Risorse e fattori di rischio psicologici delle persone
altamente sensibili
Le persone altamente sensibili possono godere di numerose risorse
psicologiche, come una grande capacità di empatia, una ricca vita interiore e
un'attenzione ai dettagli che può portare a un'elevata creatività.
Malgrado tutto, queste qualità possono anche comportare alcuni fattori
di rischio. Le PAS sono più suscettibili allo stress, all'ansia e alla depressione, soprattutto quando
sono esposte a situazioni di conflitto o ambienti sovrastimolanti.
Nel momento in cui l’ambiente richiede lo svolgimento di più compiti alla
volta, la persona altamente sensibile potrebbe avere un vissuto altamente
stressante in quanto la sua capacità di rielaborazione richiede un tempo
maggiore.
Persone altamente sensibili e amore
Nel contesto delle relazioni affettive, le persone altamente
sensibili possono vivere esperienze molto intense e profonde. Possono
essere partner attenti e premurosi, capaci di comprendere i bisogni emotivi
degli altri.
Tuttavia, questa stessa sensibilità può renderli vulnerabili a ferite
emotive e difficoltà nel gestire i conflitti. Le persone altamente sensibili
infatti processano le emozioni in profondità e spesso sono molto disponibili
con gli altri, mettendo in questo modo le loro esigenze in secondo piano.
Forse a un certo punto sono stato troppo insistente,
nella mia solitudine magari mi attacco alle poche possibilità che mi capitano
di poter conversare piacevolmente con qualcuno, ma non volevo che pensasse che
avessi seconde intenzioni, anche perché io vivo a migliaia di chilometri di
distanza.
E poi alla mia età non cerco più nessuno per tentare
un’improbabile relazione intima. Non è per calcolo, è proprio una cosa che
sento naturale, essere me stesso è una roba che non voglio cambiare proprio in
vecchiaia.
Persone altamente sensibili e narcisiste
Un'altra dinamica interessante riguarda l'interazione tra persone altamente
sensibili e individui con personalità
narcisistica. Le PAS, per la
loro naturale inclinazione all'empatia e al supporto, possono essere attratte
da persone narcisiste, che tendono a manipolare e a sfruttare gli altri per
soddisfare i propri bisogni.
Questa combinazione può risultare particolarmente problematica, poiché la
PAS potrebbe ritrovarsi in una relazione disfunzionale e sentirsi costantemente
inadeguata o sfruttata. Il narcisista riesce a manipolare piuttosto facilmente
una persona altamente sensibile e, finché vi è un equilibrio nella relazione,
entrambe possono godere di alcuni vantaggi psicologici.
Nel momento in cui la personalità narcisista eccede nelle richieste di
attenzione, egocentrismo e autoreferenzialità, vi è uno sbilanciamento nella
coppia e la persona sensibile rischia di soccombere a tali stimoli.
Esiste una terapia per le persone altamente sensibili?
Non esiste una terapia specifica esclusivamente per le persone altamente
sensibili, ma diversi approcci terapeutici integrati possono essere utili per
gestire l'ipersensibilità e migliorare la qualità della vita.
La terapia cognitivo-comportamentale può aiutare le PAS a
riconoscere e modificare i pensieri negativi e le reazioni emotive
disfunzionali. Può essere poi utilizzata la tecnica della mindfulness, in quanto permette di sviluppare una
maggiore consapevolezza e accettazione delle proprie emozioni, riducendo così
lo stress e l'ansia.
Persone altamente sensibili: consigli per gestire
l’ipersensibilità
Le persone altamente sensibili possono adottare diverse strategie per
gestire la loro ipersensibilità e migliorare il loro benessere. Il primo passo
è quello di riconoscere e accettare la propria sensibilità come una
risorsa e non come una fragilità.
Avere uno spazio domestico tranquillo o un luogo sicuro dove
poter decomprimere lo stress diventa fondamentale, in quanto
l’accumulo degli stimoli porta le PAS a stati ansiosi o depressivi. All’interno
di questo spazio si possono praticare tecniche di rilassamento come yoga,
mindfulness e tecniche di respirazione.
È necessario poi imparare a dire di no e a proteggere il proprio
spazio personale per evitare il sovraccarico emotivo. Nel delimitare i confini
è inoltre funzionale imparare a chiedere aiuto creando una rete di
supporto intorno a sé.
Libri e film sulle persone altamente sensibili
La letteratura e il cinema hanno spesso esplorato il tema dell'alta
sensibilità, offrendo spunti di riflessione e rappresentazioni accurate di
questa caratteristica. Tra i libri più significativi, si possono
citare The Highly Sensitive Person di Elaine Aron, che è una guida
fondamentale per comprendere e accettare l'alta sensibilità. Quiet: the
power of introverts in a world that can't stop talking di Susan Cain,
sebbene focalizzato sugli introversi, offre molti spunti rilevanti anche per le
PAS. Infine, il libro di Rolf Sellin “Le persone sensibili hanno una
marcia in più: Trasformare l'ipersensibilità da svantaggio a
vantaggio” offre una nuova lettura dell’ipersensibilità, focalizzandosi
sui possibili aspetti positivi che ne derivano.
Il cinema offre film come Il favoloso mondo di Amélie, dove
vengono rappresentati personaggi con tratti di alta sensibilità, evidenziando
sia le loro sfide che le loro meravigliose capacità di percezione ed
empatia.
In comune con Amelie io ho passato molto tempo da solo da
piccolo, per giocare con altri bambini ho dovuto aspettare che il mio
fratellino nascesse e poi crescesse. I miei primi compagni di giochi sono
arrivati piuttosto tardi, questo può aver influito, secondo me.
Altri film come Inside Out esplorano la complessità delle emozioni
umane, offrendo un ritratto suggestivo di come le persone altamente sensibili
possono vivere le loro esperienze interiori.
Essere una persona altamente sensibile comporta sfide uniche, ma anche una
ricchezza di esperienze emotive e percettive. Comprendere e
accettare questa caratteristica può portare a una vita più autentica
e soddisfacente, arricchita dalla consapevolezza di sé e dalle profonde
connessioni con gli altri.
Conseguenza personale per me,
magari non condivisa da tutti i PAS, la scomunica ad amici o innamorate che
sono stati bocciati, per un motivo o per l’altro, e messi da parte senza tanti
complimenti.
Il fatto è che io fatico molto
per abituarmi a qualcuno più vicino, ma dopo, passato un inconscio periodo di
prova che può essere abbastanza lungo e non privo di intensi piaceri, poi mi ci
sento molto attaccato, anche quando dopo averlo riprovato/a in maniera
definitiva e inappellabile lo/la allontano, ci rimango legato affettivamente e
per sempre. Se e quando rifiutato io stesso dagli altri, essendo piuttosto
rompiscatole, poi mi ci sento legato lo stesso, anche se forse in maniera
diversa, ugualmente intensa.
https://www.unobravo.com/post/persone-altamente-sensibili-pas
I cinesi la bestemmia non la capiscono tanto bene e il vaffanculo non si
può tradurre letteralmente, ma che vuol dire? Anche i tedeschi dicono verpisst dich, che significa pisciati addosso, però il senso è
quello.
Purtroppo i cinesi in vacanza in giro per il mondo
non mi sembrano essere l’esempio più virtuoso ma sono certa che dopo un viaggio
nel loro paese potrò ricredermi.
(Improvviso ricordo di frase sul muro del bar sul
lago di Vico)
Tornato a Zorca del mio proposito di andare dietro alla
storia personale dei ragazzini che avevo incrociato a scuola, non me importava
più tanto.
Stavano tutti male, ho constatato, in una maniera o
nell’altra, o forse la mia esagerata sensibilità insisteva nel vederli così,
perché la mia realtà era molto meno limitata e schiava, almeno mi pareva.
In genere i cinesi sembravano più contenti, consideravano
la vita come si dovrebbe, anche secondo me, un miracolo della natura di cui in ogni
minuto dovremmo essere contenti, invece di lamentarci: per favore un po’ di
gratitudine!
A dirlo è la persona più sbagliata, lo so, da che
pulpito arriva tale predica? Eppure posso anche dire che la colpa di essere
così non è solo mia.
Per farvela breve degli esseri umani io mi sono
stancato, insomma siamo troppo complicati e assurdi, ci crediamo tanto
intelligenti e poi ci comportiamo come degli scemi.
Intanto dovrei terminare il libro incominciato e
portato già oltre le cento pagine, non ci sono abituato a scrivere per gli
adulti, m’illudo di stare scrivendo per i bambini, ma poi sono i grandi che mi
leggono, che poi parlando di Cinesi, sono neonati e vecchietti allo stesso
tempo.
Non mi resta che
parlare dei miei animali da cortile, insomma un quasi giardino, che assomiglia
più a una foresta, anche se pavimentata in alcuni punti e in altri assomiglia
un po’ alle rovine dei tempi indù, in mezzo a liane e a vegetazione piuttosto
equatoriale.
Le ultime
venti pagine, che qui sto per iniziare, sono per loro, quegli esseri
animaleschi eppure angelici, in un certo senso, loro si meriterebero molto di
più, ma non gliene fregherebbe a nessuno, insomma... intanto cominciamo.
Sono
affezionato ai miei cani e gatti come se fossero persone, forse di più e questo
forse mi potrebbe causare una scarsa imparzialità di giudizi alla quale non
tengo per niente, mettendo le mani avanti, però ne prendo - in un certo senso -
atto.
La loro
semplicità e prevedibilità è solo apparente, ognuno ha la sua personalità e
quanto all'affetto e alle varie possibili dimostrazioni basta farci caso, ma di
solito siamo occupati con cose molto meno simpatiche eppure crediami necessarie
e fondamentali.
Gli
esseri umani sono sicuramente più complicati e imprevedibili, ma queste sono
cose che ne rappresentano per me dei difetti e non dei pregi come si potrebbe
magari più facilmente pensare.
Parlando
di comportamenti di esseri umani, personcine piuttosto complesse e diverse
assai tra di loro, le variazioni possibili sono infinite, eppure si torna
sempre sulle stesse cose, gli stessi atteggiamenti, come se fosse tutto uno
stereotipo di luoghi comuni, fritti e rifritti, quasi come se fossero arrosto,
ma alla fine anche troppo lessi, rifiutandoci di vedere quante altre situazioni
ci possono essere, spesso più gradevoli.
Ci sono persone che non amano i cani?
Non me lo so spiegare, o meglio: non credo che ci sia una
sola spiegazione, può essere perché sono stati morsi da un cane, oppure non
hanno mai avuto contatto e vivendo in città temono ogni essere vivo, come se un
serpente e un gattino fossero la stessa cosa.
Ecco una delle malattie degli esseri umani è fare di
tutte le erbe un fascio, e qui non voglio alludere al fascismo, da tempo la
politica non mi interessa più.
Comunque il mio primo cane era un cane di strada
adottato, uno dei tanti spersi dai padroni e trovato da un bambino curioso. I
miei genitori poi fecero lo stesso, ma l'ho saputo da poco tempo, i miei erano
già defunti.
Il primo vero cane mio, nel senso che era anche di mia
moglie, è stato in Cina. L'idea di padrone di un essere vivente mi pare già
sbagliata, ma è uno degli aspetti disumani della società, non si può
semplicemente simpatizzare ed essere amici di animali senza incorrere nella
legge.
Anche i gatti
sono stati introdotti da lei, che forse come me ama più gli animali degli
esseri umani, infatti poi ci siamo lasciati, ma quasi di comune accordo.
Un pensiero letto su Facebook dice più o meno così: “Sono
diffidente con le persone che non amano i cani, ma mi fido assai di più del mio
cane quando qualcuno non gli sconfinfera e gli abbaia.”
Comprammo un cucciolo di pastore tedesco e lo chiamammo
Jun che significa eccellenza. Purtroppo si ammalò quasi subito di parvo-virosi
che è una malattia che può ammazzare un povero pelosetto indifeso.
Il veterinario chiamò la donna che ce lo aveva venduto,
un negozio davanti all'ambulatorio.
Lei disse che ce lo avrebbe cambiato, io dissi che andava
bene, mia moglie approvò, ma nel momento in cui dicemmo di sì, il cagnolino che
era sdraiato si alzò e ci guardò fissamente, tutti e due, negli occhi.
Tutti e tre avevamo capito che di conseguenza lo
avrebbero soppresso, Jun ci aveva appena ammonito, allora dicemmo di no, che lo
avremmo tenuto e curato.
Non voglio umanizzare i cani né i gatti, ma come cozza o
mitilo aveva fatto Jun a capire che stavamo parlando di lui, che quello era il
momento della decisione, che lui, abbandonato da noi come un oggetto, ne
sarenne morto?
Non lo so, ma la scena me la rivivo spesso, e i tempi
eramo giusti, Jun è stato un cane meravigliosamente affettuoso e intelligente,
simpatico e scherzoso, abbiamo giocato a pallone tutti giorni per tredici anni,
insomma quasi, perché negli ultimi tempi non camminava più.
Insomma qualla volta lì rimase dal veterinario come in un
ospedale, legato e sdraiato, per poter essere curato con la flebo, anche da
guarito e adulto poi, per tutta la vita ha mangiato sdraiato.
Purtroppo sia cani che gatti vivono poco, i felini
potrebbero campare di più ma sono più spericolati e soggetti a morte violente.
Insomma anche loro non arrivano a 20 anni normalmente.
I gatti sono più indipendenti e se ne vanno in giro oltre
i muri del giardino, sia per cercare nuove emozioni che in ricerca di cibo.
In generale sarebbero più tolleranti con i cani di quanto
essi siano con loro, ma li guardano anche con una certa sfida, che io credo
preventiva per fargli capire che non hanno paura.
Il mio attuale
gatto maschio è arrivato due volte a essere minacciato da attacchi di cani quando
era più giovane, in entrambi i casi è stato salvato, una volta dal mio vicino e
una volta da me. Entrambe le volte ho notato del sangue sul suo pelo, ma non
aveva ferite, il sangue era dei cani, provocato dalle sue unghie.
Poldo è un po' troppo irrazionale e rispetto alla sorella
mi pare molto più affettuoso e bisognoso di coccole, ma anche molto meno
intelligente. Lei non ha mai rischiato la vita, per esempio e i cani la
rispettano senza che debba sforzarsi tanto, il suo sguardo sornione le basta e al
massimo una miagolata di protesta è sufficiente.
Poldo e
Buccia dormono sul divano con la cagna, insieme la sera guardiamo spesso
qualche film. Poldo si struscia affettuosamente sulle mie gambe e anche su
Marina, ma talvolta è lei che per scherzare gli manca di rispetto e fa finta di
morderlo sul collo.
Gennaro è
il cane maschio, il più anziano di tutti, non dà nessuna confidenza ai gatti e
ha partecipato a suo tempo insieme a Giulia, che è morta da tre anni, al
tentativo di linciaggio di Poldo.
Gennaro è
il più ansioso e problematico di tutti e quattro. Quando verso l'ora di pranzo
preparo le porzioni di pappone di riso e carne, per tutto il tempo si lamenta a
piena voce, tanto che a volte lo mando altrettanto affanculo, lui esce e si
lamenta dall'altra parte della finestra, che essendo spesso aperta non fa certo
migliorare la situazione.
Una volta la preparazione era più rapida
perché davo a tutti e quattro la stessa cosa, anche se le proporzioni erano
diverse, ma poi ho visto che i gatti spesso non gradivano la stessa cosa dei
cani. Allora per loro mettevo un po' quel mangiare pronto dei barattoli e un
po' del riso e carne dei cani, ma spesso lasciavano tutto. Dipendeva forse
dalla loro caccia notturna di uccelli, topi e grossi insetti di cui staccano
parti a morsi cominciando dalla testa.
Allora
per loro nella ciotola ho messo separati il riso, un pezzo di carne e un po' di
cibo in barattolo, ma anche questo accorgimento a volte non andava bene.
Ora il
riso ce lo metto sempre, che poi tocca ai cani perché i gatti non lo mangiano,
ma Gennaro e Marina sono abituati al contentino; il pezzo di carne e il cibo in
barattolo lo levo dalle ciotole e lo metto fuori con la forchetta.
Naturalmente
ai gatti si deve dare da mangiare sopra l'automobile o sui tavoli dove dormono,
in grosse cucce ricavate da catini di plastica, se no i cani glielo confiscano
subito.
I miei
gatti sono grigi e bianchi, hanno il pelo lungo, in Italia del loro tipo non ne
ho mai visti, a primavera spelano parecchio e d’inverno sembrano assai più
grandi.
I cani
invece spelano parecchio anche loro, ma hanno entrambi il pelo corto. Marina è
sui quaranta chili e Gennaro sui venti.
Quando è
arrivata era un chilo e mezzo e lui, che era grande come ora, faceva il
prepotente. Ora è lei che invece fa valere la sua stazza e non vuole nemmeno che
lo accarezzi. Ma la rispettiva autorità vale e dipende anche dalle situazioni,
per esempio se lui è sdraiato per terra nel corridoio di entrata lei non può
passare e si lamenta, chiede il mio aiuto e io vado e faccio alzare Gennaro,
che capisce il mio richiamo ed esegue. Da solo però non lo farebbe.
Non è che i cani
siano stupidi, non è una questione di intelligenza, anzi per me il loro
vantaggio su di noi è che non hanno la concezione del tempo, o perlomeno non ce
l’hanno come la nostra, quella del genere umano occidentale.
Prendiamo per
esempio Pasquale, la stessa festa che mi faceva quando arrivavo dalla visita
all’alimentari qui vicino, me la faceva quando tornavo da un viaggio di un mese
o più.
A noi è proprio
il tempo che ci frega, ho ragione di credere, per noi quello è dannatamente
essenziale, ma proprio per questo non sappiamo usarlo, è lui che usa noi, si è
accorto del suo vantaggio e se ne approfitta.
La sopravvivenza
implica il lavoro, e quello non servirebbe per accumulare beni che non userò
nemmeno in minima parte. No, no, il discorso del lavoro è venuto fuori proprio
per via della sopravvivenza.
Loro invece
s’intendono di spazi, tali bestiole, mettere un animale in gabbia è più penoso
che per noi umani, perché lo spazio per loro è la libertà, mentre noi ci
cerchiamo sempre una prigione, un limite, insomma... e intanto il tic e tac del
tempo ci fa impazzire.
Se lo faccio in
maniera estrema, oppure se io esagero nel vivere come uno che non ha mai
lavorato, (come si suppone che debba vivere uno che ha i soldi) sarei sempre in
errore, perché perdo la mia strada, ingannato, quasi anestetizzato
dall’immagine di quello che fanno gli altri.
Per fare le cose
bene ci vorrebbe della calma, oltre a una certa specie di intelligenza pratica,
ma invece, se io penso al tempo, mi diventa un limite e mi viene
inevitabilmente della ingiustificabile eppure logica fretta.
L'importante
nella vita sarebbe proprio non avere mai fretta, ma il mondo attorno a noi non
ci aiuta, la nostra mentalità anche tende allo spremere tutto senza sentimento,
con il tempo non si può avere sentimenti. Il tempo può essere soggettivo,
occasionale ed elastico, ma anche inesorabile.
Il semaforo
rosso se siamo in ritardo dura il doppio e il verde la metà, se in più ho
bevuto del caffè la proporzione diventa uno a quattro.
Il nostro grande
limite è che sappiamo che dobbiamo morire, un altro grande vantaggio che i cani
hanno su di noi, non si sentono per niente in colpa se passano il giorno
dormendo, non sanno che cosa è la morte e se lo sanno giustamente se ne
fregano.
La grande
pazienza del cane si manifesta anche nel guardarci incessantemente mentre
mangiamo, possiamo anche non dargli mai - per principio - neanche un
bocconcino, ma loro non staccheranno mai gli occhi da noi, se mangiamo
qualcosa.
La pazienza è la
virtù dei forti, ma non è che i cani abbiano tanta pazienza così gratuita, in
genere sono piuttosto impazienti e ansiosi, ma in certe cose sono disciplinati,
la loro vita è piena di attese, fin da quando vivevano indipendenti da lupi
sulle montagne e hanno imparato che essere impazienti non fa che peggiorare le
cose.
La pazienza non
è innata nemmeno per noi, ma un certo talento che ci è dato dalla filosofia,
esperienza di vita e calcolo delle probabilità, instinto della ragione.
Nessuno però sa
applicare su sé stesso la stessa saggezza che regala generosamente agli altri,
specialmente a quelli che pensano di non averne bisogno.

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