Friday, February 27, 2026

I FENOMENI DELLA NATURA (non ancora pronto, mancano una ventina di pagine)

 


       (foto di Enrico Villani, scattata a Farneta - Lucca)



Caro Beppe

mi chiedi come si sta alle isole Azzorre, e ti rispondo che ci si sta bene assai, ma il turismo anche qui, che siamo lontanissimi da tutto e da tutti, sta prendendo progressiva forza e tu sai cosa significa. Comunque anche grazie a ciò abbiamo una ottima internet e gratis. A proposito visto che segui Geo in questi giorni è stato trasmesso un bel documentario su Ponta Delgada, dove vivo io e le bellezze della natura delle isole in questione, che qua sono veramente fenomenali, ma c'è tantissimo vento, a volte anche troppo, per fortuna ho pochi capelli, sennò mi spettinerebbe.

Con i soldi della pensione italiana mi arrangio abbastanza bene e mi sto preparando per venire a trovarti. Qui di voli per il Brasile non ce ne sono e devo tornare indietro direzione nordest fino in Portogallo o in Italia per poi tornare verso sudovest.

Quando vivevo a Satignano, in Maremma, avevo un alimentari e conoscevo tutti, forse te ne ho già parlato, ma andato in pensione mi è presa un po' di tristezza. Ora mi rendo conto che gli amici che ho lasciato là erano importanti, proprio per la sopravvivenza giorno per giorno, l’ordinaria amministrazione del tempo e dello spazio.

Senza saperlo, poi ho fatto un esperimento su me stesso, stavo dicendo e dentro un ignaro e distratto Facebook. Ho diviso la mia personalità in due parti, Pippo Zandegù è il mio nome, ma dall’altra parte da qualche anno c’è un personaggio che io pensavo fosse solo fittizio, Anatoli Orrico.

E mi sbagliavo.

Non mi ricordo perché avevo creato quest’altra personalità, almeno all'inizio, forse solo per vedere se era possibile. C’avevo messo una foto in bianconero di un capo indiano, ma era una faccia scura, in qualche maniera minacciosa, la gente era spaventata e me lo ha fatto notare la mia ex moglie, io non me ne ero accorto.

Il comportamento di Anatoli Orrico era già quasi delineato e differente da quello di Pippo Zandegù perché nascondendomi sotto una foto e un nome diverso, non avevo paura di essere giudicato, quindi rendendomi conto poi che questa foto del capo indiano mi faceva sembrare in una maniera che non era quello che a me piaceva, ho cambiato e ho messo la foto con la faccia di Hermeto Pascoal. Si tratta di un musicista jazz brasiliano molto simpatico, ma sconosciuto in Europa come in Brasile, almeno in quanto foto, filmati eccetera. Un anziano e bravissimo polistrumentista che ho visto in diverse interviste e mi è piaciuto molto per quello che diceva e mi garba anche la sua musica, comunque non tutta.  Ho notato che dimostrava pure una certa autoironia, per esempio in un programma di interviste, quello di Jo Soares, ha scherzato dicendo che era sempre stata bello assai, anche da bambino, ma scherzava e lo hanno capito tutti che prendeva in giro sé stesso, una cosa di grande intelligenza, che disorienta la gente e la rassicura allo stesso tempo.

Ha gli occhi storti ed è tutto fuori che carino, assomiglia a una specie di Babbo Natale strabico con i capelli lunghi bianchi, vestito spesso con camicette sgargianti, che qualcuno sceglie per lui, perché è quasi cieco. Anche per questo mi ricorda la mia defunta zia Natalia e mi ci sono affezionato.

Insomma questo era il mio primo e duraturo Alter Ego su Facebook, scelto abbastanza per caso, solo per simpatia, il che non è poco, almeno per me. Era importante anche che nelle foto fosse ritratto mentre cantava e suonava, questo gli dava un look da artista che magari mi piaceva in misura supplementare.

Che cos'è successo poi?

Dopo un certo periodo, la routine di Facebook mi ha portato a rendermi conto che tutte le volte che dovevo pubblicare qualcosa che mi lasciava dei dubbi, che mi faceva temere qualche rischio, qualche critica, lo facevo fare ad Anatoli Orrico. E allora anche quando facevo delle battute, cose stravaganti che mi venivano poi naturali, non so perché, impersonavo lui. Attualmente succede anche che quando sono Pippo Zandegù capita che io vada dall'altra parte, quando mi viene in mente qualcosa di più bizzarro. Anatoli pubblica meno, faccio più cose con il mio nome vero, e la mia relativa foto vera e attuale, ma mi sta molto più simpatico l’Orrico dello Zandegù, è molto più sincero e spontaneo, mi garba di più insomma. E non solo a me, quando è il suo compleanno a decine gli fanno gli auguri sebbene ogni volta io dica che il compleanno è inventato e lui non esiste, è un personaggio fittizio, la gente se ne frega, gli auguri arrivano a vagonate. Oltretutto anche i pezzi musicali che mette lui sono migliori e non capisco perché. Forse perché lui è un musicista e io no, è logico che se ne intenda di più e meglio.

In precedenza c’ho avuto anche la foto di un koala, per Pippo Zandegù, ed era carino assai, ma ho finito per concludere che era ambiguo. Come poi Laszlo Vaccariello, effimero terzo profilo, più intellettuale di Anatoli, certo meno rude e anche un po’ più fighettino di Pippo, forse influenzato dal nome e dalla foto, di non mi ricordo chi. Me lo hanno scoperto quasi subito però, e me lo hanno chiuso, ma mi mandano inviti e riferimenti costanti a lui che non riesco ad evitare, quasi come a prendermi in giro, ma non credo, è solo una delle tante loro automazioni che non funzionano. E non possono impedirmi di usare questo pseudonimo per i proverbi e le frasi fondamentali che invento ogni tanto.

Diciamo pure che nella vita mi sento anche troppo plurale, dentro di me c’è una tribù che sta eleggendo continuamente - e a suon di mazzate - il nuovo capo, lo stregone e lo scemo del villaggio.

A proposito di inganni e di quello che non riesci a cancellare del tuo passato, in una certa epoca ho dovuto aprire un altro Pippo Zandegù, perché il mio non me lo lasciavano più usare. Mi chiedevano oltre alla password di quando avevo aperto il profilo, la data esatta, o altre cose che nessuno potrebbe rispondere, a meno che non fosse un perfetto idiota che si segna anche quanti rotoli di carta igienica e di quale marca ha usato nell’ultimo decennio o cose del genere.

Così hanno fatto anche con Laszlo Vaccariello, non me l’hanno chiuso dicendo che me lo chiudevano, mi hanno fatto un test per vedere se ero proprio io e pur essendolo innegabilmente, sennò non vedo chi, non avrei potuto rispondere a quelle domande ipocritamente progettate per non aver risposta.

Quando sono riuscito a riaprire il mio Pippo Zandegù originale quell’altro non mi serviva più. Ma su quello vero mio, a suo tempo fatto a Ponta Delgada, ero riuscito a non mettere la data del compleanno, perché mi rompono le scatole i compleanni, e non parlo solo del mio.

Forse perché significa un anno di vita in meno e uno in più di romantici ricordi, oppure giacché la mia ex è fissata con il ricordarsi e fare l’obbligatorio regalo a tutta la gente che conosce. Non è affatto poca, il che significa praticamente uno o due regali da fare 365 giorni all’anno, tutti gli anni, per tutta la vita, eventuali reincarnazioni incluse, magari auspicherei da patteggiare.

Bene, anzi male, il secondo profilo di Pippo Zandegù, forse perché fatto in Italia, ha avuto la data del compleanno automatica e l’avviso di ogni dannato gancio di questo secondo profilo sulla cassa dei messaggi Gmail.

Ho scoperto che il contrappasso non c’è solo nell’inferno, ecco vagonate di auguri inarrestabili e cinquantine di avvisi su Gmail per ognuno di essi.

 

 

Questa storia è iniziata quando su Facebook ho trovato Pippo, un non-influencer di Satignano, vicino a Bozza, sulle colline vicino al mare, ma che viveva a Ponta Delgada, in una delle piccole isole delle Azzorre, in mezzo all'Oceano Atlantico.

Un pensionato piuttosto scettico e mordace nei suoi commenti, buffo ma serio. Insomma un influencer al contrario, uno che parla male di tante cose, di troppe situazioni del mondo moderno, di persone che secondo lui praticano la circonvenzione d’incapace su tutti, sistematicamente, perfino su sé stessi.

Dice che noi due siamo già amici, forse, parliamo spesso e con piacere ruspante, vedo che è incuriosito dal Brasile, non c’è mai stato e non so se crederci o no, ma vorrebbe venire a visitarmi, uno di questi giorni.

Gestisce un gruppo che ha chiamato NOTIZIE RIGOROSAMENTE FALSE DAL MONDO EMERSO, sul quale pubblica un po’ di tutto e se qualcuno lo fa irritare lo butta fuori senza tanti complimenti. Si tratta di una cosa che capita ragionevolmente spesso.

 

 La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Abbiamo un senso di frustrazione, ci auto-marginalizziamo.

Abbiamo sacrificato i vecchi Dei immateriali, e ora stiamo occupando il tempio del Dio-Mercato. Lui organizza la nostra economia, la nostra politica, le nostre abitudini e ci fornisce mutui e carte di credito che ci danno un’apparente felicità. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà.

Credo che l'uomo impari molto di più dalle avversità, purché non lo distruggano, che dalla prosperità. Impari con ciò che vivi, non con ciò su cui contano. Impari di più dal dolore e non dai trionfi. Non sono il Presidente più povero. Il più povero è colui che ha bisogno di tanto per vivere.

 

[José Mujica, ex presidente dell’Uruguay]

 

Caro Pippo

La vita dell'emigrante con l'internet è migliorata. Nel senso che si possono trovare, registrare, ascoltare e vedere video del proprio paese a migliaia di chilometri di distanza. In più si possono scaricare musiche e libri, fumetti e altre cose ripescate dalla nostra infanzia. Insomma ci si trasferisce nello spazio e nel tempo, in maniera spesso piacevole e romantica.

Il Brasile è un paese accogliente, magari un po' fuori mano, ma almeno qua ci si sente piuttosto lontani da certi scandali assurdi e i governi sono più consoni ai gusti dei cittadini, rispetto a tanti paesi occidentali, nel senso che rispondono meglio alle domande più fondamentali e determinanti. La corruzione che esiste, in qualità e quantità, forse sta anche migliorando.

A proposito: noi qua non siamo né orientali né occidentali, per quanto grossa, siamo un'isolona piuttosto isolata di lingua portoghese e per di più l'interno è alquanto desertico, per quanto umido è poco popolato.

Non dico che i nostri politici siano rigorosamente onesti e le prostitute assolutamente vergini, ma siamo avvantaggiati in tante cose, per esempio abbiamo i migliori ubriachi del mondo, per ettolitro pro capite e così via. Sono anche tanti e aumentano.

Purtroppo o per fortuna io mi sono scoperto diverso anche in questo: dopo aver bevuto assai fino a una ventina di anni fa, sono diventato praticamente astemio. Magari una birretta gelata quando è caldo e se trovo del vino buono italiano in città, ogni tanto me lo sbafo con piacere.

Droghette leggere sì, ne ho consumate un po' in gioventù, ma mai quelle pesanti. A dire il vero la cocaina l'ho provata due volte, ma non mi è sembrata quel granché. Forse perché io apprezzavo già la calma e la lentezza più del contrario eventuale e se il mondo corre sempre di più io freno con tutta la mia forza. Nella vita bisogna essere pratici, fuori non lo so, non ci sono ancora mai stato, ma non manca tanto tempo.

Io vivo in Brasile ma non riesco a staccarmi dalla cultura italiana, vedo film scaricati in internet in italiano, guardo programmi in tutte le lingue che conosco ma soprattutto in italiano.

Grazie al VPN risulta che io viva altrove, scelgo per esempio di guardare la TV svizzera e mi trasferisco, dal punto di vista di internet a Lugano, pago un tanto al mese, ma se voglio vedere la TV tedesca mi trasferisco al volo con il mio IP a Francoforte eccetera, in più questo nuovo ritrovato mi protegge dai virus e tutto  sommato non costa tanto.

Quando esco, con i vicini io parlo portoghese brasiliano, che a differenza di quello del Portogallo, c’ha in mezzo anche le vocali, ma anche nelle Azzorre si parla il portoghese fatto solo di consonanti scivolose?

 Pur vivendo in Brasile, come ti ho già detto, grazie all’internet, tutti i giorni guardo Geo, un programma italiano che ci porta a vedere in giro per l’Italia, e un po’ anche per il mondo esterno, i fenomeni della natura.

A Geo fanno vedere anche città e architetture, anche quelle fanno parte della natura e sono fenomenali, anche se siamo abituati a diventare insensibili e abituati a tutto, se ci mettessimo a osservare potremmo rimanerne piacevolmente stupiti.

Anche qui la retorica pur inavvertitamente entra e con essa le frasi fatte, le parole inappropriate, le ripetizioni di espressioni come affonda le sue radici eccetera.

“Quella che le serve, signora, è una nuova tipologia di lampadina”.

Tipologia è una di quelle parole che si usano impropriamente per fare impressione. L’elettricista in questione avrebbe dovuto dire “le serve un nuovo tipo di lampadina” ma ha usato una parola sbagliata che, essendo più complicata, lo faceva sentire più importante.

La tipologia infatti è quello studio che permette la classificazione per tipi: tipologia linguistica, tipologia botanica. Probabilmente non esiste, ma nel caso esistesse la tipologia di lampadina dovrebbe essere uno studio, probabilmente universitario, tendente a classificare le varie lampadine esistenti in natura.

Le parole "tipo" e "tipologia" sono utilizzate nella lingua parlata come sinonimi.

Il dizionario dice però che la tipologia è "lo studio della classificazione e della descrizione dei diversi tipi umani nelle loro caratteristiche fisiche e psichiche."
Non sembra quindi essere sinonimo di tipo.

Non c’è problema, tipo non lo dicono più, sembrerebbe un’inutile sfoggio di ignoranza.

Se c'è una cosa che mi fa andare in bestia è quando mi accorgo che sto guardando Facebook, eppure sono anni che lo faccio. Per esempio questa cosa di scrivere RIP, di fare le condoglianze a persone che nemmeno si conoscono e il morto non si sapeva nemmeno che prima era vivo.

Insomma questa cosa di mettersi dove non si è chiamati, nella vita e perfino nella morte della gente. Ci sono profili di morti su Facebook che sono tenuti in vita da parenti o amici, perché non li lasciano piuttosto in pace?

“Opinione personale, ci mancherebbe.” Altro fenomeno di una tipologia di frase che tira il sasso e nasconde la mano. Ma quello che non va bene, secondo me, è l’ovvietà dell’espressione, perfettamente inutile, ma che suggerisce l’ampia visione di una mentalità aperta, che se si deve ostentare significa forse che non è vera, non è autentica.

 

Pippo Zandegù pubblica articoletti suoi e testi di altri, personaggi illustri o no, per lui è uguale, idoli non ne ha. È un anno che scambiamo messaggi e mi piaci vari, ci troviamo d’accordo su tutto, a cominciare dall’amore per la natura e gli stupendi borghi italiani.

Pippo si è indignato come me quando Peccioli ha vinto la competizione dei Borghi Più Belli D’Italia. Quelle statue enormi e bianche e quel misto di antico autentico e Street Art per noi sono offese dirette non solo alle pupille.

Tra l’altro pubblica anche cose brasiliane che io non conoscevo.

 

 

NOTIZIE RIGOROSAMENTE FALSE DAL MONDO EMERSO

 

La "Teoria del cavallo morto" è una metafora satirica che riflette su come alcune persone, istituzioni o nazioni affrontino problemi evidenti che sono impossibili da risolvere, ma invece di accettare la realtà, si aggrappano a giustificarli.

L'idea centrale è chiara: se scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la cosa più saggia è scendere e lasciarlo.

Tuttavia, nella pratica, spesso accade il contrario. Invece di abbandonare il cavallo morto, si prendono misure dei seguenti tipi:

• Acquista una nuova sella per il cavallo

• Migliorare l'alimentazione del cavallo, anche se è morto

• Cambiare il cavaliere invece di affrontare il vero problema.

• Licenziare il gestore dei cavalli e assumere qualcuno di nuovo, sperando in un risultato diverso.

• Organizzare riunioni per discutere come aumentare la velocità del cavallo morto.

• Creare comitati o team di lavoro per analizzare il problema del cavallo morto da ogni angolazione. Questi comitati lavorano per mesi, raccolgono rapporti e finalmente concludono l'ovvio: il cavallo è morto.

• Giustificare gli sforzi confrontando il cavallo con altri cavalli morti simili, concludendo che il problema è stato la mancanza di addestramento.

• Proporre corsi di addestramento per i cavalli, il che significa aumentare il budget

• Ridefinire il concetto di "morto" per convincersi che il cavallo ha ancora delle possibilità.

Lezione: molte persone e organizzazioni preferiscono negare la realtà e sprecare tempo, risorse e sforzi in soluzioni inutili, piuttosto che accettare il problema fin dall'inizio e prendere decisioni più intelligenti ed efficaci.

Ricardo Amorim

 

                     Suggerimento: Thiago Henry Bona

 

Poi cose italiane come questa di Balasso che conosco e seguo anch’io, sia come comico che come opinionista.

 

Nell’interessante libriccino di Han, intitolato “Infocrazia”, egli parla di “regime dell’informazione” e così descrive il concetto introducendo il libro:

“Chiamiamo regime dell’informazione quella forma di dominio nella quale l’informazione e la sua diffusione determinano in maniera decisiva, attraverso algoritmi e Intelligenza Artificiale, i processi sociali, economici e politici. Diversamente dal regime disciplinare, ad essere sfruttati non sono corpi ed energie, ma informazioni e dati. Decisivo per la conquista del potere non è il possesso dei mezzi di produzione, bensì l’accesso a informazioni che vengono utilizzate ai fini della sorveglianza psicopolitica, del controllo e della previsione dei comportamenti. Il regime dell’informazione si accompagna al capitalismo dell’informazione, che evolve in capitalismo della sorveglianza e declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo”.

Aggiungerei che diviene importante anche il possesso dei mezzi di produzione dell’informazione. Che non sono più i giornali, ma tutto un insieme di sistemi di catalizzazione dell’attenzione. Un sistema nel quale non conta più il contenuto dell’informazione, ma la sua estetica.

 

Natalino Balasso

 

Caro Beppe

Il linguaggio popolare dell’italiano si è arricchito impoverendosi di tante parole inglesi o anche italiane composte e inventate, ma rigorosamente stupide come apericena e prosciutteria, in più tante espressioni da dimenticare, che per non correre questo rischio te le ripetono di continuo.

Invece il portoghese della Azzorre assomiglia al portoghese del Portogallo e molto meno a quello del Brasile, nel quale si pronunciano meglio le vocali, ma le isole qua sono varie e gli accenti anche differiscono. Insomma sullo scritto non ho molte difficoltà a capire, ma quando parlavano, spesso dovevo farmi ripetere le cose, loro pensavano che io fossi sordo e gridavano di più, ma si innervosivano e parlavano più veloci, io capivo sempre meno.

Per fortuna che con il tempo mi sono abituato e ora non ho più problemi.

Il VPN lo conosco e lo uso sempre, anche se ho la sensazione che quando se ne renderanno conto ce lo leveranno, perché in un certo senso è una ribellione al sistema e quello non perdona.

La vita è assurda e ingiusta, non sono io a scoprirlo, ma è una verità assoluta e impietosa. Anche se nessuno mai è stato d'accordo con gli individui che hanno detto la verità, a tutti piace da morire, ne sono terrorizzati, pur se non lo ammetterebbero facilmente, più ne hanno paura e meno lo possono ammettere.

Le menzogne sì che sono dolci. Le bugie fanno un porco comodo, sì, fanno troppo comodo, sono eccessivamente convenienti e nessuno vuol fare l’eroe, perché dovrebbero?

La verità non accetta compromessi. No, sei tu a dover cambiare, a doverti adattare alla verità. La verità non cambia, non si adatta alla tua convenienza, non è per niente elastica.

Le menzogne si comportano diversamente, sono più democratiche, hanno un profondo senso della politica e non solo di quella moderna: sono disposte a sacrificarsi, a cambiare a seconda di quello che fa comodo a te. Per questo le menzogne hanno dominato l'umanità, mentre la verità è stata crocifissa. Parliamoci chiaro, guardiamoci in faccia, questa è l’epoca in cui si è mentito di più e sistematicamente e non è ancora finita, è appena cominciata.

Non sono state inventate oggi le fake news, ma oggi con tutto il bombardamento di notizie che ci dobbiamo sopportare, scopriamo che le notizie sono diventate una merce e quindi le progettano come gli pare, tutto e il contrario di tutto a rotazione, a cosa serve il potere se non a legittimare sé stesso e a schiacciare il poveraccio?

 Qualcuno ha detto che l’internet e le fake news sono una cosa di destra, ma non è vero, è a disposizione di tutti e tutti ne stanno approfittando schifosamente, anche se in parti disuguali, ma non sono divise affatto per partito, solo tra chi - più o meno - ha veramente assimilato che sono uno strumento di potere, anche per un altro motivo.

Il consenso è una cosa abbastanza recente, per carità, una volta i potenti spiaccicavano apertamente chi li ostacolava e non chiedevano neppure perdono, ora invece no. Certo per loro è molto più facile, ma devono simulare e dissimulare, non ne avrebbero certo voglia, non ne sentirebbero alcun bisogno, per questo oggi siamo molto più ipocriti di una volta, dobbiamo tutti fingere e aver paura, sempre, anche solo di essere scoperti a dire la verità.

Per questo le menzogne sono state incoronate e la verità è stata condannata a morte. L’invenzione del consenso non ha cambiato certo la sostanza, solo la maniera.

La situazione non è affatto cambiata, è sempre la stessa, l’internet sembrava uno strumento di cultura, perfino tutto il contrario della Tv, ma è bastato che se ne accorgessero ed è diventata la stessa cosa, più larga, meno controllabile capillarmente. È un costo in più, d’accordo, ma basta mettere su una rete di gente pagata per dire bugie mirate, e poi una rete di reti, collegate alla Tv eccetera.

 Oggigiorno basta che tu dica la verità e tutti sono in collera con te. Basta che tu dica la verità per irritare tutti coloro che vivono comodamente nella menzogna. Hai turbato la loro pace, hai interrotto il loro sonno, hai disturbato i loro dolci sogni. E se ti scappa anche un piccolo vaffanculo sei un violento, non sei per niente democratico.

Vaffanculo a te e a tutti quelli come te.

Quando un ti garba più nulla è meglio andà a letto, ogni tanto penso e ci vado. Però ci sono giorni che non mi alzerei nemmeno. Poi inaspettatamente mi diverto, mi sento bene, penso che nonostante tutto valga la pena, insomma a volte è solo stanchezza, anche delle ripetizioni, i già visti e rivisti e la famigerata routine.

Anche io dunque, come tutti gli altri, ho imparato a ingannare me stesso, sennò non sarei sopravvissuto e Facebook ha anche dei lati positivi, per esempio è un innegabile veicolo di cultura e di integrazione, selezionando le amicizie fittizie, se quello che uno desidera è accrescere la propria conoscenza e il diametro della sua cosiddetta anima.

D’accordo: per la massa di solito non è così, allora la sua funzione e tendenza diventa il valorizzare un pettegolezzo e stimolare il battibecco, il bullismo e il rifiuto delle differenze, di qualsiasi tipo siano. Per le elezioni si raggiunge il massimo del minimo consentito, e il livello aumenta sempre, cioè diminuisce.

Però non ci si può mettere una foto di una puppora, figuriamoci se due, anche se è una copertina di una rivista come Espresso o di un disco di Lucio Battisti.

Tanta gente che io conosco ha rifiutato Facebook come i computer a suo tempo, secondo me hanno fatto bene, ma meno ne conosco che abbiano rifiutato i cellulari e gli smartphones, che quelli sono anche strumenti di lavoro e soprattutto uno se li porta sempre dietro.

A proposito girando per la Toscana e la Maremma Viterbese, con un cellulare portoghese e relativo GPS che pronunciava tutti i nomi delle strade e delle piazze da schiantare da ridere, ma sbagliati, ci siamo divertiti a vagare bestemmiando come mosche senza testa, cercando indirizzi veramente esistenti in italiano, ma piuttosto improbabili in portoghese delle Azzorre.

 

"Mi telefona Eugène [Ionesco]. Mi dice che non riesce a scrivere né a leggere più nulla. [...] Cerco di spiegargli che non ha nessuna importanza se in questo momento non riesce a scrivere niente, la sua opera c’è, esiste, e una pièce in più o in meno conta poco. Mi risponde che sente di avere ancora qualcosa da dire. Io ribatto che non ne dubito, ma che l’importante è aver detto quanto aveva da dire sulla morte, l’unico problema che conti, e che il resto è secondario. Ma lui sostiene che è tormentato, roso dai rimorsi.

Penso di avere con lui affinità profonde; siamo entrambi ansiosi, chi più chi meno, ma la sua infelicità attuale è più grande della mia. Provo per lui una pena infinita, quasi disperata. A che servono la fortuna, la gloria, se si è più miseri del più sconosciuto e del più diseredato degli uomini? Voltaire, alla fine della vita, si chiede in che cosa consista la felicità e risponde: "Vivere e morire sconosciuti". Per quanto mi riguarda, ho notato che da quando soffro di meno per essere trascurato, dimenticato, "sconosciuto", sono molto più felice di prima. In gioventù desideravo fare scalpore, volevo che si parlasse di me, volevo essere influente, potente, invidiato, mi piaceva essere aggressivo, umiliare le persone, ecc. ecc.: ebbene, ero molto più infelice di ora. Da quando ho capito che posso benissimo non esistere per nessuno, mi sento sollevato, ma non appagato - il che dimostra che il vecchio uomo è lungi dall’essersi assopito."

(Emil Cioran ,1969)

 

Eugène Ionesco, afflitto dalla depressione, spesso cercava conforto nel filosofo connazionale Emil Cioran. Ionesco, scomparso il 28 marzo 1994, è stato saggista e drammaturgo rumeno, appartenente al "Teatro dell' Assurdo", in cui si parla senza dire nulla, per evidenziare il non senso del vaniloquio moderno. La sua pièce più famosa è "Rhinocéros" del 1959.

 

Il mondo dell'iperreale: come Jean Baudrillard profetizzò l'avvento delle realtà simulate.

In un racconto breve del 1946 intitolato Il rigore della scienza, lo scrittore argentino Jorge Luis Borges narra di un Impero dove l’Arte della Cartografia arrivò ad un livello di perfezione tale da poter rappresentare intere Città e Province in scala reale.

Il processo di perfezionamento proseguì ulteriormente fino al raggiungimento di una minuziosa mappatura dell’impero in tutta la sua estensione.

La nuova Carta diventò una replica speculare del territorio stesso tanto da espandersi e ridursi simultaneamente ai risvolti bellici delle campagne di conquista imperiali.

Una volta entrato in fase di decadimento, l’Impero cominciò a perdere i propri possedimenti culminando in breve tempo nel completo disfacimento dello stesso.

Nonostante la mappa si fosse ugualmente sgretolata, ne sopravvisse un ultimo residuo in cui la vita continuò imperturbata dagli eventi.

*Attraverso questo racconto metaforico ripreso esplicitamente nei suoi scritti, il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard sviluppò la teoria al centro di una delle sue opere maggiori, Simulacres et Simulation (1981).

*Nato a Reims nel 1929 ed appartenente ad una famiglia di origini contadine, frequentò la Sorbona di Parigi entrando successivamente a far parte del panorama filosofico della French Theory rappresentato da pensatori come Deleuze, Lyotard, Focault e Lacan.

*Baudrillard reinterpretò la realtà sociale contemporanea definendola come il risultato di un processo di simulazione e sostituzione che termina nello stadio in cui il Simulacro smette di essere copia della realtà distaccandosene in toto.

Analogamente all’episodio narrato da Borges, nel momento in cui l’Impero cessa di esistere la mappa geografica perde la sua funzione replicante acquisendo forma e significato propri.

*Secondo il filosofo, questa caratteristica rappresenta l’ultimo grado di sviluppo del percorso che comincia con la creazione della copia e termina con la totale separazione di quest’ultima dall’oggetto simulato che diviene iperreale.

*«Il Simulacro non è mai ciò che nasconde la verità – è la verità che nasconde il fatto che non vi è alcuna verità. Il Simulacro è vero»: così recita l’incipit di Simulacres et Simulation.

Seppur non abbia goduto della popolarità di colleghi come Focault e Lacan, Baudrillard ha influenzato significativamente la cultura occidentale a partire dagli ultimi decenni del Novecento, diventando uno dei padri fondatori della corrente Postmoderna.

I riferimenti diretti ed indiretti al consumismo, ai Mass Media e all’era di Internet sono lapalissiani e la sua voce è penetrata nel nuovo Millennio riecheggiando profeticamente in diversi ambiti socio-culturali.

Prima con Truman Show (1998) ed il primo capitolo di Matrix (1999), poi con il metafisico Synecdoche, New York (2008) di Charlie Kaufman, il cinema contemporaneo ha riadattato il topos letterario della realtà simulata, non senza ripescare alcune allegorie classiche come quella del mito della Caverna narrato da Platone nel libro Settimo della Repubblica.M. Salòs Losapio, Jean Baudrillard, la sparizione dell'arte per l'evidenza del mondo.

M. Salòs Losapio, Jean Baudrillard, la sparizione dell'arte per l'evidenza del mondo.

 

«Un individuo che non ha mai provato disgusto per quello che tutti pensano e tutti dicono, per quello che gli è messo davanti senza che l'abbia chiesto, un soggetto simile non può giungere alla filosofia. Bisogna vedere la costrizione, l'ingiustizia e la menzogna che stanno dietro le ovvietà, bisogna vedere come certi modi individuali di comportamento, che considerati isolatamente appaiono giusti e ragionevoli, meritino invece una valutazione completamente diversa, se considerati nel tutto sociale a cui appartengono. Bisogna far luce sul contesto di accecamento, come si sono sforzati di fare Eraclito nell'antichità e Schopenhauer nella filosofia moderna. La filosofia è la resistenza contro tutti i clichés».

Theodor W. Adorno, "Terminologia filosofica"

 

Illustre Pippo

Quello che possiamo fare per ribellarci al sistema è per esempio tirarsene fuori, ma non è semplice. E se devi lavorare è molto più difficile, se hai famiglia anche. Quindi noi due siamo avvantaggiati, da quel punto di vista, anche se la solitudine a volte ci attanaglia.

Per sciogliere la nostra vita dai nodi della routine, per sfuggire al giogo della società occidentale, basterebbe considerare con una certa continuità che l’esistenza è un miracolo, di per sé e senza alcun aiuto di nessunissima religione, senza rifugiarsi in un qualsiasi misticismo, per cui ogni domanda abbia una necessaria e pronta risposta, anche se probabilmente falsa.

E non si perde per niente tempo a seguire per esempio il lavoro delle formiche in un formicaio, o la rapida crescita delle piante con un po’ di pioggia e sole.

Se un individuo lasciasse la Terra all’età di 15 anni a bordo di un veicolo in grado di viaggiare a una velocità prossima a quella della luce e trascorresse 5 anni nello spazio secondo il proprio tempo di riferimento, al momento del ritorno avrebbe 20 anni. Nello stesso intervallo, sulla Terra sarebbero trascorsi circa 50 anni. Di conseguenza, i coetanei che avevano 15 anni al momento della partenza avrebbero circa 65 anni.

Questo fenomeno è definito dilatazione del tempo ed è stato previsto da Albert Einstein nell’ambito della teoria della Relatività speciale. Secondo tale teoria, all’aumentare della velocità di un oggetto rispetto a un osservatore in quiete, il tempo misurato per l’oggetto in movimento scorre più lentamente rispetto a quello misurato dall’osservatore fermo.

Il fenomeno è stato confermato sperimentalmente mediante l’impiego di orologi atomici e attraverso l’osservazione del comportamento di particelle subatomiche ad alta velocità. A velocità prossime a quella della luce, il tempo trascorre a ritmi differenti in funzione dello stato di moto dell’osservatore.

La nostra vita – ahimè - si è distanziata da queste semplici osservazioni di tali pur assai interessanti fenomeni della natura, ma anche essa è senza dubbio da considerare un miracolo costante, pur se più complesso e adulterato da diversi singulti e movimenti moderni che di naturale hanno più ben poco.

La natura quella di per sé non è né buona né cattiva, ma può essere un pericolo anche mortale, se non sappiamo come e cosa, dove e quando.

Per esempio una specie di riccio brasiliano è entrato in giardino tempo fa e i cani sono corsi subito a morderlo, dopo avergli abbaiato per una mezz’ora intimandogli di uscire dal loro territorio.

Questo animale di tre o quattro chili, coperto da una specie di etereo, ingannevole e svolazzante velo giallo, sotto ha degli aculei come quelli del nostro istrice che si conficcano nel muso del cane, quando cerca di morderlo, dove si spezzano e queste punte se non le togli con le pinze e grande schizzare di sangue, poi camminano nel corpo dell’animale fino arrivare al cuore, uccidendolo.

Se lo sai devi fare alla svelta per non perdere i tuoi amici pelosi, loro non capiscono e non faranno niente per aiutarti a salvarli, bisogna essere almeno in due e non farsi impietosire.

Salvi un riccio italiano ferito dandogli latte. Pensi di nutrirlo.

In realtà lo condanni a morte per disidratazione.

I ricci sono intolleranti al lattosio. Il latte provoca diarrea acuta, perdita di liquidi mortale in poche ore. Il corpo si svuota mentre tu credi di salvarlo.

Il cibo per gatti — spesso consigliato online — è troppo ricco di proteine e fosforo. Distrugge i reni lentamente. Il riccio sopravvive al trauma iniziale, ma muore settimane dopo per insufficienza renale.

Ciò che sembra soccorso è veleno lento.

Proteggili con acqua pulita e cibo specifico per ricci (ma come? Tu non sapevi che esisteva?): insomma le consuete crocchette per insettivori, vermi della farina, insetti vivi. Mai latte, mai cibo per gatti, mai pane imbevuto.

Il Ragno dell'Amazzonia Peruviana: Maestro dell'Inganno: questo ragno, probabilmente una specie del genere Cyclosa, si distingue per un comportamento affascinante osservato nella foresta amazzonica del Perù.

Un'Arte Unica del Mimetismo: il genere Cyclosa è noto per costruire esche o "manichini" nelle sue ragnatele usando seta, foglie e insetti morti. La varietà peruviana si distingue per la precisione con cui imita il proprio corpo: dimensioni, forma e disposizione delle zampe.

Scoperta Scientifica: documentato per la prima volta nel 2012 dal biologo Phil Torres vicino al Centro di Ricerca Tambopata, questo ragno è stato osservato mentre costruiva queste esche con cura straordinaria.

Un'Esca Difensiva: queste costruzioni agiscono come mimetismo protettivo, confondendo uccelli e vespe. In alcuni casi, il ragno scuote la ragnatela per dare movimento al manichino e rafforzare l'illusione.

Strategia di Fuga: questo comportamento permette di deviare gli attacchi verso l'esca e aumenta le sue probabilità di sopravvivenza.

Un Esempio Raro di Ingegnosità Evolutiva: questo mimetismo difensivo mostra come l'evoluzione possa generare strategie sofisticate anche nei piccoli invertebrati.

Tra i fenomeni della natura certo ci sono anch’io che faccio quello che ho voglia di fare, per esempio giro nudo per il mio giardino ascoltando la musica in cuffia e bevendo vino bianco, sapendo che nessuno mi vede, eppure non andrei mai in un campo nudisti, mi vergognerei.

I vicini non possono vedermi o meglio: se si impegnassero proprio e mi spiassero, potrebbero anche, ma per come sono messi i loro punti di potenziale osservazione, pur se mi scorgessero, potrebbero al massimo dire che sono a torso nudo, e visto che c’ho una piscinetta di 6 metri per 3, potrei stare anche in mutande, che da lontano potrebbe sembrare un costume da bagno, anche se sotto ci sono solo il marsupio per l’hi-pod e le ciabatte, perché gli alberi e i cespugli che ho fatto crescere mi coprono il resto.

 

Venendomi a trovare Pippo mi dimostrerebbe che i fatti a volte seguono veramente quello che si dice, e tutto quello che diciamo dobbiamo prima averlo pensato, anche solo qualche nano-secondo in precedenza, insomma, mi porterebbe una ventata di vita viva, che poi, in un secondo momento, o anche in un terzo o quarto... poi vediamo.

Dopo qualche mese di scambi culturali e non, visto che ci trovavamo bene su tutti gli argomenti, o quasi, questo ragazzo vicino alla settantina, mi ha messo addosso una certa visione pratica, insomma più ottimistica della vita e allora... ma andiamo per ordine, dopo diversi dialoghi che non ho potuto registrare, qui c'è, dal primo e-mail della nostra storia, una certa cronologia dei fatti, che all'inizio erano solo parole, commenti e considerazioni sulla vita, ma poi...

 

Egregio Beppe

Ma a te non ti viene voglia ogni tanto di tornare in Italia?

Da quanto tempo sei in Brasile?

Io qui solo da cinque anni, ma ogni tanto mi pento e mi dolgo, vorrei tornare indietro.

Passiamo allora a un altro tipo di fenomeno, piuttosto collegato però: le case a prezzo simbolico, vicino allo zero, per esempio a un euro.

 

È l’approccio con cui a Fabbriche di Vergemoli, Comune di 700 anime della Garfagnana, si cerca di contrastare il progressivo spopolamento del territorio. E del progetto è parte il programma “Case a 1 euro”. Sono un centinaio le abitazioni acquistate con questo meccanismo. In molti casi le case vendute sono dei ruderi che valgono più che altro per il suolo edificabile. E siamo ancora all’inizio del progetto in quanto tante abitazioni devono essere ancora ristrutturate.

Il progetto, come spiega il sindaco Michele Giannini, «è il tassello di un progetto più ampio e organico, teso a non far morire questi paesi. Obiettivo che si può conseguire con la creazione di occupazione, servizi, nuove famiglie e quindi una generazione futura che rimanga sul territorio». L’iniziativa ha preso forma nel 2006 ed è stata implementata all’inizio del 2014. Tutto nasce da una triste realtà: il gran numero di case abbandonate a seguito dell’immigrazione degli anni ’60. A dare un’accelerazione alle vendite numerosi oriundi, cioè italiani di ritorno.

L’iniziativa si differenzia da quelle diffuse in gran parte d’Italia, in quanto non si tratta di immobili del Comune ma dei privati. All’ente conviene, anche perché una abitazione che viene recuperata non deve essere abbattuta o messa in sicurezza. Il Comune si limita a pubblicizzare questi edifici, a fornire informazioni legali e a dare un supporto. Il progetto è agevolato altresì da diversi aspetti, per esempio dal fatto che la Toscana è conosciuta in tutto il mondo. «La nostra regione ha un richiamo internazionale e questo fa sì che tutto ciò che è in Toscana sia una calamita di cittadini del mondo – sostiene Giannini – . Il nostro borgo, per esempio, è a un’ora e venti da Firenze e a un’ora da Pisa, mete turistiche di grande rilievo».

Tra i principali acquirenti delle “Case a 1 euro” ci sono gli stranieri, soprattutto del Brasile. Il sindaco precisa che, pur trattandosi di un acquisto low cost, si parla comunque di case che devono essere ristrutturate. Aspetto questo, che porta comunque dei costi e che, di conseguenza, fa sì che questi acquisti se li possano permettere principalmente investitori o chi cerca una seconda casa. Oltre ai brasiliani, tra i clienti ci sono anche europei come danesi e tedeschi. Acquisti che, inevitabilmente, portano a uno scambio culturale.

«Mi ha colpito la loro grande disponibilità e volontà di integrarsi con la comunità. Il bello è stato proprio il fatto di interagire con la popolazione locale, condividendone le manifestazioni, gli interessi, la conoscenza. L’aspetto affascinante di questo progetto, sul piano socioculturale, è l’apertura al mondo di un paese montano, come è Fabbriche di Vergemoli. Abbiamo contattato cinesi, giapponesi, cileni per promuovere degli studi che coinvolgono noi e loro per la rivalutazione delle aree interne. Questo progetto ci ha fatto uscire dal guscio». Altro aspetto che ha agevolato l’iniziativa è l’informatica, precisamente l’accesso a internet veloce che rappresenta uno strumento di attrattività.

Il progetto ha dato i suoi frutti anche sotto l’aspetto economico con la vendita consistente di immobili, che ha fruttato un ritorno economico notevole per i proprietari. Questi, infatti, hanno avuto l’occasione di vendere immobili che, altrimenti, non avrebbero mai potuto alienare. Il percorso ha dovuto affrontare anche delle difficoltà. «Agli esordi c’era un numero incredibile di richieste. Una situazione difficile da gestire, soprattutto nel far capire il cuore del progetto, ossia dare una casa ma non abitabile, perché da ristrutturare. Chi faceva domanda spesso non era consapevole di questo. Mentre la burocrazia, invece, è una difficoltà che stiamo tuttora fronteggiando».

Complessità ma anche soddisfazioni, come quella di vedere riaprire le finestre, portando un movimento migratorio rispetto al territorio, valorizzando così i borghi. Scenario che il sindaco descrive con fierezza: «La Bbc ha comprato a un euro una casa a Fornovolasco, facendoci un reality di tre mesi e in seguito trasmesso nel Regno Unito. Una pubblicità internazionale, che permette al comune di avere una forte risonanza a titolo gratuito». 


     Non voglio entrare nel merito del se ci conviene o no, essendo piuttosto geograficamente lontano, non ho gli elementi nemmeno per andare vicino a stabilirlo, ma certo che questi posti - che altrove sarebbero certo ambiti - per gli italiani invece no, per il tipo di vita che viene spinto da un po’ tutto quello che li circonda.

In Italia i negozi di alimentari sono praticamente spariti, bisogna servirsi di supermercati troppo fuorimano e di tutti quei beni, come l’internet che sono sempre più lontani dalla natura e ingannevolmente amici del portafoglio.

Infatti il sindaco qui sopra ha garantito al paesotto in questione prima di tutto una buona connessione a banda larga, se si chiama ancora così, perché anche volendo quella stretta, che quando si collegava faceva quel rumorino avveniristico, non esiste più.

Hai mai pescato con le mani? Sai che era proibito quando ero bambino? Perché? Mi chiederai te. Perché in Garfagnana ci si facevano delle stragi. Bisognava essere in un fiume sassoso, con delle rocce arrotondate che pur essendo dentro l’acque se ne uscivano fuori e si scaldavano con il sole estivo. I pesci stavano sotto e si godevano il tepore, con le dita sentivi il diverso contato con il corpo scivoloso e loro spazio per fuggire non ne avevano.

 

La migliore, più cogente (che obbliga) ed elegantemente semplice spiegazione sui processi negoziali inspiegabilmente distruttivi del presidente, da parte del Prof. David Honig della Indiana University.

Tutti quelli che conosco dovrebbero leggere questo pezzo accurato e illuminante...

"Mi sto per diventare un po' traballante e scriverò di Donald Trump e delle trattative. Per chi non lo sapesse, sono professore aggiunto all'Università dell'Indiana - Robert H. McKinney School of Law ed io insegno negoziazioni. Ok, ci siamo.

    Trump, come molti di noi sanno, è l'autore accreditato de "L'arte dell'affare", un libro che in realtà è stato scritto da un uomo di nome Tony Schwartz, a cui è stato dato accesso a Trump e scritto in base alle sue osservazioni.

     Se hai letto The Art of the Deal, o se hai seguito Trump ultimamente, saprai, anche se non conoscevi l'etichetta, che lui vede tutti gli affari come quello che noi chiamiamo "contrattazione distributiva. "

La contrattazione distributiva ha sempre un vincitore e un perdente. Succede quando c'è una quantità fissa di qualcosa e due fazioni litigano per come viene distribuito. Pensala come una torta e stai litigando per chi prende quanti pezzi. Nel mondo di Trump, la contrattazione era per un edificio, o per lavori edili, o subappaltatori. Lui percepisce un affare di successo come uno in cui c'è un vincitore e un perdente, quindi se paga meno di quanto vuole il venditore, vince. Più salva e più vince.

L'altro tipo di contrattazione si chiama contrattazione integrativa. Nella contrattazione integrativa le due parti non hanno un conflitto di interessi completo, ed è possibile raggiungere accordi reciprocamente vantaggiosi. Pensateci, non una sola torta da dividere da due persone affamate, ma da fornaio e ristoratore che negoziano su quante torte verranno fatte a quali prezzi, e la natura del loro rapporto continuo dopo che questo concerto sarà finito.

Il problema di Trump è che vede solo contrattazioni distributive in un mondo internazionale che richiede contrattazioni integrative. Lui può alzare le tariffe, ma anche gli altri paesi. Non può pretendere che non rispondano. Non c'è una fine definita alla trattativa e non c'è un semplice vincitore e un perdente. Ci sono sempre altre torte da cuocere. Inoltre, le trattative non sono binarie. Le scelte della Cina non sono (a) comprare semi di soia dagli agricoltori statunitensi, o (b) non comprare soia. Possono anche (c) comprare soia dalla Russia, dall'Argentina, dal Brasile, dal Canada, ecc. Questo spoglia completamente il contrattatore distributivo del suo potere di vincere o perdere, di controllare la trattativa.

Uno dei rischi della contrattazione distributiva è la cattiva volontà. In un affare distributivo una tantum, ad esempio trattando con il produttore di armadietti del tuo casinò se pagherai l'intera bolletta o chiederai uno sconto, non devi preoccuparti della tua credibilità continua o del prossimo affare. Se fai questo al produttore di armadietti, puoi scommettere che non accetterà di fare gli armadietti nel tuo prossimo casinò, e dovrai trovarti un altro produttore di armadietti.

Non esiste un altro Canada.

Quindi quando ci si avvicina alla trattativa internazionale, in un mondo complesso come il nostro, con economie integrate e multipli acquirenti e venditori, bisogna semplicemente affrontarli attraverso una contrattazione integrativa. Se si tenta la contrattazione distributiva, il successo è impossibile. E questo lo vediamo già.

Trump ha alzato i dazi sulla Cina. La Cina ha risposto, oltre ad aumentare le tariffe sulle merci statunitensi, facendo cadere tutti i suoi ordini di soia dagli USA e acquistandoli dalla Russia. L'effetto non è solo causare danni enormi agli agricoltori statunitensi, ma anche aumentare le entrate russe, rendendo la Russia meno suscettibile a sanzioni e boicottaggi, aumentando il suo potere economico e politico nel mondo e riducendo il nostro. Trump ha visto acciaio e alluminio e ha pensato che sarebbe stata una vittoria facile, PERCHÉ HA VISTO SOLO ACCIAIO E ALLUMINIO - VEDE OGNI NEGOZIAZIONE COME DISTRIBUTIVA. La Cina l'ha vista come integrativa e ha integrato la Russia e i suoi ordini di acquisto di soia in un ecosistema negoziale molto più complesso.

Trump ha la stessa debolezza politicamente. Per ogni vincitore ci deve essere un perdente. E non è così che funziona la politica, non a lungo termine.

Per chi studia le trattative, questa è roba incredibilmente fondamentale, negoziazioni 101, definizioni che impari prima ancora di iniziare a parlare di stili e tattiche. Ed ecco un altro grosso problema per noi.

Trump è assolutamente convinto che la sua esperienza in una società immobiliare strettamente tenuta lo abbia preparato a governare una nazione, e quindi rifiuta i consigli di persone che hanno trascorso intere carriere studiando le sfumature dei negoziati internazionali e della diplomazia. Ma i leader dall'altra parte del tavolo non hanno evitato la competenza, l'hanno abbracciata. E questo significa che guardano Trump e, data la sua limitatissima cassa attrezzi e la sua comprensione ciecamente distributiva della negoziazione, sanno esattamente cosa farà e come rispondervi.

Dal punto di vista della negoziazione professionale, Trump non porta nemmeno la dama a una partita di scacchi. Sta portando un quarto di dollaro che lui insiste a girare per testa o croce, mentre tutti gli altri stanno studiando la scacchiera per decidere se è meglio aprire con Najdorf o Grünfeld. ”

 

— David Honig

 

 

Caro Pippo

Voglia di tornare in Italia ce l’ho anch’io. Come no? Ma a giorni alterni, intanto qui la gente è molto più gentile e poi le minacce di pandemie e guerre lá sono molto più forti, è vero altresì che ho tutti i miei amici in Toscana e Lucchesia, però con alcuni ci converso attraverso internet e faccio qualche videoconferenza.

E poi c’è il motivo finanziario, qui si vive con molto meno, là mantenersi è un problema che peggiora giorno per giorno, secondo le notizie che trovo.

Vivere in uno di questi borghi semiabbandonati è una bella chimera, perché in pratica, per noi vecchietti è altresì problematico, da un punto di vista di pura sopravvivenza.

Anch’io da ragazzotto ho pescato con le mani e si facevano delle secchiate piene, era uno  sport da gente in salute, sia perché stavi al sole e piegato a volte in maniera assurda, ma dava delle belle soddisfazioni.

Un fenomeno della natura, tra i tanti che conosciamo e poi ce ne sono molti di più che ignoriamo, bisogna tenerne conto lo stesso però, non dare mai niente per scontato, non infilarsi in modo troppo sistematico nelle scorciatoie della logica pura.

Un altro inspiegabile fenomeno della natura è il mio vicino chiacchierone, per esempio, ex guidatore di autobus urbani, che da quando sono arrivato qui non fa che invadere il mio territorio acustico con rumori ripetuti, insistiti ed esageratamente molesti.

Nei primi tempi il suonare una fisarmonica in maniera offensiva per ogni tipo di sensibilità, non necessariamente artistica o musicale. In un secondo periodo per riuscirci in maniera più agevole aveva anche invitato altri musicisti, parimenti incapaci e adottato l’uso di un amplificatore.

Poi parlando al telefono con un volume che implica la sordità dell’eventuale interlocutore e che renderebbe inutile la presenza e l’uso dell’apparecchio per ogni altro ascoltatore non privo di udito, pur lontano chilometri.

Con il cellulare ha continuato e continua fino ad oggi, con l’accorgimento di venire a telefonare dalla mia parte, uscendo sul terrazzetto dove forse il cellulare prende meglio e il suo cortiletto sotto fa da cassa di risonanza.

 Dato il suo problematico udito, mette il volume di radio e televisione in maniera che io, e ogni altro disgraziato vicino di casa, ci sentiamo sistematicamente aggrediti per tutta la durata del giorno. Per fortuna la sera va a letto presto.

I programmi che ascolta sono di persone che parlano e di solito di argomenti come rapine e vari tipi di minacce urbane, di cui ha una certa paura.

Gli ho regalato una cuffia con un filo di cinque metri, che io non usavo più. Mi ha ringraziato, ma non credo che ne abbia capito il suggerimento implicito.

Non che non glielo abbia più volte specificato, ma come tutte le persone che parlano tanto e a vanvera, non è abituato ad ascoltare quando qualcun’altro gli dice  qualcosa.

Ultimamente per qualche malattia, forse dovuta al bere eccessivi alcolici, raschia la gola catarrosa a sciacquo e cascata, senza economia di effetti sonori, a intervalli più o meno regolari, per tutto il giorno.

Disgraziatamente sia lui che io non usciamo quasi mai, e quando vado in giardino mi metto una cuffietta con la musica per togliergli il protagonismo, lasciandogli mio malgrado il sottofondo.

La domenica era meravigliosa perché lui usciva sempre e stava tutto il giorno fuori, aveva una fidanzata vecchietta come lui. Non che io sia giovane, ma l’ometto in questione ha una faccia pena di rughe che sembra un dracula dei film che ha vissuto cinquecento anni e forse lui non ne ha più di una decina di me, difficile fare una stima anche approssimativa.

Ora lei lo ha lasciato e lui beve e scaracchia più di prima, domenica inclusa.

La domenica sarebbe un fenomeno della natura ancora maggiore se qui attorno nessuno mettesse la musica alta, se rinunciassero per una volta all’anno al churrasco, se non facessero tutto come se fosse quasi obbligato non dalle circostanze, ma dalle abitudini.

Le formiche, dicevo prima, sono un fenomeno della natura alle quali nessuno presta attenzione, e qua ce ne sono vari tipi, ma quelle più fottutamente spettacolari sono quelle che puliscono un albero dalle foglie in una nottata di pioggia autunnale o invernale e portano tutti i pezzettini nel formicaio.

C’è stata tra le altre un’invasione di api, che riposatesi su un arbuto lo hanno coperto con migliaia di corpicelli ronzanti... ma basta non fare niente, che poi loro se ne vanno, ma se anche inavvertitamente ci si avvicina loro devono difendere la regina e allora sono guai.

 

 

Esempio pratico ed effettivo di un moderno Facebook  (di antichi non ce ne sono)

 

Vincenzo Schettini (Como7 marzo 1977) è un divulgatore scientificoyoutuber e conduttore televisivo italiano.

Nato a Como da una famiglia di origini pugliesi, si è poi trasferito a vivere in Puglia. Si è laureato in fisica all'Università degli Studi di Bari con specializzazione in Didattica della fisica, lavorando poi come insegnante negli istituti superiori. Attualmente è docente presso l'IISS "Luigi dell'Erba" di Castellana Grotte nella Città metropolitana di Bari.[1]

Nel 2015 fonda il canale YouTube La fisica che ci piace, in cui pubblica brevi video con esperimenti di fisica accompagnati da spiegazioni semplici e mantenendo toni leggeri e scherzosi.

Ha poi aperto il canale su altri social come FacebookInstagram e TikTok affermandosi come uno dei divulgatori scientifici più seguiti in Italia.

Nel 2022 ha pubblicato per Mondadori il libro La fisica che ci piace, che ottiene un immediato successo diventando un best-seller con quasi 100 mila copie vendute e vince il premio Elsa Morante Ragazzi Esperienze.

Nel 2023 pubblica il suo secondo libro, Ci vuole un fisico bestiale in cui racconta le storie di sette fra i fisici più celebri della storia.

Dal 2024 è il presentatore del programma televisivo La fisica dell'amore in onda in seconda serata su Rai 2 ed è anche uno dei tre protagonisti dello spot dell'ANAS sulla sicurezza stradale Guida e basta.

 

(da Wikipedia)

 

Post collegato al personaggio di Andrea La Rovere, dopo un accenno di gogna mediatica, come vuole la prassi.

 

Ragazzi, io non lo so se Schettini regalava voti per un like.

Non so nemmeno se sia la vittima di una gogna o faccia tutto parte della creazione del proprio mito.

A me il problema pare un altro, ed è questo: perché una figura come quella di Schettini piace così tanto?

Vincenzo Schettini è un prodotto comunicativo perfetto. Fuori moderno, dentro antico. Usa – benissimo - la grammatica dei social ma parla il linguaggio della nostalgia. È il professore influencer che però rassicura chi detesta gli influencer.

Schettini è per il boomer che odia i giovani la “tempesta perfetta”: possono continuare a disprezzare i giovani sentendosi moderni.

La forza di Schettini non è la fisica, ma la narrazione.

Quando attacca i telefonini non fa un’analisi scientifica, offre un colpevole, il più comodo.

Che poi è lo stesso “colpevole” su cui ha costruito il suo successo.

Quando dice che ha assistito al crollo del QI tra gli studenti non dice nulla di scientifico, sta solo solleticando una narrazione emotiva collettiva (“ai miei tempi sì che si studiava”) basata su impressioni personali.

E allora, perché funziona? Perché conferma un sentimento diffuso: il mondo è peggiorato, la scuola è peggiorata, i giovani sono peggiorati. E lui, dal palco digitale che tanto condanna, sembra l’unico adulto lucido in mezzo al caos.

Vogliamo parlare di un altro elemento, più sottile? La postura della vittima.

Milioni di follower. Teatri pieni. Programmi in prima serata.

Eppure bastano due critiche, due meme, due commenti sgradevoli, ed ecco il racconto del professore ferito, attaccato, frainteso.

È una dinamica tipica del narcisismo. Enorme consenso, ma attenzione ossessiva al dissenso. Il dissenso non viene ignorato, ma esibito. Perché rafforza la narrazione. Se mi attaccano, vuol dire che dico verità scomode. Se mi criticano, è perché ho colpito nel segno.

E così il cerchio si chiude. Chi lo ama si sente parte di una minoranza coraggiosa — anche se è maggioranza numerica.

Chi lo critica diventa la prova vivente della sua autenticità.

È la solita retorica destrorsa della vittima, di chi è al potere ma sa solo frignare.

Proprio come il nostro governo, sarà un caso che la Rai meloniana ami tanto il prof?

Schettini piace perché è insieme autorità e ribelle, sistema e antisistema, influencer e censore degli influencer. È una figura perfettamente calibrata per un paese che vuole sentirsi moderno senza rinunciare alla nostalgia.

Non importa che abbia ragione, ma solo che rassicuri il pubblico medio, quello a cui aspira.

E oggi, i prodotti più venduti, quelli che ti fanno fare i big money, sono la nostalgia e la rassicurazione.

 

Franca Candiloro

Invidia...ne abbiamo?...

Che post inutile

1 ora fa

 

Autore

Andrea La Rovere

Franca Candiloro invidia di cosa esattamente, scusi? Non sono insegnante, non sono influencer, non so nulla di fisica. Lavoro coi social e ho proposto una mia analisi non su Schettini, ma sulla comunicazione.

Piuttosto, fossi in lei mi interrogherei sulla sua reazione rabbiosa da gregaria, non mi sembra molto sana.

Grazie del commento 

1 ora fa

 

Luisa Mazzullo

Franca Candiloro ma lei qualche analisi del momento che viviamo ha qualche capacità di analisi o segue il flusso senza un pensiero? Nel caso continui con tranquillità ma abbia almeno il buon senso di non intervenire con l'arroganza, che ha preso ormai il sopravvento, miglior figura farebbe.

1 ora fa

 

Federico Beltrami

Franca Candiloro il tuo.

1 ora fa

 

Luigi Vecchio

Piace perché piacciono quelli che riducono tutto a un cazzeggio, è tutto un gaming

49 min

 

Alessandra Taddei

Personalmente se avessi avuto un insegnante di Fisica come il prof. Schettino avrei avuto voti migliori in quelle materie che mi hanno fatto sentire stupida, inadeguata e ostile alla logica scientifica che invece mi guida in ogni mio ragionamento, a quasi settanta anni trovo i suoi post utili, interessanti ...perfino la Matematica che non sembra più un'accozzaglia di teoremi e nozioni astratti. Agli esami di Stato ai quali ho partecipato per anni come membro esterno di Italiano e Storia, a domandina piccina su quale uso pratico si potesse fare di integrali, derivate, equazioni la risposta era sempre la stessa: due occhi spalancati nel vuoto, quando poi l'alunno veniva allontanato, i colleghi della commissione mi consigliavano di starmi zitta e limitarmi a fare domande attinenti ai programmi di Italiano...meglio evitare la Storia, sempre trascurata come Cenerentola. A me Schettini non frega niente che sia un narcisista, di lui ne vorrei a migliaia in classe. Spero non si pensi che sia polemica, stimo molto l'autore del post.

1 ora fa

 

 

Roberto Bracci

A me piace perché è una persona educata, simpatica, intelligente e capace di interessare. Avrà anche i suoi difetti ma credimi, c’è di peggio. Di molto peggio 

1 ora fa

 

 

Cinzia Ponzano

Mi fa ricordare la mia esperienza di scuola con professori annoiati e annoianti. Gente frustrata che veniva in classe e leggeva il giornale, imponendo il silenzio agli alunni sconcertati. Insegnanti di italiano ignoranti e noiosissime….per contro ricordo con affetto un insegnante di italiano e filosofia autorevole e preparato, che incantava con le sue lezioni. Serve l’entusiasmo di Schettini nella scuola di oggi!

53 min fa

 

Luisa Mazzullo

Analisi perfetta, anche io mi son fatta domande su questa figura e i motivi per i quali piacesse tanto, non stupendomi, ma rimanendo sconcertata, di quanto/i al momento abbiano successo! Come sempre Grazie! 

1 ora fa

 

Filippini Franca

Non sarei così deleteria visto che con il suo modo di fare insegna a comprendere la fisica anche ai meno portati per questa materia. Inoltre non trascurerei il fatto che si presenta come dichiarato omosessuale sposato, cosa apprezzabile in questa Italia bigotta e che con questo cerca di far capire ai tanti giovani fragili che bisogna accettarsi senza nascondersi. Non vende cosmetici, vende solo se stesso con narcisismo si, ma anche con simpatia.

3 min

 

Fan più attivo

Erimangodisasso Di Alessandra

Ci sarebbe da dire qualcosa in merito anche sugli "spettacoli"di Ruffini

48 min

 

Gianfranco Onatzirò Obinu

Analisi interessante

11 min

 

Marina Profili

io lo detesto, ma vorrei sapere chi è il suo barbiere.

tutto qua.

 

 

Caro Beppe

Paolo Sorrentino, pur senza mai insistere nel volermi convincere, mi ha definitivamente persuaso che la trama è un optional, non solo nei film, che ho visto e apprezzato, quasi tutti. Oggi ho avuto il piacere di godermi il suo ultimo. “Parthenope”, il penultimo, non mi era piaciuto, non sono nemmeno riuscito a vederlo, perché mi irritava. Quindi “La grazia” per me è stato in anteprima danneggiato dalla mia idea preconcetta e infatti lo stavo per buttare via. Poi mi sono scolato una bottiglia di vino bianco, che per caso avevo in frigo e distrattamente l’ho fatto partire dalle ultime scene, e lì mi ha preso.

Insomma l’ho guardato tutto dall’inizio e ho più volte pianto, colpito dalla grazia e dalla bravura di una mancanza di trama, che però aveva un disegno finale a imbuto. Il filo conduttore, cioè, quello ci vuole, anche sottile e impercettibile, a volte.

Un mio amico non solo di Facebook al quale avevo consigliato il film in questione, poi glielo avevo anche mandato con il programma on-line WeTransfer , mi scrive dopo qualche giorno:

Il mio amico di Facebook R. P. (figlio di C.) mi ha rovinato la sorpresa... ora vedrò il film sotto altri occhi

P.

Al Cinema , la Grazia . . . solito film Sorrentino e Servillo, che si traduce in un agiografia di Mattarella, seppure non citato direttamente. Il protagonista sarebbe un Presidente della Repubblica che ha di fronte due richieste di grazia. Una che nessuno rifiuterebbe, di un uomo che ha ucciso la moglie e l ' altra che nessuno accetterebbe, di una donna che ha ucciso il marito. Non entro nel merito dei dettagli. Andate a vedere il film se vi interessano. Alla fine il Presidente rifiuta la grazia al marito assassino e non del tutto a torto. In effetti ha scontato gran parte della pena, è pentito del gesto, la moglie soffriva molto per l ‘alzheimer, non ha neppure chiesto la grazia, ma per lui, i suoi compaesani e studenti e si sta lasciando morire. Ma esiste una ambiguità di fondo che viene avvertita, sostanzialmente non ha agito per amore della donna, ma perché non ne poteva più della situazione che viveva lui . La seconda grazia viene invece concessa a una donna vittima di un marito maltrattante. Lei è antipatica, maleducata, aveva un amante e quindi un movente per mentire sui maltrattamenti, ha scontato pochissima pena, ha agito di notte nel sonno e infine poteva tranquillamente lasciare il marito. Incidentalmente non si è pentita, che sarebbe giuridicamente obbligatorio, per noi formalisti del diritto. Riceve invece la Grazia perché sostanzialmente non poteva andarsene di casa per troppo amore verso il marito massacrato e per una inedita legittima difesa preventiva. Naturalmente non si sarebbe potuto altrimenti fare il film, e quindi rispetto la scelta narrativa del regista. Se invece arriviamo al momento del famoso dibattito. Il film rappresenta una inedita degenerazione del rapporto uomo e donna. Sostanzialmente la seconda ha diritto di trucidare il marito ma questo diritto è negato, per fortuna posso aggiungere, all ' uomo. Con tutta l’indignazione verso un soggetto ( presunto ) maltrattante, invito a riflettere sulla profonda degenerazione della cultura, questa volta, di sinistra.

Gli rispondo che tale R. potrebbe anche aver ragione, ma io non vedo le cose strettamente dal punto di vista giuridico (lui sì, magari perché è avvocato) o della giustizia terrena in senso più ampio, ma quando guardo un film, leggo un libro o ascolto una musica, quello che conta è il contenuto, sì, ma soprattutto l’atmosfera. Tanto che alcune canzoni inglesi, quando ho iniziato a capire il testo, mi sono piaciute molto di meno e così qualche film che mi era garbato, influenzato dalle critiche di qualcuno, dopo, mi è piaciuto di meno, anche perché a certe cose non ci avevo proprio pensato e ho ragione di credere che fosse meglio così. Forse anche qualche libro mi è piaciuto senza averlo prima capito, ma ho motivo di credere che non si tratta di un numero significativo di libri.

Quando scrivo non mi limito a quello che penso e che sia giusto, ma mostro, spesso ma non volentieri, come in questo caso, punti di vista che non mi piacciono.

A proposito: su Facebook ci sono diversi critici di cinema, di solito non disprezzo mai o quasi le critiche positive, ma ce n’è uno che mi ha fatto scaricare e tentare di vedere dei film veramente sgradevoli, perché me ne aveva parlato in maniera entusiastica. Oppure ha parlato con dei termini veramente spesso ripetuti e appiccicosi come questo non è solo un film ma... e a me invece in precedenza, anche se talvolta non immediata, mi era piuttosto sembrato una schifezza.

Vi prego guardate I GIORNI DEL CIELO su RaiPlay. Lo spettacolo più “silenzioso” mai girato. Uno dei capolavori degli anni 70 e vero prodigio poetico di Terrence Malick. L’ho rivisto ieri e mi sono commosso di nuovo, come ogni volta che mi imbatto nel suo respiro.

Le immagini di I Giorni del Cielo scorrono con la rapidità di ricordi personali, improvvisi e vividi. Terrence Malick traspone il mito biblico tra le spighe del Texas, poco prima della Grande Guerra, costruendo un’opera definita da una maestosa ellissi. La narrazione procede senza racconto classico, lasciando che siano il vento e la luce a descrivere l’interiorità dei protagonisti. È un’equazione di ironie e di bellezza arcaica, dove ogni inquadratura sembra bruciare di una luce propria.

Il racconto trova il suo baricentro nella voce di Linda Manz. Le sue riflessioni, slegate e poetiche, offrono uno sguardo obliquo su una vicenda di inganni e desideri. Bill e Abby (Richard Gere e Brooke Adams), amanti che si fingono fratelli, e il proprietario terriero che si interpone tra loro (Sam Shepard), agiscono in uno spazio dove la morale si fonde con la necessità. Ogni parola pronunciata fuori campo aggiunge uno strato di verità a una trama di una semplicità mitica.

La fotografia… la fotografia signori e signore è un poema di luci, ombre, tinte che sfumano, rossi e ocra che si accendono. Néstor Almendros cattura la "magic hour", quel crepuscolo dorato che riduce le passioni umane a una scala infinitesimale. Gli elementi primordiali — l'acqua, l'aria e soprattutto il fuoco — dominano la scena. La sequenza della piaga delle locuste possiede una forza visiva travolgente, segnando il passaggio dal sogno all'apocalisse privata. In questo scenario, l’essere umano appare composto di impulsi contrastanti, un’unione di aspetti celestiali e oscuri destinati a essere arati dall'oblio.

Il finale si rivela generoso e struggente. Suggerisce percorsi paralleli dove i piccoli drammi possono ancora mutare forma e trovare una pace imprevista. Resta l’eco di una bellezza che trafigge, un mosaico di immagini che diventano opera d’arte e uno dei vertici più alti della storia del cinema.

 

Mario La Nocella

 

 

Dal gruppo Cinema e Psicologia

 

Questa pellicola è stata così ricca di significati nascosti e simbolici, da spingermi per giorni a una ricerca approfondita sulle mie tante domande:

Cosa ci farà mai la carcassa di una gigantesca balena imbalsamata, che staziona nella piazza principale di una piccola città di provincia della pianura ungherese con 20 gradi sotto zero?

E Chi è il principe misterioso di cui si vede solo l'ombra inquietante , nascosto nel camion contenente il grande cetaceo, che con una lingua sconosciuta a tutti, predice l'imminente apocalisse.

Un film che ho trovato disarmante da un punto di vista psicologico, poiché rende chiara la sconfitta morale che riguarda l'intera umanità, con le sue fragilità e l'accecante desiderio di potere che supera ogni logica razionale..

( LE ARMONIE DI WERCKMEISTER) di Béla Tarr

"" Un'indagine filosofica profonda sulle domande fondamentali dell'esistenza..e il significato ultimo dell'essere umano.""

CAPOLAVORO ASSOLUTO. Consiglio la visione a chiunque non l'abbia ancora visto.

 

Una volta pensavo che la mancanza di entusiasmo fosse tra le peggiori malattie, ma anche l’entusiasmo forzato, o semplicemente quello che non capisci e non riesci proprio a condividere, sia piuttosto antipatico.

Non voglio discutere sul fatto che chi ha diretto il film si sia assai impegnato, ma i risultati sono assai diversi dagli intenti, come spesso accade. Tutta questa poesia e armonia io non ce le ho trovate proprio. In tanti Malick lo trovano meraviglioso, io mi sento poco attratto da tutti i suoi film che ho tentato invano di vedere, forse non ne ho mai terminato uno, non mi ricordo.

 

La morte di Anatoli Orrico è stata improvvisa e casuale come la sua nascita? No, stavolta non è stato per caso, era un personaggio scomodo e Facebook me lo ha assassinato, semplicemente pretendendo un documento valido, che essendo una personalità fittizia io non potevo esibire.

 Dieci anni di vita e tanta attività, non solo di denuncia e ironia, cancellati in un secondo senza pietà. Se avessi potuto avrei buttato una bomba sulla sede di Facebook, ma chissà dov'era o se esisteva veramente e fisicamente, non sarebbe servito a niente.

 Anatoli era tanto popolare e che riceveva decine di auguri di compleanno e quando lui si scherniva e confessava più volte di essere solo un essere fittizio, la gente diceva che a loro non importava, che continuasse così, piaceva e c’erano affezionati.

Non potrò mai perdonare a Facebook questo assassinio di una prepotenza lucida e pure distratta, dopo dieci anni di vita non si può ammazzare così un barbuto Babbo Natale con gli occhi storti.

Però la vita continua, nonostante il niente che ti uccide un po' alla volta, l’ingiustizia è parte integrante del mondo emerso e sott'acqua non credo che le cose vadano tanto meglio.

 Con tutti gli squali che ci sono il polpo è condannato a nascondersi, a mimetizzarsi per tutta la vita, ma poi basta un passo falso un tentacolo mosso inavvertitamente sotto un improvviso raggio di sole, trapelato per caso tra i coralli, e tutto crolla per sempre.

 

Caro Pippo

 Ma quando è successo? E dopo tutto questo tempo se ne sono accorti? Condoglianze.

 

 Beppe mio

 Purtroppo sì, sono cambiate le regole, il mondo moderno funziona così, di punto in bianco diventi un bandito, quello che avevano stabilito all'inizio del gioco non conta più, ti ammazzano come un cane e poi non se ne rendono nemmeno conto, non gliene frega niente.

Non mi scrivere RIP anche tu, perché non potrà mai riposare in pace, ovunque sia si rivolterà nella sua tomba.

 

 

Noam Chomsky ha contribuito ad elaborare il sistema di strategie che viene utilizzato per la manipolazione delle persone attraverso i mass media. Ne è nato questo decalogo, non attrinuibile per intero all'autore, ma dove molte affermazioni risultano effettivamente dette da lui.

1-La strategia della distrazione

L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.

2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni.

Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare.

3- La strategia della gradualità.

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi.

4- La strategia del differire.

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato.

5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini.

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale.

6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.

Sfruttate l'emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi razionale e, infine, il senso critico dell'individuo.

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.

“La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori".

8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.

9- Rafforzare l’auto-colpevolezza.

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione.

10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono.

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élite.

 

 

 

 

 

Caro Pippo

So che ti garba Calvino e ti metto questa cosa, prima di dimenticarmelo, dopo con calma ti parlerò della mia vita e del mondo in generale. Insomma qualcosa del genere.

 

Le Regole di Italo Calvino per leggere i classici

 

"La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario."

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e mai “Sto leggendo…”.

Leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello di averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come ad ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest’altra formula di definizione:

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti, le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. […] Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. C’è una particolare forza dell’opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando si impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Dunque, che si usi il verbo “leggere” o il verbo “rileggere” non ha molta importanza. Potremmo infatti dire:

4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume)

La lettura d’un classico deve darci qualche sorpresa in rapporto all’immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario. C’è un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l’introduzione, l’apparato critico, la bibliografia vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne di più di lui.

8. Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.

Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo.

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

[…] La scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici, tra i quali tu potrai riconoscere in seguito i “tuoi” classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta, ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola.

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

11. Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

12. Un classico è un libro che viene prima degli altri classici, ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

L’attualità può essere banale o mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco, dunque, che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d’attualità.

13. È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14. È classico ciò che periste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

[…] Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici. E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran: “Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”.

[Italo Calvino, “Perché leggere i classici”, Mondadori, 1981]

 

Il mio vicino da qualche giorno non scaracchia più, non ci sono luci accese di notte, non lo sento sbatacchiare le porte, non grida al cellulare. Che sia successo qualcosa?

Un altro fenomeno della natura è che qui ci sono quattro case in fila di tre sorelle e un fratello. Il fratello è l’ubriacone, forse anche il più sempliciotto, la sorella più intelligente è Ceci, che doveva anche essere una bella donna da giovane. Ora da vecchia sta con João un uomo veramente simpatico, con una voce forse da disegno animato, ma direi un tipo a posto.

Ieri mi hanno dato un passaggio, ero sulla salita e perciò ho detto di sì, perché quando vado a fare le camminate non accetto passaggi, di solito.

E comunque di Alceu, il vicino rumoroso, non mi hanno detto niente.

Un ulteriore fenomeno della natura sono le previsioni del tempo, non ci indovinano mai, ma continuano a mandare precisissime indicazioni, anche mensili, su come comportarsi seguendo il movimento della natura, dimenticandosi che se seguissimo i loro suggerimenti, come io ho fatto qualche volta saremmo soggetti a delle catastrofi che forse erroneamente chiameremmo naturali, ma non lo sono tanto.

Intanto il mio vicino è tornato, dopo una settimana e scaracchia come prima, mi ero illuso che lo avevano chissà operato piuttosto chirurgicamente e risolto il suo problema, che indirettamente è anche mio. Invece no.

 

Odiatori, nella vita come nella Rete. L’ondata di cattivismo che sta infestando il dibattito pubblico rischia di sovvertire millenni di etica, con i samaritani del 2000 disprezzati, accusati di salvare vite e occuparsi dei fragili, come fosse una colpa anziché ciò che ci fa uomini. Rigurgiti odierni di “aporofobia” (disgusto verso i poveri), fenomeno mai visto prima...

Ho finito le guance. Ho già porto anche l’altra, non ne ho più; ormai è uno stato di isteria, una malattia effettiva e affettiva. Rabbia e paura ci hanno drogato, ci hanno alterato quasi chimicamente, fino alla patologia. L’odio nasce da un cortocircuito, avvenuto per poter scaricare una rabbia che è stata preparata accuratamente.

Credevamo di avere gli anticorpi contro tutto questo, che gli errori del passato ci avessero resi irrimediabilmente migliori. Invece assistiamo al trionfo della ci/viltà, l’anonimato è la forza con cui si esprime oggi chi odia: ti insulto tanto io non so chi sei e tu non sai chi sono io. È la ci/viltà dei social, dei media, la viltà da dietro un vetro. Come ha scritto Zamagni su Avvenire, il potere ha paura dei solidali, colpevoli di trovare soluzioni che toglierebbero il dominio alla nuova economia. Allora avalla questo delirio di impotenza, questa fame di diffamare... Mi dai l’inimicizia su Facebook?

Così ci si assuefà a tutto e può anche accadere, a Manduria per esempio, che un anziano debole sia seviziato per mesi da baby bulli, fino alla morte, nel silenzio osceno di tutti. L’anonimo è vile perché è forte della debolezza altrui, macchia la tela bianca e sa che la tela non potrà rispondere. La povertà è invisibilità, se la si vede la nascondiamo, inchiodiamo i ferri sulle panchine per non far sedere i mendicanti, per non farli ri/posare. I Comuni dicono ci pensi lo Stato, ma lo Stato è confusionale e allora chi ci pensa è il terzo settore, il volontariato, quello odiato, che però è all’elemosina, perché il potere non si può permettere un’economia sociale... E allora tocca per esempio all’Elemosiniere ridare non solo quella luce (una vera Illuminazione) che non nasconde più nel buio il bisogno, il disagio e la vita, ridando altra energia a quelli a cui l’abbiamo tolta da troppo tempo e che dobbiamo difendere con ogni costo a tutti i costi per non continuare a vergognarci.

Chi esprime tenerezza diventa quasi un nemico, mai nel passato la Croce Rossa o Medici senza Frontiere o la Caritas erano stati insultati in quanto umanitari... Ci vuole un cambio di frequenza che muova da dentro, da dove parte la tua idea di vergogna: quando parlo di diritti non regge più la sola Costituzione, manca una sana costituzione interiore. I partiti hanno creato questo momento storico, hanno acceso il fuoco perché potesse bruciare, perché si calpestasse il pane purché non andasse ai rom: quando arrivi a questo è già tardi, bisogna agire nelle scuole, raccontare lì il tema della paura che nasce da una mancanza d’amore, e raccontare il mistero degli Interni, il mistero della Giustizia, il mistero della Salute, il mistero dell’Istruzione. La libertà di parola quali condizionamenti può avere? Davvero ognuno può scrivere tutto? Ognuno può offendere? C’è una sproporzione umana che chiede una condizione di sovrumanità, altro che sovranismo! E poi perché vogliono depotenziare la storia a scuola? Questo è lavorare sull’annientamento della memoria, renderci poveri, sì, ma di idee, il potere è malato, teme gli spiriti liberi della solidarietà, perché dimostrano che la povertà può diventare ricchezza. In questo momento c’è un Dna del buio.

Cosa possiamo fare, allora? Cambiare il linguaggio, gridare la tenerezza e la compassione, urlare nei teatri, sui libri, ovunque, contro questa cultura in vitro – il vetro della tivù e dei computer – che non la tocchi e non la annusi, che non ha sensi. Ma c’è una nuda verità che viene prima: essere o essere? Questo mi interessa. Attenzione, il volontariato verso i bisognosi esiste, anche a Bologna ne vedo tanto, ma oggi occorre indossare questa povertà, abitarla, sentirla con un settimo senso, ecco il cambio di frequenza che tocca a noi, non ci sta più solo la denuncia e la manifestazione. C’è un fare l’impossibile e un fare l’impassibile, io devo fare il mio volontariato quotidiano che è lo sguardo, il non avere paura d’avvicinarmi. Il mercato ci ha detto cosa dobbiamo avere per mantenere il nostro benessere e il suo benestare, senza cadere mai sotto la famosa soglia della povertà... Invece no, dobbiamo attraversarla avanti e indietro questa soglia, ognuno come può, lavorare sulla nostra santità, altra parola che fa tanta paura. Invertiamo la rotta, mettiamocela addosso questa santità, per combattere il morbo dell’aporofobia c’è bisogno di uno scatto, un moto a luogo, altrimenti poveri... noi.

Di che cosa si accusa il povero? Mai visto nella storia un accanimento come oggi. Il povero... non ti ha fatto assolutamente nulla. Semplicemente ti accanisci contro questa condizione inerme e sai che non reagirà. E siamo pure arrabbiati perché stiamo male, a differenza di chi sta male: quello che vive sotto i ponti dà fastidio a noi. Penso ai cartoni animati , quelli dei clochard, con dentro degli uomini... Bisognerebbe aprire l’era del risarcimento per togliere l’in/fame nel mondo e restituire il maltolto, invece su questa gente si consuma la fame di fama che ci vede potenti sui social, dove li disprezziamo e così siamo forti. Pensare che social con una “e” in più diventa sociale, cioè terzo settore, pietà, condivisione. Invece il social è vedo e colpisco. I nativi digitali moriranno tra atroci divertimenti, dipendenti dalla Rete non conoscono la concezione tattile, olfattiva, umana dell’altro, è questo il sacrilegio che vedo. Io auspico il cambio di frequenza dal basso all’altro, e non lo lascio solo alle religioni, tutti noi abbiamo una parte divina che non ci è permesso esercitare: siamo stati lavorati sulla stanchezza, sottomessi a spauracchi con mezzi di distrazione di massa. Liberiamo i nostri figli dalla paura! Diciamogli che la persona disagiata è chi guarda, non chi è nel disagio. Che il cibo è spazzatura, ma per molti la spazzatura è il cibo. Liberiamoci dal conflitto di disinteresse. Il cambio dev’essere esistenziale, non di partito: portiamolo nelle scuole, è lì il vero Parlamento.

(Alessandro Bergonzoni

Cultura libera, Apertamente)

 

Beppino Brasileiro

Calvino mi garba solo agli inizi, Il barone rampante, Il visconte dimezzato, Marcovaldo su tutti, ma poi mi è sembrato sempre meno interessante e Se in una notte d’inverno un viaggiatore, per il quale hanno universalmente acclamato la genialità dell’autore in questione, mi ha non solo fatto schifo, ma non capisco nemmeno quale fosse il suo disegno, la sua intenzione insomma, di quel cazzo di Calvino, e come ha fatto a piacere a qualcuno, se non fosse che quando uno è famoso la gente fa finta di farselo piacere, anche se non cicapisce niente, perché è una specie di moda e per sentirsi pubblicamente degli intellettuali del kaiser.

Comunque quello che mi hai mandato non lo conoscevo e mi è piaciuto, ti dirò che apprezzo Calvino più come opinionista in generale, che come scrittore, ma non lo dire a nessuno sennò...

Il VPN è una cosa abbastanza nuova, su Facebook non lo conoscono ancora veramente bene, oppure non sanno come gestirlo, figurati che mi mandano tutti i giorni un codice che io dovrei inserire, ma non mi spiegano dove. Dicono che qualcuno con il mio indirizzo si è lamentato di non so cosa, ma se quello non fossi io dovrei dirglielo.

Per qualche giorno io gliel’ho anche detto e ripetuto, ma loro continuano come se niente fosse, ogni giorno mi mandano un codice e mi fanno domande, certo atte ad aiutarmi, di cui poi ignorano sistematicamente le mie continuate e ripetute relative risposte.

Ogni tanto mi buttano fuori da Facebook, o mi impediscono per un periodo di tempo X di fare alcune cose. Ora per esempio non posso iscrivermi a dei gruppi nuovi, loro non mi danno mai spiegazioni, per quanto mi mandino dei lunghissimi papiri automatici, che per forza devono racchiudere anche il mio caso, ho ragione di credere, ma che non sono mai riuscito a leggere per più di una riga o due e capire che non avrei mai potuto comprendere quello che con il loro complicato linguaggio loro forse non volevano veramente che io comprendessi.

Credo che la mia colpa sia stata associarmi a troppi gruppi e non ho più lo spazio o la disponibilità previsti e/o necessari. 

A loro ovviamente non gliene frega niente, anche perché sono nient’altro che delle macchinette elettroniche senza alcuna anima o sentimenti, ma così facendo mi convincono piuttosto che dovrei mandarli affanculo in maniera definitiva.

Senza neppure rendersene conto, se ne approfittano che ho troppo tempo libero e anche senza volerlo, distrattamente ci entro e ci esco, ma ci sto sempre meno tempo, rispetto ad un prima ovviamente precedente. Confesso: si tratta di anni ormai.

Ultimamente mi sono dato a scrivere racconti dei quali ti ho parlato e magari un giorno ti farò leggere qualcosa, ma non ne sono tanto sicuro.

La mia maniera di scrivere è questa; prendo ispirazione da cose esistenti e le cambio dove non mi garbano o le storpio di proposito dove sono troppo conformi a me.

Per esempio parlo di uno che potrebbe assomigliare a Marchino, mio carissimo amico fuori da Facebook, e precisamente di Montuolo. Mentre scrivo vedo il suo sguardo enigmatico, ma poi diventa un altro e anche se la sua faccia è quella, lui si comporta in maniera diversa in alcune occasioni, ma fedele al suo personaggio in altre.

 

 

Ultimamente Pippo si è convinto che sul suo gruppo dobbiamo fare una specie di ping-pong di notizie, solo io e lui, gli altri mettono dei mi piaci saltuari, raramente articoli o post in genere, qualche scarsa foto presa in rete. Secondo me hanno timore di fare qualcosa di sbagliato e non si arrischiano troppo.

Pensiamoci un momento. Una società che, tra mutazioni storiche incessanti, addirittura frenetiche, non arriva a concepire per sé un tipo di alimentazione a base non carnea, un’economia agricola senza l’allevamento in vista del mattatoio, un’edilizia urbana che non comprenda luoghi dove si abbattono incessantemente animali, un’industria che non trasformi distese di cadaveri in montagne di squisitezze, si può ritenerla creativa, capace di vera immaginazione? Si direbbe obbedire alla cieca a un encefalo che, nei più, si è evoluto senza ravvivarsi, che cambia le cose (in buona parte distruggendole) senza variare nei comportamenti essenziali.

Perché mai la dieta strettamente vegetariana, invenzione di gran lunga più gustosa della mina anti-uomo e dell’ingozzamento delle oche da foie gras, non è adottata che da una insignificante minoranza nel mondo civilizzato? Perché mai in duecento anni di rivoluzioni del costume, di modificazioni della psiche umana, di legislazioni per rinnovare e correggere, siamo riusciti soltanto a migliorare l’igiene del mattatoio e rendere più spediti i sistemi non rituali di uccisione?

E come si può calcolare un benessere sociale in base all’aumento dei consumi di carne? L’invenzione tecnica che fornisce la statistica sarà stupefacente, ma concludere da lì che il benessere sociale aumenta o cala in base al consumo individuale di carni rivela testa letargica, una mummia sifilitica di epoca tolemaica al lavoro con lo strumento elettronico.

Che sia l’umanità tutta quanta la grande, vera, terrificante mucca impazzita? L’umanità coi suoi treni di muggiti, coi suoi luoghi comuni linguistici e mentali di antracite preistorica che regolano, controllano, dirigono, artigliano e impiovrano tutto?

Lady Macbeth passa le sue ore a lavarsi e a rilavarsi le mani, a profumarsele, ma la macchia di sangue non riuscirà mai a farla sparire.

 

Guido Ceronetti

 

«Tutto è dispersione, lacerazione, separazione, rotolare di ruota senza carro, e questo ha nome esilio, o anche mondo.» Guido Ceronetti è stato un poeta, aforista, scrittore, filosofo, traduttore, giornalista, drammaturgo, teatrante e marionettista italiano. 

 

Wikipedia

 

 

 

La Maggior Parte delle Persone Butta Via l'Acqua della Pasta, ma Non Sa Che È un Fertilizzante, un Diserbante e un Lucidante Naturale...

Ogni sera, in ogni cucina italiana, succede la stessa cosa: la pasta scola e litri di acqua amidacea finiscono nel lavandino. Ma quell'acqua torbida e biancastra è carica di amido, minerali e tracce di potassio che il terreno dell'orto assorbe immediatamente. Lo scarto più quotidiano della cucina italiana è un concentrato di nutrienti che nessuno raccoglie.

1. Fertilizzante Liquido per l'Orto e i Vasi

L'amido che opacizza l'acqua della pasta si decompone nel terreno e nutre i batteri benefici che rendono i nutrienti disponibili alle radici.

- Lascia raffreddare completamente l'acqua prima di usarla — versarla calda cuoce le radici superficiali e uccide i microrganismi del suolo.

- Annaffia direttamente alla base di pomodori, peperoni, zucchine e piante in vaso una volta alla settimana.

- Usa solo acqua di pasta NON salata — il sale si accumula nel terreno e brucia le radici nel giro di poche settimane. Se hai salato l'acqua, riservala per gli altri usi ma non per le piante.

- L'amido stimola l'attività microbica del suolo — i batteri che lo decompongono rilasciano nutrienti già presenti nel terreno ma bloccati in forma non disponibile.

2. Diserbante Naturale per Vialetti e Fughe

L'acqua di cottura bollente è un diserbante termico immediato che non lascia residui chimici nel terreno.

- Versa l'acqua appena scolata, ancora bollente, direttamente sulle erbacce che crescono tra le fughe dei vialetti, tra le mattonelle del cortile e alla base dei muri.

- L'amido caldo si deposita sulle foglie e amplifica lo shock termico — le piante colpite ingialliscono in 24 ore e muoiono in 2-3 giorni.

- Ripeti una volta alla settimana sulle ricrescite fino a esaurire le riserve radicali delle infestanti.

- Funziona su tarassaco, piantaggine, gramigna tra le fughe e tutte le erbacce annuali — le perenni con radici profonde richiedono più applicazioni.

3. Ammollo per Legumi Secchi

L'acqua di cottura della pasta contiene amido che accelera l'idratazione dei legumi secchi.

- Usa l'acqua raffreddata e non salata per mettere in ammollo ceci, fagioli e lenticchie la sera — l'amido ammorbidisce la buccia esterna e riduce il tempo di cottura il giorno dopo.

- I legumi assorbono parte dei minerali disciolti nell'acqua, arricchendo il piatto senza aggiungere nulla.

4. Lucidante per Pavimenti in Cotto e Pietra

L'amido dell'acqua di pasta crea una patina sottile che ravviva i pavimenti in materiale naturale.

- Lava il pavimento in cotto o pietra con l'acqua di cottura fredda e non salata, usando un mocio ben strizzato.

- L'amido riempie le micro-porosità della superficie e lascia una finitura satinata naturale — lo stesso principio delle cere tradizionali, senza prodotti chimici.

- Non usare su gres porcellanato o superfici lucide — l'amido lascia un velo opaco che richiede risciacquo.

5. Impacco per Pelle Secca e Mani Screpolate

L'amido disciolto nell'acqua calda ha proprietà emollienti che l'industria cosmetica riproduce nelle creme.

- Immergi le mani screpolate nell'acqua di cottura tiepida per 10 minuti — l'amido crea un film protettivo che trattiene l'idratazione.

- Funziona anche come impacco per piedi secchi e talloni screpolati prima di applicare una crema.

6. Base per Impasti e Salse

L'acqua della pasta non è solo uno scarto — è un ingrediente che i cuochi professionisti conservano deliberatamente.

- Un mestolo di acqua di cottura mantecato nella padella con il sugo lega la salsa alla pasta grazie all'amido che funziona da emulsionante naturale.

- Usala per allungare impasti di pane e pizza al posto dell'acqua normale — l'amido aggiunge morbidezza alla mollica.

- Conserva in frigorifero per 2-3 giorni in un barattolo chiuso — oltre, fermenta e diventa inutilizzabile.

Sette litri alla settimana di fertilizzante, diserbante e lucidante — finiscono nel lavandino ogni sera tra le 19 e le 21 in tutta Italia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con il tempo Pippo però mi ha scritto sempre meno, ha cancellato il gruppo di Facebook e in Brasile a trovarmi non c’è mai venuto. Anch’io avevo promesso di visitarlo, ma come si dice in Brasile: il progetto non è uscito dalla carta.

Ultimamente ho saputo che era morto e lo sono venuto a sapere da un e-mail di una donna, che alla luce di quanto qui si scrive, deve essere diventata sua moglie, o qualcosa del genere. L’e-mail contiene due annessi, che sono due racconti molto interessanti, uno di Pippo e uno di lei.

 

Pippo non è più tra noi, caro Beppe e siccome mi ha detto che siete o eravate amici, proprio prima di chiudere gli occhioni mi ha detto di spedirti questo pacco, al quale ho aggiunto una parte mia, tanto per farti capire meglio quello che è successo.

Magari vorresti sapere come è morto il tuo amico, ma lui ha detto di no, di non dirtelo, che è stato troppo doloroso, che è meglio che tu non lo sappia.

Un abbraccio Lucia Concordi

 

P.S. Se passi da Oltre il Colle, provincia di Bozza, vienimi a trovare, penso che potremo diventare amici e questo me lo ha messo in mente proprio Pippo, ma ha detto anche che l’amicizia su Facebook non vale niente, o per internet che sia. Bisogna essere amici fisicamente, e magari bersi insieme un bicchierotto di vino o due.

 

 

Era iniziato l'inverno e ormai da tre anni interi mi ero separato dalla mia seconda moglie. A dire il vero quegli anni erano volati ed era stata proprio lei ad andarsene.

Tre anni di solitudine, di Facebook e notizie false. Da una decina almeno avevo cominciato a fondare e ad abbandonare ciclicamente gruppi di Facebook, ad alimentare la mia amicizia con gli animali, cani e gatti e a credere sempre di più di aver sbagliato pianeta.

Non che la Terra fosse brutta, anzi, la natura era proprio meravigliosa, ma era troppo piena di gente. Non credevo più all'amicizia, e anche se la colpa fosse stata solo mia, cambiare a sessantacinque anni era piuttosto arduo e improbabile.

E poi io mi piacevo ancora, con tutti i miei difetti, dentro di me ero così pieno di personalità differenti, di prove di capacità inframezzate da altrettante incompetenze, ricordi buffi e situazioni tragicomiche. Insomma non mi sembrava di aver bisogno degli altri, da solo mi facevo compagnia, senza sforzo producevo abbastanza movimento e stronzate. Sapevo anche di sbagliarmi, in un certo senso, ma era troppo tardi e non avevo voglia di discuterne con nessuno, tantomeno con me stesso.

Non credevo più all'amore per una donna, oppure ci avevo sempre creduto poco, forse perché mi rendevo conto che io ero troppo complicato e diverso dalla maggior parte della gente, maschi o femmine che fossero.

Non so se il matrimonio sia la morte dell'amore. A dire il vero non so nemmeno l'amore cosa sia. All'inizio era infatuazione, poi amicizia, condividere interessi e sogni, poi è sopraggiunta la noia.

Sapere già tua moglie cosa sta per dire, che cosa pensa, ripetere le stesse situazioni all'infinito. Naturalmente anche da parte sua capisco che sia lo stesso, perché una persona può essere anche intelligente, imprevedibile, divertente e simpatica, ma va avanti con una specie di comportamento, che rimane sempre simile a sé stesso.

Noi, bambini a oltranza, in generale abbiamo bisogno di sicurezze, ma poi sono proprio quelle che ci stancano, che invece di essere  rassicuranti, alla fine ci annoiano.

L'amore per me me sarebbe voler tanto bene a questa tua compagna che ogni cosa che fa, (anche se spesso prevedi cosa e come,) ti fa tenerezza, ti diverte e non ti annoia. Dovresti ammirarla e apprezzarla, anche nei suoi difetti, senza riserve, senza volerla cambiare.

Mi è capitato di pensare che con qualcuna questo miracolo avviene e non si stanca di avvenire ogni giorno, ma non è facile trovarla e un altro miracolo sarebbe che quella poi voglia condividere con te tutta questa attenzione, tenerezza e ammirazione senza voler piantare tutto, desiderare qualcos'altro o qualcun altro.

C'è da dire che i miei interessi e le mie necessità erano simili a pochi individui, poche persone mi piacevano, eppure starci insieme mi stancava. Forse loro parlavano troppo o io troppo poco.

Il rapporto con i cani e i gatti però era decisamente migliore. Loro mi stimavano e io apprezzavo la loro compagnia senza parole, senza giudicare, senza fare commenti.

Parlando di Facebook, durante gli anni sono arrivato a fondare e successivamente a non abbandonare un unico gruppo, dove non si parla tanto, per sua stessa definizione, ma si apprezzano canzoni, video, foto e frasi fondamentali, quasi tutte copiate altrove, ma a volte anche mie.

Il gruppo si chiama Senza Parole (La Lingua è un Virus) ispirato a una canzone e al relativo film musicale di Laurie Anderson.

"Evitiamo stereotipi e mode, le polemiche che diventano tormentoni teleguidati, la pubblicità e la propaganda, naturalmente riavvicinamoci alla natura. Gli animali ci fanno capire tante cose sugli uomini. Parlare è bene, starsene zitti anche. Qualche ululato ogni tanto non fa male a nessuno."

Ci ho scritto di lato per far capire cosa e come, dove, quando... e soprattutto perché. Voglio che s'intenda di schianto che le apparenti democrazie e il politicamente corretto mi hanno ormai scassato il meridione del corpo. Se nel gruppo in questione qualcuno si azzardasse a fare il furbo, io lo butto fuori pressoché subito.

Tutto questo per introdurre il fatto - non trascurabile - che una donna avevo notato nel mio gruppo da anni, la quale non aveva mai messo un singolo mi piace, o manifestato una qualsiasi preferenza, tale Tula Buelhoff, di Cincinnati, Stati Uniti. A un certo punto lei mi scrisse un messaggio.

Per ovvi motivi io non avevo mai detto la verità su me stesso, nel mio profilo risultava che io abitassi in Cina e avessi ottant'anni, addirittura avevo tre profili e tre nomi differenti, che usavo a turno, ma quello con il mio vero nome era quello che usavo di meno.

Nel mio gruppo c'erano duecentodiciotto persone, alla sua massima estensione, ma poche partecipavano, forse meno di cinquanta.

Tula risultava visionare il materiale, senza scrivere mai niente. Era sposata, o almeno diceva di esserlo e dalle foto che c'erano sul suo profilo, anche dei relativi figli, sembrava verità.

Io sono curioso in generale, ma non a livello personale, non mi piace infilarmi nella vita delle persone, anche perché non desidero che si ficchino nella mia.

Apprezzavo in silenzio la sua presenza abbastanza continua nella sua saltuarietà, la sua timida discrezione e avevo notato che la sua foto era rimasta sempre la stessa, con una maschera nera da carnevale che copriva parte del viso, attorno agli occhi. Io invece cambiavo foto spesso, non sempre ce ne mettevo di mie, a volte foto di animali o scene di film, pure qualche mostruoso cortese, magari dei cartoni animati, in riferimento a cose che solo io sapevo.

 In breve Tula mi disse che invece, secondo lei, ero un tenerone, che le piacevo e che mi voleva incontrare.

Io obiettai che vivevamo piuttosto lontani in quantità e qualità di migliaia di chilometri e che lei era sposata. Lei rispose che invece eravamo a meno di venti chilometri di distanza, lo aveva capito dalle foto che mettevo su Facebook, entrambi avevamo barato sui luoghi di residenza.

Mi aveva perfino sgamato sui tre profili e nomi differenti. A volte io facevo dialogare tra di loro i tre personaggi, come se fossero tre persone differenti, era un giochetto che mi garbava, mi sembrava buffo, ma non so se gli altri ci cascavano. Lei mi aveva scoperto per esempio, e ci si era pure divertita.

Il suo nome, strano e composto, anche era falso. Si chiamava Lucia Concordi, di origine italiana, toscana e maremmana. Ma se era sposata o no, non me ne accennò.

Allora cominciai a inventarle opportune e relative scuse: ero troppo vecchio per innamorarmi di nuovo, stavo bene con le mie bestiole, non avevo soldi, se era quello che voleva da me,  lei aveva un marito e dei figli a cui rendere conto.

Lucia probabilmente ci rimase male, alla sua maniera. Se ne stette in silenzio per mesi, senza mandarmi una parola scritta, che ne so, un qualche velato o meno vaffanculo orale e registrato.

Poi una sera me la trovai sulla soglia della porta di casa e la riconobbi subito, non ebbe bisogno di dire niente.

Non era sposata, le foto erano false, prese di qua e di là. Non aveva bisogno di soldi, ma solo di una buona compagnia. Una persona complessa andava bene, ma pur anche gentile e buffa.

Le dissi che di complessità ce ne avevo e pure in abbondanza, ma non garantivo affatto sulla gentilezza. Sapevo di essere buffo, ma era una cosa che non mi piaceva che mi dicessero gli altri.

Rise della mia preoccupazione, del mio ingiustificato terrore di aprirmi con lei e delle mie battute... che io dicevo in completa serietà, non per farla divertire, ma solo per mettere le mani davanti. Mi sentivo invaso dal nemico e non capivo che era solo per uno stupido partito preso.

Avevo sempre pensato che non avrei mai fatto niente, o rifiutato di fare qualcosa, per uno stupidissimo partito preso. Evidentemente mi sbagliavo.

Se ne andò, sorridendo ironicamente, per niente convinta del mio rifiuto di potersi almeno frequentare come amici.

Mi lasciò lì piantato come un cretino, quale ero senza dubbio, ma non me ne rendevo ancora conto, almeno in quella ben precisa situazione. 

Fino a questo punto però non ho detto che lei mi piaceva assai. Aveva uno sguardo birichino e una calma necessaria per ascoltare tutte le cazzate che dicevo, rimanendo piuttosto imperturbabile, ma con un sorrisino appena accennato che mi faceva stare sulle spine, ma in modo gradevole, mi pareva.

No, ne ero sicuro.

Nel gruppo poi continuò allo stesso modo di prima, senza giammai pronunciarsi, ma visionando spesso il materiale da me postato. Scoprii che andavo sempre a vedere se lei c'era o no, e allora pubblicavo delle cose che pensavo che le sarebbero piaciute. In fondo non sapevo niente di lei, ma se le ero piaciuto io, allora le cose che piacevano a me dovevano garbare anche a lei. Come il verbo garbare per esempio, tipicamente toscano, evidentemente le garbava.

Insomma mi stava facendo lentamente bollire nel mio stesso brodo, come la famosa rana nell'acqua calda. Il bello è che mi faceva anche sentir bene, eppure mi sentivo ansioso come un adolescente alla prima cotta.

Erano passati due anni dal nostro primo incontro, girottolando al supermercato, fatta una curva attorno a uno scaffale di scatolette varie tra cui di tonno e acciughe, me la trovai di colpo davanti e ci rimasi come uno stoccafisso.

Lei sorrise in maniera incantevole, secondo me aveva calcolato il mio tragitto e si era fatta trovare lì davanti come se fosse per caso.

Il cuore mi batteva forte e dissi le prime imbecillaggini che mi vennero in mente, lei rise divertita e snocciolò con estrema naturalezza le sue. Anzi, con una specie di abile e falsa timidezza, mi fece sentire non troppo scemo e in un certo senso pure un paonazzo e imbranato padrone del gioco, che invece era tutto suo.

Senza ulteriori parole la baciai, davanti a tutti.

L'ultimo bacio che avevo dato - alla mia seconda moglie - doveva essere stato almeno un decennio prima. Per pura fortuna avevo mangiato una mentina da poco.

La sera la gatta cerca di stare in mezzo tra di noi, a guardare la tivù, ma la mandiamo via. Il calore reciproco del nostro corpo, ci è troppo necessario.

Incredibile a questa età trovare finalmente qualcuno che interpreta la vita come una bambina, per combinare con un altro eterno bambino. Due piccioncini che vedono l'esistenza come un bizzarro scherzo della natura, insomma.

Sono andato a vivere con lei insomma, perdonami se ho chiuso il gruppo e se mi sono fatto sentire raramente. Ora siamo in Italia, sul lago, sopra il suo ristorante, da qualche anno gestito dai figli.

Per noi la giusta misura è arrivare alla meta, solo che nessuno sa quanto deve essere lontana. Oppure se solo ci si mette un accento diventa la metà, per quanto più precisa è sempre oggetto di interpretazioni, secondi interessi, eventuali mazzette.

Insomma ciao.

 

 

Il nostro localetto era una mescita, poi è diventata anche una trattoria, dopo pure un albergo, poche camere, mai più di una trentina, ma il posto è bello, vicino al lago. Una volta qui ci venivano a bere, c’era il vino buono, gli ubriachi non mancavano, un po’ rumorosi e anche molesti, ma meglio dei tossicodipendenti che sono venuti dopo.

Fin da piccola sono stata qui e la mia vita poi è diventata talmente legata a questo posto che anche in seguito, quando avevo ancora forze sufficienti, non sono riuscita a scollarmene. Ora, da vecchietta, non saprei proprio dove andare, o forse lo so, ma non so quando.

Il Gabbani a Oltre il Colle è sempre esistito, da quando esisto io, anzi da molto prima, ma io non c’ero e mi sarebbe anche piaciuto vivere le storie del passato remoto, quelle che mio padre e mia madre mi hanno raccontato, o quelle anche di mio nonno e mia nonna, ma non si può avere tutto.

Una volta sono stata anche in vacanza, anzi due, ma non potrei dire di essermi divertita perché il mio pensiero era sempre là, cioè qua e tutti penseranno a questo punto che sono matta, il che può anche essere vero, non lo nego, ma non era l’albergo-bar-trattoria in sé, forse, a farmi sentire così sono piuttosto le storie che ci sono passate attraverso.

Mi sono sposata, ho avuto tre figli, hanno lavorato tutti qui, poi sono fuggiti e io con mio marito abbiamo passato tutto il tempo al Gabbani, manco a dirlo. Poi lui mi ha lasciato, nel senso che è morto, comunque mi ha abbandonato vigliaccamente, ma non è scappato di sua scelta, almeno spero.

Confesso: sono caduta anch’io nel pozzo senza fondo dei social network, solo di uno, per fortuna, ma mentre io parlo ne stanno inventando altri.

Se poi ce ne avesse una, la bellezza di Facebook per me non è il pettegolezzo all’ennesima potenza e nemmeno litigare con chiunque abbia idee differenti dalle mie. In alcuni anni, in cui ho fondato anche diversi gruppi, di musica, foto e anche di cinema, ho conosciuto persone simpatiche e anche gentili, ho approfittato di foto e video divertenti e istruttivi, ho ritrovato gente che avevo conosciuto e avevo perso di vista. È anche vero che alcuni non si ricordavano di me, oppure sì ma hanno preferito mantenere le distanze. A volte un misto di queste e altre ragioni.

Non faccio nomi, ma tra i tanti, un veicolo di cultura non indifferente è un tale abbastanza polemico e ideale centro unico del mondo, ma ha un archivio assai interessante di arte e diverse pagine che a livello storico mi piacciono.

Quello che me lo ha fatto conoscere è un altro, artista a 360 gradi, molto pieno di sé, anche di cultura ce ne ha da vendere, ma la distribuisce gratis.

Tutti e due dialogano con gli amici sinceri, altri solo di Facebook e pure con chi si fa occasionalmente avanti, ma hanno uno stuolo di ruffiani che qualsiasi cosa che loro dicono è meravigliosa.

Dialogare su Facebook non è la stessa cosa che farlo di persona, o anche al telefono. Prima di tutto la distanza c’è e la gente si sente protetta e autorizzata a offendere, a controbattere anche quando non ce n’è bisogno, a dire il contrario di quello che dicono gli altri, solo per divertirsi, pensando che non avranno conseguenze, ma personalmente, faccia a faccia, si comporterebbero in maniera diversa.

La vita ha deluso un po’ tutti quelli che non si accontentano mai, chi aveva delle illusioni ha tardato troppo a volerle perdere, ha pasticciato più di quanto avrebbe potuto. La vita non ci appartiene, anzi non abbiamo proprio niente di nostro, forse è anche una fortuna, tutto è provvisorio e non si sa quando finisce, oggi siamo qui e domani chissà.

Meglio così, dico io, ma tante vorrebbero la vita eterna ed essere dei re e delle regine, in più allora devono affrontare una certa frustrazione, botte vuota e marito sobrio.

La proprietà può avere senso se ci farà sentire più confortevoli e liberi, per il resto è solo un inganno, perché ci fa illudere di essere durevoli, in un certo qual modo anche sicuri, ma di cosa?

C’è gente che è nomade, gira il mondo per imparare, per avere nuove emozioni; fanno bene, se tornassi indietro lo farei anch’io. Ho viaggiato solo nel tempo, ma potevo farlo anche un po’ nello spazio. Invece sono stata sempre qui ad aspettare, senza rendermene bene conto, ad aspettare la gente nuova che veniva e quella vecchia che ritornava. Le storie che mi raccontavano di tutto quello che c’era attorno, della loro avventura di vita, dei figli che diventavano genitori a loro volta e tornavano qui in vacanza.

Ho sempre avuto la fissazione di aver già conosciuto ogni persona che incontravo. Non so perché, fin da giovane. Forse perché gli esseri umani sono simili ripetizioni di alcuni modelli all’infinito.

Quando arriva gente sono contenta, anche se lo non so più se appartengono al mio passato o se li sto vedendo per la prima volta. È lo stesso, mi dice qualcuno, l’importante è… che cosa è veramente importante nella vita non lo sappiamo, né loro né io, forse sentire gioia, una soddisfazione inspiegabile, effimera e forte, ma che bisogno c’è di spiegarla?

I miei figli uno alla volta sono tornati, dopo aver girato un bel po’ e ora tocca a loro gestire il Gabbani.

Su Facebook c’è una vecchietta, forse della mia stessa età, che dà sempre il suo buongiorno, buonasera e buonanotte, ma non dice altro, per esempio non specifica mai dove ha preso le sue foto e cosa raffigurano, se le mandi un messaggio non se ne accorge neanche, ma bisogna lodare il suo impegno, che tante alla sua età non oserebbero nemmeno avvicinarsi a un computer o a uno smartphone.

C’è tanta gente sola, che si sente più viva solo a salutare, ad augurare buon natale e buona pasqua a tutti, a mettere un bel RIP quasi orgoglioso quando muore qualcuno (non sono soddisfatti della morte, ma di quel loro RIP), gente che lì sopra non dice mai niente di personale, di veramente suo.

C’è la sagra degli stereotipi, delle cose dette e ridette, dei sentiti dire, delle lamentele senza specificare, che così qualcuno chiede che cosa diavolo è successo.

Sarà per colpa della solitudine, della voglia di protagonismo, dell’obsolescenza programmata di ogni cervello che ha avuto lo stress come sistema di vita.

La pandemia è discussa e ridiscussa, tutti dicono agli altri che sono dei cretini, di svegliarsi, di vergognarsi o peggio ancora.

La gente racconta se ha litigato con qualcuno, se ha comprato il prosciutto cotto, se ha cacato e quando, fondamentale è il colore della diarrea, le probabili cause, si mettono a discutere se e quando sia da considerarsi tale oppure no, non si trovano mai d’accordo se non per ruffianeria.

Se vedono una foto di un posto devono dire che ci sono stati, devono esprimere sempre la loro opinione soprattutto quando non è richiesta, se si fanno un panino con le acciughe marinate lo deve sapere tutto il mondo emerso e si devono godere le sensazionali immagini.

Mostrano foto che sarebbe meglio nascondere se non distruggere, orgogliosamente pubblicano video di cui mi vergognerei profondamente e per sempre. Il verbo adorare esisteva anche prima, ma non si usava, qui è diventato virale.

Le frasi fatte come siete bellicome sempre, anche no,  spoilerarechiedo per un amico eccetera-eccetera.

Se uno tira un cazzotto o uno schiaffo alla cerimonia degli oscar se ne parla in maniera ossessiva per minimo una settimana, fino alla prossima stronzata, potenziale guerra, atto di terrorismo. Si formano due schiere e si danno degli idioti per un po’, i ragionamenti intermedi e le sfumature nascoste sono ignorate sistematicamente, nessuno vuole veramente la verità, se c’è da pensare troppo, magari prima di dire delle cretinate documentarsi un minimo, eventualmente tacere sapendo di essere ignoranti.

Forse ho sbagliato, ma non ho mai fatto uso di additivi, né ho mai bevuto alcolici oltre il bicchierotto di vino bono a tavola, ho cercato di credere in me stessa e nella gente, ma non è stato un calcolo, né una scelta. Mi sembrava meglio così e basta.

Ho capito che i migliori sono quelli che tacciono, che non devono dimostrare niente a nessuno, peccato che non si sappia quanti sono, in percentuale, la loro densità relativa nel mondo. Magari sono in tanti e non dicono niente.

Insomma, forse era solo ignoranza, ma prima di Facebook avevo più fiducia nel genere umano, ma non è che in precedenza fossero migliori, oppure la vita era differente o tutt’e due le cose. Dicono che Instagram sia meglio, ma sono un po’ vecchietta per le novità.

Un giorno di pioggia magari serve per fare una pausa, per interrompere le solite cose. Senza stare lì ad aspettare che smetta, guardando pensosi fuori dalla finestra. Che ne so, lasciare che le immagini parlino da sole, pensare ai fenomeni della natura.

Per una come me però, che non ha più molto da fare, non cambia molto da un giorno all’altro. Anche se nevicasse, e magari mi piacerebbe anche, ma non trasformerebbe certo la mia giornata. Magari starei di più alla finestra, questo sì.

Mettiamoci d’accordo, l’esistenza è una successione di momenti, di transizioni. A volte trasformazioni rapide, talvolta anche lunghe, oppure interminabili. Non ci facciamo prendere dall’ansia, dopo questa prova di pazienza o di efficienza, o tutte e due insieme, ce ne sarà un’altra e un’altra ancora, fino alla fine. Chi crede alla reincarnazione, poi, non la considera nemmeno una cosa positiva, anzi è quasi una punizione.

Le pause possono essere pericolose.

Nel mio modesto angoletto sto studiando da sempre, anche se prima non me ne accorgevo, dove se ne sta andando a finire questo dannato mondo emerso, che poi per me sono pochi metri quadrati prolungati dall’internet, poca televisione. Insomma la civiltà che direzione stia prendendo, o magari se essa stessa, magari a sua insaputa, faccia parte di un disegno più grosso, di un movimento più o meno perpetuo, tracciato da non so chi, forse da un dio, o magari dall’uomo stesso, inteso come umanità.

O forse è proprio tutto a caso?

Intanto io sono un fenomeno della natura, secondo i miei figli, per una vita non mi sono mai mossa e ora in vecchiaia sono andata con mio fratello Dario a trovare i parenti alle isole Azzorre, mi è piaciuto e ci sono rimasta, oltretutto i soldi della nostra pensione qua valgono di più. Dario è tornato in Toscana.

La gente qua è gentile, anche gli italiani che sono venuti qua da poco sono diventati più cortesi, scherzosi ma meno aggressivi.

Ho conosciuto poi un uomo intelligente e simpatico, ma sarà possibile innamorarsi da vecchietti?

Insomma Facebook fa schifo, ma è un fenomeno della natura anche lui: ha permesso a noi tre di conoscerci, senza non sarebbe stato possibile.

Incredibile che in Toscana vivevamo a pochi chilometri di distanza e ci siamo conosciuti in mezzo all’Oceano Atlantico.

 

Un anno dopo la morte di Anatoli Orrico è deceduto Hermeto Pascoal, un anno dopo è  morto Pippo, ho fatto una veloce cronologia e ho stabilito che Lucia l’ha conosciuta quando noi eravamo nel mezzo della nostra amicizia di Facebook, ma non mi aveva detto niente.

 

Qui ti metto due cose che aveva messo da parte lui, insomma se segui il personaggio in questione ti faranno sorridere. Era esagerato e gli piaceva esagerare in tutto, ma se tu lo conoscevi non lo prendevi troppo sul serio.

 

Devo essere sincero: la vista di ogni animale mi rallegra immediatamente e mi apre il cuore; soprattutto la vista dei cani, e poi di tutti gli animali liberi, gli uccelli, gli insetti, e così via. La vista degli uomini, invece, mi suscita quasi sempre una decisa ripugnanza.

A. Schopenhauer, L’arte di invecchiare

 

 

Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi problemi dell’essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano che la vita prima della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli angeli, ma il più tardi possibile.

Mi pare evidente che sto proponendo il problema di che cosa significhi essere-per-la-morte, o anche soltanto riconoscere che tutti gli uomini sono mortali. Sembra facile, sino a che riguarda Socrate, ma diventa difficile quando riguarda noi. E il momento più difficile sarà quello in cui ci renderemo conto che per un attimo ci siamo ancora e dopo un attimo non ci saremo più.

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene apprestarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

Allo stupore di Critone ho chiarito. Vedi, gli ho detto, come puoi apprestarsi alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi a dare soltanto notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si impegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te nevai, sarebbe insopportabile.

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibili che il mondo (cinque miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea di tutti i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

 

Nel 65 a.C., le legioni del generale romano Pompeo stavano inseguendo il re Mitridate VI del Ponto attraverso le aspre montagne vicino al Mar Nero. I soldati romani, temprati dalla battaglia ma affamati dopo lunghe marce, scoprirono lungo il loro percorso delle anfore di argilla colme di miele dorato, collocate strategicamente. Sembrava un dono degli dèi.

Quello che non sapevano era che quel “miele pazzo” proveniva dai fiori di rododendro tipici della regione. Il nettare contiene grayanotossine, potenti composti che attaccano il sistema nervoso. Nel giro di poche ore, oltre 1.000 soldati romani si contorcevano a terra, vomitando, preda di allucinazioni e completamente indifesi.

Mitridate, che aveva trascorso la vita studiando veleni e tossine, sapeva perfettamente cosa sarebbe accaduto. Le sue forze attendevano sulle colline, osservando. Quando i Romani furono del tutto incapaci di reagire, l’esercito del Ponto scese e li massacrò dove giacevano. Fu uno dei primi esempi di guerra chimica nella storia.

E non era nemmeno la prima volta che questa tattica veniva usata nella regione. Secoli prima, Senofonte aveva documentato soldati greci caduti vittime dello stesso miele tossico durante la loro ritirata attraverso il Ponto. Le popolazioni locali ne conoscevano bene gli effetti, ma gli stranieri continuavano a cadere nella dolce trappola.

 

Secondo alcune religioni l’uovo è il simbolo dell’anima, mentre lo dice ne sguscia e ne addenta uno, lo divora a morsi.

 

(Robert De Niro nel film Ascensore per l’inferno)

 

 

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