Caro Beppe
mi chiedi come si sta alle isole Azzorre, e ti rispondo che ci si sta bene assai, ma il turismo anche qui, che siamo lontanissimi da tutto e da tutti, sta prendendo progressiva forza e tu sai cosa significa. Comunque anche grazie a ciò abbiamo una ottima internet e gratis. A proposito visto che segui Geo in questi giorni è stato trasmesso un bel documentario su Ponta Delgada, dove vivo io e le bellezze della natura delle isole in questione, che qua sono veramente fenomenali, ma c'è tantissimo vento, a volte anche troppo, per fortuna ho pochi capelli, sennò mi spettinerebbe.
Con i
soldi della pensione italiana mi arrangio abbastanza bene e mi sto preparando
per venire a trovarti. Qui di voli per il Brasile non ce ne sono e devo tornare
indietro direzione nordest fino in Portogallo o in Italia per poi tornare verso
sudovest.
Quando
vivevo a Satignano, in Maremma, avevo un alimentari e conoscevo tutti, forse te
ne ho già parlato, ma andato in pensione mi è presa un po' di tristezza. Ora mi
rendo conto che gli amici che ho lasciato là erano importanti, proprio per la
sopravvivenza giorno per giorno, l’ordinaria amministrazione del tempo e dello
spazio.
Senza saperlo, poi ho fatto un esperimento su me stesso, stavo dicendo e
dentro un ignaro e distratto Facebook. Ho diviso la mia personalità in due
parti, Pippo Zandegù è il mio nome, ma dall’altra parte da qualche anno c’è un
personaggio che io pensavo fosse solo fittizio, Anatoli Orrico.
E mi sbagliavo.
Non mi ricordo perché avevo creato quest’altra personalità, almeno
all'inizio, forse solo per vedere se era possibile. C’avevo messo una foto in
bianconero di un capo indiano, ma era una faccia scura, in qualche maniera
minacciosa, la gente era spaventata e me lo ha fatto notare la mia ex moglie,
io non me ne ero accorto.
Il comportamento di Anatoli Orrico era già quasi delineato e differente
da quello di Pippo Zandegù perché nascondendomi sotto una foto e un nome
diverso, non avevo paura di essere giudicato, quindi rendendomi conto poi che
questa foto del capo indiano mi faceva sembrare in una maniera che non era
quello che a me piaceva, ho cambiato e ho messo la foto con la faccia di
Hermeto Pascoal. Si tratta di un musicista jazz brasiliano molto simpatico, ma
sconosciuto in Europa come in Brasile, almeno in quanto foto, filmati eccetera.
Un anziano e bravissimo polistrumentista che ho visto in diverse interviste e
mi è piaciuto molto per quello che diceva e mi garba anche la sua musica,
comunque non tutta. Ho notato che dimostrava pure una certa autoironia,
per esempio in un programma di interviste, quello di Jo Soares, ha
scherzato dicendo che era sempre stata bello assai, anche da bambino,
ma scherzava e lo hanno capito tutti che prendeva in giro sé stesso, una
cosa di grande intelligenza, che disorienta la gente e la rassicura allo stesso
tempo.
Ha gli occhi storti ed è tutto fuori che carino, assomiglia a una specie
di Babbo Natale strabico con i capelli lunghi bianchi, vestito spesso con
camicette sgargianti, che qualcuno sceglie per lui, perché è quasi cieco. Anche
per questo mi ricorda la mia defunta zia Natalia e mi ci sono affezionato.
Insomma questo era il mio primo e duraturo Alter Ego su Facebook, scelto
abbastanza per caso, solo per simpatia, il che non è poco, almeno per me. Era
importante anche che nelle foto fosse ritratto mentre cantava e suonava, questo
gli dava un look da artista che magari mi piaceva in misura supplementare.
Che cos'è successo poi?
Dopo un certo periodo, la routine di Facebook mi ha portato a rendermi
conto che tutte le volte che dovevo pubblicare qualcosa che mi lasciava dei
dubbi, che mi faceva temere qualche rischio, qualche critica, lo facevo fare ad
Anatoli Orrico. E allora anche quando facevo delle battute, cose stravaganti
che mi venivano poi naturali, non so perché, impersonavo lui. Attualmente
succede anche che quando sono Pippo Zandegù capita che io vada dall'altra
parte, quando mi viene in mente qualcosa di più bizzarro. Anatoli pubblica
meno, faccio più cose con il mio nome vero, e la mia relativa foto vera e attuale,
ma mi sta molto più simpatico l’Orrico dello Zandegù, è molto più sincero e
spontaneo, mi garba di più insomma. E non solo a me, quando è il suo compleanno
a decine gli fanno gli auguri sebbene ogni volta io dica che il compleanno è
inventato e lui non esiste, è un personaggio fittizio, la gente se ne frega,
gli auguri arrivano a vagonate. Oltretutto anche i pezzi musicali che mette lui
sono migliori e non capisco perché. Forse perché lui è un musicista e io no, è
logico che se ne intenda di più e meglio.
In precedenza c’ho avuto anche la foto di un koala, per Pippo Zandegù,
ed era carino assai, ma ho finito per concludere che era ambiguo. Come poi
Laszlo Vaccariello, effimero terzo profilo, più intellettuale di Anatoli, certo
meno rude e anche un po’ più fighettino di Pippo, forse influenzato dal nome e
dalla foto, di non mi ricordo chi. Me lo hanno scoperto quasi subito però, e me
lo hanno chiuso, ma mi mandano inviti e riferimenti costanti a lui che non
riesco ad evitare, quasi come a prendermi in giro, ma non credo, è solo una
delle tante loro automazioni che non funzionano. E non possono impedirmi di
usare questo pseudonimo per i proverbi e le frasi fondamentali che invento ogni
tanto.
Diciamo pure che nella vita mi sento anche troppo plurale, dentro di me
c’è una tribù che sta eleggendo continuamente - e a suon di mazzate - il nuovo
capo, lo stregone e lo scemo del villaggio.
A proposito di inganni e di quello che non riesci a cancellare del tuo
passato, in una certa epoca ho dovuto aprire un altro Pippo Zandegù, perché il
mio non me lo lasciavano più usare. Mi chiedevano oltre alla password di quando
avevo aperto il profilo, la data esatta, o altre cose che nessuno potrebbe
rispondere, a meno che non fosse un perfetto idiota che si segna anche quanti
rotoli di carta igienica e di quale marca ha usato nell’ultimo decennio o cose
del genere.
Così hanno fatto anche con Laszlo Vaccariello, non me l’hanno chiuso
dicendo che me lo chiudevano, mi hanno fatto un test per vedere se ero proprio
io e pur essendolo innegabilmente, sennò non vedo chi, non avrei potuto
rispondere a quelle domande ipocritamente progettate per non aver risposta.
Quando sono riuscito a riaprire il mio Pippo Zandegù originale
quell’altro non mi serviva più. Ma su quello vero mio, a suo tempo fatto a
Ponta Delgada, ero riuscito a non mettere la data del compleanno, perché mi
rompono le scatole i compleanni, e non parlo solo del mio.
Forse perché significa un anno di vita in meno e uno in più di romantici
ricordi, oppure giacché la mia ex è fissata con il ricordarsi e fare
l’obbligatorio regalo a tutta la gente che conosce. Non è affatto poca, il che
significa praticamente uno o due regali da fare 365 giorni all’anno, tutti gli
anni, per tutta la vita, eventuali reincarnazioni incluse, magari auspicherei
da patteggiare.
Bene, anzi male, il secondo profilo di Pippo Zandegù, forse perché fatto
in Italia, ha avuto la data del compleanno automatica e l’avviso di ogni
dannato gancio di questo secondo profilo sulla cassa dei messaggi Gmail.
Ho scoperto che il contrappasso non c’è solo nell’inferno, ecco vagonate
di auguri inarrestabili e cinquantine di avvisi su Gmail per ognuno di essi.
Questa storia è
iniziata quando su Facebook ho trovato Pippo, un non-influencer di
Satignano, vicino a Bozza, sulle colline vicino al mare, ma che viveva a Ponta
Delgada, in una delle piccole isole delle Azzorre, in mezzo all'Oceano
Atlantico.
Un pensionato piuttosto scettico e mordace nei suoi
commenti, buffo ma serio. Insomma un influencer al contrario, uno che parla
male di tante cose, di troppe situazioni del mondo moderno, di persone che
secondo lui praticano la circonvenzione d’incapace su tutti, sistematicamente,
perfino su sé stessi.
Dice che noi due siamo già amici, forse, parliamo spesso
e con piacere ruspante, vedo che è incuriosito dal Brasile, non c’è mai stato e
non so se crederci o no, ma vorrebbe venire a visitarmi, uno di questi giorni.
Gestisce un gruppo che ha chiamato NOTIZIE RIGOROSAMENTE
FALSE DAL MONDO EMERSO, sul quale pubblica un po’ di tutto e se qualcuno lo fa
irritare lo butta fuori senza tanti complimenti. Si tratta di una cosa che
capita ragionevolmente spesso.
La mia idea di felicità è soprattutto
anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono
a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per
consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Abbiamo un senso
di frustrazione, ci auto-marginalizziamo.
Abbiamo sacrificato i vecchi Dei immateriali, e ora
stiamo occupando il tempio del Dio-Mercato. Lui organizza la nostra economia,
la nostra politica, le nostre abitudini e ci fornisce mutui e carte di credito
che ci danno un’apparente felicità. Ma nella vita è più importante il tempo che
possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà.
E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare
sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della
sobrietà.
Credo che l'uomo impari molto di più dalle avversità,
purché non lo distruggano, che dalla prosperità. Impari con ciò che vivi, non
con ciò su cui contano. Impari di più dal dolore e non dai trionfi. Non sono il
Presidente più povero. Il più povero è colui che ha bisogno di tanto per
vivere.
[José Mujica, ex presidente dell’Uruguay]
Caro Pippo
La vita dell'emigrante con
l'internet è migliorata. Nel senso che si possono trovare, registrare,
ascoltare e vedere video del proprio paese a migliaia di chilometri di
distanza. In più si possono scaricare musiche e libri, fumetti e altre cose
ripescate dalla nostra infanzia. Insomma ci si trasferisce nello spazio e nel
tempo, in maniera spesso piacevole e romantica.
Il Brasile è un paese
accogliente, magari un po' fuori mano, ma almeno qua ci si sente piuttosto lontani
da certi scandali assurdi e i governi sono più consoni ai gusti dei cittadini,
rispetto a tanti paesi occidentali, nel senso che rispondono meglio alle
domande più fondamentali e determinanti. La corruzione che esiste, in qualità e
quantità, forse sta anche migliorando.
A proposito: noi qua non siamo
né orientali né occidentali, per quanto grossa, siamo un'isolona piuttosto
isolata di lingua portoghese e per di più l'interno è alquanto desertico, per
quanto umido è poco popolato.
Non dico che i nostri politici
siano rigorosamente onesti e le prostitute assolutamente vergini, ma siamo
avvantaggiati in tante cose, per esempio abbiamo i migliori ubriachi del mondo,
per ettolitro pro capite e così via. Sono anche tanti e aumentano.
Purtroppo o per fortuna io mi
sono scoperto diverso anche in questo: dopo aver bevuto assai fino a una
ventina di anni fa, sono diventato praticamente astemio. Magari una birretta
gelata quando è caldo e se trovo del vino buono italiano in città, ogni tanto
me lo sbafo con piacere.
Droghette leggere sì, ne ho
consumate un po' in gioventù, ma mai quelle pesanti. A dire il vero la cocaina
l'ho provata due volte, ma non mi è sembrata quel granché. Forse perché io
apprezzavo già la calma e la lentezza più del contrario eventuale e se il mondo
corre sempre di più io freno con tutta la mia forza. Nella vita bisogna essere
pratici, fuori non lo so, non ci sono ancora mai stato, ma non manca tanto
tempo.
Io vivo
in Brasile ma non riesco a staccarmi dalla cultura italiana, vedo film scaricati
in internet in italiano, guardo programmi in tutte le lingue che conosco ma
soprattutto in italiano.
Grazie al
VPN risulta che io viva altrove, scelgo per esempio di guardare la TV svizzera
e mi trasferisco, dal punto di vista di internet a Lugano, pago un tanto al
mese, ma se voglio vedere la TV tedesca mi trasferisco al volo con il mio IP a
Francoforte eccetera, in più questo nuovo ritrovato mi protegge dai virus e
tutto sommato non costa tanto.
Quando
esco, con i vicini io parlo portoghese brasiliano, che a differenza di quello
del Portogallo, c’ha in mezzo anche le vocali, ma anche nelle Azzorre si parla
il portoghese fatto solo di consonanti scivolose?
Pur vivendo in Brasile, come ti ho già detto, grazie
all’internet, tutti i giorni guardo Geo, un programma italiano che ci porta a
vedere in giro per l’Italia, e un po’ anche per il mondo esterno, i fenomeni
della natura.
A Geo
fanno vedere anche città e architetture, anche quelle fanno parte della natura
e sono fenomenali, anche se siamo abituati a diventare insensibili e abituati a
tutto, se ci mettessimo a osservare potremmo rimanerne piacevolmente stupiti.
Anche qui
la retorica pur inavvertitamente entra e con essa le frasi fatte, le parole
inappropriate, le ripetizioni di espressioni come affonda le sue radici eccetera.
“Quella
che le serve, signora, è una nuova tipologia di lampadina”.
Tipologia è
una di quelle parole che si usano impropriamente per fare impressione.
L’elettricista in questione avrebbe dovuto dire “le serve un
nuovo tipo di lampadina” ma ha usato una parola sbagliata che,
essendo più complicata, lo faceva sentire più importante.
La
tipologia infatti è quello studio che permette la classificazione per
tipi: tipologia linguistica, tipologia botanica. Probabilmente non esiste, ma
nel caso esistesse la tipologia di lampadina dovrebbe essere uno studio,
probabilmente universitario, tendente a classificare le varie lampadine
esistenti in natura.
Le parole
"tipo" e "tipologia" sono utilizzate nella lingua parlata
come sinonimi.
Il dizionario
dice però che la tipologia è "lo studio della classificazione e della
descrizione dei diversi tipi umani nelle loro caratteristiche fisiche e
psichiche."
Non sembra quindi essere sinonimo di tipo.
Non c’è
problema, tipo non lo dicono più, sembrerebbe un’inutile sfoggio di ignoranza.
Se c'è una cosa che mi fa andare in bestia è quando mi accorgo che sto
guardando Facebook, eppure sono anni che lo faccio. Per esempio questa cosa di
scrivere RIP, di fare le condoglianze a persone che nemmeno si conoscono e il
morto non si sapeva nemmeno che prima era vivo.
Insomma questa cosa di mettersi dove non si è chiamati, nella vita e
perfino nella morte della gente. Ci sono profili di morti su Facebook che sono
tenuti in vita da parenti o amici, perché non li lasciano piuttosto in pace?
“Opinione personale, ci mancherebbe.” Altro fenomeno di una tipologia di frase che tira il sasso e nasconde la mano. Ma quello
che non va bene, secondo me, è l’ovvietà dell’espressione, perfettamente
inutile, ma che suggerisce l’ampia visione di una mentalità aperta, che se si
deve ostentare significa forse che non è vera, non è autentica.
Pippo Zandegù pubblica articoletti suoi e testi di altri,
personaggi illustri o no, per lui è uguale, idoli non ne ha. È un anno che
scambiamo messaggi e mi piaci vari, ci troviamo d’accordo su tutto, a
cominciare dall’amore per la natura e gli stupendi borghi italiani.
Pippo si è indignato come me quando Peccioli ha vinto la
competizione dei Borghi Più Belli D’Italia. Quelle statue enormi e bianche e
quel misto di antico autentico e Street Art per noi sono offese dirette non
solo alle pupille.
Tra l’altro pubblica anche cose brasiliane che io non
conoscevo.
NOTIZIE RIGOROSAMENTE FALSE DAL MONDO EMERSO
La
"Teoria del cavallo morto" è una metafora satirica che riflette su
come alcune persone, istituzioni o nazioni affrontino problemi evidenti che
sono impossibili da risolvere, ma invece di accettare la realtà, si aggrappano
a giustificarli.
L'idea
centrale è chiara: se scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la cosa più
saggia è scendere e lasciarlo.
Tuttavia,
nella pratica, spesso accade il contrario. Invece di abbandonare il cavallo
morto, si prendono misure dei seguenti tipi:
• Acquista
una nuova sella per il cavallo
• Migliorare
l'alimentazione del cavallo, anche se è morto
• Cambiare il
cavaliere invece di affrontare il vero problema.
• Licenziare
il gestore dei cavalli e assumere qualcuno di nuovo, sperando in un risultato
diverso.
• Organizzare
riunioni per discutere come aumentare la velocità del cavallo morto.
• Creare
comitati o team di lavoro per analizzare il problema del cavallo morto da ogni
angolazione. Questi comitati lavorano per mesi, raccolgono rapporti e
finalmente concludono l'ovvio: il cavallo è morto.
•
Giustificare gli sforzi confrontando il cavallo con altri cavalli morti simili,
concludendo che il problema è stato la mancanza di addestramento.
• Proporre
corsi di addestramento per i cavalli, il che significa aumentare il budget
• Ridefinire
il concetto di "morto" per convincersi che il cavallo ha ancora delle
possibilità.
Lezione:
molte persone e organizzazioni preferiscono negare la realtà e sprecare tempo,
risorse e sforzi in soluzioni inutili, piuttosto che accettare il problema fin
dall'inizio e prendere decisioni più intelligenti ed efficaci.
Ricardo Amorim
Suggerimento: Thiago Henry
Bona
Poi cose italiane come questa di Balasso che conosco e
seguo anch’io, sia come comico che come opinionista.
Nell’interessante
libriccino di Han, intitolato “Infocrazia”, egli parla di “regime
dell’informazione” e così descrive il concetto introducendo il libro:
“Chiamiamo
regime dell’informazione quella forma di dominio nella quale l’informazione e
la sua diffusione determinano in maniera decisiva, attraverso algoritmi e
Intelligenza Artificiale, i processi sociali, economici e politici.
Diversamente dal regime disciplinare, ad essere sfruttati non sono corpi ed
energie, ma informazioni e dati. Decisivo per la conquista del potere non è il
possesso dei mezzi di produzione, bensì l’accesso a informazioni che vengono
utilizzate ai fini della sorveglianza psicopolitica, del controllo e della
previsione dei comportamenti. Il regime dell’informazione si accompagna al
capitalismo dell’informazione, che evolve in capitalismo della sorveglianza e
declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo”.
Aggiungerei
che diviene importante anche il possesso dei mezzi di produzione
dell’informazione. Che non sono più i giornali, ma tutto un insieme di sistemi
di catalizzazione dell’attenzione. Un sistema nel quale non conta più il
contenuto dell’informazione, ma la sua estetica.
Natalino Balasso
Caro Beppe
Il linguaggio popolare dell’italiano si è arricchito impoverendosi di
tante parole inglesi o anche italiane composte e inventate, ma rigorosamente stupide
come apericena e prosciutteria, in più tante espressioni da dimenticare, che
per non correre questo rischio te le ripetono di continuo.
Invece il portoghese della Azzorre assomiglia al portoghese del
Portogallo e molto meno a quello del Brasile, nel quale si pronunciano meglio
le vocali, ma le isole qua sono varie e gli accenti anche differiscono. Insomma
sullo scritto non ho molte difficoltà a capire, ma quando parlavano, spesso
dovevo farmi ripetere le cose, loro pensavano che io fossi sordo e gridavano di
più, ma si innervosivano e parlavano più veloci, io capivo sempre meno.
Per fortuna che con il tempo mi sono abituato e ora non ho più problemi.
Il VPN lo conosco e lo uso sempre, anche se ho la sensazione che quando
se ne renderanno conto ce lo leveranno, perché in un certo senso è una
ribellione al sistema e quello non perdona.
La vita è assurda e ingiusta, non sono io a scoprirlo, ma è una verità
assoluta e impietosa. Anche se nessuno mai è stato d'accordo con gli
individui che hanno detto la verità, a tutti piace da morire, ne sono
terrorizzati, pur se non lo ammetterebbero facilmente, più ne hanno paura e
meno lo possono ammettere.
Le menzogne sì che sono dolci. Le bugie fanno un porco comodo, sì, fanno
troppo comodo, sono eccessivamente convenienti e nessuno vuol fare l’eroe,
perché dovrebbero?
La verità non accetta compromessi. No, sei tu a dover cambiare, a
doverti adattare alla verità. La verità non cambia, non si adatta alla tua
convenienza, non è per niente elastica.
Le menzogne si comportano diversamente, sono più democratiche, hanno un
profondo senso della politica e non solo di quella moderna: sono disposte a
sacrificarsi, a cambiare a seconda di quello che fa comodo a te. Per questo le
menzogne hanno dominato l'umanità, mentre la verità è stata crocifissa.
Parliamoci chiaro, guardiamoci in faccia, questa è l’epoca in cui si è mentito
di più e sistematicamente e non è ancora finita, è appena cominciata.
Non sono state inventate oggi le fake news, ma oggi con tutto il bombardamento
di notizie che ci dobbiamo sopportare, scopriamo che le notizie sono diventate
una merce e quindi le progettano come gli pare, tutto e il contrario di tutto a
rotazione, a cosa serve il potere se non a legittimare sé stesso e a
schiacciare il poveraccio?
Qualcuno ha detto che l’internet e le fake news sono una cosa di
destra, ma non è vero, è a disposizione di tutti e tutti ne stanno
approfittando schifosamente, anche se in parti disuguali, ma non sono divise
affatto per partito, solo tra chi - più o meno - ha veramente assimilato che
sono uno strumento di potere, anche per un altro motivo.
Il consenso è una cosa abbastanza recente, per carità, una volta i
potenti spiaccicavano apertamente chi li ostacolava e non chiedevano neppure
perdono, ora invece no. Certo per loro è molto più facile, ma devono simulare e
dissimulare, non ne avrebbero certo voglia, non ne sentirebbero alcun bisogno,
per questo oggi siamo molto più ipocriti di una volta, dobbiamo tutti fingere e
aver paura, sempre, anche solo di essere scoperti a dire la verità.
Per questo le menzogne sono state incoronate e la verità è stata
condannata a morte. L’invenzione del consenso non ha cambiato certo la
sostanza, solo la maniera.
La situazione non è affatto cambiata, è sempre la stessa, l’internet
sembrava uno strumento di cultura, perfino tutto il contrario della Tv, ma è
bastato che se ne accorgessero ed è diventata la stessa cosa, più larga, meno
controllabile capillarmente. È un costo in più, d’accordo, ma basta mettere su
una rete di gente pagata per dire bugie mirate, e poi una rete di reti,
collegate alla Tv eccetera.
Oggigiorno basta che tu dica la verità e tutti sono in collera con
te. Basta che tu dica la verità per irritare tutti coloro che vivono
comodamente nella menzogna. Hai turbato la loro pace, hai interrotto il loro
sonno, hai disturbato i loro dolci sogni. E se ti scappa anche un piccolo
vaffanculo sei un violento, non sei per niente democratico.
Vaffanculo a te e a tutti quelli come te.
Quando un ti garba più nulla è meglio andà a
letto, ogni tanto penso e ci vado.
Però ci sono giorni che non mi alzerei nemmeno. Poi inaspettatamente mi
diverto, mi sento bene, penso che nonostante tutto valga la pena, insomma a
volte è solo stanchezza, anche delle ripetizioni, i già visti e rivisti e la
famigerata routine.
Anche io dunque, come tutti gli altri, ho imparato a ingannare me
stesso, sennò non sarei sopravvissuto e Facebook ha anche dei lati positivi,
per esempio è un innegabile veicolo di cultura e di integrazione, selezionando
le amicizie fittizie, se quello che uno desidera è accrescere la propria
conoscenza e il diametro della sua cosiddetta anima.
D’accordo: per la massa di solito non è così, allora la sua funzione e
tendenza diventa il valorizzare un pettegolezzo e stimolare il battibecco, il
bullismo e il rifiuto delle differenze, di qualsiasi tipo siano. Per le
elezioni si raggiunge il massimo del minimo consentito, e il livello aumenta
sempre, cioè diminuisce.
Però non ci si può mettere una foto di una puppora, figuriamoci se due,
anche se è una copertina di una rivista come Espresso o di un disco di Lucio
Battisti.
Tanta gente che io conosco ha rifiutato Facebook come i computer a suo
tempo, secondo me hanno fatto bene, ma meno ne conosco che abbiano rifiutato i
cellulari e gli smartphones, che quelli sono anche strumenti di lavoro e
soprattutto uno se li porta sempre dietro.
A proposito girando per la Toscana e la Maremma Viterbese, con un
cellulare portoghese e relativo GPS che pronunciava tutti i nomi delle strade e
delle piazze da schiantare da ridere, ma sbagliati, ci siamo divertiti a vagare
bestemmiando come mosche senza testa, cercando indirizzi veramente esistenti in
italiano, ma piuttosto improbabili in portoghese delle Azzorre.
"Mi telefona Eugène [Ionesco]. Mi dice che non
riesce a scrivere né a leggere più nulla. [...] Cerco di spiegargli che non ha
nessuna importanza se in questo momento non riesce a scrivere niente, la sua
opera c’è, esiste, e una pièce in più o in meno conta poco. Mi risponde che
sente di avere ancora qualcosa da dire. Io ribatto che non ne dubito, ma che
l’importante è aver detto quanto aveva da dire sulla morte, l’unico problema
che conti, e che il resto è secondario. Ma lui sostiene che è tormentato, roso
dai rimorsi.
Penso di avere con lui affinità profonde; siamo entrambi
ansiosi, chi più chi meno, ma la sua infelicità attuale è più grande della mia.
Provo per lui una pena infinita, quasi disperata. A che servono la fortuna, la
gloria, se si è più miseri del più sconosciuto e del più diseredato degli
uomini? Voltaire, alla fine della vita, si chiede in che cosa consista la
felicità e risponde: "Vivere e morire sconosciuti". Per quanto mi
riguarda, ho notato che da quando soffro di meno per essere trascurato, dimenticato,
"sconosciuto", sono molto più felice di prima. In gioventù desideravo
fare scalpore, volevo che si parlasse di me, volevo essere influente, potente,
invidiato, mi piaceva essere aggressivo, umiliare le persone, ecc. ecc.:
ebbene, ero molto più infelice di ora. Da quando ho capito che posso benissimo
non esistere per nessuno, mi sento sollevato, ma non appagato - il che dimostra
che il vecchio uomo è lungi dall’essersi assopito."
(Emil Cioran ,1969)
Eugène Ionesco,
afflitto dalla depressione, spesso cercava conforto nel filosofo connazionale
Emil Cioran. Ionesco, scomparso il 28 marzo 1994, è stato saggista e
drammaturgo rumeno, appartenente al "Teatro dell' Assurdo", in cui si
parla senza dire nulla, per evidenziare il non senso del vaniloquio moderno. La
sua pièce più famosa è "Rhinocéros" del
1959.
Il mondo dell'iperreale: come Jean Baudrillard profetizzò
l'avvento delle realtà simulate.
In un racconto breve del 1946 intitolato Il rigore della
scienza, lo scrittore argentino Jorge Luis Borges narra di un Impero dove
l’Arte della Cartografia arrivò ad un livello di perfezione tale da poter
rappresentare intere Città e Province in scala reale.
Il processo di perfezionamento proseguì ulteriormente
fino al raggiungimento di una minuziosa mappatura dell’impero in tutta la sua
estensione.
La nuova Carta diventò una replica speculare del
territorio stesso tanto da espandersi e ridursi simultaneamente ai risvolti
bellici delle campagne di conquista imperiali.
Una volta entrato in fase di decadimento, l’Impero cominciò
a perdere i propri possedimenti culminando in breve tempo nel completo
disfacimento dello stesso.
Nonostante la mappa si fosse ugualmente sgretolata, ne
sopravvisse un ultimo residuo in cui la vita continuò imperturbata dagli
eventi.
*Attraverso questo racconto metaforico ripreso
esplicitamente nei suoi scritti, il filosofo e sociologo francese Jean
Baudrillard sviluppò la teoria al centro di una delle sue opere maggiori,
Simulacres et Simulation (1981).
*Nato a Reims nel 1929 ed appartenente ad una famiglia di
origini contadine, frequentò la Sorbona di Parigi entrando successivamente a
far parte del panorama filosofico della French Theory rappresentato da
pensatori come Deleuze, Lyotard, Focault e Lacan.
*Baudrillard reinterpretò la realtà sociale contemporanea
definendola come il risultato di un processo di simulazione e sostituzione che
termina nello stadio in cui il Simulacro smette di essere copia della realtà
distaccandosene in toto.
Analogamente all’episodio narrato da Borges, nel momento
in cui l’Impero cessa di esistere la mappa geografica perde la sua funzione
replicante acquisendo forma e significato propri.
*Secondo il filosofo, questa caratteristica rappresenta
l’ultimo grado di sviluppo del percorso che comincia con la creazione della
copia e termina con la totale separazione di quest’ultima dall’oggetto simulato
che diviene iperreale.
*«Il Simulacro non è mai ciò che nasconde la verità – è
la verità che nasconde il fatto che non vi è alcuna verità. Il Simulacro è
vero»: così recita l’incipit di Simulacres et Simulation.
Seppur non abbia goduto della popolarità di colleghi come
Focault e Lacan, Baudrillard ha influenzato significativamente la cultura
occidentale a partire dagli ultimi decenni del Novecento, diventando uno dei
padri fondatori della corrente Postmoderna.
I riferimenti diretti ed indiretti al consumismo, ai Mass
Media e all’era di Internet sono lapalissiani e la sua voce è penetrata nel
nuovo Millennio riecheggiando profeticamente in diversi ambiti socio-culturali.
Prima con Truman Show (1998) ed il primo capitolo di
Matrix (1999), poi con il metafisico Synecdoche, New York (2008) di Charlie
Kaufman, il cinema contemporaneo ha riadattato il topos letterario della realtà
simulata, non senza ripescare alcune allegorie classiche come quella del mito
della Caverna narrato da Platone nel libro Settimo della Repubblica.M. Salòs
Losapio, Jean Baudrillard, la sparizione dell'arte per l'evidenza del mondo.
M. Salòs
Losapio, Jean Baudrillard, la sparizione dell'arte per l'evidenza del mondo.
«Un individuo
che non ha mai provato disgusto per quello che tutti pensano e tutti dicono,
per quello che gli è messo davanti senza che l'abbia chiesto, un soggetto
simile non può giungere alla filosofia. Bisogna vedere la costrizione, l'ingiustizia
e la menzogna che stanno dietro le ovvietà, bisogna vedere come certi modi
individuali di comportamento, che considerati isolatamente appaiono giusti e
ragionevoli, meritino invece una valutazione completamente diversa, se
considerati nel tutto sociale a cui appartengono. Bisogna far luce sul contesto
di accecamento, come si sono sforzati di fare Eraclito nell'antichità e
Schopenhauer nella filosofia moderna. La filosofia è la resistenza contro tutti
i clichés».
Theodor W.
Adorno, "Terminologia filosofica"
Illustre
Pippo
Quello
che possiamo fare per ribellarci al sistema è per esempio tirarsene fuori, ma
non è semplice. E se devi lavorare è molto più difficile, se hai famiglia
anche. Quindi noi due siamo avvantaggiati, da quel punto di vista, anche se la
solitudine a volte ci attanaglia.
Per
sciogliere la nostra vita dai nodi della routine, per sfuggire al giogo della
società occidentale, basterebbe considerare con una certa continuità che
l’esistenza è un miracolo, di per sé e senza alcun aiuto di nessunissima
religione, senza rifugiarsi in un qualsiasi misticismo, per cui ogni domanda
abbia una necessaria e pronta risposta, anche se probabilmente falsa.
E non si
perde per niente tempo a seguire per esempio il lavoro delle formiche in un
formicaio, o la rapida crescita delle piante con un po’ di pioggia e sole.
Se un
individuo lasciasse la Terra all’età di 15 anni a bordo di un veicolo in grado
di viaggiare a una velocità prossima a quella della luce e trascorresse 5 anni
nello spazio secondo il proprio tempo di riferimento, al momento del ritorno
avrebbe 20 anni. Nello stesso intervallo, sulla Terra sarebbero trascorsi circa
50 anni. Di conseguenza, i coetanei che avevano 15 anni al momento della
partenza avrebbero circa 65 anni.
Questo
fenomeno è definito dilatazione del tempo ed è stato previsto da Albert
Einstein nell’ambito della teoria della Relatività speciale. Secondo tale
teoria, all’aumentare della velocità di un oggetto rispetto a un osservatore in
quiete, il tempo misurato per l’oggetto in movimento scorre più lentamente
rispetto a quello misurato dall’osservatore fermo.
Il
fenomeno è stato confermato sperimentalmente mediante l’impiego di orologi
atomici e attraverso l’osservazione del comportamento di particelle subatomiche
ad alta velocità. A velocità prossime a quella della luce, il tempo trascorre a
ritmi differenti in funzione dello stato di moto dell’osservatore.
La nostra
vita – ahimè - si è distanziata da queste semplici osservazioni di tali pur
assai interessanti fenomeni della natura, ma anche essa è senza dubbio da
considerare un miracolo costante, pur se più complesso e adulterato da diversi
singulti e movimenti moderni che di naturale hanno più ben poco.
La natura
quella di per sé non è né buona né cattiva, ma può essere un pericolo anche
mortale, se non sappiamo come e cosa, dove e quando.
Per
esempio una specie di riccio brasiliano è entrato in giardino tempo fa e i cani
sono corsi subito a morderlo, dopo avergli abbaiato per una mezz’ora
intimandogli di uscire dal loro territorio.
Questo
animale di tre o quattro chili, coperto da una specie di etereo, ingannevole e
svolazzante velo giallo, sotto ha degli aculei come quelli del nostro istrice
che si conficcano nel muso del cane, quando cerca di morderlo, dove si spezzano
e queste punte se non le togli con le pinze e grande schizzare di sangue, poi
camminano nel corpo dell’animale fino arrivare al cuore, uccidendolo.
Se lo sai
devi fare alla svelta per non perdere i tuoi amici pelosi, loro non capiscono e
non faranno niente per aiutarti a salvarli, bisogna essere almeno in due e non
farsi impietosire.
Salvi un
riccio italiano ferito dandogli latte. Pensi di nutrirlo.
In realtà
lo condanni a morte per disidratazione.
I ricci
sono intolleranti al lattosio. Il latte provoca diarrea acuta, perdita di
liquidi mortale in poche ore. Il corpo si svuota mentre tu credi di salvarlo.
Il cibo
per gatti — spesso consigliato online — è troppo ricco di proteine e fosforo.
Distrugge i reni lentamente. Il riccio sopravvive al trauma iniziale, ma muore settimane
dopo per insufficienza renale.
Ciò che
sembra soccorso è veleno lento.
Proteggili
con acqua pulita e cibo specifico per ricci (ma come? Tu non sapevi che
esisteva?): insomma le consuete crocchette per insettivori, vermi della farina,
insetti vivi. Mai latte, mai cibo per gatti, mai pane imbevuto.
Il Ragno
dell'Amazzonia Peruviana: Maestro dell'Inganno: questo ragno, probabilmente una
specie del genere Cyclosa, si distingue per un comportamento affascinante
osservato nella foresta amazzonica del Perù.
Un'Arte
Unica del Mimetismo: il genere Cyclosa è noto per costruire esche o
"manichini" nelle sue ragnatele usando seta, foglie e insetti morti.
La varietà peruviana si distingue per la precisione con cui imita il proprio
corpo: dimensioni, forma e disposizione delle zampe.
Scoperta
Scientifica: documentato per la prima volta nel 2012 dal biologo Phil Torres
vicino al Centro di Ricerca Tambopata, questo ragno è stato osservato mentre
costruiva queste esche con cura straordinaria.
Un'Esca
Difensiva: queste costruzioni agiscono come mimetismo protettivo, confondendo
uccelli e vespe. In alcuni casi, il ragno scuote la ragnatela per dare
movimento al manichino e rafforzare l'illusione.
Strategia
di Fuga: questo comportamento permette di deviare gli attacchi verso l'esca e
aumenta le sue probabilità di sopravvivenza.
Un
Esempio Raro di Ingegnosità Evolutiva: questo mimetismo difensivo mostra come
l'evoluzione possa generare strategie sofisticate anche nei piccoli
invertebrati.
Tra i
fenomeni della natura certo ci sono anch’io che faccio quello che ho voglia di
fare, per esempio giro nudo per il mio giardino ascoltando la musica in cuffia
e bevendo vino bianco, sapendo che nessuno mi vede, eppure non andrei mai in un
campo nudisti, mi vergognerei.
I vicini
non possono vedermi o meglio: se si impegnassero proprio e mi spiassero,
potrebbero anche, ma per come sono messi i loro punti di potenziale
osservazione, pur se mi scorgessero, potrebbero al massimo dire che sono a
torso nudo, e visto che c’ho una piscinetta di 6 metri per 3, potrei stare
anche in mutande, che da lontano potrebbe sembrare un costume da bagno, anche
se sotto ci sono solo il marsupio per l’hi-pod e le ciabatte, perché gli alberi
e i cespugli che ho fatto crescere mi coprono il resto.
Venendomi a
trovare Pippo mi dimostrerebbe che i fatti a volte seguono veramente quello che
si dice, e tutto quello che diciamo dobbiamo prima averlo pensato, anche solo
qualche nano-secondo in precedenza, insomma, mi porterebbe una ventata di vita
viva, che poi, in un secondo momento, o anche in un terzo o quarto... poi
vediamo.
Dopo qualche
mese di scambi culturali e non, visto che ci trovavamo bene su tutti gli
argomenti, o quasi, questo ragazzo vicino alla settantina, mi ha messo addosso
una certa visione pratica, insomma più ottimistica della vita e allora... ma
andiamo per ordine, dopo diversi dialoghi che non ho potuto registrare, qui
c'è, dal primo e-mail della nostra storia, una certa cronologia dei fatti, che
all'inizio erano solo parole, commenti e considerazioni sulla vita, ma poi...
Egregio Beppe
Ma a te
non ti viene voglia ogni tanto di tornare in Italia?
Da quanto
tempo sei in Brasile?
Io qui
solo da cinque anni, ma ogni tanto mi pento e mi dolgo, vorrei tornare
indietro.
Passiamo allora
a un altro tipo di fenomeno, piuttosto collegato però: le case a prezzo
simbolico, vicino allo zero, per esempio a un euro.
È l’approccio con cui a Fabbriche di
Vergemoli, Comune di 700 anime della Garfagnana, si cerca di contrastare
il progressivo spopolamento del territorio. E del progetto è parte il programma
“Case a 1 euro”. Sono un centinaio le abitazioni acquistate con questo
meccanismo. In molti casi le case vendute sono dei ruderi che valgono più che
altro per il suolo edificabile. E siamo ancora all’inizio del progetto in
quanto tante abitazioni devono essere ancora ristrutturate.
Il progetto, come spiega il sindaco Michele
Giannini, «è il tassello di un progetto più ampio e organico, teso a non
far morire questi paesi. Obiettivo che si può conseguire con la creazione di
occupazione, servizi, nuove famiglie e quindi una generazione futura che
rimanga sul territorio». L’iniziativa ha preso forma nel 2006 ed è stata
implementata all’inizio del 2014. Tutto nasce da una triste realtà: il gran
numero di case abbandonate a seguito dell’immigrazione degli anni ’60. A dare
un’accelerazione alle vendite numerosi oriundi, cioè italiani di ritorno.
L’iniziativa si differenzia da quelle diffuse in gran
parte d’Italia, in quanto non si tratta di immobili del Comune ma dei
privati. All’ente conviene, anche perché una abitazione che viene recuperata
non deve essere abbattuta o messa in sicurezza. Il Comune si limita a
pubblicizzare questi edifici, a fornire informazioni legali e a dare un
supporto. Il progetto è agevolato altresì da diversi aspetti, per esempio dal
fatto che la Toscana è conosciuta in tutto il mondo. «La nostra regione ha un
richiamo internazionale e questo fa sì che tutto ciò che è in Toscana sia una
calamita di cittadini del mondo – sostiene Giannini – . Il nostro borgo, per
esempio, è a un’ora e venti da Firenze e a un’ora da Pisa, mete turistiche di
grande rilievo».
Tra i principali acquirenti delle “Case a 1 euro” ci sono
gli stranieri, soprattutto del Brasile. Il sindaco precisa che, pur trattandosi
di un acquisto low cost, si parla comunque di case che devono essere
ristrutturate. Aspetto questo, che porta comunque dei costi e che, di
conseguenza, fa sì che questi acquisti se li possano permettere principalmente
investitori o chi cerca una seconda casa. Oltre ai brasiliani, tra i clienti ci
sono anche europei come danesi e tedeschi. Acquisti che, inevitabilmente,
portano a uno scambio culturale.
«Mi ha colpito la loro grande disponibilità e volontà di
integrarsi con la comunità. Il bello è stato proprio il fatto di interagire con
la popolazione locale, condividendone le manifestazioni, gli interessi, la
conoscenza. L’aspetto affascinante di questo progetto, sul piano
socioculturale, è l’apertura al mondo di un paese montano, come è Fabbriche di
Vergemoli. Abbiamo contattato cinesi, giapponesi, cileni per promuovere degli
studi che coinvolgono noi e loro per la rivalutazione delle aree interne.
Questo progetto ci ha fatto uscire dal guscio». Altro aspetto che ha agevolato
l’iniziativa è l’informatica, precisamente l’accesso a internet veloce che
rappresenta uno strumento di attrattività.
Il progetto ha dato i suoi frutti anche sotto l’aspetto
economico con la vendita consistente di immobili, che ha fruttato un ritorno
economico notevole per i proprietari. Questi, infatti, hanno avuto l’occasione
di vendere immobili che, altrimenti, non avrebbero mai potuto alienare. Il
percorso ha dovuto affrontare anche delle difficoltà. «Agli esordi c’era un
numero incredibile di richieste. Una situazione difficile da gestire, soprattutto
nel far capire il cuore del progetto, ossia dare una casa ma non abitabile,
perché da ristrutturare. Chi faceva domanda spesso non era consapevole di
questo. Mentre la burocrazia, invece, è una difficoltà che stiamo tuttora
fronteggiando».
Complessità ma anche soddisfazioni, come quella di vedere
riaprire le finestre, portando un movimento migratorio rispetto al territorio,
valorizzando così i borghi. Scenario che il sindaco descrive con fierezza: «La
Bbc ha comprato a un euro una casa a Fornovolasco, facendoci un reality di tre
mesi e in seguito trasmesso nel Regno Unito. Una pubblicità internazionale, che
permette al comune di avere una forte risonanza a titolo gratuito».
Non voglio entrare nel merito
del se ci conviene o no, essendo
piuttosto geograficamente lontano, non ho gli elementi nemmeno per andare
vicino a stabilirlo, ma certo che questi posti - che altrove sarebbero certo
ambiti - per gli italiani invece no, per il tipo di vita che viene spinto da un
po’ tutto quello che li circonda.
In Italia
i negozi di alimentari sono praticamente spariti, bisogna servirsi di
supermercati troppo fuorimano e di tutti quei beni, come l’internet che sono
sempre più lontani dalla natura e ingannevolmente amici del portafoglio.
Infatti
il sindaco qui sopra ha garantito al paesotto in questione prima di tutto una
buona connessione a banda larga, se si chiama ancora così, perché anche volendo
quella stretta, che quando si collegava faceva quel rumorino avveniristico, non
esiste più.
Hai mai
pescato con le mani? Sai che era proibito quando ero bambino? Perché? Mi
chiederai te. Perché in Garfagnana ci si facevano delle stragi. Bisognava
essere in un fiume sassoso, con delle rocce arrotondate che pur essendo dentro
l’acque se ne uscivano fuori e si scaldavano con il sole estivo. I pesci
stavano sotto e si godevano il tepore, con le dita sentivi il diverso contato
con il corpo scivoloso e loro spazio per fuggire non ne avevano.
La migliore,
più cogente (che obbliga) ed
elegantemente semplice spiegazione sui processi negoziali inspiegabilmente
distruttivi del presidente, da parte del Prof. David Honig della Indiana
University.
Tutti quelli
che conosco dovrebbero leggere questo pezzo accurato e illuminante...
"Mi sto
per diventare un po' traballante e scriverò di Donald Trump e delle trattative.
Per chi non lo sapesse, sono professore aggiunto all'Università dell'Indiana -
Robert H. McKinney School of Law ed io insegno negoziazioni. Ok, ci siamo.
Trump, come molti di noi sanno, è l'autore
accreditato de "L'arte dell'affare", un libro che in realtà è stato
scritto da un uomo di nome Tony Schwartz, a cui è stato dato accesso a Trump e
scritto in base alle sue osservazioni.
Se hai letto The Art of the Deal, o se hai
seguito Trump ultimamente, saprai, anche se non conoscevi l'etichetta, che lui
vede tutti gli affari come quello che noi chiamiamo "contrattazione
distributiva. "
La
contrattazione distributiva ha sempre un vincitore e un perdente. Succede
quando c'è una quantità fissa di qualcosa e due fazioni litigano per come viene
distribuito. Pensala come una torta e stai litigando per chi prende quanti
pezzi. Nel mondo di Trump, la contrattazione era per un edificio, o per lavori
edili, o subappaltatori. Lui percepisce un affare di successo come uno in cui
c'è un vincitore e un perdente, quindi se paga meno di quanto vuole il
venditore, vince. Più salva e più vince.
L'altro tipo
di contrattazione si chiama contrattazione integrativa. Nella contrattazione
integrativa le due parti non hanno un conflitto di interessi completo, ed è
possibile raggiungere accordi reciprocamente vantaggiosi. Pensateci, non una
sola torta da dividere da due persone affamate, ma da fornaio e ristoratore che
negoziano su quante torte verranno fatte a quali prezzi, e la natura del loro
rapporto continuo dopo che questo concerto sarà finito.
Il problema
di Trump è che vede solo contrattazioni distributive in un mondo internazionale
che richiede contrattazioni integrative. Lui può alzare le tariffe, ma anche
gli altri paesi. Non può pretendere che non rispondano. Non c'è una fine
definita alla trattativa e non c'è un semplice vincitore e un perdente. Ci sono
sempre altre torte da cuocere. Inoltre, le trattative non sono binarie. Le
scelte della Cina non sono (a) comprare semi di soia dagli agricoltori
statunitensi, o (b) non comprare soia. Possono anche (c) comprare soia dalla
Russia, dall'Argentina, dal Brasile, dal Canada, ecc. Questo spoglia
completamente il contrattatore distributivo del suo potere di vincere o
perdere, di controllare la trattativa.
Uno dei
rischi della contrattazione distributiva è la cattiva volontà. In un affare
distributivo una tantum, ad esempio trattando con il produttore di armadietti
del tuo casinò se pagherai l'intera bolletta o chiederai uno sconto, non devi preoccuparti
della tua credibilità continua o del prossimo affare. Se fai questo al
produttore di armadietti, puoi scommettere che non accetterà di fare gli
armadietti nel tuo prossimo casinò, e dovrai trovarti un altro produttore di
armadietti.
Non esiste un
altro Canada.
Quindi quando
ci si avvicina alla trattativa internazionale, in un mondo complesso come il
nostro, con economie integrate e multipli acquirenti e venditori, bisogna
semplicemente affrontarli attraverso una contrattazione integrativa. Se si
tenta la contrattazione distributiva, il successo è impossibile. E questo lo
vediamo già.
Trump ha
alzato i dazi sulla Cina. La Cina ha risposto, oltre ad aumentare le tariffe
sulle merci statunitensi, facendo cadere tutti i suoi ordini di soia dagli USA e
acquistandoli dalla Russia. L'effetto non è solo causare danni enormi agli
agricoltori statunitensi, ma anche aumentare le entrate russe, rendendo la
Russia meno suscettibile a sanzioni e boicottaggi, aumentando il suo potere
economico e politico nel mondo e riducendo il nostro. Trump ha visto acciaio e
alluminio e ha pensato che sarebbe stata una vittoria facile, PERCHÉ HA VISTO
SOLO ACCIAIO E ALLUMINIO - VEDE OGNI NEGOZIAZIONE COME DISTRIBUTIVA. La Cina
l'ha vista come integrativa e ha integrato la Russia e i suoi ordini di
acquisto di soia in un ecosistema negoziale molto più complesso.
Trump ha la
stessa debolezza politicamente. Per ogni vincitore ci deve essere un perdente.
E non è così che funziona la politica, non a lungo termine.
Per chi
studia le trattative, questa è roba incredibilmente fondamentale, negoziazioni
101, definizioni che impari prima ancora di iniziare a parlare di stili e
tattiche. Ed ecco un altro grosso problema per noi.
Trump è
assolutamente convinto che la sua esperienza in una società immobiliare
strettamente tenuta lo abbia preparato a governare una nazione, e quindi
rifiuta i consigli di persone che hanno trascorso intere carriere studiando le
sfumature dei negoziati internazionali e della diplomazia. Ma i leader
dall'altra parte del tavolo non hanno evitato la competenza, l'hanno
abbracciata. E questo significa che guardano Trump e, data la sua limitatissima
cassa attrezzi e la sua comprensione ciecamente distributiva della
negoziazione, sanno esattamente cosa farà e come rispondervi.
Dal punto di
vista della negoziazione professionale, Trump non porta nemmeno la dama a una
partita di scacchi. Sta portando un quarto di dollaro che lui insiste a girare
per testa o croce, mentre tutti gli altri stanno studiando la scacchiera per decidere
se è meglio aprire con Najdorf o Grünfeld. ”
— David Honig
Caro
Pippo
Voglia di
tornare in Italia ce l’ho anch’io. Come no? Ma a giorni alterni, intanto qui la
gente è molto più gentile e poi le minacce di pandemie e guerre lá sono molto
più forti, è vero altresì che ho tutti i miei amici in Toscana e Lucchesia,
però con alcuni ci converso attraverso internet e faccio qualche
videoconferenza.
E poi c’è
il motivo finanziario, qui si vive con molto meno, là mantenersi è un problema
che peggiora giorno per giorno, secondo le notizie che trovo.
Vivere in
uno di questi borghi semiabbandonati è una bella chimera, perché in pratica,
per noi vecchietti è altresì problematico, da un punto di vista di pura
sopravvivenza.
Anch’io
da ragazzotto ho pescato con le mani e si facevano delle secchiate piene, era
uno sport da gente in salute, sia perché
stavi al sole e piegato a volte in maniera assurda, ma dava delle belle
soddisfazioni.
Un fenomeno
della natura, tra i tanti che conosciamo e poi ce ne sono molti di più che
ignoriamo, bisogna tenerne conto lo stesso però, non dare mai niente per
scontato, non infilarsi in modo troppo sistematico nelle scorciatoie della
logica pura.
Un altro inspiegabile
fenomeno della natura è il mio vicino chiacchierone, per esempio, ex guidatore
di autobus urbani, che da quando sono arrivato qui non fa che invadere il mio
territorio acustico con rumori ripetuti, insistiti ed esageratamente molesti.
Nei primi
tempi il suonare una fisarmonica in maniera offensiva per ogni tipo di
sensibilità, non necessariamente artistica o musicale. In un secondo periodo
per riuscirci in maniera più agevole aveva anche invitato altri musicisti,
parimenti incapaci e adottato l’uso di un amplificatore.
Poi
parlando al telefono con un volume che implica la sordità dell’eventuale
interlocutore e che renderebbe inutile la presenza e l’uso dell’apparecchio per
ogni altro ascoltatore non privo di udito, pur lontano chilometri.
Con il
cellulare ha continuato e continua fino ad oggi, con l’accorgimento di venire a
telefonare dalla mia parte, uscendo sul terrazzetto dove forse il cellulare prende
meglio e il suo cortiletto sotto fa da cassa di risonanza.
Dato il suo problematico udito, mette il
volume di radio e televisione in maniera che io, e ogni altro disgraziato
vicino di casa, ci sentiamo sistematicamente aggrediti per tutta la durata del
giorno. Per fortuna la sera va a letto presto.
I
programmi che ascolta sono di persone che parlano e di solito di argomenti come
rapine e vari tipi di minacce urbane, di cui ha una certa paura.
Gli ho
regalato una cuffia con un filo di cinque metri, che io non usavo più. Mi ha
ringraziato, ma non credo che ne abbia capito il suggerimento implicito.
Non che
non glielo abbia più volte specificato, ma come tutte le persone che parlano
tanto e a vanvera, non è abituato ad ascoltare quando qualcun’altro gli
dice qualcosa.
Ultimamente
per qualche malattia, forse dovuta al bere eccessivi alcolici, raschia la gola
catarrosa a sciacquo e cascata, senza economia di effetti sonori, a intervalli
più o meno regolari, per tutto il giorno.
Disgraziatamente
sia lui che io non usciamo quasi mai, e quando vado in giardino mi metto una
cuffietta con la musica per togliergli il protagonismo, lasciandogli mio
malgrado il sottofondo.
La
domenica era meravigliosa perché lui usciva sempre e stava tutto il giorno
fuori, aveva una fidanzata vecchietta come lui. Non che io sia giovane, ma
l’ometto in questione ha una faccia pena di rughe che sembra un dracula dei
film che ha vissuto cinquecento anni e forse lui non ne ha più di una decina di
me, difficile fare una stima anche approssimativa.
Ora lei
lo ha lasciato e lui beve e scaracchia più di prima, domenica inclusa.
La
domenica sarebbe un fenomeno della natura ancora maggiore se qui attorno nessuno
mettesse la musica alta, se rinunciassero per una volta all’anno al churrasco,
se non facessero tutto come se fosse quasi obbligato non dalle circostanze, ma
dalle abitudini.
Le
formiche, dicevo prima, sono un fenomeno della natura alle quali nessuno presta
attenzione, e qua ce ne sono vari tipi, ma quelle più fottutamente spettacolari
sono quelle che puliscono un albero dalle foglie in una nottata di pioggia
autunnale o invernale e portano tutti i pezzettini nel formicaio.
C’è stata
tra le altre un’invasione di api, che riposatesi su un arbuto lo hanno coperto
con migliaia di corpicelli ronzanti... ma basta non fare niente, che poi loro
se ne vanno, ma se anche inavvertitamente ci si avvicina loro devono difendere
la regina e allora sono guai.
Esempio pratico ed effettivo di
un moderno Facebook (di antichi non ce
ne sono)
Vincenzo Schettini (Como, 7 marzo 1977)
è un divulgatore
scientifico, youtuber e conduttore
televisivo italiano.
Nato a Como da una famiglia
di origini pugliesi, si è poi trasferito
a vivere in Puglia. Si è laureato in
fisica all'Università
degli Studi di Bari con specializzazione
in Didattica della fisica, lavorando poi come insegnante negli istituti
superiori. Attualmente è docente presso l'IISS "Luigi dell'Erba"
di Castellana Grotte nella Città
metropolitana di Bari.[1]
Nel 2015 fonda il canale
YouTube La fisica che ci piace, in cui pubblica brevi video con
esperimenti di fisica accompagnati da spiegazioni semplici e mantenendo toni
leggeri e scherzosi.
Ha poi aperto il canale su
altri social come Facebook, Instagram e TikTok affermandosi come
uno dei divulgatori scientifici più seguiti in Italia.
Nel 2022 ha pubblicato per
Mondadori il libro La fisica che ci piace, che ottiene un immediato
successo diventando un best-seller con quasi 100 mila copie vendute e vince il premio Elsa
Morante Ragazzi Esperienze.
Nel 2023 pubblica il suo
secondo libro, Ci vuole un fisico bestiale in cui racconta le storie
di sette fra i fisici più celebri della storia.
Dal 2024 è il presentatore
del programma televisivo La fisica
dell'amore in onda in seconda serata su Rai 2 ed è anche uno dei
tre protagonisti dello spot dell'ANAS sulla sicurezza stradale Guida
e basta.
(da Wikipedia)
Post collegato al personaggio di
Andrea La Rovere, dopo un accenno di gogna mediatica, come vuole la prassi.
Ragazzi, io
non lo so se Schettini regalava voti per un like.
Non so
nemmeno se sia la vittima di una gogna o faccia tutto parte della creazione del
proprio mito.
A me il
problema pare un altro, ed è questo: perché una figura come quella di Schettini
piace così tanto?
Vincenzo
Schettini è un prodotto comunicativo perfetto. Fuori moderno, dentro antico.
Usa – benissimo - la grammatica dei social ma parla il linguaggio della
nostalgia. È il professore influencer che però rassicura chi detesta gli
influencer.
Schettini è
per il boomer che odia i giovani la “tempesta perfetta”: possono continuare a
disprezzare i giovani sentendosi moderni.
La forza di
Schettini non è la fisica, ma la narrazione.
Quando
attacca i telefonini non fa un’analisi scientifica, offre un colpevole, il più
comodo.
Che poi è lo
stesso “colpevole” su cui ha costruito il suo successo.
Quando dice
che ha assistito al crollo del QI tra gli studenti non dice nulla di
scientifico, sta solo solleticando una narrazione emotiva collettiva (“ai miei
tempi sì che si studiava”) basata su impressioni personali.
E allora,
perché funziona? Perché conferma un sentimento diffuso: il mondo è peggiorato,
la scuola è peggiorata, i giovani sono peggiorati. E lui, dal palco digitale
che tanto condanna, sembra l’unico adulto lucido in mezzo al caos.
Vogliamo parlare
di un altro elemento, più sottile? La postura della vittima.
Milioni di
follower. Teatri pieni. Programmi in prima serata.
Eppure
bastano due critiche, due meme, due commenti sgradevoli, ed ecco il racconto
del professore ferito, attaccato, frainteso.
È una
dinamica tipica del narcisismo. Enorme consenso, ma attenzione ossessiva al
dissenso. Il dissenso non viene ignorato, ma esibito. Perché rafforza la
narrazione. Se mi attaccano, vuol dire che dico verità scomode. Se mi
criticano, è perché ho colpito nel segno.
E così il
cerchio si chiude. Chi lo ama si sente parte di una minoranza coraggiosa —
anche se è maggioranza numerica.
Chi lo
critica diventa la prova vivente della sua autenticità.
È la solita
retorica destrorsa della vittima, di chi è al potere ma sa solo frignare.
Proprio come
il nostro governo, sarà un caso che la Rai meloniana ami tanto il prof?
Schettini
piace perché è insieme autorità e ribelle, sistema e antisistema, influencer e
censore degli influencer. È una figura perfettamente calibrata per un paese che
vuole sentirsi moderno senza rinunciare alla nostalgia.
Non importa
che abbia ragione, ma solo che rassicuri il pubblico medio, quello a cui
aspira.
E oggi, i
prodotti più venduti, quelli che ti fanno fare i big money, sono la nostalgia e
la rassicurazione.
Invidia...ne abbiamo?...
Che post inutile
1 ora fa
Franca Candiloro invidia di cosa esattamente, scusi? Non sono
insegnante, non sono influencer, non so nulla di fisica. Lavoro coi social e ho
proposto una mia analisi non su Schettini, ma sulla comunicazione.
Piuttosto, fossi in lei mi
interrogherei sulla sua reazione rabbiosa da gregaria, non mi sembra molto
sana.
Grazie del commento
1 ora fa
Franca Candiloro ma lei qualche analisi del momento che viviamo ha
qualche capacità di analisi o segue il flusso senza un pensiero? Nel caso
continui con tranquillità ma abbia almeno il buon senso di non intervenire con
l'arroganza, che ha preso ormai il sopravvento, miglior figura farebbe.
1 ora fa
Franca Candiloro il tuo.
1 ora fa
Piace perché piacciono
quelli che riducono tutto a un cazzeggio, è tutto un gaming
Personalmente se avessi
avuto un insegnante di Fisica come il prof. Schettino avrei avuto voti migliori
in quelle materie che mi hanno fatto sentire stupida, inadeguata e ostile alla
logica scientifica che invece mi guida in ogni mio ragionamento, a quasi
settanta anni trovo i suoi post utili, interessanti ...perfino la Matematica
che non sembra più un'accozzaglia di teoremi e nozioni astratti. Agli esami di
Stato ai quali ho partecipato per anni come membro esterno di Italiano e
Storia, a domandina piccina su quale uso pratico si potesse fare di integrali,
derivate, equazioni la risposta era sempre la stessa: due occhi spalancati nel
vuoto, quando poi l'alunno veniva allontanato, i colleghi della commissione mi
consigliavano di starmi zitta e limitarmi a fare domande attinenti ai programmi
di Italiano...meglio evitare la Storia, sempre trascurata come Cenerentola. A
me Schettini non frega niente che sia un narcisista, di lui ne vorrei a migliaia
in classe. Spero non si pensi che sia polemica, stimo molto l'autore del post.
1 ora fa
A me piace perché è una
persona educata, simpatica, intelligente e capace di interessare. Avrà anche i
suoi difetti ma credimi, c’è di peggio. Di molto peggio
1 ora fa
Mi fa ricordare la mia
esperienza di scuola con professori annoiati e annoianti. Gente frustrata che
veniva in classe e leggeva il giornale, imponendo il silenzio agli alunni
sconcertati. Insegnanti di italiano ignoranti e noiosissime….per contro ricordo
con affetto un insegnante di italiano e filosofia autorevole e preparato, che
incantava con le sue lezioni. Serve l’entusiasmo di Schettini nella scuola di
oggi!
53 min fa
Analisi perfetta, anche io
mi son fatta domande su questa figura e i motivi per i quali piacesse tanto,
non stupendomi, ma rimanendo sconcertata, di quanto/i al momento abbiano
successo! Come sempre Grazie!
1 ora fa
Non sarei così deleteria
visto che con il suo modo di fare insegna a comprendere la fisica anche ai meno
portati per questa materia. Inoltre non trascurerei il fatto che si presenta
come dichiarato omosessuale sposato, cosa apprezzabile in questa Italia bigotta
e che con questo cerca di far capire ai tanti giovani fragili che bisogna
accettarsi senza nascondersi. Non vende cosmetici, vende solo se stesso con
narcisismo si, ma anche con simpatia.
Ci sarebbe da dire qualcosa
in merito anche sugli "spettacoli"di Ruffini
Analisi interessante
io lo detesto, ma vorrei
sapere chi è il suo barbiere.
tutto qua.
Caro Beppe
Paolo Sorrentino,
pur senza mai insistere nel volermi convincere, mi ha definitivamente persuaso
che la trama è un optional, non solo nei film, che ho visto e apprezzato, quasi
tutti. Oggi ho avuto il piacere di godermi il suo ultimo. “Parthenope”, il
penultimo, non mi era piaciuto, non sono nemmeno riuscito a vederlo, perché mi
irritava. Quindi “La grazia” per me è stato in anteprima danneggiato dalla mia
idea preconcetta e infatti lo stavo per buttare via. Poi mi sono scolato una
bottiglia di vino bianco, che per caso avevo in frigo e distrattamente l’ho fatto
partire dalle ultime scene, e lì mi ha preso.
Insomma
l’ho guardato tutto dall’inizio e ho più volte pianto, colpito dalla grazia e
dalla bravura di una mancanza di trama, che però aveva un disegno finale a
imbuto. Il filo conduttore, cioè, quello ci vuole, anche sottile e
impercettibile, a volte.
Un mio
amico non solo di Facebook al quale avevo consigliato il film in questione, poi
glielo avevo anche mandato con il programma on-line WeTransfer , mi scrive dopo qualche giorno:
Il mio amico di Facebook R. P. (figlio di C.) mi ha
rovinato la sorpresa... ora vedrò il film sotto altri occhi
P.
Al Cinema
, la Grazia . . . solito film Sorrentino e Servillo, che si traduce in un
agiografia di Mattarella, seppure non citato direttamente. Il protagonista
sarebbe un Presidente della Repubblica che ha di fronte due richieste di
grazia. Una che nessuno rifiuterebbe, di un uomo che ha ucciso la moglie e l ' altra
che nessuno accetterebbe, di una donna che ha ucciso il marito. Non entro nel
merito dei dettagli. Andate a vedere il film se vi interessano. Alla fine il
Presidente rifiuta la grazia al marito assassino e non del tutto a torto. In
effetti ha scontato gran parte della pena, è pentito del gesto, la moglie
soffriva molto per l ‘alzheimer, non ha neppure chiesto la grazia, ma per lui,
i suoi compaesani e studenti e si sta lasciando morire. Ma esiste una ambiguità
di fondo che viene avvertita, sostanzialmente non ha agito per amore della
donna, ma perché non ne poteva più della situazione che viveva lui . La seconda
grazia viene invece concessa a una donna vittima di un marito maltrattante. Lei
è antipatica, maleducata, aveva un amante e quindi un movente per mentire sui
maltrattamenti, ha scontato pochissima pena, ha agito di notte nel sonno e
infine poteva tranquillamente lasciare il marito. Incidentalmente non si è
pentita, che sarebbe giuridicamente obbligatorio, per noi formalisti del
diritto. Riceve invece la Grazia perché sostanzialmente non poteva andarsene di
casa per troppo amore verso il marito massacrato e per una inedita legittima
difesa preventiva. Naturalmente non si sarebbe potuto altrimenti fare il film,
e quindi rispetto la scelta narrativa del regista. Se invece arriviamo al
momento del famoso dibattito. Il film rappresenta una inedita degenerazione del
rapporto uomo e donna. Sostanzialmente la seconda ha diritto di trucidare il
marito ma questo diritto è negato, per fortuna posso aggiungere, all ' uomo.
Con tutta l’indignazione verso un soggetto ( presunto ) maltrattante, invito a
riflettere sulla profonda degenerazione della cultura, questa volta, di
sinistra.
Gli
rispondo che tale R. potrebbe anche aver ragione, ma io non vedo le cose strettamente
dal punto di vista giuridico (lui sì, magari perché è avvocato) o della
giustizia terrena in senso più ampio, ma quando guardo un film, leggo un libro
o ascolto una musica, quello che conta è il contenuto, sì, ma soprattutto
l’atmosfera. Tanto che alcune canzoni inglesi, quando ho iniziato a capire il
testo, mi sono piaciute molto di meno e così qualche film che mi era garbato,
influenzato dalle critiche di qualcuno, dopo, mi è piaciuto di meno, anche
perché a certe cose non ci avevo proprio pensato e ho ragione di credere che
fosse meglio così. Forse anche qualche libro mi è piaciuto senza averlo prima
capito, ma ho motivo di credere che non si tratta di un numero significativo di
libri.
Quando
scrivo non mi limito a quello che penso e che sia giusto, ma mostro, spesso ma
non volentieri, come in questo caso, punti di vista che non mi piacciono.
A
proposito: su Facebook ci sono diversi critici di cinema, di solito non
disprezzo mai o quasi le critiche positive, ma ce n’è uno che mi ha fatto
scaricare e tentare di vedere dei film veramente sgradevoli, perché me ne aveva
parlato in maniera entusiastica. Oppure ha parlato con dei termini veramente
spesso ripetuti e appiccicosi come questo
non è solo un film ma... e a me invece in precedenza, anche se talvolta non
immediata, mi era piuttosto sembrato una schifezza.
Vi prego guardate I GIORNI DEL CIELO su RaiPlay. Lo spettacolo
più “silenzioso” mai girato. Uno dei capolavori degli anni 70 e vero prodigio
poetico di Terrence Malick. L’ho rivisto ieri e mi sono commosso di nuovo, come
ogni volta che mi imbatto nel suo respiro.
Le immagini di I Giorni del Cielo scorrono con la
rapidità di ricordi personali, improvvisi e vividi. Terrence Malick traspone il
mito biblico tra le spighe del Texas, poco prima della Grande Guerra,
costruendo un’opera definita da una maestosa ellissi. La narrazione procede
senza racconto classico, lasciando che siano il vento e la luce a descrivere
l’interiorità dei protagonisti. È un’equazione di ironie e di bellezza arcaica,
dove ogni inquadratura sembra bruciare di una luce propria.
Il racconto trova il suo baricentro nella voce di Linda
Manz. Le sue riflessioni, slegate e poetiche, offrono uno sguardo obliquo su
una vicenda di inganni e desideri. Bill e Abby (Richard Gere e Brooke Adams),
amanti che si fingono fratelli, e il proprietario terriero che si interpone tra
loro (Sam Shepard), agiscono in uno spazio dove la morale si fonde con la
necessità. Ogni parola pronunciata fuori campo aggiunge uno strato di verità a
una trama di una semplicità mitica.
La fotografia… la fotografia signori e signore è un poema
di luci, ombre, tinte che sfumano, rossi e ocra che si accendono. Néstor
Almendros cattura la "magic hour", quel crepuscolo dorato che riduce
le passioni umane a una scala infinitesimale. Gli elementi primordiali —
l'acqua, l'aria e soprattutto il fuoco — dominano la scena. La sequenza della
piaga delle locuste possiede una forza visiva travolgente, segnando il
passaggio dal sogno all'apocalisse privata. In questo scenario, l’essere umano
appare composto di impulsi contrastanti, un’unione di aspetti celestiali e
oscuri destinati a essere arati dall'oblio.
Il finale si rivela generoso e struggente. Suggerisce
percorsi paralleli dove i piccoli drammi possono ancora mutare forma e trovare
una pace imprevista. Resta l’eco di una bellezza che trafigge, un mosaico di
immagini che diventano opera d’arte e uno dei vertici più alti della storia del
cinema.
Mario La Nocella
Dal gruppo Cinema e
Psicologia
Questa pellicola è stata così ricca di significati
nascosti e simbolici, da spingermi per giorni a una ricerca approfondita sulle
mie tante domande:
Cosa ci farà mai la carcassa di una gigantesca balena
imbalsamata, che staziona nella piazza principale di una piccola città di
provincia della pianura ungherese con 20 gradi sotto zero?
E Chi è il principe misterioso di cui si vede solo
l'ombra inquietante , nascosto nel camion contenente il grande cetaceo, che con
una lingua sconosciuta a tutti, predice l'imminente apocalisse.
Un film che ho trovato disarmante da un punto di vista
psicologico, poiché rende chiara la sconfitta morale che riguarda l'intera umanità,
con le sue fragilità e l'accecante desiderio di potere che supera ogni logica
razionale..
( LE ARMONIE DI WERCKMEISTER) di Béla Tarr
"" Un'indagine filosofica profonda sulle
domande fondamentali dell'esistenza..e il significato ultimo dell'essere umano.""
CAPOLAVORO ASSOLUTO. Consiglio la visione a chiunque non
l'abbia ancora visto.
Una volta
pensavo che la mancanza di entusiasmo fosse tra le peggiori malattie, ma anche
l’entusiasmo forzato, o semplicemente quello che non capisci e non riesci
proprio a condividere, sia piuttosto antipatico.
Non
voglio discutere sul fatto che chi ha diretto il film si sia assai impegnato,
ma i risultati sono assai diversi dagli intenti, come spesso accade. Tutta
questa poesia e armonia io non ce le ho trovate proprio. In tanti Malick lo
trovano meraviglioso, io mi sento poco attratto da tutti i suoi film che ho
tentato invano di vedere, forse non ne ho mai terminato uno, non mi ricordo.
La
morte di Anatoli Orrico è stata improvvisa e casuale come la sua nascita? No,
stavolta non è stato per caso, era un personaggio scomodo e Facebook me lo ha
assassinato, semplicemente pretendendo un documento valido, che essendo una
personalità fittizia io non potevo esibire.
Dieci anni di vita e tanta attività, non solo
di denuncia e ironia, cancellati in un secondo senza pietà. Se avessi potuto
avrei buttato una bomba sulla sede di Facebook, ma chissà dov'era o se esisteva
veramente e fisicamente, non sarebbe servito a niente.
Anatoli era tanto popolare e che riceveva
decine di auguri di compleanno e quando lui si scherniva e confessava più volte
di essere solo un essere fittizio, la gente diceva che a loro non importava, che
continuasse così, piaceva e c’erano affezionati.
Non
potrò mai perdonare a Facebook questo assassinio di una prepotenza lucida e
pure distratta, dopo dieci anni di vita non si può ammazzare così un barbuto
Babbo Natale con gli occhi storti.
Però
la vita continua, nonostante il niente che ti uccide un po' alla volta,
l’ingiustizia è parte integrante del mondo emerso e sott'acqua non credo che le
cose vadano tanto meglio.
Con tutti gli squali che ci sono il polpo è
condannato a nascondersi, a mimetizzarsi per tutta la vita, ma poi basta un
passo falso un tentacolo mosso inavvertitamente sotto un improvviso raggio di
sole, trapelato per caso tra i coralli, e tutto crolla per sempre.
Caro
Pippo
Ma quando è successo? E dopo tutto questo
tempo se ne sono accorti? Condoglianze.
Beppe mio
Purtroppo sì, sono cambiate le regole, il
mondo moderno funziona così, di punto in bianco diventi un bandito, quello che
avevano stabilito all'inizio del gioco non conta più, ti ammazzano come un cane
e poi non se ne rendono nemmeno conto, non gliene frega niente.
Non
mi scrivere RIP anche tu, perché non potrà mai riposare in pace, ovunque sia si
rivolterà nella sua tomba.
Noam Chomsky
ha contribuito ad elaborare il sistema di strategie che viene utilizzato per la
manipolazione delle persone attraverso i mass media. Ne è nato questo decalogo,
non attrinuibile per intero all'autore, ma dove molte affermazioni risultano
effettivamente dette da lui.
1-La
strategia della distrazione
L’elemento
primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste
nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti
decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio
o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.
2- Creare
problemi e poi offrire le soluzioni.
Questo metodo
è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una
“situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con
lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far
accettare.
3- La
strategia della gradualità.
Per far
accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a
contagocce, per anni consecutivi.
4- La
strategia del differire.
Un altro modo
per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come
“dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per
un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un
sacrificio immediato.
5- Rivolgersi
al pubblico come ai bambini.
La maggior
parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti,
personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla
debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un
deficiente mentale.
6- Usare
l’aspetto emotivo molto più della riflessione.
Sfruttate
l'emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi
razionale e, infine, il senso critico dell'individuo.
7- Mantenere
il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far si che il
pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo
controllo e la sua schiavitù.
“La qualità
dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e
mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le
classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare
dalle classi inferiori".
8- Stimolare
il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.
9- Rafforzare
l’auto-colpevolezza.
Far credere
all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa
della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi.
Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto
svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei
cui effetti è l’inibizione della sua azione.
10- Conoscere
gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono.
Negli ultimi
50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente
tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élite.
Caro
Pippo
So che ti
garba Calvino e ti metto questa cosa, prima di dimenticarmelo, dopo con calma ti
parlerò della mia vita e del mondo in generale. Insomma qualcosa del genere.
Le Regole di Italo Calvino per leggere i classici
"La
scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che
parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per
far credere il contrario."
1. I
classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e
mai “Sto leggendo…”.
Leggere per
la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario:
diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello di averlo
letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come ad ogni altra
esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in
maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e
significati in più. Possiamo tentare allora quest’altra formula di definizione:
2. Si
dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti
e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la
fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
Infatti,
le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione,
inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. […]
Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che
ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato
l’origine. C’è una particolare forza dell’opera che riesce a farsi dimenticare
in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne
allora sarà:
3. I
classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando si
impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della
memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
Dunque,
che si usi il verbo “leggere” o il verbo “rileggere” non ha molta importanza.
Potremmo infatti dire:
4. D’un
classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
5. D’un
classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
6. Un
classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
7. I
classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle
letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno
lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più
semplicemente nel linguaggio o nel costume)
La
lettura d’un classico deve darci qualche sorpresa in rapporto all’immagine che
ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta
dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti,
interpretazioni. La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che
nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece
fanno di tutto per far credere il contrario. C’è un capovolgimento di valori
molto diffuso per cui l’introduzione, l’apparato critico, la bibliografia
vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da
dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che
pretendano di saperne di più di lui.
8. Un
classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi
critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
Non
necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi
scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo.
9. I
classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire,
tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.
[…] La
scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici, tra i
quali tu potrai riconoscere in seguito i “tuoi” classici. La scuola è tenuta a
darti degli strumenti per esercitare una scelta, ma le scelte che contano sono
quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola.
10.
Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al
pari degli antichi talismani.
11. Il
“tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per
definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
12. Un
classico è un libro che viene prima degli altri classici, ma chi ha letto prima
gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.
L’attualità
può essere banale o mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per
guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur
stabilire “da dove” li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si
perdono in una nuvola senza tempo. Ecco, dunque, che il massimo rendimento
della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con
sapiente dosaggio la lettura d’attualità.
13. È
classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma
nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
14. È
classico ciò che periste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più
incompatibile fa da padrona.
[…] Poi
dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno
letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che
leggere i classici è meglio che non leggere i classici. E se qualcuno obietta
che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran: “Mentre veniva
preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti
servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”.
[Italo
Calvino, “Perché leggere i classici”, Mondadori, 1981]
Il mio
vicino da qualche giorno non scaracchia più, non ci sono luci accese di notte,
non lo sento sbatacchiare le porte, non grida al cellulare. Che sia successo
qualcosa?
Un altro
fenomeno della natura è che qui ci sono quattro case in fila di tre sorelle e
un fratello. Il fratello è l’ubriacone, forse anche il più sempliciotto, la
sorella più intelligente è Ceci, che doveva anche essere una bella donna da
giovane. Ora da vecchia sta con João un uomo veramente simpatico, con una voce
forse da disegno animato, ma direi un tipo a posto.
Ieri mi
hanno dato un passaggio, ero sulla salita e perciò ho detto di sì, perché
quando vado a fare le camminate non accetto passaggi, di solito.
E
comunque di Alceu, il vicino rumoroso, non mi hanno detto niente.
Un
ulteriore fenomeno della natura sono le previsioni del tempo, non ci indovinano
mai, ma continuano a mandare precisissime indicazioni, anche mensili, su come
comportarsi seguendo il movimento della natura, dimenticandosi che se
seguissimo i loro suggerimenti, come io ho fatto qualche volta saremmo soggetti
a delle catastrofi che forse erroneamente chiameremmo naturali, ma non lo sono
tanto.
Intanto
il mio vicino è tornato, dopo una settimana e scaracchia come prima, mi ero
illuso che lo avevano chissà operato piuttosto chirurgicamente e risolto il suo
problema, che indirettamente è anche mio. Invece no.
Odiatori,
nella vita come nella Rete. L’ondata di cattivismo che sta infestando il
dibattito pubblico rischia di sovvertire millenni di etica, con i samaritani
del 2000 disprezzati, accusati di salvare vite e occuparsi dei fragili, come
fosse una colpa anziché ciò che ci fa uomini. Rigurgiti odierni di “aporofobia”
(disgusto verso i poveri), fenomeno mai visto prima...
Ho finito le
guance. Ho già porto anche l’altra, non ne ho più; ormai è uno stato di
isteria, una malattia effettiva e affettiva. Rabbia e paura ci hanno drogato,
ci hanno alterato quasi chimicamente, fino alla patologia. L’odio nasce da un
cortocircuito, avvenuto per poter scaricare una rabbia che è stata preparata
accuratamente.
Credevamo di
avere gli anticorpi contro tutto questo, che gli errori del passato ci avessero
resi irrimediabilmente migliori. Invece assistiamo al trionfo della ci/viltà,
l’anonimato è la forza con cui si esprime oggi chi odia: ti insulto tanto io
non so chi sei e tu non sai chi sono io. È la ci/viltà dei social, dei media,
la viltà da dietro un vetro. Come ha scritto Zamagni su Avvenire, il potere ha
paura dei solidali, colpevoli di trovare soluzioni che toglierebbero il dominio
alla nuova economia. Allora avalla questo delirio di impotenza, questa fame di
diffamare... Mi dai l’inimicizia su Facebook?
Così ci si
assuefà a tutto e può anche accadere, a Manduria per esempio, che un anziano
debole sia seviziato per mesi da baby bulli, fino alla morte, nel silenzio
osceno di tutti. L’anonimo è vile perché è forte della debolezza altrui,
macchia la tela bianca e sa che la tela non potrà rispondere. La povertà è
invisibilità, se la si vede la nascondiamo, inchiodiamo i ferri sulle panchine
per non far sedere i mendicanti, per non farli ri/posare. I Comuni dicono ci
pensi lo Stato, ma lo Stato è confusionale e allora chi ci pensa è il terzo
settore, il volontariato, quello odiato, che però è all’elemosina, perché il
potere non si può permettere un’economia sociale... E allora tocca per esempio all’Elemosiniere
ridare non solo quella luce (una vera Illuminazione) che non nasconde più nel
buio il bisogno, il disagio e la vita, ridando altra energia a quelli a cui
l’abbiamo tolta da troppo tempo e che dobbiamo difendere con ogni costo a tutti
i costi per non continuare a vergognarci.
Chi esprime
tenerezza diventa quasi un nemico, mai nel passato la Croce Rossa o Medici
senza Frontiere o la Caritas erano stati insultati in quanto umanitari... Ci
vuole un cambio di frequenza che muova da dentro, da dove parte la tua idea di
vergogna: quando parlo di diritti non regge più la sola Costituzione, manca una
sana costituzione interiore. I partiti hanno creato questo momento storico,
hanno acceso il fuoco perché potesse bruciare, perché si calpestasse il pane purché
non andasse ai rom: quando arrivi a questo è già tardi, bisogna agire nelle
scuole, raccontare lì il tema della paura che nasce da una mancanza d’amore, e
raccontare il mistero degli Interni, il mistero della Giustizia, il mistero
della Salute, il mistero dell’Istruzione. La libertà di parola quali
condizionamenti può avere? Davvero ognuno può scrivere tutto? Ognuno può
offendere? C’è una sproporzione umana che chiede una condizione di sovrumanità,
altro che sovranismo! E poi perché vogliono depotenziare la storia a scuola?
Questo è lavorare sull’annientamento della memoria, renderci poveri, sì, ma di
idee, il potere è malato, teme gli spiriti liberi della solidarietà, perché
dimostrano che la povertà può diventare ricchezza. In questo momento c’è un Dna
del buio.
Cosa possiamo
fare, allora? Cambiare il linguaggio, gridare la tenerezza e la compassione,
urlare nei teatri, sui libri, ovunque, contro questa cultura in vitro – il
vetro della tivù e dei computer – che non la tocchi e non la annusi, che non ha
sensi. Ma c’è una nuda verità che viene prima: essere o essere? Questo mi
interessa. Attenzione, il volontariato verso i bisognosi esiste, anche a
Bologna ne vedo tanto, ma oggi occorre indossare questa povertà, abitarla,
sentirla con un settimo senso, ecco il cambio di frequenza che tocca a noi, non
ci sta più solo la denuncia e la manifestazione. C’è un fare l’impossibile e un
fare l’impassibile, io devo fare il mio volontariato quotidiano che è lo
sguardo, il non avere paura d’avvicinarmi. Il mercato ci ha detto cosa dobbiamo
avere per mantenere il nostro benessere e il suo benestare, senza cadere mai
sotto la famosa soglia della povertà... Invece no, dobbiamo attraversarla
avanti e indietro questa soglia, ognuno come può, lavorare sulla nostra santità,
altra parola che fa tanta paura. Invertiamo la rotta, mettiamocela addosso
questa santità, per combattere il morbo dell’aporofobia c’è bisogno di uno
scatto, un moto a luogo, altrimenti poveri... noi.
Di che cosa
si accusa il povero? Mai visto nella storia un accanimento come oggi. Il
povero... non ti ha fatto assolutamente nulla. Semplicemente ti accanisci
contro questa condizione inerme e sai che non reagirà. E siamo pure arrabbiati
perché stiamo male, a differenza di chi sta male: quello che vive sotto i ponti
dà fastidio a noi. Penso ai cartoni animati , quelli dei clochard, con dentro
degli uomini... Bisognerebbe aprire l’era del risarcimento per togliere
l’in/fame nel mondo e restituire il maltolto, invece su questa gente si consuma
la fame di fama che ci vede potenti sui social, dove li disprezziamo e così
siamo forti. Pensare che social con una “e” in più diventa sociale, cioè terzo
settore, pietà, condivisione. Invece il social è vedo e colpisco. I nativi
digitali moriranno tra atroci divertimenti, dipendenti dalla Rete non conoscono
la concezione tattile, olfattiva, umana dell’altro, è questo il sacrilegio che
vedo. Io auspico il cambio di frequenza dal basso all’altro, e non lo lascio
solo alle religioni, tutti noi abbiamo una parte divina che non ci è permesso
esercitare: siamo stati lavorati sulla stanchezza, sottomessi a spauracchi con
mezzi di distrazione di massa. Liberiamo i nostri figli dalla paura! Diciamogli
che la persona disagiata è chi guarda, non chi è nel disagio. Che il cibo è
spazzatura, ma per molti la spazzatura è il cibo. Liberiamoci dal conflitto di
disinteresse. Il cambio dev’essere esistenziale, non di partito: portiamolo
nelle scuole, è lì il vero Parlamento.
(Alessandro Bergonzoni
Cultura libera, Apertamente)
Beppino
Brasileiro
Calvino
mi garba solo agli inizi, Il barone
rampante, Il visconte dimezzato, Marcovaldo su tutti, ma poi mi è sembrato
sempre meno interessante e Se in una
notte d’inverno un viaggiatore, per il quale hanno universalmente acclamato
la genialità dell’autore in questione, mi ha non solo fatto schifo, ma non
capisco nemmeno quale fosse il suo disegno, la sua intenzione insomma, di quel
cazzo di Calvino, e come ha fatto a piacere a qualcuno, se non fosse che quando
uno è famoso la gente fa finta di farselo piacere, anche se non cicapisce
niente, perché è una specie di moda e per sentirsi pubblicamente degli
intellettuali del kaiser.
Comunque
quello che mi hai mandato non lo conoscevo e mi è piaciuto, ti dirò che
apprezzo Calvino più come opinionista in generale, che come scrittore, ma non
lo dire a nessuno sennò...
Il VPN è
una cosa abbastanza nuova, su Facebook non lo conoscono ancora veramente bene,
oppure non sanno come gestirlo, figurati che mi mandano tutti i giorni un
codice che io dovrei inserire, ma non mi spiegano dove. Dicono che qualcuno con
il mio indirizzo si è lamentato di non so cosa, ma se quello non fossi io
dovrei dirglielo.
Per
qualche giorno io gliel’ho anche detto e ripetuto, ma loro continuano come se
niente fosse, ogni giorno mi mandano un codice e mi fanno domande, certo atte
ad aiutarmi, di cui poi ignorano sistematicamente le mie continuate e ripetute relative
risposte.
Ogni
tanto mi buttano fuori da Facebook, o mi impediscono per un periodo di tempo X
di fare alcune cose. Ora per esempio non posso iscrivermi a dei gruppi nuovi,
loro non mi danno mai spiegazioni, per quanto mi mandino dei lunghissimi papiri
automatici, che per forza devono racchiudere anche il mio caso, ho ragione di
credere, ma che non sono mai riuscito a leggere per più di una riga o due e
capire che non avrei mai potuto comprendere quello che con il loro complicato
linguaggio loro forse non volevano veramente che io comprendessi.
Credo che
la mia colpa sia stata associarmi a troppi gruppi e non ho più lo spazio o la
disponibilità previsti e/o necessari.
A loro
ovviamente non gliene frega niente, anche perché sono nient’altro che delle
macchinette elettroniche senza alcuna anima o sentimenti, ma così facendo mi
convincono piuttosto che dovrei mandarli affanculo in maniera definitiva.
Senza
neppure rendersene conto, se ne approfittano che ho troppo tempo libero e anche
senza volerlo, distrattamente ci entro e ci esco, ma ci sto sempre meno tempo,
rispetto ad un prima ovviamente precedente. Confesso: si tratta di anni ormai.
Ultimamente mi sono dato a
scrivere racconti dei quali ti ho parlato e magari un giorno ti farò leggere
qualcosa, ma non ne sono tanto sicuro.
La mia maniera di scrivere è
questa; prendo ispirazione da cose esistenti e le cambio dove non mi garbano o
le storpio di proposito dove sono troppo conformi a me.
Per esempio parlo di uno che
potrebbe assomigliare a Marchino, mio carissimo amico fuori da Facebook, e
precisamente di Montuolo. Mentre scrivo vedo il suo sguardo enigmatico, ma poi
diventa un altro e anche se la sua faccia è quella, lui si comporta in maniera
diversa in alcune occasioni, ma fedele al suo personaggio in altre.
Ultimamente Pippo
si è convinto che sul suo gruppo dobbiamo fare una specie di ping-pong di
notizie, solo io e lui, gli altri mettono dei mi piaci saltuari, raramente
articoli o post in genere, qualche scarsa foto presa in rete. Secondo me hanno
timore di fare qualcosa di sbagliato e non si arrischiano troppo.
Pensiamoci un
momento. Una società che, tra mutazioni storiche incessanti, addirittura
frenetiche, non arriva a concepire per sé un tipo di alimentazione a base non
carnea, un’economia agricola senza l’allevamento in vista del mattatoio,
un’edilizia urbana che non comprenda luoghi dove si abbattono incessantemente
animali, un’industria che non trasformi distese di cadaveri in montagne di
squisitezze, si può ritenerla creativa, capace di vera immaginazione? Si
direbbe obbedire alla cieca a un encefalo che, nei più, si è evoluto senza
ravvivarsi, che cambia le cose (in buona parte distruggendole) senza variare
nei comportamenti essenziali.
Perché mai la
dieta strettamente vegetariana, invenzione di gran lunga più gustosa della mina
anti-uomo e dell’ingozzamento delle oche da foie gras, non è adottata che da
una insignificante minoranza nel mondo civilizzato? Perché mai in duecento anni
di rivoluzioni del costume, di modificazioni della psiche umana, di
legislazioni per rinnovare e correggere, siamo riusciti soltanto a migliorare
l’igiene del mattatoio e rendere più spediti i sistemi non rituali di
uccisione?
E come si può
calcolare un benessere sociale in base all’aumento dei consumi di carne?
L’invenzione tecnica che fornisce la statistica sarà stupefacente, ma
concludere da lì che il benessere sociale aumenta o cala in base al consumo
individuale di carni rivela testa letargica, una mummia sifilitica di epoca
tolemaica al lavoro con lo strumento elettronico.
Che sia
l’umanità tutta quanta la grande, vera, terrificante mucca impazzita? L’umanità
coi suoi treni di muggiti, coi suoi luoghi comuni linguistici e mentali di
antracite preistorica che regolano, controllano, dirigono, artigliano e
impiovrano tutto?
Lady Macbeth
passa le sue ore a lavarsi e a rilavarsi le mani, a profumarsele, ma la macchia
di sangue non riuscirà mai a farla sparire.
Guido Ceronetti
«Tutto è dispersione, lacerazione, separazione, rotolare
di ruota senza carro, e questo ha nome esilio, o anche mondo.» Guido Ceronetti
è stato un poeta, aforista, scrittore, filosofo, traduttore, giornalista,
drammaturgo, teatrante e marionettista italiano.
La
Maggior Parte delle Persone Butta Via l'Acqua della Pasta, ma Non Sa Che È un
Fertilizzante, un Diserbante e un Lucidante Naturale...
Ogni sera,
in ogni cucina italiana, succede la stessa cosa: la pasta scola e litri di
acqua amidacea finiscono nel lavandino. Ma quell'acqua torbida e biancastra è
carica di amido, minerali e tracce di potassio che il terreno dell'orto assorbe
immediatamente. Lo scarto più quotidiano della cucina italiana è un concentrato
di nutrienti che nessuno raccoglie.
1.
Fertilizzante Liquido per l'Orto e i Vasi
L'amido
che opacizza l'acqua della pasta si decompone nel terreno e nutre i batteri
benefici che rendono i nutrienti disponibili alle radici.
- Lascia
raffreddare completamente l'acqua prima di usarla — versarla calda cuoce le
radici superficiali e uccide i microrganismi del suolo.
-
Annaffia direttamente alla base di pomodori, peperoni, zucchine e piante in
vaso una volta alla settimana.
- Usa
solo acqua di pasta NON salata — il sale si accumula nel terreno e brucia le
radici nel giro di poche settimane. Se hai salato l'acqua, riservala per gli
altri usi ma non per le piante.
- L'amido
stimola l'attività microbica del suolo — i batteri che lo decompongono
rilasciano nutrienti già presenti nel terreno ma bloccati in forma non
disponibile.
2.
Diserbante Naturale per Vialetti e Fughe
L'acqua
di cottura bollente è un diserbante termico immediato che non lascia residui
chimici nel terreno.
- Versa
l'acqua appena scolata, ancora bollente, direttamente sulle erbacce che
crescono tra le fughe dei vialetti, tra le mattonelle del cortile e alla base
dei muri.
- L'amido
caldo si deposita sulle foglie e amplifica lo shock termico — le piante colpite
ingialliscono in 24 ore e muoiono in 2-3 giorni.
- Ripeti
una volta alla settimana sulle ricrescite fino a esaurire le riserve radicali
delle infestanti.
-
Funziona su tarassaco, piantaggine, gramigna tra le fughe e tutte le erbacce
annuali — le perenni con radici profonde richiedono più applicazioni.
3.
Ammollo per Legumi Secchi
L'acqua
di cottura della pasta contiene amido che accelera l'idratazione dei legumi
secchi.
- Usa
l'acqua raffreddata e non salata per mettere in ammollo ceci, fagioli e
lenticchie la sera — l'amido ammorbidisce la buccia esterna e riduce il tempo
di cottura il giorno dopo.
- I
legumi assorbono parte dei minerali disciolti nell'acqua, arricchendo il piatto
senza aggiungere nulla.
4.
Lucidante per Pavimenti in Cotto e Pietra
L'amido
dell'acqua di pasta crea una patina sottile che ravviva i pavimenti in
materiale naturale.
- Lava il
pavimento in cotto o pietra con l'acqua di cottura fredda e non salata, usando
un mocio ben strizzato.
- L'amido
riempie le micro-porosità della superficie e lascia una finitura satinata
naturale — lo stesso principio delle cere tradizionali, senza prodotti chimici.
- Non
usare su gres porcellanato o superfici lucide — l'amido lascia un velo opaco
che richiede risciacquo.
5.
Impacco per Pelle Secca e Mani Screpolate
L'amido
disciolto nell'acqua calda ha proprietà emollienti che l'industria cosmetica
riproduce nelle creme.
- Immergi
le mani screpolate nell'acqua di cottura tiepida per 10 minuti — l'amido crea
un film protettivo che trattiene l'idratazione.
-
Funziona anche come impacco per piedi secchi e talloni screpolati prima di
applicare una crema.
6. Base
per Impasti e Salse
L'acqua
della pasta non è solo uno scarto — è un ingrediente che i cuochi
professionisti conservano deliberatamente.
- Un
mestolo di acqua di cottura mantecato nella padella con il sugo lega la salsa
alla pasta grazie all'amido che funziona da emulsionante naturale.
- Usala
per allungare impasti di pane e pizza al posto dell'acqua normale — l'amido
aggiunge morbidezza alla mollica.
-
Conserva in frigorifero per 2-3 giorni in un barattolo chiuso — oltre, fermenta
e diventa inutilizzabile.
Sette
litri alla settimana di fertilizzante, diserbante e lucidante — finiscono nel
lavandino ogni sera tra le 19 e le 21 in tutta Italia.
Con il tempo Pippo però mi ha
scritto sempre meno, ha cancellato il gruppo di Facebook e in Brasile a
trovarmi non c’è mai venuto. Anch’io avevo promesso di visitarlo, ma come si
dice in Brasile: il progetto non è uscito dalla carta.
Ultimamente ho saputo che era
morto e lo sono venuto a sapere da un e-mail di una donna, che alla luce di
quanto qui si scrive, deve essere diventata sua moglie, o qualcosa del genere.
L’e-mail contiene due annessi, che sono due racconti molto interessanti, uno di
Pippo e uno di lei.
Pippo non è più tra noi, caro
Beppe e siccome mi ha detto che siete o eravate amici, proprio prima di chiudere
gli occhioni mi ha detto di spedirti questo pacco, al quale ho aggiunto una
parte mia, tanto per farti capire meglio quello che è successo.
Magari vorresti sapere come è
morto il tuo amico, ma lui ha detto di no, di non dirtelo, che è stato troppo
doloroso, che è meglio che tu non lo sappia.
Un abbraccio Lucia Concordi
P.S. Se passi da Oltre il
Colle, provincia di Bozza, vienimi a trovare, penso che potremo diventare amici
e questo me lo ha messo in mente proprio Pippo, ma ha detto anche che
l’amicizia su Facebook non vale niente, o per internet che sia. Bisogna essere
amici fisicamente, e magari bersi insieme un bicchierotto di vino o due.
Era iniziato l'inverno e ormai da tre anni
interi mi ero separato dalla mia seconda moglie. A dire il vero quegli anni
erano volati ed era stata proprio lei ad andarsene.
Tre anni di solitudine, di Facebook e notizie
false. Da una decina almeno avevo cominciato a fondare e ad abbandonare
ciclicamente gruppi di Facebook, ad alimentare la mia amicizia con gli animali,
cani e gatti e a credere sempre di più di aver sbagliato pianeta.
Non che la Terra fosse brutta, anzi, la natura
era proprio meravigliosa, ma era troppo piena di gente. Non credevo più
all'amicizia, e anche se la colpa fosse stata solo mia, cambiare a
sessantacinque anni era piuttosto arduo e improbabile.
E poi io mi piacevo ancora, con tutti i miei
difetti, dentro di me ero così pieno di personalità differenti, di prove di
capacità inframezzate da altrettante incompetenze, ricordi buffi e situazioni
tragicomiche. Insomma non mi sembrava di aver bisogno degli altri, da solo mi
facevo compagnia, senza sforzo producevo abbastanza movimento e stronzate.
Sapevo anche di sbagliarmi, in un certo senso, ma era troppo tardi e non avevo
voglia di discuterne con nessuno, tantomeno con me stesso.
Non credevo più all'amore per
una donna, oppure ci avevo sempre creduto poco, forse perché mi rendevo conto
che io ero troppo complicato e diverso dalla maggior parte della gente, maschi
o femmine che fossero.
Non so se il matrimonio sia la
morte dell'amore. A dire il vero non so nemmeno l'amore cosa sia. All'inizio
era infatuazione, poi amicizia, condividere interessi e sogni, poi è
sopraggiunta la noia.
Sapere già tua moglie cosa sta
per dire, che cosa pensa, ripetere le stesse situazioni all'infinito.
Naturalmente anche da parte sua capisco che sia lo stesso, perché una persona
può essere anche intelligente, imprevedibile, divertente e simpatica, ma va
avanti con una specie di comportamento, che rimane sempre simile a sé stesso.
Noi, bambini a oltranza, in
generale abbiamo bisogno di sicurezze, ma poi sono proprio quelle che ci
stancano, che invece di essere rassicuranti, alla fine ci annoiano.
L'amore per me me sarebbe voler tanto bene a
questa tua compagna che ogni cosa che fa, (anche se spesso prevedi cosa e
come,) ti fa tenerezza, ti diverte e non ti annoia. Dovresti ammirarla e
apprezzarla, anche nei suoi difetti, senza riserve, senza volerla cambiare.
Mi è capitato di pensare che con qualcuna questo
miracolo avviene e non si stanca di avvenire ogni giorno, ma non è facile
trovarla e un altro miracolo sarebbe che quella poi voglia condividere con te
tutta questa attenzione, tenerezza e ammirazione senza voler piantare tutto,
desiderare qualcos'altro o qualcun altro.
C'è da dire che i miei interessi e le mie
necessità erano simili a pochi individui, poche persone mi piacevano, eppure
starci insieme mi stancava. Forse loro parlavano troppo o io troppo poco.
Il rapporto con i cani e i gatti però era
decisamente migliore. Loro mi stimavano e io apprezzavo la loro compagnia senza
parole, senza giudicare, senza fare commenti.
Parlando di Facebook, durante gli anni sono
arrivato a fondare e successivamente a non abbandonare un unico gruppo, dove
non si parla tanto, per sua stessa definizione, ma si apprezzano canzoni,
video, foto e frasi fondamentali, quasi tutte copiate altrove, ma a volte anche
mie.
Il gruppo si chiama Senza Parole (La Lingua è un Virus) ispirato a una canzone
e al relativo film musicale di Laurie Anderson.
"Evitiamo stereotipi e mode, le polemiche
che diventano tormentoni teleguidati, la pubblicità e la propaganda,
naturalmente riavvicinamoci alla natura. Gli animali ci fanno capire tante cose
sugli uomini. Parlare è bene, starsene zitti anche. Qualche ululato ogni tanto
non fa male a nessuno."
Ci ho scritto di lato per far capire cosa e
come, dove, quando... e soprattutto perché. Voglio che s'intenda di schianto
che le apparenti democrazie e il politicamente corretto mi hanno ormai scassato
il meridione del corpo. Se nel gruppo in questione qualcuno si azzardasse a
fare il furbo, io lo butto fuori pressoché subito.
Tutto questo per introdurre il fatto - non
trascurabile - che una donna avevo notato nel mio gruppo da anni, la quale non
aveva mai messo un singolo mi
piace, o manifestato una qualsiasi preferenza, tale Tula Buelhoff, di
Cincinnati, Stati Uniti. A un certo punto lei mi scrisse un messaggio.
Per ovvi motivi io non avevo mai detto la verità
su me stesso, nel mio profilo risultava che io abitassi in Cina e avessi
ottant'anni, addirittura avevo tre profili e tre nomi differenti, che usavo a
turno, ma quello con il mio vero nome era quello che usavo di meno.
Nel mio gruppo c'erano duecentodiciotto persone,
alla sua massima estensione, ma poche partecipavano, forse meno di cinquanta.
Tula risultava visionare il materiale, senza
scrivere mai niente. Era sposata, o almeno diceva di esserlo e dalle foto che
c'erano sul suo profilo, anche dei relativi figli, sembrava verità.
Io sono curioso in generale, ma non a livello
personale, non mi piace infilarmi nella vita delle persone, anche perché non
desidero che si ficchino nella mia.
Apprezzavo in silenzio la sua presenza
abbastanza continua nella sua saltuarietà, la sua timida discrezione e avevo
notato che la sua foto era rimasta sempre la stessa, con una maschera nera da
carnevale che copriva parte del viso, attorno agli occhi. Io invece cambiavo
foto spesso, non sempre ce ne mettevo di mie, a volte foto di animali o scene
di film, pure qualche mostruoso cortese, magari dei cartoni animati, in
riferimento a cose che solo io sapevo.
In breve Tula mi disse che invece, secondo
lei, ero un tenerone, che le piacevo e che mi voleva incontrare.
Io obiettai che vivevamo piuttosto lontani in
quantità e qualità di migliaia di chilometri e che lei era sposata. Lei rispose
che invece eravamo a meno di venti chilometri di distanza, lo aveva capito dalle
foto che mettevo su Facebook, entrambi avevamo barato sui luoghi di residenza.
Mi aveva perfino sgamato sui tre profili e nomi
differenti. A volte io facevo dialogare tra di loro i tre personaggi, come se
fossero tre persone differenti, era un giochetto che mi garbava, mi sembrava
buffo, ma non so se gli altri ci cascavano. Lei mi aveva scoperto per esempio,
e ci si era pure divertita.
Il suo nome, strano e composto, anche era falso.
Si chiamava Lucia Concordi, di origine italiana, toscana e maremmana. Ma se era
sposata o no, non me ne accennò.
Allora cominciai a inventarle opportune e
relative scuse: ero troppo vecchio per innamorarmi di nuovo, stavo bene con le
mie bestiole, non avevo soldi, se era quello che voleva da me, lei
aveva un marito e dei figli a cui rendere conto.
Lucia probabilmente ci rimase male, alla sua
maniera. Se ne stette in silenzio per mesi, senza mandarmi una parola scritta,
che ne so, un qualche velato o meno vaffanculo orale e registrato.
Poi una sera me la trovai sulla soglia della
porta di casa e la riconobbi subito, non ebbe bisogno di dire niente.
Non era sposata, le foto erano false, prese di
qua e di là. Non aveva bisogno di soldi, ma solo di una buona compagnia. Una
persona complessa andava bene, ma pur anche gentile e buffa.
Le dissi che di complessità ce ne avevo e pure
in abbondanza, ma non garantivo affatto sulla gentilezza. Sapevo di essere
buffo, ma era una cosa che non mi piaceva che mi dicessero gli altri.
Rise della mia preoccupazione, del mio
ingiustificato terrore di aprirmi con lei e delle mie battute... che io dicevo
in completa serietà, non per farla divertire, ma solo per mettere le mani
davanti. Mi sentivo invaso dal nemico e non capivo che era solo per uno stupido
partito preso.
Avevo sempre pensato che non avrei mai fatto
niente, o rifiutato di fare qualcosa, per uno stupidissimo partito preso.
Evidentemente mi sbagliavo.
Se ne andò, sorridendo ironicamente, per niente
convinta del mio rifiuto di potersi almeno frequentare come amici.
Mi lasciò lì piantato come un cretino, quale ero
senza dubbio, ma non me ne rendevo ancora conto, almeno in quella ben precisa
situazione.
Fino a questo punto però non ho detto che lei mi
piaceva assai. Aveva uno sguardo birichino e una calma necessaria per ascoltare
tutte le cazzate che dicevo, rimanendo piuttosto imperturbabile, ma con un
sorrisino appena accennato che mi faceva stare sulle spine, ma in modo
gradevole, mi pareva.
No, ne ero sicuro.
Nel gruppo poi continuò allo stesso modo di
prima, senza giammai pronunciarsi, ma visionando spesso il materiale da me
postato. Scoprii che andavo sempre a vedere se lei c'era o no, e allora
pubblicavo delle cose che pensavo che le sarebbero piaciute. In fondo non
sapevo niente di lei, ma se le ero piaciuto io, allora le cose che piacevano a
me dovevano garbare anche a lei. Come il verbo garbare per esempio, tipicamente
toscano, evidentemente le garbava.
Insomma mi stava facendo lentamente bollire nel
mio stesso brodo, come la famosa rana nell'acqua calda. Il bello è che mi
faceva anche sentir bene, eppure mi sentivo ansioso come un adolescente alla
prima cotta.
Erano passati due anni dal nostro primo
incontro, girottolando al supermercato, fatta una curva attorno a uno scaffale
di scatolette varie tra cui di tonno e acciughe, me la trovai di colpo davanti
e ci rimasi come uno stoccafisso.
Lei sorrise in maniera incantevole, secondo me
aveva calcolato il mio tragitto e si era fatta trovare lì davanti come se fosse
per caso.
Il cuore mi batteva forte e dissi le prime
imbecillaggini che mi vennero in mente, lei rise divertita e snocciolò con
estrema naturalezza le sue. Anzi, con una specie di abile e falsa timidezza, mi
fece sentire non troppo scemo e in un certo senso pure un paonazzo e imbranato
padrone del gioco, che invece era tutto suo.
Senza ulteriori parole la baciai, davanti a
tutti.
L'ultimo bacio che avevo dato - alla mia seconda
moglie - doveva essere stato almeno un decennio prima. Per pura fortuna avevo
mangiato una mentina da poco.
La sera la gatta cerca di stare in mezzo tra di
noi, a guardare la tivù, ma la mandiamo via. Il calore reciproco del nostro
corpo, ci è troppo necessario.
Incredibile a questa età trovare finalmente
qualcuno che interpreta la vita come una bambina, per combinare con un altro
eterno bambino. Due piccioncini che vedono l'esistenza come un bizzarro scherzo
della natura, insomma.
Sono andato a vivere con lei insomma, perdonami
se ho chiuso il gruppo e se mi sono fatto sentire raramente. Ora siamo in
Italia, sul lago, sopra il suo ristorante, da qualche anno gestito dai figli.
Per noi la giusta misura è arrivare alla meta, solo che nessuno sa quanto
deve essere lontana. Oppure se solo ci si mette un accento diventa la metà, per
quanto più precisa è sempre oggetto di interpretazioni, secondi interessi,
eventuali mazzette.
Insomma ciao.
Il nostro localetto era una
mescita, poi è diventata anche una trattoria, dopo pure un albergo, poche
camere, mai più di una trentina, ma il posto è bello, vicino al lago. Una volta
qui ci venivano a bere, c’era il vino buono, gli ubriachi non mancavano, un po’
rumorosi e anche molesti, ma meglio dei tossicodipendenti che sono venuti dopo.
Fin da piccola sono stata qui
e la mia vita poi è diventata talmente legata a questo posto che anche in
seguito, quando avevo ancora forze sufficienti, non sono riuscita a
scollarmene. Ora, da vecchietta, non saprei proprio dove andare, o forse lo so,
ma non so quando.
Il Gabbani a Oltre il
Colle è sempre esistito, da quando esisto io, anzi da molto prima, ma
io non c’ero e mi sarebbe anche piaciuto vivere le storie del passato remoto,
quelle che mio padre e mia madre mi hanno raccontato, o quelle anche di mio
nonno e mia nonna, ma non si può avere tutto.
Una volta sono stata anche in
vacanza, anzi due, ma non potrei dire di essermi divertita perché il mio
pensiero era sempre là, cioè qua e tutti penseranno a questo punto che sono
matta, il che può anche essere vero, non lo nego, ma non era
l’albergo-bar-trattoria in sé, forse, a farmi sentire così sono piuttosto le
storie che ci sono passate attraverso.
Mi sono sposata, ho avuto tre
figli, hanno lavorato tutti qui, poi sono fuggiti e io con mio marito abbiamo
passato tutto il tempo al Gabbani, manco a dirlo. Poi lui mi ha lasciato, nel
senso che è morto, comunque mi ha abbandonato vigliaccamente, ma non è scappato
di sua scelta, almeno spero.
Confesso: sono caduta anch’io
nel pozzo senza fondo dei social network, solo di uno, per fortuna, ma mentre
io parlo ne stanno inventando altri.
Se poi ce ne avesse una, la
bellezza di Facebook per me non è il pettegolezzo all’ennesima potenza e
nemmeno litigare con chiunque abbia idee differenti dalle mie. In alcuni anni,
in cui ho fondato anche diversi gruppi, di musica, foto e anche di cinema, ho
conosciuto persone simpatiche e anche gentili, ho approfittato di foto e video
divertenti e istruttivi, ho ritrovato gente che avevo conosciuto e avevo perso
di vista. È anche vero che alcuni non si ricordavano di me, oppure sì ma hanno
preferito mantenere le distanze. A volte un misto di queste e altre ragioni.
Non faccio nomi, ma tra i
tanti, un veicolo di cultura non indifferente è un tale abbastanza polemico e
ideale centro unico del mondo, ma ha un archivio assai interessante di arte e
diverse pagine che a livello storico mi piacciono.
Quello che me lo ha fatto conoscere
è un altro, artista a 360 gradi, molto pieno di sé, anche di cultura ce ne ha
da vendere, ma la distribuisce gratis.
Tutti e due dialogano con gli
amici sinceri, altri solo di Facebook e pure con chi si fa occasionalmente
avanti, ma hanno uno stuolo di ruffiani che qualsiasi cosa che loro dicono è
meravigliosa.
Dialogare su Facebook non è la
stessa cosa che farlo di persona, o anche al telefono. Prima di tutto la
distanza c’è e la gente si sente protetta e autorizzata a offendere, a
controbattere anche quando non ce n’è bisogno, a dire il contrario di quello
che dicono gli altri, solo per divertirsi, pensando che non avranno
conseguenze, ma personalmente, faccia a faccia, si comporterebbero in maniera
diversa.
La vita ha deluso un po’ tutti
quelli che non si accontentano mai, chi aveva delle illusioni ha tardato troppo
a volerle perdere, ha pasticciato più di quanto avrebbe potuto. La vita non ci
appartiene, anzi non abbiamo proprio niente di nostro, forse è anche una
fortuna, tutto è provvisorio e non si sa quando finisce, oggi siamo qui e
domani chissà.
Meglio così, dico io, ma tante
vorrebbero la vita eterna ed essere dei re e delle regine, in più allora devono
affrontare una certa frustrazione, botte vuota e marito sobrio.
La proprietà può avere senso
se ci farà sentire più confortevoli e liberi, per il resto è solo un inganno,
perché ci fa illudere di essere durevoli, in un certo qual modo anche sicuri,
ma di cosa?
C’è gente che è nomade, gira
il mondo per imparare, per avere nuove emozioni; fanno bene, se tornassi
indietro lo farei anch’io. Ho viaggiato solo nel tempo, ma potevo farlo anche
un po’ nello spazio. Invece sono stata sempre qui ad aspettare, senza
rendermene bene conto, ad aspettare la gente nuova che veniva e quella vecchia
che ritornava. Le storie che mi raccontavano di tutto quello che c’era attorno,
della loro avventura di vita, dei figli che diventavano genitori a loro volta e
tornavano qui in vacanza.
Ho sempre avuto la fissazione
di aver già conosciuto ogni persona che incontravo. Non so perché, fin da
giovane. Forse perché gli esseri umani sono simili ripetizioni di alcuni
modelli all’infinito.
Quando arriva gente sono
contenta, anche se lo non so più se appartengono al mio passato o se li sto
vedendo per la prima volta. È lo stesso, mi dice qualcuno, l’importante è… che
cosa è veramente importante nella vita non lo sappiamo, né loro né io, forse
sentire gioia, una soddisfazione inspiegabile, effimera e forte, ma che bisogno
c’è di spiegarla?
I miei figli uno alla volta
sono tornati, dopo aver girato un bel po’ e ora tocca a loro gestire il
Gabbani.
Su Facebook c’è una
vecchietta, forse della mia stessa età, che dà sempre il suo buongiorno,
buonasera e buonanotte, ma non dice altro, per esempio non specifica mai dove
ha preso le sue foto e cosa raffigurano, se le mandi un messaggio non se ne
accorge neanche, ma bisogna lodare il suo impegno, che tante alla sua età non
oserebbero nemmeno avvicinarsi a un computer o a uno smartphone.
C’è tanta gente sola, che si
sente più viva solo a salutare, ad augurare buon natale e buona pasqua a tutti,
a mettere un bel RIP quasi orgoglioso quando muore qualcuno (non sono
soddisfatti della morte, ma di quel loro RIP), gente che lì sopra non dice mai
niente di personale, di veramente suo.
C’è la sagra degli stereotipi,
delle cose dette e ridette, dei sentiti dire, delle lamentele senza
specificare, che così qualcuno chiede che cosa diavolo è successo.
Sarà per colpa della
solitudine, della voglia di protagonismo, dell’obsolescenza programmata di ogni
cervello che ha avuto lo stress come sistema di vita.
La pandemia è discussa e
ridiscussa, tutti dicono agli altri che sono dei cretini, di svegliarsi, di
vergognarsi o peggio ancora.
La gente racconta se ha
litigato con qualcuno, se ha comprato il prosciutto cotto, se ha cacato e
quando, fondamentale è il colore della diarrea, le probabili cause, si mettono
a discutere se e quando sia da considerarsi tale oppure no, non si trovano mai
d’accordo se non per ruffianeria.
Se vedono una foto di un posto
devono dire che ci sono stati, devono esprimere sempre la loro opinione
soprattutto quando non è richiesta, se si fanno un panino con le acciughe
marinate lo deve sapere tutto il mondo emerso e si devono godere le
sensazionali immagini.
Mostrano foto che sarebbe
meglio nascondere se non distruggere, orgogliosamente pubblicano video di cui
mi vergognerei profondamente e per sempre. Il verbo adorare esisteva anche
prima, ma non si usava, qui è diventato virale.
Le frasi fatte come
siete belli, come sempre, anche no, spoilerare, chiedo
per un amico eccetera-eccetera.
Se uno tira un cazzotto o uno
schiaffo alla cerimonia degli oscar se ne parla in maniera ossessiva per minimo
una settimana, fino alla prossima stronzata, potenziale guerra, atto di
terrorismo. Si formano due schiere e si danno degli idioti per un po’, i
ragionamenti intermedi e le sfumature nascoste sono ignorate sistematicamente,
nessuno vuole veramente la verità, se c’è da pensare troppo, magari prima di
dire delle cretinate documentarsi un minimo, eventualmente tacere sapendo di
essere ignoranti.
Forse ho sbagliato, ma non ho
mai fatto uso di additivi, né ho mai bevuto alcolici oltre il bicchierotto di
vino bono a tavola, ho cercato di credere in me stessa e nella gente, ma non è
stato un calcolo, né una scelta. Mi sembrava meglio così e basta.
Ho capito che i migliori sono
quelli che tacciono, che non devono dimostrare niente a nessuno, peccato che
non si sappia quanti sono, in percentuale, la loro densità relativa nel mondo.
Magari sono in tanti e non dicono niente.
Insomma, forse era solo
ignoranza, ma prima di Facebook avevo più fiducia nel genere umano, ma non è
che in precedenza fossero migliori, oppure la vita era differente o tutt’e due
le cose. Dicono che Instagram sia meglio, ma sono un po’ vecchietta per le
novità.
Un giorno di pioggia magari
serve per fare una pausa, per interrompere le solite cose. Senza stare lì ad
aspettare che smetta, guardando pensosi fuori dalla finestra. Che ne so,
lasciare che le immagini parlino da sole, pensare ai fenomeni della natura.
Per una come me però, che non
ha più molto da fare, non cambia molto da un giorno all’altro. Anche se
nevicasse, e magari mi piacerebbe anche, ma non trasformerebbe certo la mia
giornata. Magari starei di più alla finestra, questo sì.
Mettiamoci d’accordo,
l’esistenza è una successione di momenti, di transizioni. A volte
trasformazioni rapide, talvolta anche lunghe, oppure interminabili. Non ci
facciamo prendere dall’ansia, dopo questa prova di pazienza o di efficienza, o
tutte e due insieme, ce ne sarà un’altra e un’altra ancora, fino alla fine. Chi
crede alla reincarnazione, poi, non la considera nemmeno una cosa positiva,
anzi è quasi una punizione.
Le pause possono essere
pericolose.
Nel mio modesto angoletto sto
studiando da sempre, anche se prima non me ne accorgevo, dove se ne sta andando
a finire questo dannato mondo emerso, che poi per me sono pochi metri quadrati
prolungati dall’internet, poca televisione. Insomma la civiltà che direzione
stia prendendo, o magari se essa stessa, magari a sua insaputa, faccia parte di
un disegno più grosso, di un movimento più o meno perpetuo, tracciato da non so
chi, forse da un dio, o magari dall’uomo stesso, inteso come umanità.
O forse è proprio tutto a
caso?
Intanto io sono un fenomeno della
natura, secondo i miei figli, per una vita non mi sono mai mossa e ora in
vecchiaia sono andata con mio fratello Dario a trovare i parenti alle isole
Azzorre, mi è piaciuto e ci sono rimasta, oltretutto i soldi della nostra
pensione qua valgono di più. Dario è tornato in Toscana.
La gente qua è gentile, anche
gli italiani che sono venuti qua da poco sono diventati più cortesi, scherzosi
ma meno aggressivi.
Ho conosciuto poi un uomo
intelligente e simpatico, ma sarà possibile innamorarsi da vecchietti?
Insomma Facebook fa schifo, ma
è un fenomeno della natura anche lui: ha permesso a noi tre di conoscerci,
senza non sarebbe stato possibile.
Incredibile che in Toscana vivevamo
a pochi chilometri di distanza e ci siamo conosciuti in mezzo all’Oceano
Atlantico.
Un anno dopo la morte di
Anatoli Orrico è deceduto Hermeto Pascoal, un anno dopo è morto Pippo, ho fatto una veloce cronologia e
ho stabilito che Lucia l’ha conosciuta quando noi eravamo nel mezzo della
nostra amicizia di Facebook, ma non mi aveva detto niente.
Qui ti metto due cose che
aveva messo da parte lui, insomma se segui il personaggio in questione ti
faranno sorridere. Era esagerato e gli piaceva esagerare in tutto, ma se tu lo
conoscevi non lo prendevi troppo sul serio.
Devo essere sincero: la vista di ogni animale mi rallegra immediatamente e
mi apre il cuore; soprattutto la vista dei cani, e poi di tutti gli animali
liberi, gli uccelli, gli insetti, e così via. La vista degli uomini, invece, mi
suscita quasi sempre una decisa ripugnanza.
A. Schopenhauer, L’arte di invecchiare
“Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi
problemi dell’essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia
difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma
le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i
quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano
che la vita prima della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere
sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli
angeli, ma il più tardi possibile.
Mi pare evidente che sto proponendo il
problema di che cosa significhi essere-per-la-morte, o anche soltanto
riconoscere che tutti gli uomini sono mortali. Sembra facile, sino a che
riguarda Socrate, ma diventa difficile quando riguarda noi. E il momento più
difficile sarà quello in cui ci renderemo conto che per un attimo ci siamo
ancora e dopo un attimo non ci saremo più.
Recentemente un discepolo pensoso (tale
Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene apprestarsi alla morte?” Ho
risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli
altri siano dei coglioni.
Allo stupore di Critone ho chiarito. Vedi,
gli ho detto, come puoi apprestarsi alla morte, anche se sei credente, se pensi
che mentre tu muori giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in
discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi
misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore,
giornali e televisioni sono intesi a dare soltanto notizie rilevanti,
imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino
l’ambiente e si impegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi
boscosi, cieli tersi e sereni protetti da provvido ozono, nuvole soffici che
stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose
meravigliose accadono, tu te nevai, sarebbe insopportabile.
Ma cerca soltanto di pensare che, al momento
in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza
immarcescibili che il mondo (cinque miliardi di esseri umani) sia pieno di
coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni
gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i
politici che propongono la panacea di tutti i nostri mali, coglioni coloro che
riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i
produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento
felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”
Nel 65 a.C., le legioni del generale romano Pompeo
stavano inseguendo il re Mitridate VI del Ponto attraverso le aspre montagne
vicino al Mar Nero. I soldati romani, temprati dalla battaglia ma affamati dopo
lunghe marce, scoprirono lungo il loro percorso delle anfore di argilla colme
di miele dorato, collocate strategicamente. Sembrava un dono degli dèi.
Quello che non sapevano era che quel “miele pazzo”
proveniva dai fiori di rododendro tipici della regione. Il nettare contiene
grayanotossine, potenti composti che attaccano il sistema nervoso. Nel giro di
poche ore, oltre 1.000 soldati romani si contorcevano a terra, vomitando, preda
di allucinazioni e completamente indifesi.
Mitridate, che aveva trascorso la vita studiando
veleni e tossine, sapeva perfettamente cosa sarebbe accaduto. Le sue forze
attendevano sulle colline, osservando. Quando i Romani furono del tutto
incapaci di reagire, l’esercito del Ponto scese e li massacrò dove giacevano.
Fu uno dei primi esempi di guerra chimica nella storia.
E non era nemmeno la prima volta che questa
tattica veniva usata nella regione. Secoli prima, Senofonte aveva documentato
soldati greci caduti vittime dello stesso miele tossico durante la loro
ritirata attraverso il Ponto. Le popolazioni locali ne conoscevano bene gli
effetti, ma gli stranieri continuavano a cadere nella dolce trappola.
Secondo alcune religioni l’uovo è il simbolo dell’anima, mentre lo dice ne sguscia e ne addenta uno, lo divora a
morsi.
(Robert De Niro nel film Ascensore per l’inferno)

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