Friday, October 30, 2026

IL PRURITO DELL'IMPREVISTO

 

FALIERO

 

L’altra sera siamo andati alla pizzeria la Bersagliera, a Santangelo, mia sorella ha preso una pizza all’induia piccante, bruciava tanto che io non sarei mai riuscito a mangiarla. L’ho assaggiata e solo un bocconcino mi ha fatto lacrimare. Vanna invece non ha avuto difficoltà.

Da quando sono tornato a Lucca, io e lei ci vediamo spesso, anche per via dei nostri progetti in formazione.

 “Non ti è mai venuta voglia di andartene dall'Italia?” Ho chiesto io tra una birra e l’altra, dopo aver spolpato il mio calzone gigante.

“No, ci sono abbastanza contrasti e diversità qui, per cercarne altrove.”

 “Tutto il mondo è paese, per te?”

 “No, al contrario. Mi ascolti quando parlo? Ho detto quasi l'opposto!” Rispetto ad altri popoli siamo più incazzerecci, basta poco per cominciare ad alzare la voce.

 “Sì, scusa, è vero. Ma non hai la curiosità di conoscere il mondo?”

 “Io sì, ce l'avrei avuta sta metafa nel cervello, che tutto è la ripetizione di tutto. Ma la mia vita è stata abbastanza intensa, da capire che non c’era il tempo e lo spazio per fare tutto quello che mi capitava di pensare. Allora ho scelto, come fanno tutti, senza scegliere, facendo quello che mi era geograficamente più vicino, che era già abbastanza ramificato e complesso.”

A sua maniera mia sorella è simpatica, anche se a volte non si capisce cosa vuole dire. Per esempio si rifà abbastanza a personaggi della Tv e del cinema, per quelle battute che tira fuori seria-seria, ma se uno non le conosce, o non se le ricorda, lei non ha pazienza di spiegarle.

Per esempio metafa invece di metafora era una cosa che diceva Guzzanti, con un suo personaggio di diversi anni fa.

 “Vabbè, ma L'Italia non ti ha fatto sentire frustrata, per via di tutta questa indifferenza, falsità, pedanteria, incompetenza, mafiosità, maschilismo eccetera-eccetera?

 “Sì, ma non credo che altrove sia meglio, o peggio, inconsciamente mi sono adattata all'idea che il posto giusto non esista e dovunque vai, rispetto all'Italia, qualcosa guadagni e qualcosa perdi.”

 “E questo è interessante, però dicevi che mi saresti venuta a trovare a Londra, poi a Praga, dopo a Berlino, ma non sei mai venuta...”

 “Voglia ne avevo, ma visto che tra di noi non andava mai a gonfie vele, forse proprio per questo, non mi sono mai sentita di farlo. Insomma non mi ha mai entusiasmato la tua compagnia, forse sbagliando, perché alla fine sei molto meglio di tante persone che mi sono adattata a frequentare, in maniera più o meno costante, ma me ne sono accorta dopo. Diciamo già in vecchiaia.”

 “Ah...”

 “Ma te non stavi tanto bene a Berlino? Perché sei tornato a rompere le scatole in Italia?”

“Per via della Saudade, nel senso brasiliano di nostalgia.

Forse.

A lungo andare ho sentito che l'Italia per tante cose valeva la pena, oltre che per i ricordi. Solo che per capirlo ho dovuto fare dei confronti.”

“E per esempio, allora, per cosa vale la pena?”

 “Le amicizie, la bellezza geografica, storica e culturale. Insomma, bene o male, una maniera di essere un po’ lamentosa, ma anche cercando di scherzare sulle proprie pene e cercando di migliorare tra una protesta e l'altra, pur se non molto costantemente, a pezzi e bocconi, con alti e bassi insomma.”

“Giusto.”

 “Rispetto ad altri popoli siamo più flessibili e ironici, a volte anche troppo. E poi ora con l’internet, il mio lavoro di opinionista sull’Italia lo posso fare anche da qui, anzi meglio, perché vivo in una realtà italiana, di nuovo.”

“Già...”

“Però sono contento che tu mi dica queste cose, io in qualche maniera lo sentivo che con il tempo la stima e l'affetto tra di noi crescevano, ma se ora non me lo dicevi, non avrei mai potuto giurarci.”

 “Ah sì? E da cosa te ne sei accorto, che non ci si vedeva, né ci si sentiva mai?”

 “Ti ricordi quando sono venuto per il funerale dei nonni? La nonna era morta prima, ma il nonno solo un mese dopo. Ci siamo ubriacati la sera, insieme a papà e mamma, alcuni amici di famiglia, in pizzeria a Nozzano e dopo ci siamo impantanati, con la macchina, su quel campo dove eravamo andati a farci qualche canna? A Farneta, vicino alla Certosa. Insomma ci siamo fatti alcune confidenze e tra le righe qualcosa avevo intravisto.”

 “Mi ricordo quella notte, ma quello che ci siamo detti...”

“Nei dettagli nemmeno io, in particolare, anche facendo mente locale, ma in generale c'è stata un'atmosfera carina, rilassata anche nella tristezza. Insomma una mesta allegria, non il solito pessimismo italiota.”

“Ma quanti anni avevamo?”

“Mah... era il 1994, è facile calcolarlo.”

“E ora siamo due vecchietti bavosi.”

“Bavosi non direi.”

“Lasciamo perdere.

E sulla politica? Te scrivi anche su quella?”

“Ultimamente direi che è diventato il principale argomento, purtroppo.”

“E che cosa hai scritto?”

“Sulla Meloni per esempio io ci credevo prima, un po’ sulla fiducia, considerando che con gli uomini ci avevamo provato e riprovato, ma quasi sempre fallito, le donne invece non le avevamo quasi mai messe veramente alla prova, a questo livello. Quando è venuta fuori la Schlein io avevo già perso la mia sicurezza a priori, che in un mondo di uomini al potere, anche le donne si comportano come loro.”

“E i lettori tedeschi come la prendono la tua tesi?”

“Ci ridono parecchio, di solito, sono quasi un comico, come dici te.”

“Se tu parlassi della politica tedesca ci riderebbero meno, anche in Germania il riarmo e la spesa per la guerra, insieme con altre cretinate, fanno dell’economia del paese un fatto marginale e i risultati si vedono.”

“Infatti, su quello non gli dico niente, ma parlando dell’Italia indirettamente qualcosa viene fuori, anche non volendo.”

“Insomma su cosa ti basavi per dire che le donne potevano risolvere il problema di corruzione e stupidità dilagante?”

“Fondamentalmente sul fatto che essendo anche e soprattutto madri, non potevano non pensare al futuro, all’ambiente che preparavano per i relativi figli. Già nati o a venire.”

“Stavo pensando a Ursula von der Leyen...”

“Mi hai letto nel pensiero.”

“Non era difficile.”

Le ho fatto poi leggere una cosa che ho pubblicato sul giornale e scritta da Natalino Balasso, comico veneto.

 

Secondo me quelli che vogliono fare il campo largo alle elezioni sono degli eroi, contro ogni evidenza continuano a crederci o comunque a dire di crederci.

- Il PD se avesse i voti vorrebbe fare il PD, ma non ha i voti quindi vorrebbe un PD largo.

- Elly Schlein è coerente: la situazione è confusa e lei agisce confusamente.

- Conte, un miracolato del Covid fa il politico per emulazione.

- La combriccola del Fatto Quotidiano vuole dare spazio al merito, quindi vuole un campo largo dove gente che non andrà a votare stabilisca che uno che ha la minoranza sia il capo di una maggioranza che dovrà fare quello che dice la sua minoranza.

- I partitini minori sono molto utili, specialmente nelle foto di gruppo.

- E forse c'è persino Renzi, uno con dei buoni testi, che diversi anni fa disse che avrebbe abbandonato la politica e in effetti lo ha fatto.

 

Sia lei che i tedeschi ci si sono spanciati dal ridere, almeno quelli aggiornati dai miei articoli, che hanno quindi capito il senso dei paradossi di Balasso.

Forse per Vanna era un riso forte ma amaro. Comunque la gente attorno in blocco si è voltata a guardare.

Dopo poco la pizzeria voleva chiudere e abbiamo dovuto rinunciare all’ennesima birra.

In macchina verso casa la serata è proseguita bene assai, tanto che direi che io e mia sorella siamo diventati quasi amici.

Io e Vanna già da adolescenti c’eravamo sempre più distanziati, come spesso succede, vivendo realtà diverse nella stessa casa.

Una vecchia casa dai muri di pietra, che poi era quella dei nonni, da parte di nostra madre. Dove i nostri genitori ci avevano portato, per stare insieme a loro, che erano diventati troppo vecchi e senili per vivere da soli.

Da adulti abbiamo vissuto lontani, parlando qualche volta al telefono, raramente, incontrandoci per qualche matrimonio o funerale, ogni tre o quattro anni.

Io, dopo varie peripezie, scrivevo per un giornale a Berlino, avevo pubblicato diversi libri.

Ogni tanto mi chiamano anche alla televisione tedesca, come opinionista sull’Italia, alla quale loro sono legati romanticamente, per le vacanze, ma anche per i film di mafia.

Ancora non ci perdonano però, forse giustamente, del tradimento durante la seconda guerra mondiale, in cui l’Italia alleata dei tedeschi, poi si mise dalla parte degli americani. Non me ne posso sentire responsabile, ma meno male che facemmo così.

Lei aveva sfondato nel ramo dei fumetti d’autore a Milano, non era diventata una lesbica come tutti pensavano, essendo sempre stata piuttosto mascolina. Non si era mai sposata però, come me.

Oggi è una giornata di ottobre, le ombre allungate dal sole, prima del buio invernale, sentiamo solo il rumore del motore e il suono del ghiaino sotto le ruote, proprio come una  volta.

La campagna in autunno sblocca malinconie lontane, la luce perduta dell’estate e il cielo per quanto azzurro non possono essere più gli stessi.

La mia vecchia Mercedes corre, attraversa la campagna. Gli ulivi hanno cambiato il colore alle foglie, l’aria è tiepida.

Le distese di ulivi corrono ai lati della strada. Gli ulivi da queste parti sono snelli, con le foglie d’argento. Mi piacciono, sono alberi tipici dell’Italia, come i cipressi. La campagna mi è sempre piaciuta, ma vivendo in metropoli come Londra, poi Praga e Berlino ancora di più.

Ci sono io alla guida dell’indomabile macchina, ex taxi berlinese. Vanna è seduta accanto a me ed è lei a parlare per prima, dopo un silenzio di quasi venti minuti, cioè dall’inizio del viaggio. La mia risposta è più logica, e meno sentimentale, ma dentro di me anch’io ho dei dubbi, che cerco di scacciare. È mia sorella che parla e dice cose che in fondo penso anch’io.

«Secondo me non avremmo dovuto accettare.»

«L’offerta per la casa?»

«Anche quella. Però mi riferivo alla proposta per il fumetto.»

«Perché?»

«Perché cosa? Il fumetto o la casa?»

«Tutti e due.»

Non dico niente, i miei pensieri sono contrastanti.

«Secondo me non avremmo dovuto vendere.»

«Allora perché hai firmato il contratto?»

«Non lo so ancora perché, ma mi sono pentita. La casa potevamo tenerla. Potevamo rimetterla a posto e andarci a turno il fine settimana e magari passarci qualche giorno a primavera. Era bella anche d’inverno, con l’odore della legna, il tepore mentre fuori faceva freddo…»

«Sì-sì: ingannami che mi piace. Avremmo passato serate indimenticabili davanti ai bagliori del camino, sorseggiando vino rosso con un cane da caccia pezzato ai piedi di nome Burlamacco.”

 

Il Burlamacco è la maschera ufficiale del Carnevaledi Viareggio e la mascotte della città. 

Il nome Burlamacco, un richiamo della “burla” di carnevale, ha diverse ascendenze. 

“Burlamacca” è il canale che attraversa la città di Viareggio, porta dal lago di Massaciuccoli al mare.

 

 “Anche meglio: avremmo litigato per chi poteva usarla. Guarda la strada, che è stretta e piena di buche e se ti sbagli magari andiamo nel fosso e ci devono venire a tirare fuori con il carro-attrezzi, come quella volta a Farneta.»

“Una bell’idea per il fumetto, però. Un’è vvero?”

“Sì, anche quella del cane pezzato - magari a losanghe bianconere, come Burlamacco - non è malaccio.”

“Piuttosto losanghe rosse e bianche.”

“Vabbè... un Bretone è sempre un signor cane da caccia.”

“Ma invece di rosso e bianco, è rosso e arancione...”

«Come sei pignolo! Sei impossibile!”

“Sempre!”

“D’accordo, ormai c’hai un’età e cambiare non cambi più...”

“No, infatti. Annotiamo mentalmente tutte queste cose allora. Sono piene di brio, di colori, anche se sbagliati. Vanno bene lo stesso.”

“Fatto.”

“Tornando a noi: hai una vaga idea di quando ci abbiamo dormito l’ultima volta, in quella casa? Hai presente in che condizioni è? E quanto costava di manutenzione e spese varie?»

«Certo. Forse ti sei dimenticato che me ne occupavo io.»

«No-no, come potrei dimenticarmi di una cosa che mi hai rinfacciato per anni, se non decenni? Cercavo di fare una specie di ironia, ma per quanto sia poco romantico vendere, è la scelta giusta da fare, avendo un po’ di buon senso.»

«A proposito di buonsenso: vuoi guardare un po’ anche la strada, per piacere?»

«La strada è così affondata nella terra qui, che le ruote ci scorrono vincolate come sui binari del treno.”

“Non a caso si chiama Via Fonda, però sembriamo più un Bob a due.”

 “Brava. Ma possiamo considerare esaurita la questione della casa? Visto che fra l’altro c’è un contratto di vendita già firmato e registrato abbestia?»

Vanna sta per ribattere qualcosa, ma poi decide che è meglio lasciar perdere. Scuote la testa, si passa la mano sul viso. Io guardo davanti e sento la mascella contrarsi. Mi capita spesso quando discuto con mia sorella.

«Comunque sia, visto che siamo in argomento, perché non avremmo dovuto accettare la proposta per il fumetto insieme?»

« Lo sai benissimo perché! Abbiamo gusti pressoché opposti. Litigheremo e basta.»

«Abbiamo già cominciato. Ma le litigate, che a noi piacciono poco, possono far ridere il lettore eventuale.»

«Magari. E poi lo hanno già fatto in tanti, non è neanche un’idea nuova.»

«Cosa, hanno già fatto in tanti?»

«Scrivere e disegnare un fumetto psicologico come questo, raccontare l’infanzia, il perché siamo diventati così. Due punti di vista opposti di due, fratello e sorella, nella stessa famiglia? Ma è molto differente da quello che faccio io nei miei fumetti…»

«L’idea è che sia scritto e disegnato a quattro mani. Due pelose e le altre due anche, ma un po’ meno. Le mie. Questa sarebbe la novità, ne abbiamo parlato in quella famosa riunione. Ti ricordi?

Fare cose creativamente nuove al mondo è impossibile, o quasi, hanno già inventato tutto, ma non è nemmeno necessario. I tuoi fumetti, anche non sono affatto nuovi, ma fondono insieme tecniche di rappresentazione e idee già usate, mi pare, sono i testi che secondo me e l’editore Buzzi non sono all’altezza dei disegni, che quelli ammettiamo che spaccano.

Non solo i coglioni quindi, ma spaccherebbero anche tutto il resto. Fai mente locale.»

“È inutile che t’impegni tanto per farmi girare i coglioni, che io ce li ho già girati da anni!”

Una metafa che mia sorella usa spesso, ma non credo che per quanto mascolina, lei ce li abbia davvero.

“Ne dubito, fammi vedere?”

«Molto divertente. Dovresti farlo di professione tu, il comico. Puoi riempire i teatri, vedo già la gente che si ammazza per le risate.”

“Ariganga, lo hai detto e ridetto questo. E io lo sapevo già.”

 “E poi ci sarebbe il cinema, non dimenticandoci anche di Youtube...»

Sto per replicare, con forza e fantasia, quando la strada fa una curva per sbucare su quel rettilineo polveroso di ghiaia bianca d’estate, fangoso e marrone in autunno e inverno.

Via Fonda, una strada incassata tra l’argine e un fosso, che tutti e due ricordiamo bene. Il percorso diritto verso il luogo delle vacanze, che poi diventò quello di casa nostra.

La casa dei nonni è in perfetta pianura, anzi a volte pare anche sotto il livello delle acque. Siamo nei dintorni di Montramito, vicino al lago di Massaciuccoli, in provincia di Lucca, ma più vicini a Viareggio, e quindi al mare. Ci sono tanti canali, alcuni larghi anche cinquanta metri, che da una parte conducono al lago e dall’altra al mar Ligure, che una volta qui credevamo che si chiamasse Tirreno, ma invece quello comincia più a sud.

«Senti, il contratto del fumetto in questione lo abbiamo firmato tutti e due, mi pare. L’idea è quella di scrivere e disegnare la nostra realtà, tutta italiana ma anche un po’ globalizzata, come necessario esagerando ed estremizzando, anche le inevitabili litigate tra di noi possono risultare divertenti. Le facce direi un po’ caricaturali, ma non troppo, io sarò un nasone magro con il berretto tipo Vasco Rossi magari, e te una leggermente sovrappeso con i baffi e il codino.”

“Ma te affanculo non ti ci hanno mai mandato?!”

“No, cioè sì, anche abbastanza spesso. Ma se ti va bene l’idea, mettendola già in pratica poi si trovano le pensate seguenti, o si torna indietroper migliorare e correggere, aggiungere qualche cazzata ridanciana. Una specie di testo che si modifica in base anche alla meccanica di questi giorni insieme.

Fai una dannata mente locale.

Ci siamo persi di vista, ma abbiamo qualcosa in comune, i nostri contrasti nascono e crescono da radici condivise, forse in modo sofferto, ma condivise.

La vecchia casa dei nonni, dove non solo loro ma anche i nostri genitori hanno passato una buona parte della loro vita, la vendita discussa e tutti i particolari dei ricordi del passato, gli oggetti da buttare via che invece si vorrebbero tenere, ma non si sa nemmeno dove metterli, tutta la frustrazione e il romantico sviluppo che ne viene fuori.

Iniziamo subito, senza tirarla per le lunghe. Abbiamo già davanti a noi il copione, che poi è quello che è già iniziato con questo viaggetto in macchina, il resto verrà da sé.»

Vanna fa un respiro profondo, come di chi sta per prendere una decisione che gli costa un po’ di fatica. Poi la sua espressione muta in modo quasi impercettibile.

«Ma ch’è ‘sto puzzo?»

«Quale?»

«Non lo senti? Viene da fuori.»

«La sansa?»

«È vero! La sansa.»

«È a Viareggio, ma dipendendo dal vento si sente anche qui, è l’oleificio.»

«Ma poi cos’è esattamente la sansa?»

«Credo che sia un sottoprodotto dell’estrazione di olio d’oliva. Le bucce e i noccioli, dai quali poi si ricava l’olio di sansa.»

«Non sentivo questo odore da anni.»

«Non lo producono quasi più, l’olio di sansa.»

«Quando eravamo ragazzi si sentiva tutti i giorni, a determinate ore. Fàngala, mi ha riportato indietro. Se adesso da quella curva saltasse fuori una Fiat 127 o magari una Prinz verde, non mi stupirei.»

«Potrebbe pure capitare. I contadini ne hanno ancora nascoste nei fienili.

Erano le Prinz che lo Zoppi e i suoi amici fiorentini della Hoha Hola rovesciavano per divertimento?»

Vanna fa una mezza risata, che poi diventa una intera. Poi si passa di nuovo la mano sul viso, come per togliere qualcosa di appiccicoso e tenace, quando tace non acconsente mai. Una cosa che abbiamo in comune.

Secondo me, se non ha proprio capitanato, anche lei ha partecipato a quelle imprese deleterie, di cui ora si vergogna. Era una specie di maschiaccio, che stava più insieme ai bambini che alle bambine, all’occorrenza li menava anche di brutto. Però queste cazzate le facevano da adolescenti e noi non giocavamo già più insieme.

Intanto io penso che Fangàla era l’esclamazione di Paolo Villaggio, africanizzazione di vaffanculo, in un film a episodi, in cui faceva il cosiddetto cacciatore bianco, una guida per i safari in Africa, da lui stesso organizzati. Era italiano ma si faceva chiamare Wilson, uno dei suoi collaboratori di colore, ma nato e cresciuto a Roma,  invece era Buana Cangoni. Glielo dico e ne parliamo un po’, ci facciamo delle risate insieme, il film era Dove vai in vacanza? Lo avevamo visto insieme a Viareggio, eravamo adolescenti e credo che ci stessimo già progressivamente allontanando.

«Mi si spezza il cuore ad andare là, a chiudere quella casa. Lo vuoi capire o no?» Dice Vanna.

Evito di guardare mia sorella e poi la strada qui diventa più bassa e fangosa, meglio fare attenzione. Non so cosa dire. Alla fine brontolo:

«Anche a me, ma che ci vuoi fare?»

Per qualche minuto restiamo in silenzio, con il sottofondo di rumore delle ruote che entrano ed escono dal fango, dalle profonde pozzanghere. Poi lei riprende a parlare.

«A pensarci, quello era un mondo in cui c’erano più odori. Non so come dirlo. Odori di ogni genere. Buoni e cattivi.»

«Secondo me la questione è diversa. Eravamo noi a sentire gli odori perché eravamo bambini. Abbiamo smesso diventando grandi.»

«Abbiamo smesso di sentire gli odori?»

«Siamo a disagio con gli odori e soprattutto con quelli cattivi, per via di un processo culturale. Fai una fottuta mente locale. Tendiamo a rifiutarli perché alludono alla parte più elementare, animalesca se vuoi, della nostra natura.

Per questo diventando grandi smettiamo di sentirli. Ci concentriamo sui sensi che ci sembrano più accettabili socialmente.»

«Non lo so. Forse hai ragione, ma comunque c’erano più odori. E di certo la gente usava meno deodoranti. Ti ricordi cosa si sentiva nell’ascensore dell’appartamento degli Zoppi?»

Me lo ricordo benissimo, d’un tratto, e mi viene da ridere, come una reazione all’angoscia a bassa intensità che ci accompagna da quando ci siamo messi in macchina.

«Come si chiamava quello che puzzava di naftalina?»

«Pastonchi, mi pare. Ma non era solo lui. Anche la moglie e i figli.»

«Che fine hanno fatto?»

«Boh. Da quando se ne sono andati non li ho più visti. E poi ce ne siamo andati anche noi...»

«E la Cacciatori?»

«La Cacciatori! Lasciava quell’odore… com’era?»

«Zuppa di cipolla, direi.»

«Infatti, giusto.»

«Ecco. Forse potremmo cominciare da lì, per il fumetto.»

«Dalla Cacciatori?»

«Dagli odori. Olfatto e gusto sono legati, non è così? Partiamo dagli odori e passiamo ai cibi.

Buttiamo giù un elenco di quelli che ci vengono in mente. Intendo gli odori dell’infanzia e dell’adolescenza. Senza pensarci troppo. Può essere un punto di partenza.»

Vanna lascia passare qualche secondo, poi annuisce guardando avanti. La macchina prende una buca più tremenda delle altre, piena di sassi misti a fango, poi slitta e riparte, lei fa una smorfia.

«Questa macchina ha gli ammortizzatori che non funzionano. Quanti anni è che ce l’hai?»

«Parecchi, in effetti.»

«Anzi, direi che non ce li ha più, gli ammortizzatori.»

«Questa qui era un taxi a Berlino. Fai mente locale, per favore. Il colore beige è caratteristico, si è fatta più chilometri di ogni altra automobile in circolazione sul globo terracqueo. Ma per il resto funziona e poi la lascio dove voglio, anche aperta. Ora così sporca di fango è anche meglio. I ladri nemmeno si avvicinano.»

«Come dargli torto?»

«A chi?»

«Ai ladri.»

 

 

 

VANNA

 

Siamo arrivati. Le erbacce hanno invaso il ghiaino sullo spiazzo davanti all'entrata, sono già alte mezzo metro o più. Stavolta non ci sono state le usuali invasioni di ladri e le relative finestre rotte.

Dentro muffa e puzzo di chiuso, per fortuna che questa non è una zona molto umida.

L'influenza del mare a nord-ovest e degli Appennini a nord-est ne fanno una casa ben orientata, giacché il sole passa di fronte tutto il giorno.

Però dietro un canneto e un boschetto di pini peggiorano un po' la situazione. Certo che se fosse di là dal monte Quiesa, nella Piana di Lucca, sarebbe assai peggio, credo che di là piova anche di più, perché le alture attorno non fanno uscire le nuvole e quando entrano girano e ritornano. Ho letto da qualche parte in internet che la provincia di Lucca è una delle zone più umide e piovose d’Italia.

 Qui il valore più alto della casa è dato anche dal dettaglio per niente trascurabile che Viareggio è a due passi, ed è un famoso luogo di spiaggia e di vacanze.

Prendo il quaderno nero dalla borsa e faccio scattare il portamine beige e panciuto. Lo stesso colore della vecchia Mercedes, sotto gli schizzi di fango, che è ancora fresco, quindi leggermente più scuro.

Ho sempre con me penne e matite, e almeno uno di quei quaderni spillati a vista. L’anno scorso ne ho comprato una scatola intera in un mercatino da un ambulante ungherese, che secondo me si vergognava a dire che era albanese.

Faliero continua a fare sopralluoghi nelle tante stanze, tirando alcune bestemmie, tra i vari commenti di sorpresa, io invece scrivo e disegno.

«Dài, facciamo questa cosa degli odori, vale tutto, comincia tu.» Grida da lontano e la casa vuota rimbomba.

«Va bene… allora vediamo… caffè.»

«Troppo ovvio.» Dice Faliero tossendo e starnutendo, è appena entrato con una cassa piena di oggetti tra l’ammuffito e il polveroso. La scarica pesantemente sul lungo tavolo dove io scrivo, nella grande cucina. Non dico niente, ma so approssimativamente cosa sono.

Quella era anche la stanza dove mangiavamo e c’è anche un camino a focolare aperto e antico, e che non possiamo nemmeno portare via, rivestito di mezzane rossicce, di un non indifferente romanticismo.

«Hai appena detto che vale tutto. Il primo che mi è venuto in mente è il caffè. Anche se non lo bevo più.»

«D’accordo. Caffè… il caffè del bar, l’espresso.»

 “Infatti. Il caffè della moca, la mattina presto. Fatto da mamma prima che noi ci alzassimo per andare a scuola. Papà si alzava dopo e scaldava il caffè, già freddo, in un pentolino smaltato blu, interno bianco scrostato.»

“Mi ricordo che papà soffiava come un mantice appena alzato, poi fino a mezzogiorno non mangiava niente, ma chissà quante sigarette si fumava...”

«Per anni due pacchetti al giorno e un fiasco di vino rosso bevuto a partire dalla cena in là.”

“Infatti. Meno male che era un medico. Mamma si è sempre alzata molto presto.»

«Io me la ricordo d’inverno con una vestaglia bordeaux sopra la camicia da notte, mentre spazzava e beveva il caffè, appunto.»

«Questa è una bella immagine, magari ci serve.»

«Ok.»

«Poi vediamo…»

«L’odore della colazione.»

«Il latte con il caffè, molto latte e poco caffè, tu ti sparavi mezzo tubo di Bucaneve, solo in un secondo momento, la durata è stata minore però, secondo me, dalla stessa ditta i Biscotti della Nonna…»

«Nel senso che mangiavo troppo alla svelta?»

«Tutti e due lo facevamo, in pochi minuti sparivano i biscotti!”

“Con i Bucaneve per avere esattamente una Par Condicio, il biscotto in più veniva diviso a metà.”

“La stessa cerimonia uguale identica la sera a cena, con la TV accesa.”

“Vero. La TV era accesa anche la mattina.”

La cassa che ha portato è piena di giocattoli nostri, non tutti rotti e inutilizzabili, che sta dividendo, in tre parti. Non mi chiede niente e io niente dico. Lo so che poi litigheremo con calma su quali sono miei e quali i suoi, poi li butteremo via bestemmiando.

 “Però cosa si guardava non mi ricordo.”

“Nemmeno io. A mezzogiorno c’erano le comiche o i cartoni animati, ma prima forse roba che a noi non interessava tanto. Tra l’altro te usavi quella tazza che sembrava una tinozza da bagno.»

«Quella tazza ce l’ho ancora. Bianca con bruttissime caricature naif degli animali da cortile. L’ho usata tutti gli anni dell’università.»

“E dopo come vaso da fiori?”

“No, a dire il vero non so dove è andata a finire.”

“Magari è andata a finire nella spazzatura.”

“No, quello lo escluderei, ci sono troppo affezionata.”

“Che ne sappiamo? Magari un tuo fidanzato, stanco di vederla in giro, se ne è liberato con un sospiro di sollievo.”

“L’avrei immediatamente giustiziato sul posto.”

“A proposito, stai da sola o hai qualcuno?”

“No. Nessuno. Intendi in maniera stabile?”

“Sì... perché tu hai ancora dei rapporti mordi e fuggi come un’adolescente?”

“Certo. Perché no? Se capita... Milano è una metropoli piuttosto libera di costumi, non si parla quasi mai più l’italiano...”

“Anche Berlino è una città globalizzata e libera, ma  per esempio a me non capita più.”

“Se ti guardi allo specchio capirai anche il perché.”

“Senti chi parla: mi sembri Luciana Turina allo zenit della sua forma fisica di barile!”

“No, io mi sento più tipo: una giovane e vivace Ave Ninchi, per esempio. Ma agli uomini del terzo millennio piaccio, è un fatto innegabile. Forse proprio perché sono piuttosto mascolina e pelosa. Tu invece mi ricordi il Veronelli del programma che facevano insieme, all’ora di pranzo, come si chiamava?”

“Ma se non c’ho nemmeno gli occhiali!”

“Non ce li hai sempre, però te li metti spesso. Ma come si chiamava quel programma che guardavamo tutti i giorni? Mi ricordo che era ancora in bianconero...”

“A Tavola alle 7, perché c’era la sera, alle diciannove, non a mezzogiorno.”

“Sei sicuro?”

“Sicurissimo. Ora fai una bella mente locale: non poteva essere alle sette di mattina, no?”

«Effettivamente. Certo che si magnava allora…»

«Però eravamo magri…»

«Io sono magra.»

«Come no? Guasi deperita. Dovresti prendere degli integratori, dei ricostituenti, mi raccomando.»

“Non ti ricordavo così simpatico a valanga, devi aver fatto qualche cazzuto corso in Germania.”

“Infatti. Troppi e interessanti seminari, capirai, attualizzazioni frequenti, i tedeschi sono assai organizzati in certe cose.”

“Ma non sono famosi per la loro simpatia, mi pare.”

“Allora, se facessimo una rapida mente locale: forse non sono tanti e famosi fuori dalla Germania, ma ci sono degli ottimi e ridicoli comici, alcuni attori buffissimi sono stati a lavorare anche in Italia e con successo.”

“Ah sì, forse mi sono sfuggiti allora, dimmi un nome, per esempio!”

“Bruno Ganz... Mario Adorf... Le Sorelle Kessler...”

“Ahà! Due svizzeri! Bravi attori, bravissimi, ma non comici. Le sorelle sono morte da poco, però erano ballerine, al massimo cantanti.”

“Sì, è vero. La notte è piccola per noi. Ma Mario Adorf era troppo buffo e faceva sempre la parte del meridionale, anche in un film di Totò! Operazione San Gennaro! Più precisamente era di madre tedesca e padre calabrese, solo che era nato in Svizzera. Non ti ricordi?”

“Giusto, ma Bruno Ganz era un innegabile attore drammatico e svizzero.”

“Intanto suo padre era un meccanico svizzero, ma la madre era una casalinga italiana. E poteva interpretare qualsiasi ruolo, era poliedrico abbestia! Pane e tulipani non lo hai mai visto?”

“Sì, ma era alla fine della carriera...”

“D’accordo. Ma il suo era un ruolo comico, di un cameriere straniero a Venezia, che tentava spesso  e volentieri il suicidio e parlava come se fosse un libro stampato dalle Edizioni Paoline...”

“Insomma non erano per niente tedeschi!”

“Allora anche te sei piuttosto pignola!”

“Una cosa che abbiamo in comune, direi.”

“Assolutamente sì.”

“Questa è una maniera di dire che mi fa schifo, se permetti e viene ripetuta continuamente.”

“Lo ammetto, anche peggio di tipologia.”

“L’italiano è uno che ama le frasi fatte, purtroppo, quando ne esce una nuova, specialmente se di cattivo gusto e fuori luogo, diventa un’epidemia.”

“Sìiii, c’è gente che non rischia mai di fare una fase propria!!”

“Ma questo dovunque, nel mondo, ho ragione di credere.”

Guardo mio fratello che parla mentre divide gli oggetti, e mi sembra di non sapere nulla di lui. E lui non sa nulla di me.

Mentre scrivo gli appunti e disegno dei bozzetti appena accennati di facce e oggetti, penso che abbiamo sempre parlato poco, noi due. E questo gioco della memoria mi fa un effetto strano, vuole sempre essere lui a dirigere e anch’io sono abituata a stare da sola e ad avere la decisione finale ed unica, in sostanza non abbiamo idea di come sia la collaborazione o integrazione che possa essere, se non in teoria.

In questo ci assomigliamo, eppure siamo assai diversi, lo siamo sempre stati, non solo perché lui è maschio e io femmina. Direi che lui ha una forte parte femminile ed io una spiccata sensibilità mascolina, non so se questo ci avvicini o ci allontani.

«E la Nutella?» Dico a un certo punto.

«Nascosta nel capannello, barattolo di vetro grande, ma durava poco.”

“Lo stesso capannello non è durato tanto.”

“E il tavolino sull’albero?”

“Pericoloso assai, non so come papà e mamma non abbiano protestato, era assai alto e si poteva cadere, le tavolette inchiodare direttamente sul fusto del pioppo erano malferme, e poi, una volta lassù, sotto c’era il canale...”

“Infatti. Certe cose meno scabrose ce le proibivano... forse quello non lo avevano nemmeno visto, se non ci arrivavi proprio sotto non si poteva vedere...”

“Non lo so. Penso che eravamo assai liberi di andare e venire, di fare anche danni agli altri, i bambini di oggi se la sognano tutta questa autonomia...”

“Noi invece, usciti da scuola, si spariva fino a sera e nessuno ci chiedeva dove eravamo stati e cosa avevamo fatto.”

“Ma anche gli altri bambini allora erano liberi come noi, mi pare.”

“Almeno quelli che non vivevano in città. Il nostro l’ambiente era meno pericoloso, o i genitori erano meno protettivi di ora.”

“Tutte e due le cose, direi.”

“Ogni tanto ci sgridavano e ci davano anche delle manate, ma il nostro comportamento di conseguenza non cambiava tanto.”

“Oggi invece guai a picchiare un bambino...

“A scuola se prendevamo brutti voti la colpa era solo nostra, oggi invece è colpa della maestra o del professore.”

“Invece quando a scuola ci andavano i nostri genitori gli davano anche bacchettate sulle mani e gli mettevano il berretto da asino.”

Qui ci è venuto in mente all’unisono il cugino Anacleto.

 

 

 

FALIERO

 

Le case dei vicini sono disabitate, lo sono sempre dopo settembre, la vegetazione spontanea abbraccia gli alberi e la casa, protetta dai rampicanti, si nasconde in fondo al viale. Due gattini attraversano il piazzale e un terzo, forse la madre, soffia minaccioso prima di allontanarsi. Vanna infila la chiave nella serratura. È una di quelle lunghe, un po’ storte, gira con difficoltà, ma alla fine la porta si apre.

Quando siamo in casa, sentiamo l’odore. Inconfondibile, di camino, umidità e camere chiuse. Apro le imposte e lascio circolare l’aria. Le stanze sono tali e quali, la stessa disposizione dei quadri, i mobili, la scultura di legno intagliato accanto al camino.

Contrariamente a quello che avevo detto, non ci siamo fatti prendere dalla fretta, per il libretto a fumetti che sembrava già ben incamminato, in qualche maniera. Almeno secondo me. Però Vanna ha il compito più difficile, almeno all’inizio, quello di dare un volto alle parole, perciò è più scettica e pignola.

Le ispezioni delle stanze della casa le facciamo e la divisione degli oggetti è ancora in alto mare, ma è cominciata.

Abbiamo fatto visita al nostro cugino che abitava abbastanza vicino a Montramito, a Pian di Conca.

Con un nome come il suo, Anacleto non avrebbe avuto bisogno di un soprannome. Il suo era invece Anatrone, perché da ragazzetto trovava divertente far scoppiare le anatre di sua madre, nostra zia, con due principali tecniche. Potassio dentro palline di pane, oppure cicche ancora accese. Naturalmente nel secondo caso bisognava tenere chiusa la bocca della malcapitata per un po' di tempo.

I bambini spesso sono crudeli, nella loro ingenua voglia di divertirsi, che a volte non calcola le conseguenze. Nel nostro caso il proverbiale battipanni di zia Eufemia, che non riuscì mai a insegnare, nonostante le ripetute ed energiche bacchiate, niente di utile o applicabile ad Anacleto.

Da adulto ha voluto continuare a fare danni e si era dato alla vendita di medicinali e ho ragione di credere che fosse tra i più temuti rappresentanti del suo ramo, almeno in Toscana.

Per quanto ne so non c'è stato medico che non abbia subito le sue interminabili arringhe spesso infarcite di notizie false o tendenziose. Quando usciva un prodotto nuovo, Anacleto colpiva e affondava sistematicamente, nessuno poteva convincerlo che le industrie farmaceutiche erano e sono tra le multinazionali più disoneste e feroci. Non gliene fregava nulla, solo pensarci era contro il suo interesse.

 Nel suo lavoro aveva avuto successo, perché era instancabile e insistente. Sua madre non era mai stata orgogliosa di lui, ma almeno non era morta nella miseria. Suo padre era  stato un contadino, morto da un ventennio prima.

Inutile dire che quando mia sorella rovesciava le Prinz lui era della banda, se non il più solerte e implacabile promotore.

Il compratore della casa era proprio lui, aveva insistito tanto che eravamo giunti a un accordo abbastanza vantaggioso, in termini di cifre. Però ci avrebbe pagato in qualche anno e un rischio esisteva, visto che aveva un’idea tutta sua della realtà, cioè quella che gli faceva comodo.

Nonostante tutto gli volevamo bene, perché era nostro cugino e risultava divertente, alla sua maniera piuttosto grossolana, preso a piccole dosi.

Imbroglione e disonesto per principio, ma anche generoso, specialmente quando la sua magnanimità era vista da tutti e dava una bella pubblicità della sua ricchezza di mezzi, un motivo di orgoglio sconfinato.

Dentro di sé sembrava anche una persona buona, naturalmente con un concetto di bontà piuttosto diverso dal nostro.

Anche su questo io e Vanna litigavamo, lei gli dava fiducia io no. Manco a dirlo, nonostante il fatto che il contratto prevedesse pagamenti di duemila euro al mese, dal momento della consegna delle chiavi dell’immobile, Anacleto aveva cominciato a complicare, visto che eravamo cugini e amici, compagni di giochi da bambini. Insomma aveva cominciato a dire che quelle regole erano troppo rigide, proponeva di fare le rate piuttosto elastiche e un saldo del dovuto a fine anno o alla fine di ogni blocco di due anni.

Vanna è piena di temperamento, quel giorno prese una scopa e lo minacciò, davanti anche ai figli e alla moglie, con il manico a un millimetro dal naso. Anacleto sbiancò e disse che non c’erano problemi, andavano benissimo le rate di duemila al mese, le avrebbe pagate senza problemi. Da piccoli Vanna lo aveva picchiato più volte e lui se lo ricordava.

Il primo episodio del fumetto fu proprio la storia di Anatrone, da bambino fino ad adulto, non tanto esagerata, perché non ce n’era alcun bisogno. Casomai il contrario era più credibile, per non raccontare proprio le cose più scabrose, ma cambiandole in qualcosa, perché in un futuro a venire non si potesse dire che quello era lui.

Visto che poi le cose con lui stavano andando male, il fumetto fu subito accantonato, ancora in sede di grossolane bozze e diventò un oggetto di divertimento citarne le scenette, tra di noi, un motivo di complicità.

Ma non anticipiamo i tempi, quel giorno tornammo a casa quasi convinti a pagare la penale e a tenerci la magione dei nonni.

Il fumetto allora diventava ancor più necessario, per poterci tirare fuori dei soldi. Nel frattempo anche Vanna si stava quasi convincendo di potercisi divertire in quella lavorazione a due, perché, anche se lei non lo voleva ammettere, le idee venivano fuori una dopo l’altra, e una tirava l’altra, insomma come le ciliege, anche se alcune con il verme dentro.

Insomma quello che era più bello era qualcosa che non avevo avuto speranza che succedesse, eppure in qualche modo ci credevo.

 

 

VANNA

 

Ci trovavamo a lottare contro tre nemici allo stesso tempo ed eravamo insieme a farlo. Questo ci dette una certa complicità, confusa e spesso perfino involontaria, ma pur sempre ci approssimò.

Magari avvicinarsi era quello che volevamo tutti e due, ma in maniera diversa ci lottavamo anche contro. Faliero diceva che l’italiano ha dentro di sé delle contraddizioni che lo portano a non sapere se una cosa la vuole oppure no, e in questo si complica la vita, facendo un passo avanti e due indietro, quasi  quotidianamente.

Io dicevo che anche gli altri popoli lo facevano, ma lui dichiarava che però era in misura minore, per gli altri e non c’erano riprove possibili.

Intanto la scelta degli oggetti da salvare e quelli da buttare era proseguita, per quanto lo volessi evitare lui mi ci aveva trascinato, magari volevo credere che la colpa fosse sua, ma era anche mia. E la vendita della casa pareva ogni giorno in più indesiderata da  entrambi.

Ogni stanza, ogni angolo di giardino, ogni cespuglio o pietrina di ghiaia ci rimbalzava dentro dei ricordi e sussurrava, diceva e gridava di ripensarci prima che fosse troppo tardi.

La vecchia casa, polverosa e poco pratica da abitare adesso doveva essere rimessa a posto, pulita e riportata a una realtà contemporanea, ma per coincidenza e per noi in particolare l’attualità era mancanza di soldi e di una certa seppur minima determinazione.

Insomma sia io che Faliero eravamo soli e potevamo benissimo vivere lì, insieme e mandare affanculo Anacleto.

«Come si apre questa accidenti di serranda?»

«Come sempre.»

«Cioè?»

«Togliendo il fermo.»

«Ah, ecco, appunto.»

Le finestre delle camere da letto si affacciano sul bosco, c’è un pezzo indeciso di giardino e il recinto di legno incompiuto e semidistrutto, oltre il cancelletto i cipressi creano una cortina impenetrabile.

Da piccoli attraversavamo quel varco per le passeggiate al tramonto.

Circolavano strane leggende sulle presenze misteriose che abitavano quei luoghi.

Nel corso degli anni ho giurato di aver visto qualsiasi cosa, dagli gnomi barbuti che terrorizzavano le coppiette a un orso bruno che si lasciava accarezzare sulla testa, dai branchi di lupi affamati ai dischi volanti, da un serpente lungo sei metri a un’aquila imperiale, per non parlare di quel cane nero mostruoso che faceva a pezzi gatti, volpi e pecore ignare.

Il bosco era grande. Allora sembrava immenso.

 

FALIERO

 

Il primo episodio del fumetto La CASA DEI NONNI  è stato concepito come se fosse un nonno che racconta ai due nipoti, un bambino e una bambina di un’età imprecisata, forse tra i sette e dieci anni, davanti al caminetto acceso, alcune storie della sua vita da giovane, o proprio da bambino.

La figure sono sagome sullo sfondo delle fiamme del fuoco, a volte di profilo. Cane e gatto si alternano al loro fianco, alla fine la mamma porta via i bambini, devono proprio andare a letto.

La grande novità è che le tre teste, e anche poi quella della mamma, sono dentro quelle sfere trasparenti che usano gli astronauti, perlomeno nei fumetti.

Si vedono ogni tanto le scene raccontate più interessanti e la faccia di profilo del nonno, con le parole che gli escono dalla bocca. I bambini fanno domande e affermazioni da adulti.

 

Secondo la relativa leggenda metropolitana, nei codici a barre che si trovano sui prodotti sarebbe nascosto il numero della Bestia.

(Inoltre, se pur nascosti, questi codici sarebbero stati presenti anche nelle bande magnetiche di ogni tessera, comprese carte di credito e bancomat, cose che si uasavano a quei tempi, ne avrete sentito parlare).

E da questo perciò, alcuni vedrebbero il compiersi della profezia dell'Apocalisse  di San  Giovanni (13:16-18) secondo cui nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome.

Il numero 666 si anniderebbe, nelle coppie di righe sottili all'estrema destra all'estrema sinistra e al centro di ogni codice esistente. Difatti, la cifra 6 è indicata in questo sistema di codifica da due righe sottili che sono per l'appunto simili alle righe estreme e centrali; tuttavia queste ultime non rappresenterebbero cifre all'interno del  codice  stesso, sono semplicemente linee di riferimento utilizzate dal dispositivo di lettura per capire dove inizia e dove finisce lo stesso.

Ammesso che davvero esista un destino, il mio ha camminato, attraverso il tempo, sempre allacciato a quel numero simbolico.

Il 666.

La nostra infanzia fu caratterizzata da una comune notte di luna piena, dentro alla villa abbandonata, al numero 666.

Gli alberi più alti, all’imbrunire, sembravano mostri protesi verso il rosso del cielo.

Avevamo fatto il giuramento di sangue come nei film.

Eravamo entrati senza accendere la torcia, la luna, che bucava le nuvole poco consistenti, poi spuntava trai rami, tagliava sinistramente i nostri corpi in movimento con fasci di pulviscolo luminoso.

Arrivati alla cappella, il portone era socchiuso, dentro otto panche da chiesa e una cassapanca nera.

L’affresco dietro al piccolo altare ricordava il diavolo, ma senza corna, col pizzetto e zampe di capra.

Dai vetri colorati, la luce della luna si spostava, illuminando per terra e poi il rumore della brezza trai rami, là fuori, creavano un effetto sinistro.

Su un vassoio, appoggiato su quel mobile, due zampe di capra, vere.

Un fruscìo ogni tanto ci faceva trasalire, prendemmo le scale verso i piani superiori, un pozzo di luce coi vetri attorno e là in alto, rotti e impolverati che facevano uno sfrigolio sotto i nostri passi incerti.

La brezza era diventata vento che fischiava e mugghiava nella boscaglia, dalle finestre sventrate, la luna ora era proprio sopra di noi.

Decidemmo di fuggire d’improvviso, Ugo cominciò a scendere di corsa e noi lo seguimmo, inciampando e ridecollando subito come se fossimo di gomma.

Uscendo dal buco nel muro, per controllare che ci fossimo tutti, mi voltai e vidi nitidamente una luce che poi scomparve, nello scoccare di un secondo eravamo già a casa.

Passato quasi un anno, incontrammo Ugo, bianco come uno straccio lavato, non riusciva più a parlare.

Scrisse su un foglio: “Dal buco nel muro mi è apparsa un’ombra dagli occhi spalancati e crepe nella pelle…”

Quando suo padre andò a vedere, oltre il pertugio c’era un grande specchio sporco, cammuffato nella vegetazione.

La luce che avevo visto, quella notte, dunque era la mia torcia.

Farneta, a pochi chilometri da una cittadina bigotta come Lucca, spingeva i giovani a cercare qualcosa che venisse da fuori, tutto quello che pareva esotico era meraviglioso.

Gli adulti si chiudevano nella loro routine, i giovani facevano scoppiare i loro cervelli con droghe varie e alcolici, mischiando tutto senza allegria.

Noi, adolescenti nel 1974, iniziavamo ad ascoltare la musica dei Genesis.

Ed ecco di nuovo che spuntò il numero animalesco in una suite dell’album Foxtrot:

 

Il 666 non è più da solo

Sta tirando fuori il midollo dalla tua spina dorsale

E le sette trombe suonano un dolce rock and roll

Soffieranno dritto dentro il tuo animo

Pitagora con gli occhiali riflette la luna piena

Sta scrivendo col sangue il testo di una nuova melodia

 

Nel 1976 uscì 666, l’album doppio  dei greci Aphrodite’s Child, che poi rimase il loro unico disco.

I testi cantavano della BESTIA e di piaghe bibliche come quella delle Locuste, del Settimo Sigillo, insomma, sembrava ideato e composto apposta per noi, per migliaia di altri giovani romanticamente disorientati.

Si stava stimolando la passione per l’ignoto mistico che si gonfiava sempre di più, nella nostra immaginazione aperta a dismisura.


 

Chi può trovare la Bestia?

È grande, è cattiva, è stregata, è triste.

Chi può combattere la Bestia?

Lei viene. Poi va.

Chi la conosce...

Chi può combattere la Bestia?


 

 


La musica, come veicolo di fuga dalla realtà, in assenza di qualsiasi altro riempitivo, stava diventando la nostra strada principale.

Dentro ci trovavamo l’esotico di cui le nostre menti voraci si cibavano, un po’ tutto ciò che usciva dal seminato, automaticamente germinava, germogliava e sbocciava in noi.

Sull’onda del nostro entusiasmo, nel 1976 fondammo un gruppo di rock progressivo, anche se di progressi poi non ne facemmo proprio, per tutta la sua esistenza.

Aldo suonava il basso e cantava, Ciro alla batteria, Ugo e Romolo alle chitarre, seconda e terza voce, io alle tastiere.

Tentammo di cantare in inglese, all’inizio, ma i testi ci venivano fuori piuttosto sul maccheronico.

Ci prendevamo troppo sul serio.

Intanto la società italiana ci insegnava a trincerarci sulle certezze, i dogmi.

Tornammo all’italiano proprio con una canzone, che si chiamava ‘La bestia che sale dal mare’, che faceva parte dell’album concept ‘L’Apocalisse di Giovanni’, che poi era una cassetta, che avevamo per la prima volta copiato in una ventina di esemplari, che facemmo circolare in giro.

Le copertine erano ritagliate da un giornale ingiallito, come quelle di un disco dei Jethro Tull, però col titolo scritto a pennarello nero.

Avevamo scoperto che quel 666 era il numero di una fantomatica ‘bestia’, secondo l’opera del pluriartista maledetto William Blake.

Ugo, poi, il cui zio Annibale lavorava in biblioteca, era riuscito a trovare altri commenti ed interpretazioni.

 

« Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei. »   (Apocalisse 13,16-18)

 

Meno ne capivamo e più ci piaceva.

 

L'apocalisse di Giovanni fu scritta durante una persecuzione, probabilmente quella di Domiziano o quella precedente di Nerone. Secondo molti studiosi la persona rappresentata dalla bestia altri non è che l'imperatore Nerone, autore di una violenta repressione contro i cristiani, nella quale morirono sia Pietro che Paolo. Infatti, come in greco antico, così anche in ebraico i numeri venivano scritti usando le lettere dell'alfabeto. Se si utilizzano le consonanti ebraiche del nome QeSaR NeRON (קסר נרון) si ha:

Q (qof) = 100

S (sameckh) = 60

R (resh) = 200

N (nun) = 50

R (resh) = 200

O (waw) = 6

N (nun) = 50

che sommate danno appunto 666.

 

La cerimonia del taglietto sulla mano e del giuramento di sangue era l’inizio di ogni concerto.

I nostri genitori non immaginavano certo quello che stavamo facendo, e poi, come tutti i genitori, avevano troppo da fare.

Oltre al copioso uso di alcolici di ogni tipo, avevamo iniziato anche a fumare hashish.

La società italiana modella i giovani in un contesto di scetticismo, protesta e di senso d’ingiustizia.

Più la gente cresce e più si convince che non ha scappatoie.

La religione, pur non praticata, è lo stampo che genera un tipo di mentalità eccessivamente sentimentale, nascosto sotto una corazza solo apparentemente dura.

Quello che si nasconde è un’estrema vulnerabilità, i giovani sono più disorientati degli altri, perché il loro carattere è ancora in formazione.


Il rock era un rifugio e non ci sarebbe stato niente di male, ne avevano un gran bisogno.

I testi però erano a senso unico, spesso malinconici e con una generale tendenza alla autocommiserazione, quando poi non diventava apologia della violenza.

 

Avevamo perfino dei fans che avevano avuto la loro bella spinta verso una cultura autodistruttiva, anche loro ribelli senza sapere contro cosa.

Di pari passo con la musica, che producevamo per gridare la nostra rabbia a 360 gradi, continuavamo a studiare la Bestia, che spesso era citata anche nei testi delle canzoni.

Copiavamo queste cose sparse, trovate in giro e le usavamo senza capirle troppo, sulle copertine delle nostre cassette, che poi diventarono CD autoprodotti, con incisioni via-via migliori, mentre le composizioni musicali facevano rizzare i capelli sulla testa.

 

L'interpretazione più accettata da storici e biblisti è che il numero sia simbolico e vada riferito alla persona fisica ("rappresenta un nome d'uomo") dell'imperatore Nerone, l'archetipo dei persecutori del cristianesimo, la cui somma dei numeri ("calcoli il numero della bestia") corrispondenti alle lettere ebraiche del nome equivale appunto a 666.

Sono state proposte numerose altre interpretazioni simboliche, molte delle quali non riferite al contesto storico del Libro dell'Apocalisse. In particolare, in epoca contemporanea il numero è diventato simbolo del Diavolo, interpretazione non contenuta nel testo biblico.

 

I Testimoni di Geova considerano il numero 7 simbolo di completezza o perfezione mentre il numero 6 rappresenta imperfezione. Dallo studio della bibbia traggono il riferimento allo scrivere tre volte il numero 6, che accentua ed enfatizza la totale imperfezione del sistema politico mondiale rappresentato dalla bestia.

 

L'unico passo della bibbia che possa fare da riferimento interno è quello che indica la potenza di Re Salomone, che riceveva i tributi dai popoli assoggettati (I Re 10:14).

Il peso dell'oro che Salomone riceveva ogni anno era di 666 talenti d'oro.

Questo potrebbe indicare che la bestia è il denaro, che domina su tutta la terra.

 

Ugo ora è ragioniere, lavora in banca.

Aldo è maschera al cinema.

Romolo è partito per l’Australia all’età di venticinque anni, non ne abbiamo saputo più niente.

Mio fratello Ciro lavora alla posta.

 

La paura si è tramutata in routine, perché la routine è la fuga dalla paura, per molti l’unica alternativa possibile.

Ogni tanto ritorno col pensiero al nostro giuramento che abbiamo ripetuto tutte quelle volte... mischiando il nostro sangue ai nostri destini.

Quello è stato il necessario medioevo della nostra storia. Non so nemmeno se e quando ne siamo usciti.

Sogno ancora l’immagine riflessa di Ugo nello specchio nascosto trai cespugli, spaventato a morte dalla sua stessa figura, in un sottofondo di chitarre elettriche, distorte e lancinanti.

Quella luce riflessa era la nostra stessa torcia, un simbolo che più volte mi ha aiutato.

La sera, a casa, davanti a mia moglie e ai miei figli, strimpello il pianoforte.

Sono critico musicale, scrivo sulla rivista 666.

 

 

VANNA

 

Il dialogo tra persone in diverse stanze di una casa grande assume caratteristiche differenti da quello normale, tra persone nella stessa stanza, o addirittura sedute allo stesso tavolo magari facendo colazione.

 Nel primo suddetto l'urlo diventa necessario e non esprime altro che la necessità di essere uditi, il volume diventerebbe più alto se tutte e due le persone stessero sbatacchiando contemporaneamente suppellettili di varia forma entità e rumorosità. La sintesi anche è necessaria e auspicabile.


-         COME?

-         POI RIUNIAMO TUTTO INSIEMEEEE.

-         INSIEME COSA?

-         LA ROBA CHE SEPARIAMO.

-         MA QUELLA ACCANTONATA CHE FINE FAAA?

-         NON LO SO.

-         FORSE BISOGNEREBBE LAVORARE INSIEME.

-         COME SAREBBE INSIEME?

-         NELLA STESSA STANZA.

-         GOMITO AGGOMITO?

-         SÌIIII.

 Ecco che se ne esce un buffo fumetto sulle persone che abbandonata la separazione provvisoria e urlata, torna a parlare normalmente perché ristabilisce il contatto normale di audio e video.

Se la settimana non ha più i soliti punti di riferimento con il nome dei giorni, il lunedì diventa uguale al giovedì, e solo il sabato e la domenica, per un diverso traffico automobilistico, differiscono ma non tantissimo.

 In città sarebbe differente ma un'altra cosa che abbiamo in comune, forse anche con milioni di attempati di tutto il mondo emerso, è l'amore per la tranquillità, il rifiuto al rumore, che invece da giovani ci garbava tanto. Anche la compagnia diventa più rarefatta e la calma meno nervosa, magari anche la pazienza non dico che diminuisca, ma si trasforma un po’ , dipendendo dalle situazioni.

Lo stesso concetto di tempo libero, quando il tuo lavoro diventa anche un piacevole passatempo, al limite con la passione, diventa un altro e l'orologio ritorna a essere il sole, come per i contadini. La notte è buia e si dorme, per il resto basta mangiare ogni tanto, e le pisciate naturalmente da punti fermi si trasformano in virgole in movimento.

 Insomma anche se noi siamo pensionati per modo di dire, che non ricevono alcun indennizzo e devono arrangiarsi per sopravvivere, siamo privilegiati.

 Il nostro cugino Anacleto non ha idea di che cosa sia la libertà relativa, per questo è un martello pneumatico sui nostri congiuntivi e condizionali, per lui è tutto imperativo. Solo quando a pagare deve essere lui, che i tempi ipotetici gli garbano assai.

 

La seconda storia a fumetti invece raffigura un adulto di una certa età. Forse di mezza età, che scrive un e-mail ad un amico lontano, ogni tanto si vede la sua faccia, o si mostrano le scene descritte dal racconto, poi la tela del computer con le parole scritte, il sorriso saggio dell’amico barbuto che abita su un pianeta lontano.

 

Lo confesso: sono ragionevolmente preoccupato per la nostra sorte, parlo della classe di ferro 1959, spero che tu abbia già drizzato le orecchie.

Non è che le nostre energie siano già andate - a nostra insaputa e piuttosto prematuramente - in pensione?

Chi non è ancora rincoglionito scagli la prima pantofola!

Io vorrei tanto poterlo fare, ma non so se ne ho la forza.

A poco più di cinquant’anni la vita ci riserva rassicuranti programmi alla televisione e buoni libri ogni tanto, va bene, ma le emozioni dove si sono cacciate?

Abbiamo fatto scoppiettare già tutte le cartucce?

E se sì, perché erano quasi tutte a salve?

Non posso pensare a tutti i sogni che avrei potuto fare e poi invece me ne sono dimenticato, perché ora pare un po’ troppo in salita la spirale che avvita la mia vita.

Spero di sbagliarmi, ma purtroppo non credo.

Torniamo indietro mezzo secolo, magari, anche se dirlo fa già impressione. Vediamo cosa è successo, in che cosa abbiamo fallito?

È stata colpa nostra, inutile negarlo, ma il mondo non ci ha aiutato come avrebbe potuto.

Ammettiamo pure che il mondo abbia tutto il diritto di fregarsene della classe ’59, anzi, secondo me non prende troppo in considerazione nemmeno le altre.

Con la classe ’63 ha fatto anche di peggio, basta guardare mio cugino Romolo e il nostro vicino di casa Fabrizio, che ora abita altrove, ma anche noi non abitiamo più lì.

Sono due molluschi che si pensano importanti, ma non hanno nemmeno la metaforica e regolamentare conchiglia attorno.

Due idioti che si credono intelligenti o viceversa, anche se in maniera differente l’uno dall’altro, che si invidiano a vicenda, o a Vicenza, ma non importa.

Non lo so, vorrei tanto sbagliarmi, ma ho perso il bandolo della matassa.

Come ci avevano presentato l’infanzia, alla porta di entrata,  ci avevano fatto intendere che doveva essere una roba mista con dentro una specie di scuola per quello che veniva dopo, cioè l’adolescenza e poi la vecchiaia adiacente.

Se non fosse che intanto il mondo stava cambiando e quello che c’insegnavano, nel frattempo, non serviva più.

L’ottimismo sarebbe sempre stata la nostra carta vincente, ma non lo sapevamo ancora, infatti non ne abbiamo mai avuto e questi sono i risultati.

Mentre ci si pensava, stavamo già guastando quello che stava per succedere, alla fine non succedeva niente, o andava tutto male, i singoli episodi si sommavano e si moltiplicavano nella peggior sequenza possibile.

Fare la cosa sbagliata è più facile che fare quella giusta, per via delle leggi delle probabilità.

Dove erano queste probabilità, a quei tempi non ce lo ha mai detto nessuno, non so se sarebbe servito a qualcosa, ma a giudicare da come vivevano, secondo me, non lo sapevano nemmeno loro.

Ogni cosa aveva le sue conseguenze, si diceva in giro, ma quel niente era fin troppo invadente, eppure non sapeva aprire le nostre porte.

Dunque si stava meglio quando si stava peggio? Non lo so, non ce ne rendevamo conto, allora come ora.

Lo stare meglio è una cosa che funziona solo retroattivamente?

Pare di sì, ma non è ancora stato provato scientificamente.

A farla breve, la vita che pareva aprirsi docilmente al nostro passaggio, quando eravamo giovani, ci ha fatto girare alla tonda per tutti questi anni per dirci solo ora, che siamo vecchietti, che abbiamo perso il treno.

Ci avevano fatto capire, senza mai dircelo chiaramente, che era una specie di acquario con spesse pareti di vetro che ci permettevano di vedere, sì, ma che non avremmo potuto mai e poi mai rompere, o scavalcare, per passare dall’altra parte, per pescare e poi addentare avidamente quei pesci colorati che erano i nostri desideri.

Non avevamo nemmeno la maschera subacquea, questa è la verità.

Andiamo per ordine, però.

La grande quercia magari era un platano, a voler essere generosi, un tiglio.

Là sotto ci trovavamo solo per motivi importanti: le sanguinose cerimonie di iniziazione dei nuovi membri, naturalmente interminabili  preparazioni di attrezzatura per escursioni sulle colline e poi per sbafarci la Nutella.

In seguito anche per guardare i giornalini di donne nude.

Anche se non conoscevamo ancora quelle ben note tecniche telluriche, scoprimmo ben presto che si trattava di uno sport migliore a farsi da soli.

(A proposito della masturbazione poi un regista assai famoso – che doveva essere un discreto esperto - disse che non aveva niente in contrario, giacché era fare sesso con una persona che stimava.)

Noi, intanto, ci eravamo saliti anche sopra, alla grande quercia.

Da lassù il mondo era diverso, senza dubbio, ma non assomigliava per niente a Marte o a Venere, che anche se non ci eravamo mai stati, avevamo visto in abbondanza film di fantascienza a proposito.

Sembrava proprio non fare nessuna differenza, se quello era un altro tipo di albero, l’importante era mantenere quel nome romantico.

Suonava meglio e in più lo avevamo letto su qualche libro.

Nella vita, come nella morte, le regole tacite sono le più ferree, semplicemente perché non sono scritte e allora non si possono correggere.

Intanto, mentre noi si biscareggiava, girando attorno come mosche senza testa, il mondo stava ingranando le marce basse.

Si stava lentamente partendo per una vita che si stava appena delineando, mostrandosi ancora assai misteriosa, per questo ci piaceva, oppure non ci pensavamo, insomma non ne eravamo preoccupati.

E sbagliavamo.

L’incoscienza giovanile permetteva a noi, cuccioli di gente, di spassarcela, ma avevamo troppo da fare per rendercene conto.

Ci divertivamo con poco, come quella volta in cui chiudemmo il nostro vicino Fabrizio nella buia cantina della vecchia casa di Riccardo e lo tornammo a prendere una decina di ore dopo, minacciati dai suoi genitori.

Solo recentemente Fabrizio ci ha detto che lui non si era divertito.

Credo che avesse dei gusti più complicati di noi, almeno da bambino, poi ci siamo persi di vista.

Non sempre dopo il rock viene il roll, infatti le ciambelle senza il buco prendono un altro nome.

 

 

FALIERO

 

Le storie sono quasi tutte scritte da tempo, riadattate in sede di raffigurazione, a lato del computer di Vanna, che proprio mentre le disegna, mi fa venire in mente variazioni e alcune è lei stessa che me le suggerisce, mettendo in dubbio la meccanica umana delle azioni-reazioni, spesso sulla base di alcune questioni puramente realizzative.

Il terzo descrive la scena raccontata nel fumetto stesso, cioè due pensionati seduti su una panchina, forse in un parco, che dialogano, nonostante il fatto che siano visti sempre dal dietro, Vanna li ha resi piuttosto espressivi per via degli occasionali profili, per esempio uno piuttosto allegro, un altro sorpreso da quello che l’amico gli ha appena detto, un terzo piuttosto arrabbiato.

Anche qui occasionali passanti, uccellini svolazzanti, gatto e cane fanno le loro comparsate.

 

- Lo sai che una volta pubblicavo regolarmente un fumetto?

- Chi?

- Io.

- Ma se non sai disegnare!

- Infatti.

- Infatti cosa?

- Se avessi saputo disegnare la notizia non avrebbe suscitato il tuo stupore, no?

- Beh, no, indubbiamente. Ma come hai fatto?

- Intanto erano altri tempi, ora nessuno sarebbe interessato a quell’immagine stereotipata, ferma e ripetuta e a quelle poche parole, a volte anche leggermente surreali.

- Leggermente? Nooo. Ma di cosa parlava? Insomma ci sarà stato un argomento…

- Tutti e nessuno, prova a immaginare due sagome nere di uomini di spalle, seduti su una panchina a parlare, dietro l'orizzonte, le montagne, una nuvoletta o due, un albero da un lato e dall’altro un cane seduto, a volte in piedi, a volte acciambellato per terra, se ne usciva dall’inquadratura e si vedevano le gambe di dietro e la coda, altre volte ritornava e si vedevano la testa e le gambe davanti in movimento, poi qualche passerotto che volava, o che beccava qualche briciola per terra, il tutto disegnato in una maniera assai sintetica ed elementare, un po' come i disegni di un bambino…

- Sai che comincia a incuriosirmi?

- Piaceva anche a me. Sì, era curioso, più che altro, ma il bello è che piacque pure all’editore Spicchio, che me ne pubblicò una ventina di storie.

- Te le pagavano anche?

- Certo, una miseria, ma io mi ci divertivo.

- Ma che giornaletto era?

- Roba Stramba, non ne hai mai sentito parlare? Tutto fatto qui a Monza, un quindicinale in edicola per tutta l'Italia. È durato poco comunque, un paio di anni, forse tre, magari quattro scarsi.

- Nooo. Lo leggevo! Figurati, anche spesso, come mai non mi ricordo di una cosa del genere?

- Beh, non è che uscisse in ogni numero, ma quando gli mandavo una storia Spicchio me la pubblicava al volo.

- E chi era Spicchio?

- Eraldo Metz, un omettino calmissimo e geniale, lo chiamavano così perché era sempre bianco in faccia, pallido insomma e puzzava d’aglio già da lontano. Ora sarà morto e sepolto, ma sono sicuro che la sua tomba candida e marmorea avrà quella sua tipica fragranza.

Pubblicavano anche altre cose, riviste e roba di vario tipo, sicuramente di maggior successo, ma il fumetto era la sua passione personale, ci teneva particolarmente. Mi trattava come un’autorità del campo, mi metteva in imbarazzo, tanto era riverente ed umilissimo, mi dava del voi. Peccato che quella storia non gli sia andata tanto bene, gli fruttò anche dei debiti, mi hanno detto. Forse era troppo di avanguardia, se ne fregava persino dei gusti del mercato. Nessuno può sottovalutarli, nessuno lo sa meglio di te.

- Lasciamo perdere. C’erano delle cose che non mi piacevano, infatti, magari la tua l’avevo scartata, non tutto mi garbava…

- Forse è andata così, anche io trovandomi di fronte a una cosa del genere non so come avrei reagito… pure altre storie, là su Roba Stramba, erano estremamente di nicchia, c’era anche uno che disegnava gli esseri umani come fanno i bambini piccoli, col corpo fatto di stecchi dritti e la testa tonda, ma quello che dicevano era anche peggio…

- Volgarità?

- Estrema, guarda.

- Ma cosa dicevano i tuoi di personaggi? Erano sempre e solo due no?

- Sì, uno aveva un bastone ed era pelato, l’altro aveva un berretto, uno più alto e l’altro grassoccio, si vedeva solo la silhouette nera di loro e del cane, la sagoma scura della panchina, degli eventuali passerotti, un aereo in lontananza, qualche piccione in volo… una volta ci misi anche un gatto, ma il cane gli abbaiò e gli corse dietro. Quello si arrampicò sull’albero, a livello di disegno fu il più impegnativo.

- Quanto ci mettevi a fare una storia?

- Poco, due o tre ore, il testo m’impegnava di più del disegno, ma quelle cose mi venivano in mente al lavoro, mentre camminavo per strada, anche al gabinetto, per così dire. Figurati che ogni scena era una fotocopia con qualche aggiunta eventuale, disegnata dopo, le sagome nere si potevano sovrapporre facilmente, i fumetti ce li incollavo sopra, i due uomini non si muovevano mai.

- Erano due pensionati?

- Si poteva pensare, anche quello che dicevano era di quel genere, magari.

- Ma allora cosa dicevano?

- Il più alto cominciava sempre con una frase tipo: sapevi che la Lorena e l’Alsazia furono la causa della guerra tra Francia e Germania?

- E altro che diceva?

- L’altro era più ignorante e menefreghista, lo prendeva in giro, qualche volta.

- Per esempio, alla prima battuta lui cosa rispondeva?

- Ma chi era la più bòna, l’Alsazia o la Lorena?

- Ahah! E l’altro?

- E allora quello alto col berretto si arrabbiava, ogni tanto.

- Lo mandava piuttosto affanculo?

- In un certo senso, se vogliamo, ma le parolacce non c’erano.

- Cioè non potevi o non volevi mettercele?

- Nelle altre storie c’erano anche spesso, degli altri autori, per così dire. Te l’ho detto. Il giornaletto era abbastanza libero e sensazionalista, tendeva a stupire, anche a scandalizzare. Ma non faceva parte del mio stile.

- Infatti, neanche ora le dici, sei sempre stato un bravissimo ragazzo, pensavo che da giovane magari, quando non ti conoscevo, invece…

- No, anche le bestemmie non mi sono mai garbate.

- No. Infatti, mannaggia li pescetti. Ma allora era una cosa umoristica?

- Sì e no, nella mia intenzione voleva mostrare uno stereotipo rassicurante, due uomini che potevano parlare di tutto quello che gli interessava, che gli piacesse o meno, oppure che li infastidiva…

- Come noi due ora?

- Effettivamente…

- Cioè, fammi capire: hai disegnato noi due, uno pelato e uno col berretto, con una trentina, quasi quarant’anni di anticipo?

- Beh, ci siamo conosciuti solo dopo…

- Questo lo so. Ma la panchina, uno grasso, più ignorante e scherzoso, quello alto più rigido e colto, il bastone, i passerotti, il cane, perfino il fottuto gatto, le montagne, le nuvolette…

- Sì, del tutto casualmente, insomma, uno stereotipo rassicurante, no?

- A me non mi rassicura per niente, anzi. È inquietante!

- Dipende anche un po’ dal lettore.

- Infatti! Ma chi cazzo se lo leggeva?

- Questo non lo so, penso che qualcuno se lo sarà anche letto, se me lo pubblicavano.

- Forse altri vecchietti rincoglioniti seduti nel parco?

- E chi lo sa? Magari sì.

 

 

VANNA

 

La convivenza con Faliero non è uno sport che consiglierei a tutti, ma sicuramente ha i suoi lati positivi.

Prima di tutto mio fratello è molto discontinuo, si lascia influenzare troppo da quello che gli succede intorno ed è egoista ai più alti livelli.

Nella routine quotidiana però niente per lui è abitudine, se fa una stessa cosa tutti i giorni, non la fa mai alla stessa maniera.

Se hai bisogno di aiuto è generoso nel dartelo e non ti chiede quasi mai di ricambiare. Ma se lo fa pretende il massimo e non sente scuse.

 La nostra giornata la struttura lui e io mi lascio trasportare, con poche blande proteste, probabilmente perché sono pigra. Per esempio è lui che prepara la colazione, cucina, pulisce la casa, fa i lavori di manutenzione e qui alcuni direbbero che fa tutto lui. Invece no, perché mi dà sempre compiti da portare a termine con la maggior solerzia e attenzione. Perciò i piatti  le pentole li lavo quasi sempre io. Risulta essere molto pignolo in alcune cose e altrettanto approssimativo in altre.

Insomma è un pazzo furioso, e in alternativa razionale e calmo, intelligente e stupido, ma senza farti mai capire il criterio che usa, perché lo cambia di continuo. Le sue scelte sono imprevedibili. Questa lui la chiama evoluzione. Io non saprei dargli un nome, ma se proprio lo dovessi fare, la chiamerei controllata follia, o pazzo raziocinio.

 

 

FALIERO

 

La sera sgranocchiando noci, arachidi e noccioline faccio dei puzzle di quadri famosi, tipo Bruegel e Bosch, Turner e e i macchiaioli che però sono difficili assai a trovarsi, tipo Signorini, Lega e Fattori. Vanna sorride ironica, ma io le dico che proprio dal puzzle io ho imparato una cosa piuttosto importante.

Lei non mi chiede quale, ma io gliela dico lo stesso: che più sei stanco e nervoso più ti concentri sul particolare, in maniera testarda e sterile, più sei riposato e rilassato e più vedi la visione d'assieme, invece.

Vanna dopo averci pensato un po’, a sorpresa mi da’ ragione, le dico che le voglio bene e lei mi fa una pernacchia.

Dice che da piccolo io disegnavo meglio di lei, ma lei dava un’idea del movimento già nelle sue ruspanti prime opere, mentre i miei soggetti, persone o animali che fossero, sembravano sempre ingessati. Concordo e sorrido, mi piaceva disegnare e colorare, sono sempre stato un buon osservatore, ma i miei bozzetti si distaccavano troppo dalla realtà.

La nostra giornata tipo è così: mi sveglio, di solito abbastanza presto, preparo la colazione, quando lei viene svegliata dal rumore che faccio spazzando e sbattendo contro i mobili, piatti, bicchieri, pentole e pentolini, si alza e viene giù a bere il caffè senza dire una parola.

Io la investo con cose da fare e propositi per il fumetto a cui stiamo lavorando. Ma lei si sveglia molto tempo dopo e le cose che le ho detto prima ho imparato a risparmiarle, non se le ricorda proprio, bisogna lasciarle il suo tempo, e allora la sua attenzione è sempre parziale, ma almeno esiste.

In senso generale vuole trovare il positivo anche in quelle cose che invece in sé non ne hanno, ma dubita di ogni cosa che tu dici anche e soprattutto se la pensa anche lei così, non si fida di nessuno, soprattutto di sé stessa.

La mattina, una volta che si è messa a funzionare, anche se a volte siamo già nel pomeriggio, fa il suo lavoro egregiamente, per quanto riguarda il fumetto. Nei lavori di casa, specialmente in cucina, è un disastro, ma piano piano inizia a credere che potrebbe esserle di una qualche utilità in futuro.

Ricordo che già da bambina disegnava dei fumetti piuttosto strani, ma simpatici, a volte anche in maniera involontaria.

Se gli spieghi una tecnica di qualsiasi tipo, sembra che ti ascolti attentamente, ma invece pensa ai fatti suoi, poco dopo o anche dopo un giorno due, scopri che non ha assimilato niente della tua pratica saggezza.

In buona sostanza quando gli dici qualcosa non ti puoi agganciare a un'altra cosa detta o considerata insieme anche nel passato prossimo, con lei ogni volta è come la prima.

Comunque se tutto le scivola addosso senza scalfirla, senza generare in senso generale alcun cambiamenti, sotto-sotto ne trae le sue conclusioni, di solito piuttosto assennate.

Per pigrizia non va fino in fondo a un ragionamento, si accontenta di mezze verità, che spesso alla fine risultano come bugie intere.

Insomma a livello di filosofia sa appena che esiste la parola, ma non ha grosse difficoltà ad ammettere di aver sbagliato e la sua osservazione a livello visivo è eccellente.

Le sue capacità aumentano più che passano le ore e arriva al massimo all’ora di andare a letto, appena tocca il cuscino sviene. Mentre a me succede il contrario: io sono al massimo livello la mattina e più che sono stanco e più sono stupido, la mia attenzione a macchie, e la sera quando vado a letto non riesco a smettere di pensare, e non ho un pensiero positivo, anzi, tendo a essere schiavo del cervello che vuole passare e ripassare delle cose che io invece non vorrei.

Ero partito per descrivere la nostra giornata e invece ho fatto un'analisi del carattere di mia sorella Vanna. Magari anche un confronto con il mio. Però, se devo descrivere me stesso, forse un po' come tutti, mi descriverei nella maniera in cui vorrei essere e meno come veramente sono.

Cioè un tipo discontinuo e spesso anche troppo sensibile a quello che mi succede intorno, anche quando mi accorgo che sono cose di relativa importanza. Non riesco a non farmene influenzare, per esempio se qualcuno dice che una cosa schifosa anche se a me piace mi rimane sempre il tarlo del dubbio che a volte prende addirittura il sopravvento, e qui avrei bisogno di un filtro, un filtro non molto differente da quello che usa mia sorella, che invece si fa influenzare molto poco dall’ambiente in cui vive.

Mia sorella è un genio, alla sua maniera, ma non le interessa di dimostrarlo a nessuno, e questo mi pare che le faccia onore. Non è ambiziosa come me, e pensa ai soldi solo quando ne ha bisogno. Tutte cose lodevoli, ma quelli come lei di solito hanno le tasche bucate eppure pochissima voglia di riempirle.

Insomma non vuole essere comandata, ma non vuole nemmeno comandare, è così umile nella sua routine da risultare quasi arrogante.

Tutti e due siamo esagerati, in due maniere differenti e questo rende la nostra convivenza faticosa, ma il nostro fumetto interessante, anche se il pubblico al quale è rivolto non potrà essere mai numeroso perché forse è un po' troppo sottile e la gente invece ama il sensazionalismo, le cose giganti.

Vanna dice che io assomiglio più a una femmina, come mentalità e lei di più a un maschio... non solo a livello di mentalità, aggiungo io e mi becco un meritato clementino sul naso.

 

 

 

L’imprevisto che prima di avvenire ci aveva procurato dei pruriti insistenti e dolorosi consistette nel fatto non trascurabile che Anacleto ci perdonò la penale. A nostra insaputa lui leggeva sempre e avidamente i fumetti che noi scrivevamo e disegnavamo.

Ma a una condizione piuttosto pesante.

Lo scambio di case, lui ci darebbe quella dei bisnonni, che è in migliori condizioni, perché l’ha fatta restaurare e noi quella dei nonni a lui.

 

VANNA

 

Da anni sognavamo di avere un cane e ne abbiamo subito presi due, data l’occasione che erano bastardini e gratis, subito ci è venuta voglia di fare un fumetto su di loro, per quanto breve, magari in futuro lo aumenteremo.

 

La nostra famiglia è formata da due cosiddette unità cinofile e due mici a pelo lungo, per un totale di cinque incluso il sottoscritto, che dovrei essere il capo, ma invece no.

Di solito in queste comunità miste è il più giovane che comanda e in questo caso si tratta di Tamara Cocca Pugacioffa, che ha un nome anche troppo lungo, ma lei non sa che si riferisce a lei, perché non viene usato mai.

Una tradizione che abbiamo noi, a partire da mia madre è chiamarli con tutte le parole possibili, sostantivi, aggettivi e all’occorrenza anche avverbi, da Abaco a Zuzzerellone, con invenzioni di fantasia estemporanea e a volte onomatopeica, eventuali influenze di lingue straniere tipo skureggianer, o come troppamente, diminuitivi e aumentativi anche usati insieme in maniera complementare, come per esempio sporcaccionetto da morire.

Tamara non vuole che io accarezzi nessuno aldifuori di lei, l’attenzione deve essere solo ed esclusivamente per lei, appunto Cocca o Cocchetta della famiglia. La sua gelosia si estende anche agli eventuali visitatori.

Nella nostra comunità mista ognuno ha il suo compito: loro mangiano e sporcano, ma fanno anche la guardia, io li nutro, pulisco e li mando occasionalmente affanculo in caso di intemperanze niente affatto rare.

I gatti si occupano dei topi, uccelli e altri animaletti che possono anche mangiare, cominciando staccando loro la testa, forse per farli soffrire meno, ma ne dubito. Di solito ci si divertono, lasciandoli liberi e poi riprendendoli e massacrandoli alla fine, quando non hanno più voglia.

I cani invece principalmente cacciano gli opossum, che ammazzano volentieri ma non mangiano, forse perché puzzano.

Stanno in casa e dormono, quando non hanno niente da fare, ognuno con la sua cuccetta. I gatti però la notte li tengo fuori, perché si rifiutano di accettare la regola che quando si dorme non si ha nessuna voglia di essere svegliati per motivi futili.

Due maschi e due femmine, l’unico non sterilizzato è Franco, ogni tanto gli piglia il richiamo della foresta, ma la Cocchetta è molto più grande e non sa nemmeno di cosa si tratta, ogni tanto gli si rivolta, alla fine Franco si accontenta di leccarle la schiena e lei seduta pazientemente lo lascia fare.

Appena detto ecco il cane denominato Calogero, visto da una vicina e acchiappato al volo, visto che Franco ha poco da vivere ancora.

Molto simpatico Calogero, ha due mesi, ma sembra che ne abbia di più, perché abbaia già ed è piuttosto aggressivo.

È un bastardino di Labrador e quindi ha gli occhi verdi.

L’ho dovuto restituire dopo due giorni, perché litigava con Franco, ormai vecchio e con una vista parziale e annebbiata, gli saltava addosso per morderlo con tutto il suo peso.

Credo che mi abbiano mentito, non è possibile che Calogero abbia solo due mesi, dalla grandezza del corpo, dai denti e dal carattere sospetto che debba averne di più.

 

 

FALIERO

 

Non è che nella casa dei bisonni non ci siano ricordi, forse ce ne sono meno, anzi sicuramente, però sono importanti anche quelli, perché ci portavano anche lì, per una certa epoca, se volevano fare un viaggio, le due possibilità erano Montramito e Mologno. Praticamente era spiaggia o montagna, mare o fiume.

I bisnonni sono durati meno, ma erano due persone affascinanti e avevano una parente che li aiutava, un po’ meno attempata, la Mannina, perché erano già vecchi e lei era energica e simpatica, burbera ma non troppo.

Il posto poi era bello e soprattutto diverso da quello che eravamo abituati a vedere.

All’inizio Vanna si è ribellata, poi sono riuscito a farle vedere la casa dei bisnonni, e lì ha cominciato a tenetennare. Anacleto ce lo aveva garantito, ma noi non ci siamo fidati, ci siamo informati anche dalla gente del posto, l’internet è buona, forse a Montramito è meglio, ma per l’uso che ne facciamo noi è più che sufficiente.

Tutto è bene quel che finisce bene, quassù c’è una tranquillità incredibile, sia per noi che eravamo abituati a Milano e Berlino, ma anche per chi aveva  vissuto dei mesi nella campagna vicino a Viareggio e gli odori qua sono molto più sani, niente a che fare con la sansa.

Il primo racconto scritto e disegnato quassù è questo, forse trai migliori del nostro fumettone di fratelli autori. Che nel frattempo, in un certo senso, siamo diventati anche sorelle.

Due amici seduti sotto una pergola di vite, bevono e parlano dei fatti loro, insomma. Volevo che fossero un uomo e una donna ma Vanna ha detto che non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Forse ha ragione.

 

 

MOLOGNO

 

 “La vita è piena di ingiustizie, tant’è vero che difficilmente il lunedì di Pasqua il cielo si mantiene sereno, di solito quando la gente parte per il picnic, illusa da un timido sole mattinale che spunta tra le nebbie, si aspetta già di dover apparecchiare poi sotto un ponte, o in qualche affollatissimo capannone abbandonato.

Dipendendo dalla clemenza del tempo atmosferico la gente di Mologno, nel giorno del cosiddetto Merendino, giocava a bocce sul circuito squadrato delle strade sassose, quelle con la fascia di erba nel mezzo, che come angoli avevano le loro quattro case in mezzo ai campi, oltre il passaggio a livello del treno, andando verso il fiume Serchio. Mi ricordo di averne seguito un giorno gli sviluppi, ero bambino e chi non giocava portava il vino e la roba da mangiare. Era un divertimento, perché si facevano coloriti commenti accompagnati dalle relative bestemmie e da bicchierotti di rosso, una cosa alimentava l'altra. Le vecchie tradizioni ora si sono perse e, anche chiedendo agli abitanti dei luoghi in questione, si ricordano appena di questa cosa, secondo me invece d'importanza non indifferente.”

“Vero. E tua madre?”

 “Te l’ho già raccontato, una tragedia. Il medico di famiglia si è sorpreso della sua resistenza, non sapevo se lo aveva detto per scherzo o no, ma secondo lui era dovuta alle castagne, considerata anche la provenienza Garfagnina, o quasi.

Mi sono informato e ho scoperto che il medico non scherzava, dal punto di vista nutrizionale, le castagne, hanno una notevole quantità di carboidrati complessi, per questo sono in grado di sostituire i più pregiati cereali, con il vantaggio però di non contenere glutine.

Ricche di minerali che contribuiscono al buon funzionamento dell’organismo, le castagne aiutano a rinforzare il sistema immunitario. Stiamo parlando, quindi, di un prodotto di elevata qualità che grazie all’alto contenuto di amidi, proteine, sali minerali come il potassio, il fosforo, lo zolfo, il magnesio, il calcio e il ferro, insieme alle vitamine C, B1, B2 e PP, una bassa percentuale di grassi, è indicato anche per chi effettua attività sportiva. Inoltre, sono molto digeribili e consigliate a chi soffre di anemia o inappetenza e grazie all’abbondante presenza di fibre, sono anche molto utili per la funzionalità dell’intestino.”

“Io ne ho mangiate un mucchio, eppure senza saperlo. Ma fammi vedere queste foto.” Chiede il Giuntini e io gliele passo. Poi dico:

“Guardando le foto di quando era bambina e poi giovane e bella, penso a lei, a come era nei vari periodi della sua vita. Prima non assomigliava per niente alla nonna, mi pareva, ma da vecchia diventava sempre più simile, in alcune foto poi sembra la Giovannina, una signora nostra parente che a volte è venuta ad aiutare. È strano ma logico che con la malattia affiorino le maniere di esprimersi della gioventù, l’accento garfagnino e anche tante parolacce che forse per dare l’esempio a noi figli, prima non diceva mai. È la persona che conosco da più tempo, non ricordo bene i particolari, ma sono uscito fuori da lei.”

“Hai dei testimoni?” Scherza sempre e non ride mai, il Giuntini. Un fenomeno vivente di burbero dal cuore grande.

“Quanti ne vuoi. Quando siamo andati al cimitero di Barga, che è piuttosto grande, te lo sai, non sapevamo dove era la tomba dei nonni, non c’ero mai stato, mia moglie Adriana ha chiesto mentalmente aiuto a loro stessi e l’abbiamo trovata subito.” Alza lo sguardo dalle piccole foto in bianconero e mi guarda, un po’ come se avessi raccontato una barzelletta che non fa ridere.

“Non ci credo.” Dice.

“Eppure è vero.”

“E che ti ricordi della vecchia e romantica Garfagnana?” Se una cosa non gli garba, cambia subito discorso.

“Dicono che Mologno non ne faccia parte. Per esempio. E neanche Barga.”

“Barga no, ma Mologno comunque è sul confine, se caschi nel fiume vai a finire in Garfagnana.”

 “Non ce n’è alcun bisogno, ne ho un ricordo nitido e nebuloso allo stesso tempo. Una volta stavo aspettando in macchina, su un’ampia curva, in salita di una strada costeggiata da ciliegi e tante altre automobili erano posteggiate sui due lati. Non ricordo dov’era, ma certo da quelle parti, Mediavalle o Garfagnana, forse era al di là dei confini, la curva dei ciliegi. Non so chi stavo aspettando, penso che fosse mio padre e che questo sia successo più volte, la macchina dovrebbe essere una Simca 1000 rossa, o grigia metallizzata, ero bambino e rimanevo lì da solo, per un tempo ragionevolmente lungo. Doveva essere non lontano dalla casa dei nonni, a Mologno”

 “Ah. E di Mologno allora che ti ricordi?” Il Giuntini è di Sommocolonia, ma dice sempre che è di Castelvecchio Pascoli, non so perché. Forse gli garbano le poesie.

“Tra i primi ricordi della mia vita c’è quello della casa dei nonni materni, un edificio imponente e bianco che spunta da una fitta nebbia, in una fredda giornata d’autunno o d’inverno.

Dovevo aver certo più di due anni, ma non molti di più.

Forse non avvenuta quello stesso giorno la macellazione del maiale, da me seguita a distanza, nel garage dei vicini, con le varie parti sanguinanti poi appese ai ganci, comunque associata a una somigliante porzione di tempo piovviginosa e fredda.”

 “Com’era questa casa? Era grande?”

“Era grande e ci abitavano altre due famiglie, i contadini. Al seminterrato c’era la cantina, un’abitazione più piccola sul davanti, dove abitavano la Meri e il Cavani, gente simpaticissima. Dalla parte opposta, dove c’era l’ingresso della cantina, sopra c’era una famiglia piegata dal lavoro e dall’alcool, non parlavano, papà, mamma e nonno, avevano lo sguardo nel vuoto, i due bambini più o meno della nostra età erano piuttosto sporchi, ma ancora normali.”

“Una casa vecchia?”

“Sì, con i muri larghi e fatti di sassi di fiume.”

“Che facevate quando stavate lì?”

“La maggior parte del tempo noi la passavamo in cucina, specialmente d’inverno, c’era il caminetto e la cucina economica, che si chiama così perché scalda e ci si può anche cucinare sopra.”

“D’inverno doveva essere freddo…”

“Pare che tu abbia sempre vissuto nel deserto del Sahara, ma te Giuntini l’hai mai visto il mare?”

“C’ho anche fatto dei tuffi non indifferenti, a Marina di Massa, o di Carrara, un ci credi?”

“Ci credo, chissà panciate.”

“Invece no, sono mezzo montanaro e va bene, ma perché poi dovrei aver fatto delle panciate?”

“Perché come nuotatori e tuffatori i Garfagnini non sono mai stati tra i primi del mondo, per esempio.”

“Ma io sono di Castelvecchio Pascoli.”

“Mi risulta che piuttosto tu sia di Sommocolonia, ma anche se fossi di Castelvecchio sarebbe lo stesso.”

“Diciamo che sono nato a Sommocolonia, ma ho vissuto quasi tutta l’infanzia a Castelvecchio, tecnicamente entrambe non sono Garfagnana, diciamocelo; inoltre sono cristiano cattolico praticante…”

“E con questo?”

“Te lo sai o no che noi del comune di Barga apparteniamo alla diocesi di Pisa?”

“Lo so. E allora?”

“Mai sentito parlare delle Repubbliche Marinare?”

La sua logica è così ferrea che mi stende, di solito parla poco, ma quando lo fa è cassazione. Quando ci siamo ripresi ho continuato.

“Noi comunque si facevano le mondine nel caminetto e si andava a letto presto. La sera dopo cena si giocava sul tavolino, di legno foderato di fòrmica rossa sul piano. I grandi a volte giocavano a carte, noi avevamo un gioco degli animali con delle figurine abbastanza spesse e rigide, che non so chi aveva lasciato in un armadietto che c'era nel salotto dei nonni, nel quale noi andavamo sempre a cercare qualcosa e a volte ci trovavamo delle novità, perché magari gli inglesi quando erano stati lì in vacanza ci avevano lasciato delle cose vecchie, che non gli interessavano più. Questo gioco era incompleto, mancavano delle figurine ma noi le usavamo in un'altra maniera.”

“Ma chi erano gli inglesi?”

“I nostri parenti, emigranti che poi erano i padroni di casa, italiani che vivevano in Inghilterra, a Carlisle.”

“Ho capito. Tua nonna che tipo era?”

“Guglielmina era molto più seria di nonno, di solito si arrabbiava con lui, comunque era lei che comandava, nonno era troppo buono, parlava tanto e con tutti attaccava discorso, invece nonna non era di molte parole a vanvera.”

“E il nonno com’era?”

“Immaginati un triangolo in piedi, forse una piramide un po’ più slanciata, la parte del corpo più bassa grossa e quella superiore più fina, la testa magra e allungata. Le gambe e il bacino parevano parte di un corpo più massiccio e imponente, il torace lo era assai meno, pareva non averci niente a che fare, le braccia però erano muscolose.

Quando arrivava un ospite andava giù in cantina a prendere il vino buono, nessuno poteva riuscire a trattenerlo. Il vino non era buono per niente e mio padre, che in qualità di ospite ogni volta veniva privilegiato da questa attenzione, non si dimenticava mai di ricordarglielo. La sua ironia prefabbricata, che ripeteva immancabilmente, di quel buono davero quel vino lì, che poteva avere perfino sei gradi e mezzo forse addirittura sette. Anche lui non poteva essere fermato da nessuno al mondo, doveva dirglielo tutte le volte.

Anni dopo, avevo già la patente di guida e andai a trovare i nonni con una fidanzata e un’altra coppia di amici, nonno Pita ci accolse con calore, andò a prendere il vino buono, giocammo a scopa e a briscola, dopo che ce ne eravamo andati però chiese a zia Alba chi diavolo fossimo.”

Il Giuntini ride, cosa rara, forse perché gli mancano dei denti davanti...

“Sbaglio o hai detto Pita? Si chiamava così?”

“Si chiamava Pietro, ma in Inghilterra lo chiamavano Peter, che pronunciavano Pita.”

“E doveva essere un simpaticone.”

“Infatti. Una domanda che il nonno mi faceva sempre, fino a quando morì, era se avevo finito o no il servizio militare. Quando la nonna ci lasciò, lui campò solo pochi giorni in più, dopo tutti quegli anni non ce la fece ad adattarsi senza di lei.

Il nonno comprava quelle mattonelle da attaccare alle pareti con le bischerate scritte tipo “Saranno grandi i papi, saran potenti i re, ma quando qui si siedono son tutti come me.”  Il marito di sua figlia naturalmente lo prendeva in giro ad ogni occasione. Mio padre ripeteva sempre le stesse battute, gli anni passavano, ma quelle non cambiavano mai. Anche il nonno scherzava con frasi fatte e ripetute più volte, che non si sapeva nemmeno cosa significavano, come Trinkes weine, arrivi e partenze, la prima parte evidentemente dal tedesco, bevi il vino, la connessione con la seconda parte, arrivi e partenze, doveva essere qualcosa a che fare con i treni, ma la combinazione tra le due parti sfuggiva a tutti e pure le occasioni in cui usava dirlo erano misteriose e parevano anche quelle difficilmente da potersi includere in una sola categoria. Poi c’era: alla pesca del tonno! Che veniva usata quando qualcuno pescava, sottintendendo che non avrebbe preso pesci o poca roba. Quando una mamma picchiava un bambino, lui rideva e diceva: botte all’arbitro! Un'altra frase che pronunciava spesso ridendo a noi bambini era: che bastiano ch’un tu sei!”

“E che rapporto avevano loro con quella casa?”

“Era come se fosse la loro casa, ma era degli inglesi, penso di zia Alice, sorella della nonna. Dicevano che lei era ricca e ricco era anche lo zio Dorando, che ogni tanto ci faceva visita e andava a vangare nel suo orto, vicino alla stazione del treno, che stranamente non si chiamava la stazione di Mologno, ma era quella di Barga-Gallicano. Te lo sai meglio di me.

Non so dove avevano abitato prima, ma io li ho conosciuti e li ho sempre visti in quella casa.

La bisnonna, da parte di mio nonno Pietro, era raffigurata in un quadro, dove spazzava con una scopa di saggina la stalla. Mia madre appariva in alcune foto in bianconero, appese e incorniciate nel salotto buono, che non veniva mai usato ed era arredato come succedeva una volta. Era come un museo, pieno di ricami, vetrinette e cose da non toccare praticamente mai, se non per pulirle. In una grande fotografia con la cornice argentata due bambine piccole, molto diverse tra di loro, vestite di pizzo chiaro, una cicciottella e scura, mia madre, l’altra più magra e bionda, zia Alba. In un’altra foto mio nonno appariva giovane e vestito da carabiniere, ma secondo quello che dicono faceva solo parte della vigilanza della grande industria di Fornaci, la metallurgica SMI, che era come una città e c’era anche un grande cinema dove da bambino ho visto uno dei miei primi film, Via col vento.”

“A voi bambini piaceva andare e restare dei giorni dai nonni, non è vero?”

“Sì. Per noi era rovesciare la realtà e trovarne un’altra più romantica e quasi mitologica. Per esempio le camere da letto erano tutte particolari, oltre a quella dei nonni, che conoscevamo meno, le tre altre camere di quella casa le ricordo bene, due perché erano tenebrose e una perché ci dormivamo noi due, in un freddo tremendo d’inverno.

La prima, unica al primo piano, che al pianterreno, o seminterrato c’era la cantina. La camera aveva due letti, uno singolo e uno matrimoniale, era l’ideale per starci in tre, Umberto, mia madre ed io. Probabilmente i mobili venivano dall’Inghilterra, perché non ne ho mai visti di simili, erano bombati e riproducevano i disegni dei nodi di legno, ma non erano massicci ed erano sicuramente fatti di pannelli poco spessi, scuri e curvi. La luce era scarsa che per leggere un giornalino ci perdevi gli occhi. Le lampade anche riproducevano un improbabile marmo trasparente con le sue venature, ma le lampadine dovevano essere le più fioche disponibili, ci veniva subito sonno. Sui letti degli imbottiti caldi, ma non tanto pesanti come quelli che si usavano di solito all’epoca, che erano pieni di lana, questi invece erano riempiti di piume, credo, disegnati a fiori e fogliame ma a colori scuri e smorti, sul marrone verdastro. Questa camera poi noi bambini non la usammo più perché ci trasferimmo al piano superiore, eravamo un po’ più grandi, si dormiva da soli e penso che quella fosse la più fredda della casa, perché era d’angolo, aveva due finestre e prendeva il freddo da due lati, era l’unica che aveva un lato esposto in direzione del fiume e più oltre delle Apuane. C’erano quegli imbottiti pesanti e in più coperte supplementari, mio padre diceva che con quel peso addosso, quando uno si svegliava la mattina, era più stanco di quando era andato a letto.

In quella camera freddissima c'è un ricordo pauroso di un grosso coniglio, che avevamo visto in un film, chiamato Harvey e la notte ci sembrava di vederlo, a me e mio fratello, in piedi vicino all'armadio e alla finestra. Aveva come un corpo umano, di un uomo assai alto e la testa di coniglio. Nel film non si vedeva mai, ma ne parlavano sempre, quindi lasciava spazio alla nostra immaginazione, che non era poca. Dormivamo con la testa sotto le coperte e durante la notte andare in bagno era peggio di una spedizione in pigiama al polo nord. Quella era la stanza più fredda in assoluto, non mi ricordo di aver mai fatto un bagno completo là, forse i nonni lo facevano d’estate, mentre noi aspettavamo di tornare a casa.

La terza camera la usavamo solo in caso di necessità, forse quando c’erano ospiti. La rete del letto matrimoniale era incurvata e concava, la testa rimaneva più alta del normale, il corpo scendeva al suo massimo all’altezza del sedere e le gambe rimanevano rialzate anche loro, ma meno della testa e da sdraiati si vedeva bene la strada e il passaggio a livello del treno. Era una camera piccola e scura, sia per le pareti, mi pare verdi scuro, che per i mobili marroni, ma quasi neri. Quando si accendeva la luce, anche lì, sembrava quasi più buio e non si poteva proprio leggere.”

“Interessante.”

“Di fronte al terrazzetto all’ingresso, che poi era sotto questa camera, c’era la capanna, in una parte aperta in basso, c’era un vecchio barroccio polveroso, per tutto il tempo, e ti parlo di decenni, non è stato mai mosso di lì e anche un passeggino basso, aerodinamico, che somigliava a un piccolo carro armato, forse rosa, doveva essere all’ultima moda ai suoi tempi, forse negli anni sessanta, poi arrugginito tanto da non distinguersi più il colore. Non so se sono ancora lì, ma io non li ho mai visti muovere da nessuno, mai.”

“Beh…”

 “Mi garbano le cose strane, lo so, e quelle vecchie, come quella stanza dove facevano il pane… se stanza si può chiamare perché più che altro era un corridoio scuro con due madie una di fronte all’altra, in fondo una finestrella che dava verso Gallicano e il monte Forato. E c’era un odore di farina e muffa che non ho più sentito da un'altra parte, ma lì c’era della bella storia e della geografia non indifferente…”

“In un certo senso…”

“Nooo, in tutti i sensi!”

“Come era disposta la casa dei nonni?”

“La casa aveva un seminterrato e due piani, fatta come una specie di U e nel mezzo, c'era una parte dove non batteva mai il sole, che veniva praticamente frequentata solamente dalle galline, dove c'erano pietre di fiume arrotondate lasciate alla rinfusa, dove non cresceva vegetazione e andavano a beccarci ciottoli e cose del genere. C'erano anche suppellettili come catinelle e vasi da notte metallici e bucati, insomma cose buttate e lasciate lì, quelle che con il tempo non erano marcite. Quindi era una specie di terra di nessuno dove la gente non camminava mai e che avevo visto anche dietro altre case in Garfagnana, che avevano in comune il fatto di essere frequentate solo dalle galline, che non ci batteva il sole e spesso c'erano anche dei rifiuti solidi di vario tipo e tenore.”

“Allora c’era un pollaio attaccato alla casa?”

“Sì, una parte almeno era prolungamento della casa. Dove le galline dormivano e deponevano le uova. Poi c’era un piccolo edificio staccato, nella prima stanzetta in muratura c’erano le gabbie dei conigli, ce ne erano diverse anche fuori, coperte dalla lamiera, non so con quale criterio erano divise. Mi piaceva dargli da mangiare, anche se dovevo stare attento a cosa gli proponevo, oltre che alle quantità, sennò gli faceva male. Nella seconda stanzetta c'era una specie di grande contenitore fatto di terracotta che serviva per ottenere la lisciva, attraverso l'ebollizione di cenere e acqua. Da un rubinetto in basso usciva questo liquido denso giallastro, la lisciva, che poi era un detersivo per fare il bucato​.”

“La facevano anche a casa di mia nonna.”

“Infatti, una volta funzionava così.

Sopra una specie di capanna di legno, abbastanza aperta dai vari lati, piena di fascine legate, per accendere il fuoco. La legna a pezzi era invece nella rimessa, che era dall’altra parte della casa.

La pompa era in mezzo al pollaio, che era uno spiazzo recintato dove le galline becchettavano i ciottoli, comunicante con una stanzina in muratura, dove erano incoraggiate a deporre uova con bianchi sassi di fiume dalla forma somigliante, ma venivano lasciate libere di uscire fuori per tutto il giorno. Erano libere di vagare quanto volevano, non si allontanavano mai troppo. Poi la sera la nonna o chi altri le chiamavano e loro accorrevano velocissime, perché dentro gli tiravano del granturco sgranato, per premiarle o per stimolarle a tornare.

Oltre l’aia, che era uno spiazzo di cemento dove una volta si facevano seccare il granturco sgranato e i fagioli ancora da sgranare, i nonni avevano anche un piccolo giardino accuratamente recintato, per colpa delle galline, che era sempre perfettamente in ordine, ma non ci andava mai nessuno.

Per prendere l'acqua dal pozzo bisognava tirarne prima un secchio dentro la pompa, quindi era un didattico rapporto di dare prima di avere. Per tirare su acqua in quantità bisognava lasciare un secchio pieno lì vicino, per la volta seguente, sennò niente.”

“Intorno alla casa come era il terreno? Era coltivato o no? Ora lo vedi che non piantano più niente, da nessuna parte.”

“Diamine. C’era un orto recintato con la rete fina, per via delle galline, ci si andava a rubare le fragole, quando era l’epoca. I campi erano coltivati a erba medica, o a granturco, cercando di alternare, mi ricordo anche piante di patata, ma per quelle le galline erano un problema e le rovinavano. Erano tutti campi delimitati dai filari di uva, le strade anche e l’erba cresceva ai lati e nel mezzo, dove passavano le ruote prima dei barrocci e poi delle automobili e dei trattori, la terra rimaneva battuta e nuda, ma non fangosa quando pioveva, perché c’era mischiata parecchia ghiaia di fiume. Pietre grosse e veri e propri massi affioravano in certi punti, come in mezzo tra la casa e la capanna, lì c’erano delle pietre piatte enormi per lastricare la leggera salita, dai muri spessi della casa anche affioravano degli scogli non indifferenti, che erano già nel terreno o forse li avevano messi per renderla più forte alla base.” Il Giuntini mi versa un bicchierotto di rosso, senza chiedermi niente e uno per sé.

“C’erano alberi da frutto?”

“Dietro la capanna c’erano dei noccioli che all’epoca della maturazione venivano saccheggiati da noi bambini, davanti al pollaio un ciliegio enorme, il nonno ci andava con la scala e riempiva dei cesti, una volta ricordo che esagerò negli assaggi e si sentì male. Due bellissimi susini, la chioma a forma di cuore come i frutti, di colore vino come le foglie, erano però sul terreno dei contadini, all’ombra della casa, ma anche quelli non erano al riparo delle nostre incursioni.

Salendo in mezzo a queste costruzioni di pietra di fiume si andava verso una fattoria grande e alta, fatta a elle, dalla quale c’era una stupenda vista, sotto si vedeva la scogliera e il fiume, Gallicano sull’altro lato.

La strada in mezzo ai campi faceva un quadrilatero incontrando un altro gruppo di case, per tornare vicino al passaggio a livello, alla casa di quello che veniva chiamato L’Antico, perché viveva come ai vecchi tempi e non si adeguava ai nuovi.

Arrivando dal passaggio a livello, che ora non c’è più, in fondo a quella strada dritta a sinistra della casa, c’era una curva, e lì un canneto che veniva fuori da un mucchio di sassi di fiume arrotondati, di varia grandezza, probabilmente quelli tirati fuori dai campi, per poterli coltivare. Continuando da quella parte si trovava la casa del Piruletti, così denominato perché si girava spesso su sé stesso, mentre parlava con gli altri, forse era nervoso, faceva delle piroette. Di lì l’unica via d’accesso attuale, che porta sulla strada principale, vicino al ponte di Gallicano, paese più grande, che è dall’altra parte del fiume.”

“La casa allora era quasi sul letto del fiume?”

“C’erano tre livelli, almeno quando il fiume non era in piena: il nostro, la piana di sotto protetta dalla scogliera e il letto vero e proprio del fiume. Sul più alto, la capanna, la rimessa e la stalla, in un unico blocco di muri di pietra, sono rimaste uguali e completamente abbandonate. Lì di fronte la casa era ed è ancora su una specie di pianoro di terra più alta, che teoricamente dovevano essere al riparo dalle piene del fiume, ma è successo che la corrente vorticosa una volta era arrivata anche sopra e tutti cercavano mio nonno, già senile, che vagava come un pazzo per quelle stradelle invase dall’acqua minacciosa.

Più in basso c’era un lavatoio incassato in un poggio dove passava una gora di acqua chiara ma vorticosa, che doveva servire per irrigare i campi delle case più in là. Mio cugino Saverio e suoi amici ci avevano messo dei bei pesciotti pescati nel fiume lì vicino, ogni tanto se ne vedeva uno, specialmente nello sportello a sinistra del lavatoio, che non so a cosa servisse ma lì era pieno di pietre e di acqua pulita. Nel lavatoio ci giocavamo con delle zucche lunghe e verdi come poi non ne ho più viste. C’era stato il film di Moby Dick alla televisione, in quei giorni, con Gregory Peck che faceva il capitano Achab, e quindi le zucche diventarono delle balene minacciose ed enormi nel nostro gioco.

Al di sotto di quella specie di pianura, dove c’erano le case, c’era la scogliera, che consisteva in un enorme argine di cemento e pietra che veniva regolarmente distrutta dalla piena del fiume. Sarebbe utile ricordare a cosa avrebbe dovuto servire questa scogliera, cioè per proteggere dalla piena del fiume i raccolti dei campi che c’erano dietro. Nonostante il fatto che venisse sempre fatta a pezzi da questa vorticosa acqua in piena, la ricostruivano sempre alla stessa maniera. Il bello era che dentro queste spaccature della scogliera c'erano tante lucertole, naturalmente era anche un nido ideale per le serpi. Arrivando sulla scogliera d’estate, senza fare tanto rumore, si potevano vedere le bisce che stavano stese al sole.

Penso che i fossi che ho detto prima, essendo in posizione assai più alta del fiume, fossero incanalati a partire dalla Corsonna, che è un torrente che si butta nel Serchio vicino a Mologno ed è proprio lì dove sta per arrivare nel fiume, c'è uno slargo di cento metri per cinquanta, tutto di rocce arrotondate più o meno alla stessa altezza, che sembra fatto per un qualche motivo, forse per rallentare la forza delle piene, il nonno mi ci ha portato, qualche volta poi ci siamo andati da soli.”

“Ci sono stato anch’io a Mologno, lo conosco a menadito…”

“Anche i tuoi erano di quelle parti?”

“No, mio nonno era di Limano, e non c’è bisogno che mi dici la filastrocca.”

“Che filastrocca?”

“Lucchio, Limano e Vico sono tre paesi che non valgono un fico.”

“E loro invece che rispondevano?” Chiedo io.

“Ah, sai pure quella?” Risponde domandando il Giuntini senza ridere, già sapendo la risposta.

“Io sì, sei te che non la sai!”

“Figurati, l’ho quasi inventata io!”

“Bugiardo. Allora dilla!”

“Come sei scemo! Vico, Lucchio e Limano; togli il cappello e tienilo in mano.”

“Bravo Giuntini. E la tua nonna?”

“La nonna era di Vagli.”

“Di sotto o di sopra?”

“Di sopra, di sopra.”

“Ma a me mi avevano detto che era di sotto...”

“Imbecille, ma se ti dico che era di sopra… ma te un ce n’hai più di ricordi che ti vengano in mente?”

“Hai voglia te… mio cugino Saverio poi se n'è andato in Venezuela, ma da piccolo ho diversi ricordi con lui, tra cui quando il nonno aveva un motorino che lo teneva nella rimessa sempre lucido e pulitissimo, lui glielo fregava e andava a fare il cross sul fiume e prendeva sempre in giro il nonno perché lo chiamava la motogigletta.

Poi, in un giorno freddissimo di febbraio io e Saverio siamo andati sopra il garage dei contadini, dove macellavano il maiale e là sopra c'era una specie di altana con il granturco sgranato a seccare, di quel mucchio avevamo fatto un cratere, come se fosse un vulcano ed era diventato la nostra trincea, si sparava ai nemici protetti da argini di granturco.”

“Bello e poi?”

“Io non l’ho mai visto, ma una figura mitologica era il Veloge che prima degli anni sessanta veniva a piedi con qualche scarsa pentola da vendere, e diceva:

- La volede questa bella pentorina?

Le donne, più per divertirsi che altro, si mettevano a farci le trattative sui prezzi, fingendo di considerarli esosi, ma alla fine poi non gliele compravano quasi mai, povero vecchietto.

Suo erede naturale, ma con una struttura assai più ricca e complessa era il Bocione, che urlava quando arrivava con la sua Apecar carica di utensili per la cucina, perlopiù di plastica, dopo l’avvento del Moplen, che attaccati a una struttura metallica aperta sventolavano e si dimenavano quando era in movimento. Era un tipo grassoccio e rosso in faccia, che probabilmente amava il vino e la cucina rustica della Garfagnana, aveva un vocione che non aveva bisogno del megafono, ma in un secondo momento anche quello apparve tra i suoi richiami per il pubblico, tutto femminile e casalingo, che si divertivano anche con lui a trattare sui prezzi e a parlarci senza aver troppe intenzioni di comprare, faceva parte del gioco.”

“Altri giochi?” Versa ancora due bicchierotti. Brinda.

“Salute. Tra le prime volte che ho giocato a pallone c’è stata quella sul letto del fiume Serchio, un campetto improvvisato pieno di sassi e senza erba, insieme al mio cugino Saverio ed è stata una partita tra una decina di bambini di varie età. Le due squadre erano denominate Seghini e Segoni, vincemmo noi Segoni cinque a quattro.”

“Eh sì, i Segoni erano forti assai. Ci ritorni volentieri a vedere la casa dei nonni?”

“Sì. Ci sono tornato tante volte e ora fa proprio pena vederla, cambiata in peggio, alcune sue parti abbandonate, con le finestre rotte e vedere che lì attorno il degrado è ormai routine dichiarata e affermata.

Ci sono tornato varie volte a Mologno, una volta anche con mamma e un suo vecchio amico, che le telefonava sempre, dopo la morte di mio padre. Anche se tutto è cambiato e abbandonato, ci vado sempre volentieri. Quello era il mondo dove è cresciuta mia madre, ho cercato spesso di immaginarla da bambina giocare, in quell’ambiente, andare a scuola a piedi a Barga e poi quando ha conosciuto mio padre, in una festa da ballo all’aperto, come a quei tempi organizzavano d’estate.”

 

 


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