FALIERO
L’altra sera siamo andati alla
pizzeria la Bersagliera, a Santangelo, mia sorella ha preso una pizza all’induia piccante, bruciava tanto che io non sarei mai riuscito a mangiarla.
L’ho assaggiata e solo un bocconcino mi ha fatto lacrimare. Vanna invece non ha
avuto difficoltà.
Da quando sono tornato a Lucca, io e lei ci vediamo spesso, anche per via dei nostri progetti in formazione.
“Non ti è mai venuta voglia di andartene dall'Italia?” Ho chiesto io tra una birra e l’altra, dopo aver spolpato il mio calzone gigante.
“No, ci sono abbastanza
contrasti e diversità qui, per cercarne altrove.”
“Tutto il mondo è paese, per te?”
“No, al contrario. Mi ascolti quando parlo? Ho
detto quasi l'opposto!” Rispetto ad altri popoli siamo più incazzerecci, basta
poco per cominciare ad alzare la voce.
“Sì, scusa, è vero. Ma non hai la curiosità di conoscere il mondo?”
“Io sì, ce l'avrei avuta sta metafa nel cervello, che tutto è la
ripetizione di tutto. Ma la mia vita è stata abbastanza intensa, da capire che non
c’era il tempo e lo spazio per fare tutto quello che mi capitava di pensare.
Allora ho scelto, come fanno tutti, senza scegliere, facendo quello che mi era
geograficamente più vicino, che era già abbastanza ramificato e complesso.”
A sua maniera mia sorella è
simpatica, anche se a volte non si capisce cosa vuole dire. Per esempio si rifà
abbastanza a personaggi della Tv e del cinema, per quelle battute che tira
fuori seria-seria, ma se uno non le conosce, o non se le ricorda, lei non ha
pazienza di spiegarle.
Per esempio metafa invece di metafora era una cosa che diceva Guzzanti, con un
suo personaggio di diversi anni fa.
“Vabbè,
ma L'Italia non ti ha fatto sentire frustrata, per via di tutta questa
indifferenza, falsità, pedanteria, incompetenza, mafiosità, maschilismo
eccetera-eccetera?
“Sì, ma non credo che altrove sia meglio, o
peggio, inconsciamente mi sono adattata all'idea che il posto giusto non esista
e dovunque vai, rispetto all'Italia, qualcosa guadagni e qualcosa perdi.”
“E questo è interessante, però dicevi che mi
saresti venuta a trovare a Londra, poi a Praga, dopo a Berlino, ma non sei mai
venuta...”
“Voglia ne avevo, ma visto che tra di noi non
andava mai a gonfie vele, forse proprio per questo, non mi sono mai sentita di
farlo. Insomma non mi ha mai entusiasmato la tua compagnia, forse sbagliando,
perché alla fine sei molto meglio di tante persone che mi sono adattata a
frequentare, in maniera più o meno costante, ma me ne sono accorta dopo.
Diciamo già in vecchiaia.”
“Ah...”
“Ma te non stavi tanto bene a Berlino? Perché
sei tornato a rompere le scatole in Italia?”
“Per via della Saudade, nel senso brasiliano di
nostalgia.
Forse.
A lungo andare ho sentito che
l'Italia per tante cose valeva la pena, oltre che per i ricordi. Solo che per
capirlo ho dovuto fare dei confronti.”
“E per esempio, allora, per cosa
vale la pena?”
“Le amicizie, la bellezza geografica, storica
e culturale. Insomma, bene o male, una maniera di essere un po’ lamentosa, ma
anche cercando di scherzare sulle proprie pene e cercando di migliorare tra una
protesta e l'altra, pur se non molto costantemente, a pezzi e bocconi, con alti
e bassi insomma.”
“Giusto.”
“Rispetto ad altri popoli siamo più flessibili
e ironici, a volte anche troppo. E poi ora con l’internet, il mio lavoro di
opinionista sull’Italia lo posso fare anche da qui, anzi meglio, perché vivo in
una realtà italiana, di nuovo.”
“Già...”
“Però sono contento che tu mi
dica queste cose, io in qualche maniera lo sentivo che con il tempo la stima e
l'affetto tra di noi crescevano, ma se ora non me lo dicevi, non avrei mai
potuto giurarci.”
“Ah sì? E da cosa te ne sei accorto, che non
ci si vedeva, né ci si sentiva mai?”
“Ti ricordi quando sono venuto per il funerale
dei nonni? La nonna era morta prima, ma il nonno solo un mese dopo. Ci siamo
ubriacati la sera, insieme a papà e mamma, alcuni amici di famiglia, in
pizzeria a Nozzano e dopo ci siamo impantanati, con la macchina, su quel campo
dove eravamo andati a farci qualche canna? A Farneta, vicino alla Certosa.
Insomma ci siamo fatti alcune confidenze e tra le righe qualcosa avevo
intravisto.”
“Mi ricordo quella notte, ma quello che ci
siamo detti...”
“Nei dettagli nemmeno io, in
particolare, anche facendo mente locale, ma in generale c'è stata un'atmosfera
carina, rilassata anche nella tristezza. Insomma una mesta allegria, non il
solito pessimismo italiota.”
“Ma quanti anni avevamo?”
“Mah... era il 1994, è facile calcolarlo.”
“E ora siamo due vecchietti
bavosi.”
“Bavosi non direi.”
“Lasciamo perdere.
E sulla politica? Te scrivi
anche su quella?”
“Ultimamente direi che è
diventato il principale argomento, purtroppo.”
“E che cosa hai scritto?”
“Sulla Meloni per esempio io ci
credevo prima, un po’ sulla fiducia, considerando che con gli uomini ci avevamo
provato e riprovato, ma quasi sempre fallito, le donne invece non le avevamo
quasi mai messe veramente alla prova, a questo livello. Quando è venuta fuori
la Schlein io avevo già perso la mia sicurezza a priori, che in un mondo di
uomini al potere, anche le donne si comportano come loro.”
“E i lettori tedeschi come la
prendono la tua tesi?”
“Ci ridono parecchio, di solito,
sono quasi un comico, come dici te.”
“Se tu parlassi della politica
tedesca ci riderebbero meno, anche in Germania il riarmo e la spesa per la
guerra, insieme con altre cretinate, fanno dell’economia del paese un fatto
marginale e i risultati si vedono.”
“Infatti, su quello non gli dico
niente, ma parlando dell’Italia indirettamente qualcosa viene fuori, anche non
volendo.”
“Insomma su cosa ti basavi per
dire che le donne potevano risolvere il problema di corruzione e stupidità
dilagante?”
“Fondamentalmente sul fatto che
essendo anche e soprattutto madri, non potevano non pensare al futuro, all’ambiente
che preparavano per i relativi figli. Già nati o a venire.”
“Stavo pensando a Ursula von der
Leyen...”
“Mi hai letto nel pensiero.”
“Non era difficile.”
Le ho fatto poi leggere una cosa
che ho pubblicato sul giornale e scritta da Natalino Balasso, comico veneto.
Secondo
me quelli che vogliono fare il campo largo alle elezioni sono degli eroi,
contro ogni evidenza continuano a crederci o comunque a dire di crederci.
-
Il PD se avesse i voti vorrebbe fare il PD, ma non ha i voti quindi vorrebbe un
PD largo.
-
Elly Schlein è coerente: la situazione è confusa e lei agisce confusamente.
-
Conte, un miracolato del Covid fa il politico per emulazione.
-
La combriccola del Fatto Quotidiano vuole dare spazio al merito, quindi vuole
un campo largo dove gente che non andrà a votare stabilisca che uno che ha la
minoranza sia il capo di una maggioranza che dovrà fare quello che dice la sua
minoranza.
-
I partitini minori sono molto utili, specialmente nelle foto di gruppo.
-
E forse c'è persino Renzi, uno con dei buoni testi, che diversi anni fa disse
che avrebbe abbandonato la politica e in effetti lo ha fatto.
Sia lei che i tedeschi ci si
sono spanciati dal ridere, almeno quelli aggiornati dai miei articoli, che hanno
quindi capito il senso dei paradossi di Balasso.
Forse per Vanna era un riso forte
ma amaro. Comunque la gente attorno in blocco si è voltata a guardare.
Dopo poco la pizzeria voleva
chiudere e abbiamo dovuto rinunciare all’ennesima birra.
In macchina verso casa la serata
è proseguita bene assai, tanto che direi che io e mia sorella siamo diventati
quasi amici.
Io e Vanna già da adolescenti
c’eravamo sempre più distanziati, come spesso succede, vivendo realtà diverse
nella stessa casa.
Una vecchia casa dai muri di
pietra, che poi era quella dei nonni, da parte di nostra madre. Dove i nostri
genitori ci avevano portato, per stare insieme a loro, che erano diventati
troppo vecchi e senili per vivere da soli.
Da adulti abbiamo vissuto
lontani, parlando qualche volta al telefono, raramente, incontrandoci per
qualche matrimonio o funerale, ogni tre o quattro anni.
Io, dopo varie peripezie,
scrivevo per un giornale a Berlino, avevo pubblicato diversi libri.
Ogni tanto mi chiamano anche
alla televisione tedesca, come opinionista sull’Italia, alla quale loro sono
legati romanticamente, per le vacanze, ma anche per i film di mafia.
Ancora non ci perdonano però, forse
giustamente, del tradimento durante la seconda guerra mondiale, in cui l’Italia
alleata dei tedeschi, poi si mise dalla parte degli americani. Non me ne posso
sentire responsabile, ma meno male che facemmo così.
Lei aveva sfondato nel ramo dei
fumetti d’autore a Milano, non era diventata una lesbica come tutti pensavano,
essendo sempre stata piuttosto mascolina. Non si era mai sposata però, come me.
Oggi è una giornata di ottobre,
le ombre allungate dal sole, prima del buio invernale, sentiamo solo il rumore
del motore e il suono del ghiaino sotto le ruote, proprio come una volta.
La campagna in autunno sblocca
malinconie lontane, la luce perduta dell’estate e il cielo per quanto azzurro
non possono essere più gli stessi.
La mia vecchia Mercedes corre,
attraversa la campagna. Gli ulivi hanno cambiato il colore alle foglie, l’aria
è tiepida.
Le distese di ulivi corrono ai
lati della strada. Gli ulivi da queste parti sono snelli, con le foglie
d’argento. Mi piacciono, sono alberi tipici dell’Italia, come i cipressi. La
campagna mi è sempre piaciuta, ma vivendo in metropoli come Londra, poi Praga e
Berlino ancora di più.
Ci sono io alla guida
dell’indomabile macchina, ex taxi berlinese. Vanna è seduta accanto a me ed è
lei a parlare per prima, dopo un silenzio di quasi venti minuti, cioè
dall’inizio del viaggio. La mia risposta è più logica, e meno sentimentale, ma
dentro di me anch’io ho dei dubbi, che cerco di scacciare. È mia sorella che
parla e dice cose che in fondo penso anch’io.
«Secondo me non avremmo dovuto
accettare.»
«L’offerta per la casa?»
«Anche quella. Però mi riferivo
alla proposta per il fumetto.»
«Perché?»
«Perché cosa? Il fumetto o la casa?»
«Tutti e due.»
Non dico niente, i miei pensieri sono contrastanti.
«Secondo me non avremmo dovuto
vendere.»
«Allora perché hai firmato il
contratto?»
«Non lo so ancora perché, ma mi
sono pentita. La casa potevamo tenerla. Potevamo rimetterla a posto e andarci a
turno il fine settimana e magari passarci qualche giorno a primavera. Era bella
anche d’inverno, con l’odore della legna, il tepore mentre fuori faceva
freddo…»
«Sì-sì: ingannami che mi piace.
Avremmo passato serate indimenticabili davanti ai bagliori del camino,
sorseggiando vino rosso con un cane da caccia pezzato ai piedi di nome
Burlamacco.”
Il Burlamacco è la maschera ufficiale del Carnevaledi Viareggio e la mascotte della città.
Il nome Burlamacco, un richiamo della “burla” di
carnevale, ha diverse ascendenze.
“Burlamacca” è il canale che attraversa la città di Viareggio,
porta dal lago di Massaciuccoli al mare.
“Anche meglio: avremmo litigato per chi poteva
usarla. Guarda la strada, che è stretta e piena di buche e se ti sbagli magari
andiamo nel fosso e ci devono venire a tirare fuori con il carro-attrezzi, come
quella volta a Farneta.»
“Una bell’idea per il fumetto,
però. Un’è vvero?”
“Sì, anche quella del cane
pezzato - magari a losanghe bianconere, come Burlamacco - non è malaccio.”
“Piuttosto losanghe rosse e
bianche.”
“Vabbè... un Bretone è sempre un
signor cane da caccia.”
“Ma invece di rosso e bianco, è
rosso e arancione...”
«Come sei pignolo! Sei
impossibile!”
“Sempre!”
“D’accordo, ormai c’hai un’età e
cambiare non cambi più...”
“No, infatti. Annotiamo
mentalmente tutte queste cose allora. Sono piene di brio, di colori, anche se
sbagliati. Vanno bene lo stesso.”
“Fatto.”
“Tornando a noi: hai una vaga
idea di quando ci abbiamo dormito l’ultima volta, in quella casa? Hai presente
in che condizioni è? E quanto costava di manutenzione e spese varie?»
«Certo. Forse ti sei dimenticato
che me ne occupavo io.»
«No-no, come potrei dimenticarmi
di una cosa che mi hai rinfacciato per anni, se non decenni? Cercavo di fare
una specie di ironia, ma per quanto sia poco romantico vendere, è la scelta
giusta da fare, avendo un po’ di buon senso.»
«A proposito di buonsenso: vuoi
guardare un po’ anche la strada, per piacere?»
«La strada è così affondata
nella terra qui, che le ruote ci scorrono vincolate come sui binari del treno.”
“Non a caso si chiama Via Fonda,
però sembriamo più un Bob a due.”
“Brava. Ma possiamo considerare esaurita la
questione della casa? Visto che fra l’altro c’è un contratto di vendita già
firmato e registrato abbestia?»
Vanna sta per ribattere
qualcosa, ma poi decide che è meglio lasciar perdere. Scuote la testa, si passa
la mano sul viso. Io guardo davanti e sento la mascella contrarsi. Mi capita
spesso quando discuto con mia sorella.
«Comunque sia, visto che siamo
in argomento, perché non avremmo dovuto accettare la proposta per il fumetto
insieme?»
« Lo sai benissimo perché!
Abbiamo gusti pressoché opposti. Litigheremo e basta.»
«Abbiamo già cominciato. Ma le
litigate, che a noi piacciono poco, possono far ridere il lettore eventuale.»
«Magari. E poi lo hanno già
fatto in tanti, non è neanche un’idea nuova.»
«Cosa, hanno già fatto in
tanti?»
«Scrivere e disegnare un fumetto
psicologico come questo, raccontare l’infanzia, il perché siamo diventati così.
Due punti di vista opposti di due, fratello e sorella, nella stessa famiglia?
Ma è molto differente da quello che faccio io nei miei fumetti…»
«L’idea è che sia scritto e
disegnato a quattro mani. Due pelose e le altre due anche, ma un po’ meno. Le
mie. Questa sarebbe la novità, ne abbiamo parlato in quella famosa riunione. Ti
ricordi?
Fare cose creativamente nuove al
mondo è impossibile, o quasi, hanno già inventato tutto, ma non è nemmeno
necessario. I tuoi fumetti, anche non sono affatto nuovi, ma fondono insieme
tecniche di rappresentazione e idee già usate, mi pare, sono i testi che
secondo me e l’editore Buzzi non sono all’altezza dei disegni, che quelli
ammettiamo che spaccano.
Non solo i coglioni quindi, ma
spaccherebbero anche tutto il resto. Fai mente locale.»
“È inutile
che t’impegni tanto per farmi girare i coglioni, che io ce li ho già girati da
anni!”
Una metafa che mia sorella usa spesso, ma
non credo che per quanto mascolina, lei ce li abbia davvero.
“Ne dubito, fammi vedere?”
«Molto divertente. Dovresti
farlo di professione tu, il comico. Puoi riempire i teatri, vedo già la gente
che si ammazza per le risate.”
“Ariganga, lo hai detto e ridetto questo. E io lo sapevo già.”
“E poi ci sarebbe il cinema, non
dimenticandoci anche di Youtube...»
Sto per replicare, con forza e
fantasia, quando la strada fa una curva per sbucare su quel rettilineo
polveroso di ghiaia bianca d’estate, fangoso e marrone in autunno e inverno.
Via Fonda, una strada incassata
tra l’argine e un fosso, che tutti e due ricordiamo bene. Il percorso diritto
verso il luogo delle vacanze, che poi diventò quello di casa nostra.
La casa dei nonni è in perfetta
pianura, anzi a volte pare anche sotto il livello delle acque. Siamo nei
dintorni di Montramito, vicino al lago di Massaciuccoli, in provincia di Lucca,
ma più vicini a Viareggio, e quindi al mare. Ci sono tanti canali, alcuni
larghi anche cinquanta metri, che da una parte conducono al lago e dall’altra
al mar Ligure, che una volta qui credevamo che si chiamasse Tirreno, ma invece
quello comincia più a sud.
«Senti, il contratto del fumetto
in questione lo abbiamo firmato tutti e due, mi pare. L’idea è quella di
scrivere e disegnare la nostra realtà, tutta italiana ma anche un po’ globalizzata,
come necessario esagerando ed estremizzando, anche le inevitabili litigate tra
di noi possono risultare divertenti. Le facce direi un po’ caricaturali, ma non
troppo, io sarò un nasone magro con il berretto tipo Vasco Rossi magari, e te
una leggermente sovrappeso con i baffi e il codino.”
“Ma te affanculo non ti ci hanno
mai mandato?!”
“No, cioè sì, anche abbastanza
spesso. Ma se ti va bene l’idea, mettendola già in pratica poi si trovano le
pensate seguenti, o si torna indietroper migliorare e correggere, aggiungere
qualche cazzata ridanciana. Una specie di testo che si modifica in base anche
alla meccanica di questi giorni insieme.
Fai una dannata mente locale.
Ci siamo persi di vista, ma
abbiamo qualcosa in comune, i nostri contrasti nascono e crescono da radici
condivise, forse in modo sofferto, ma condivise.
La vecchia casa dei nonni, dove
non solo loro ma anche i nostri genitori hanno passato una buona parte della
loro vita, la vendita discussa e tutti i particolari dei ricordi del passato,
gli oggetti da buttare via che invece si vorrebbero tenere, ma non si sa
nemmeno dove metterli, tutta la frustrazione e il romantico sviluppo che ne
viene fuori.
Iniziamo subito, senza tirarla
per le lunghe. Abbiamo già davanti a noi il copione, che poi è quello che è già
iniziato con questo viaggetto in macchina, il resto verrà da sé.»
Vanna fa un respiro profondo,
come di chi sta per prendere una decisione che gli costa un po’ di fatica. Poi
la sua espressione muta in modo quasi impercettibile.
«Ma ch’è ‘sto puzzo?»
«Quale?»
«Non lo senti? Viene da fuori.»
«La sansa?»
«È vero! La sansa.»
«È a Viareggio, ma dipendendo
dal vento si sente anche qui, è l’oleificio.»
«Ma poi cos’è esattamente la
sansa?»
«Credo che sia un sottoprodotto
dell’estrazione di olio d’oliva. Le bucce e i noccioli, dai quali poi si ricava
l’olio di sansa.»
«Non sentivo questo odore da
anni.»
«Non lo producono quasi più,
l’olio di sansa.»
«Quando eravamo ragazzi si
sentiva tutti i giorni, a determinate ore. Fàngala,
mi ha riportato indietro. Se adesso da quella curva saltasse fuori una Fiat 127
o magari una Prinz verde, non mi stupirei.»
«Potrebbe pure capitare. I
contadini ne hanno ancora nascoste nei fienili.
Erano le Prinz che lo Zoppi e i
suoi amici fiorentini della Hoha Hola rovesciavano per divertimento?»
Vanna fa una mezza risata, che
poi diventa una intera. Poi si passa di nuovo la mano sul viso, come per
togliere qualcosa di appiccicoso e tenace, quando tace non acconsente mai. Una
cosa che abbiamo in comune.
Secondo me, se non ha proprio capitanato,
anche lei ha partecipato a quelle imprese deleterie, di cui ora si vergogna.
Era una specie di maschiaccio, che stava più insieme ai bambini che alle
bambine, all’occorrenza li menava anche di brutto. Però queste cazzate le
facevano da adolescenti e noi non giocavamo già più insieme.
Intanto io penso che Fangàla era l’esclamazione di Paolo
Villaggio, africanizzazione di vaffanculo, in un film a episodi, in cui faceva
il cosiddetto cacciatore bianco, una guida per i safari in Africa, da lui
stesso organizzati. Era italiano ma si faceva chiamare Wilson, uno dei suoi
collaboratori di colore, ma nato e cresciuto a Roma, invece era Buana Cangoni. Glielo dico e ne
parliamo un po’, ci facciamo delle risate insieme, il film era Dove vai in vacanza? Lo avevamo visto
insieme a Viareggio, eravamo adolescenti e credo che ci stessimo già
progressivamente allontanando.
«Mi si spezza il cuore ad andare
là, a chiudere quella casa. Lo vuoi capire o no?» Dice Vanna.
Evito di guardare mia sorella e
poi la strada qui diventa più bassa e fangosa, meglio fare attenzione. Non so
cosa dire. Alla fine brontolo:
«Anche a me, ma che ci vuoi
fare?»
Per qualche minuto restiamo in
silenzio, con il sottofondo di rumore delle ruote che entrano ed escono dal
fango, dalle profonde pozzanghere. Poi lei riprende a parlare.
«A pensarci, quello era un mondo
in cui c’erano più odori. Non so come dirlo. Odori di ogni genere. Buoni e
cattivi.»
«Secondo me la questione è
diversa. Eravamo noi a sentire gli odori perché eravamo bambini. Abbiamo smesso
diventando grandi.»
«Abbiamo smesso di sentire gli
odori?»
«Siamo a disagio con gli odori e
soprattutto con quelli cattivi, per via di un processo culturale. Fai una
fottuta mente locale. Tendiamo a rifiutarli perché alludono alla parte più
elementare, animalesca se vuoi, della nostra natura.
Per questo diventando grandi
smettiamo di sentirli. Ci concentriamo sui sensi che ci sembrano più
accettabili socialmente.»
«Non lo so. Forse hai ragione,
ma comunque c’erano più odori. E di certo la gente usava meno deodoranti. Ti
ricordi cosa si sentiva nell’ascensore dell’appartamento degli Zoppi?»
Me lo ricordo benissimo, d’un
tratto, e mi viene da ridere, come una reazione all’angoscia a bassa intensità
che ci accompagna da quando ci siamo messi in macchina.
«Come si chiamava quello che
puzzava di naftalina?»
«Pastonchi, mi pare. Ma non era
solo lui. Anche la moglie e i figli.»
«Che fine hanno fatto?»
«Boh. Da quando se ne sono
andati non li ho più visti. E poi ce ne siamo andati anche noi...»
«E la Cacciatori?»
«La Cacciatori! Lasciava
quell’odore… com’era?»
«Zuppa di cipolla, direi.»
«Infatti, giusto.»
«Ecco. Forse potremmo cominciare
da lì, per il fumetto.»
«Dalla Cacciatori?»
«Dagli odori. Olfatto e gusto
sono legati, non è così? Partiamo dagli odori e passiamo ai cibi.
Buttiamo giù un elenco di quelli
che ci vengono in mente. Intendo gli odori dell’infanzia e dell’adolescenza.
Senza pensarci troppo. Può essere un punto di partenza.»
Vanna lascia passare qualche
secondo, poi annuisce guardando avanti. La macchina prende una buca più
tremenda delle altre, piena di sassi misti a fango, poi slitta e riparte, lei
fa una smorfia.
«Questa macchina ha gli
ammortizzatori che non funzionano. Quanti anni è che ce l’hai?»
«Parecchi, in effetti.»
«Anzi, direi che non ce li ha
più, gli ammortizzatori.»
«Questa qui era un taxi a
Berlino. Fai mente locale, per favore. Il colore beige è caratteristico, si è
fatta più chilometri di ogni altra automobile in circolazione sul globo
terracqueo. Ma per il resto funziona e poi la lascio dove voglio, anche aperta.
Ora così sporca di fango è anche meglio. I ladri nemmeno si avvicinano.»
«Come dargli torto?»
«A chi?»
«Ai ladri.»
VANNA
Siamo arrivati. Le erbacce hanno
invaso il ghiaino sullo spiazzo davanti all'entrata, sono già alte mezzo metro
o più. Stavolta non ci sono state le usuali invasioni di ladri e le relative
finestre rotte.
Dentro muffa e puzzo di chiuso,
per fortuna che questa non è una zona molto umida.
L'influenza del mare a
nord-ovest e degli Appennini a nord-est ne fanno una casa ben orientata,
giacché il sole passa di fronte tutto il giorno.
Però dietro un canneto e un
boschetto di pini peggiorano un po' la situazione. Certo che se fosse di là dal
monte Quiesa, nella Piana di Lucca, sarebbe assai peggio, credo che di là piova
anche di più, perché le alture attorno non fanno uscire le nuvole e quando
entrano girano e ritornano. Ho letto da qualche parte in internet che la
provincia di Lucca è una delle zone più umide e piovose d’Italia.
Qui il valore più alto della casa è dato anche
dal dettaglio per niente trascurabile che Viareggio è a due passi, ed è un
famoso luogo di spiaggia e di vacanze.
Prendo il quaderno nero dalla
borsa e faccio scattare il portamine beige e panciuto. Lo stesso colore della
vecchia Mercedes, sotto gli schizzi di fango, che è ancora fresco, quindi
leggermente più scuro.
Ho sempre con me penne e matite,
e almeno uno di quei quaderni spillati a vista. L’anno scorso ne ho comprato
una scatola intera in un mercatino da un ambulante ungherese, che secondo me si
vergognava a dire che era albanese.
Faliero continua a fare
sopralluoghi nelle tante stanze, tirando alcune bestemmie, tra i vari commenti
di sorpresa, io invece scrivo e disegno.
«Dài, facciamo questa cosa degli
odori, vale tutto, comincia tu.» Grida da lontano e la casa vuota rimbomba.
«Va bene… allora vediamo…
caffè.»
«Troppo ovvio.» Dice Faliero
tossendo e starnutendo, è appena entrato con una cassa piena di oggetti tra
l’ammuffito e il polveroso. La scarica pesantemente sul lungo tavolo dove io
scrivo, nella grande cucina. Non dico niente, ma so approssimativamente cosa
sono.
Quella era anche la stanza dove
mangiavamo e c’è anche un camino a focolare aperto e antico, e che non possiamo
nemmeno portare via, rivestito di mezzane rossicce, di un non indifferente
romanticismo.
«Hai appena detto che vale
tutto. Il primo che mi è venuto in mente è il caffè. Anche se non lo bevo più.»
«D’accordo. Caffè… il caffè del
bar, l’espresso.»
“Infatti. Il caffè della moca, la mattina
presto. Fatto da mamma prima che noi ci alzassimo per andare a scuola. Papà si
alzava dopo e scaldava il caffè, già freddo, in un pentolino smaltato blu,
interno bianco scrostato.»
“Mi ricordo che papà soffiava
come un mantice appena alzato, poi fino a mezzogiorno non mangiava niente, ma
chissà quante sigarette si fumava...”
«Per anni due pacchetti al
giorno e un fiasco di vino rosso bevuto a partire dalla cena in là.”
“Infatti. Meno male che era un
medico. Mamma si è sempre alzata molto presto.»
«Io me la ricordo d’inverno con
una vestaglia bordeaux sopra la camicia da notte, mentre spazzava e beveva il
caffè, appunto.»
«Questa è una bella immagine,
magari ci serve.»
«Ok.»
«Poi vediamo…»
«L’odore della colazione.»
«Il latte con il caffè, molto
latte e poco caffè, tu ti sparavi mezzo tubo di Bucaneve, solo in un secondo
momento, la durata è stata minore però, secondo me, dalla stessa ditta i
Biscotti della Nonna…»
«Nel senso che mangiavo troppo
alla svelta?»
«Tutti e due lo facevamo, in
pochi minuti sparivano i biscotti!”
“Con i Bucaneve per avere
esattamente una Par Condicio, il
biscotto in più veniva diviso a metà.”
“La stessa cerimonia uguale
identica la sera a cena, con la TV accesa.”
“Vero. La TV era accesa anche la
mattina.”
La cassa che ha portato è piena
di giocattoli nostri, non tutti rotti e inutilizzabili, che sta dividendo, in
tre parti. Non mi chiede niente e io niente dico. Lo so che poi litigheremo con
calma su quali sono miei e quali i suoi, poi li butteremo via bestemmiando.
“Però cosa si guardava non mi ricordo.”
“Nemmeno io. A mezzogiorno
c’erano le comiche o i cartoni animati, ma prima forse roba che a noi non
interessava tanto. Tra l’altro te usavi quella tazza che sembrava una tinozza
da bagno.»
«Quella tazza ce l’ho ancora.
Bianca con bruttissime caricature naif degli animali da cortile. L’ho usata
tutti gli anni dell’università.»
“E dopo come vaso da fiori?”
“No, a dire il vero non so dove
è andata a finire.”
“Magari è andata a finire nella
spazzatura.”
“No, quello lo escluderei, ci
sono troppo affezionata.”
“Che ne sappiamo? Magari un tuo
fidanzato, stanco di vederla in giro, se ne è liberato con un sospiro di
sollievo.”
“L’avrei immediatamente giustiziato
sul posto.”
“A proposito, stai da sola o hai
qualcuno?”
“No. Nessuno. Intendi in maniera
stabile?”
“Sì... perché tu hai ancora dei
rapporti mordi e fuggi come un’adolescente?”
“Certo. Perché no? Se capita...
Milano è una metropoli piuttosto libera di costumi, non si parla quasi mai più
l’italiano...”
“Anche Berlino è una città
globalizzata e libera, ma per esempio a
me non capita più.”
“Se ti guardi allo specchio
capirai anche il perché.”
“Senti chi parla: mi sembri
Luciana Turina allo zenit della sua forma fisica di barile!”
“No, io mi sento più tipo: una
giovane e vivace Ave Ninchi, per esempio. Ma agli uomini del terzo millennio piaccio,
è un fatto innegabile. Forse proprio perché sono piuttosto mascolina e pelosa.
Tu invece mi ricordi il Veronelli del programma che facevano insieme, all’ora
di pranzo, come si chiamava?”
“Ma se non c’ho nemmeno gli
occhiali!”
“Non ce li hai sempre, però te
li metti spesso. Ma come si chiamava quel programma che guardavamo tutti i
giorni? Mi ricordo che era ancora in bianconero...”
“A Tavola alle 7, perché c’era la sera, alle diciannove, non a
mezzogiorno.”
“Sei sicuro?”
“Sicurissimo. Ora fai una bella mente
locale: non poteva essere alle sette di mattina, no?”
«Effettivamente. Certo che si magnava allora…»
«Però eravamo magri…»
«Io sono magra.»
«Come no? Guasi deperita. Dovresti prendere degli integratori, dei
ricostituenti, mi raccomando.»
“Non ti ricordavo così simpatico
a valanga, devi aver fatto qualche cazzuto corso in Germania.”
“Infatti. Troppi e interessanti
seminari, capirai, attualizzazioni frequenti, i tedeschi sono assai organizzati
in certe cose.”
“Ma non sono famosi per la loro
simpatia, mi pare.”
“Allora, se facessimo una rapida
mente locale: forse non sono tanti e famosi fuori dalla Germania, ma ci sono
degli ottimi e ridicoli comici, alcuni attori buffissimi sono stati a lavorare
anche in Italia e con successo.”
“Ah sì, forse mi sono sfuggiti
allora, dimmi un nome, per esempio!”
“Bruno Ganz... Mario Adorf... Le
Sorelle Kessler...”
“Ahà! Due svizzeri! Bravi
attori, bravissimi, ma non comici. Le sorelle sono morte da poco, però erano
ballerine, al massimo cantanti.”
“Sì, è vero. La notte è piccola per noi. Ma Mario
Adorf era troppo buffo e faceva sempre la parte del meridionale, anche in un
film di Totò! Operazione San Gennaro!
Più precisamente era di madre tedesca e padre calabrese, solo che era nato in
Svizzera. Non ti ricordi?”
“Giusto, ma Bruno Ganz era un
innegabile attore drammatico e svizzero.”
“Intanto suo padre era un
meccanico svizzero, ma la madre era una casalinga italiana. E poteva
interpretare qualsiasi ruolo, era poliedrico abbestia! Pane e tulipani non lo hai mai visto?”
“Sì, ma era alla fine della
carriera...”
“D’accordo. Ma il suo era un
ruolo comico, di un cameriere straniero a Venezia, che tentava spesso e volentieri il suicidio e parlava come se
fosse un libro stampato dalle Edizioni Paoline...”
“Insomma non erano per niente
tedeschi!”
“Allora anche te sei piuttosto pignola!”
“Una cosa che abbiamo in comune,
direi.”
“Assolutamente sì.”
“Questa è una maniera di dire
che mi fa schifo, se permetti e viene ripetuta continuamente.”
“Lo ammetto, anche peggio di
tipologia.”
“L’italiano è uno che ama le
frasi fatte, purtroppo, quando ne esce una nuova, specialmente se di cattivo
gusto e fuori luogo, diventa un’epidemia.”
“Sìiii, c’è gente che non
rischia mai di fare una fase propria!!”
“Ma questo dovunque, nel mondo,
ho ragione di credere.”
Guardo mio fratello che parla
mentre divide gli oggetti, e mi sembra di non sapere nulla di lui. E lui non sa
nulla di me.
Mentre scrivo gli appunti e
disegno dei bozzetti appena accennati di facce e oggetti, penso che abbiamo
sempre parlato poco, noi due. E questo gioco della memoria mi fa un effetto
strano, vuole sempre essere lui a dirigere e anch’io sono abituata a stare da
sola e ad avere la decisione finale ed unica, in sostanza non abbiamo idea di
come sia la collaborazione o integrazione che possa essere, se non in teoria.
In questo ci assomigliamo,
eppure siamo assai diversi, lo siamo sempre stati, non solo perché lui è
maschio e io femmina. Direi che lui ha una forte parte femminile ed io una
spiccata sensibilità mascolina, non so se questo ci avvicini o ci allontani.
«E la Nutella?» Dico a un certo
punto.
«Nascosta nel capannello,
barattolo di vetro grande, ma durava poco.”
“Lo stesso capannello non è
durato tanto.”
“E il tavolino sull’albero?”
“Pericoloso assai, non so come
papà e mamma non abbiano protestato, era assai alto e si poteva cadere, le
tavolette inchiodare direttamente sul fusto del pioppo erano malferme, e poi,
una volta lassù, sotto c’era il canale...”
“Infatti. Certe cose meno
scabrose ce le proibivano... forse quello non lo avevano nemmeno visto, se non
ci arrivavi proprio sotto non si poteva vedere...”
“Non lo so. Penso che eravamo
assai liberi di andare e venire, di fare anche danni agli altri, i bambini di
oggi se la sognano tutta questa autonomia...”
“Noi invece, usciti da scuola,
si spariva fino a sera e nessuno ci chiedeva dove eravamo stati e cosa avevamo
fatto.”
“Ma anche gli altri bambini
allora erano liberi come noi, mi pare.”
“Almeno quelli che non vivevano
in città. Il nostro l’ambiente era meno pericoloso, o i genitori erano meno
protettivi di ora.”
“Tutte e due le cose, direi.”
“Ogni tanto ci sgridavano e ci
davano anche delle manate, ma il nostro comportamento di conseguenza non
cambiava tanto.”
“Oggi invece guai a picchiare un
bambino...
“A scuola se prendevamo brutti
voti la colpa era solo nostra, oggi invece è colpa della maestra o del
professore.”
“Invece quando a scuola ci
andavano i nostri genitori gli davano anche bacchettate sulle mani e gli
mettevano il berretto da asino.”
Qui ci è venuto in mente
all’unisono il cugino Anacleto.
FALIERO
Le case dei vicini sono
disabitate, lo sono sempre dopo settembre, la vegetazione spontanea abbraccia
gli alberi e la casa, protetta dai rampicanti, si nasconde in fondo al viale.
Due gattini attraversano il piazzale e un terzo, forse la madre, soffia
minaccioso prima di allontanarsi. Vanna infila la chiave nella serratura. È una
di quelle lunghe, un po’ storte, gira con difficoltà, ma alla fine la porta si
apre.
Quando siamo in casa, sentiamo
l’odore. Inconfondibile, di camino, umidità e camere chiuse. Apro le imposte e
lascio circolare l’aria. Le stanze sono tali e quali, la stessa disposizione
dei quadri, i mobili, la scultura di legno intagliato accanto al camino.
Contrariamente a quello che
avevo detto, non ci siamo fatti prendere dalla fretta, per il libretto a
fumetti che sembrava già ben incamminato, in qualche maniera. Almeno secondo
me. Però Vanna ha il compito più difficile, almeno all’inizio, quello di dare
un volto alle parole, perciò è più scettica e pignola.
Le ispezioni delle stanze della
casa le facciamo e la divisione degli oggetti è ancora in alto mare, ma è
cominciata.
Abbiamo fatto visita al nostro
cugino che abitava abbastanza vicino a Montramito, a Pian di Conca.
Con un nome come il suo,
Anacleto non avrebbe avuto bisogno di un soprannome. Il suo era invece Anatrone,
perché da ragazzetto trovava divertente far scoppiare le anatre di sua madre,
nostra zia, con due principali tecniche. Potassio dentro palline di pane,
oppure cicche ancora accese. Naturalmente nel secondo caso bisognava tenere
chiusa la bocca della malcapitata per un po' di tempo.
I bambini spesso sono crudeli,
nella loro ingenua voglia di divertirsi, che a volte non calcola le conseguenze.
Nel nostro caso il proverbiale battipanni di zia Eufemia, che non riuscì mai a
insegnare, nonostante le ripetute ed energiche bacchiate, niente di utile o
applicabile ad Anacleto.
Da adulto ha voluto continuare a
fare danni e si era dato alla vendita di medicinali e ho ragione di credere che
fosse tra i più temuti rappresentanti del suo ramo, almeno in Toscana.
Per quanto ne so non c'è stato
medico che non abbia subito le sue interminabili arringhe spesso infarcite di
notizie false o tendenziose. Quando usciva un prodotto nuovo, Anacleto colpiva
e affondava sistematicamente, nessuno poteva convincerlo che le industrie
farmaceutiche erano e sono tra le multinazionali più disoneste e feroci. Non
gliene fregava nulla, solo pensarci era contro il suo interesse.
Nel suo lavoro aveva avuto successo, perché
era instancabile e insistente. Sua madre non era mai stata orgogliosa di lui,
ma almeno non era morta nella miseria. Suo padre era stato un contadino, morto da un ventennio
prima.
Inutile dire che quando mia
sorella rovesciava le Prinz lui era della banda, se non il più solerte e
implacabile promotore.
Il compratore della casa era proprio
lui, aveva insistito tanto che eravamo giunti a un accordo abbastanza
vantaggioso, in termini di cifre. Però ci avrebbe pagato in qualche anno e un
rischio esisteva, visto che aveva un’idea tutta sua della realtà, cioè quella
che gli faceva comodo.
Nonostante tutto gli volevamo
bene, perché era nostro cugino e risultava divertente, alla sua maniera
piuttosto grossolana, preso a piccole dosi.
Imbroglione e disonesto per principio,
ma anche generoso, specialmente quando la sua magnanimità era vista da tutti e
dava una bella pubblicità della sua ricchezza di mezzi, un motivo di orgoglio
sconfinato.
Dentro di sé sembrava anche una
persona buona, naturalmente con un concetto di bontà piuttosto diverso dal
nostro.
Anche su questo io e Vanna
litigavamo, lei gli dava fiducia io no. Manco a dirlo, nonostante il fatto che
il contratto prevedesse pagamenti di duemila euro al mese, dal momento della
consegna delle chiavi dell’immobile, Anacleto aveva cominciato a complicare,
visto che eravamo cugini e amici, compagni di giochi da bambini. Insomma aveva
cominciato a dire che quelle regole erano troppo rigide, proponeva di fare le
rate piuttosto elastiche e un saldo del dovuto a fine anno o alla fine di ogni
blocco di due anni.
Vanna è piena di temperamento,
quel giorno prese una scopa e lo minacciò, davanti anche ai figli e alla
moglie, con il manico a un millimetro dal naso. Anacleto sbiancò e disse che
non c’erano problemi, andavano benissimo le rate di duemila al mese, le avrebbe
pagate senza problemi. Da piccoli Vanna lo aveva picchiato più volte e lui se
lo ricordava.
Il primo episodio del fumetto fu
proprio la storia di Anatrone, da bambino fino ad adulto, non tanto esagerata,
perché non ce n’era alcun bisogno. Casomai il contrario era più credibile, per
non raccontare proprio le cose più scabrose, ma cambiandole in qualcosa, perché
in un futuro a venire non si potesse dire che quello era lui.
Visto che poi le cose con lui
stavano andando male, il fumetto fu subito accantonato, ancora in sede di
grossolane bozze e diventò un oggetto di divertimento citarne le scenette, tra
di noi, un motivo di complicità.
Ma non anticipiamo i tempi, quel
giorno tornammo a casa quasi convinti a pagare la penale e a tenerci la magione
dei nonni.
Il fumetto allora diventava
ancor più necessario, per poterci tirare fuori dei soldi. Nel frattempo anche Vanna
si stava quasi convincendo di potercisi divertire in quella lavorazione a due, perché,
anche se lei non lo voleva ammettere, le idee venivano fuori una dopo l’altra,
e una tirava l’altra, insomma come le ciliege, anche se alcune con il verme
dentro.
Insomma quello che era più bello
era qualcosa che non avevo avuto speranza che succedesse, eppure in qualche
modo ci credevo.
VANNA
Ci trovavamo a lottare contro
tre nemici allo stesso tempo ed eravamo insieme a farlo. Questo ci dette una
certa complicità, confusa e spesso perfino involontaria, ma pur sempre ci approssimò.
Magari avvicinarsi era quello
che volevamo tutti e due, ma in maniera diversa ci lottavamo anche contro.
Faliero diceva che l’italiano ha dentro di sé delle contraddizioni che lo
portano a non sapere se una cosa la vuole oppure no, e in questo si complica la
vita, facendo un passo avanti e due indietro, quasi quotidianamente.
Io dicevo che anche gli altri
popoli lo facevano, ma lui dichiarava che però era in misura minore, per gli
altri e non c’erano riprove possibili.
Intanto la scelta degli oggetti
da salvare e quelli da buttare era proseguita, per quanto lo volessi evitare
lui mi ci aveva trascinato, magari volevo credere che la colpa fosse sua, ma
era anche mia. E la vendita della casa pareva ogni giorno in più
indesiderata da entrambi.
Ogni stanza, ogni angolo di
giardino, ogni cespuglio o pietrina di ghiaia ci rimbalzava dentro dei ricordi
e sussurrava, diceva e gridava di ripensarci prima che fosse troppo tardi.
La vecchia casa, polverosa e
poco pratica da abitare adesso doveva essere rimessa a posto, pulita e
riportata a una realtà contemporanea, ma per coincidenza e per noi in
particolare l’attualità era mancanza di soldi e di una certa seppur minima determinazione.
Insomma sia io che Faliero
eravamo soli e potevamo benissimo vivere lì, insieme e mandare affanculo
Anacleto.
«Come si apre questa accidenti
di serranda?»
«Come sempre.»
«Cioè?»
«Togliendo il fermo.»
«Ah, ecco, appunto.»
Le finestre delle camere da
letto si affacciano sul bosco, c’è un pezzo indeciso di giardino e il recinto
di legno incompiuto e semidistrutto, oltre il cancelletto i cipressi creano una
cortina impenetrabile.
Da piccoli attraversavamo quel
varco per le passeggiate al tramonto.
Circolavano strane leggende
sulle presenze misteriose che abitavano quei luoghi.
Nel corso degli anni ho giurato
di aver visto qualsiasi cosa, dagli gnomi barbuti che terrorizzavano le
coppiette a un orso bruno che si lasciava accarezzare sulla testa, dai branchi
di lupi affamati ai dischi volanti, da un serpente lungo sei metri a un’aquila
imperiale, per non parlare di quel cane nero mostruoso che faceva a pezzi
gatti, volpi e pecore ignare.
Il bosco era grande. Allora
sembrava immenso.
FALIERO
Il
primo episodio del fumetto La CASA DEI
NONNI è stato concepito come se
fosse un nonno che racconta ai due nipoti, un bambino e una bambina di un’età
imprecisata, forse tra i sette e dieci anni, davanti al caminetto acceso,
alcune storie della sua vita da giovane, o proprio da bambino.
La
figure sono sagome sullo sfondo delle fiamme del fuoco, a volte di profilo.
Cane e gatto si alternano al loro fianco, alla fine la mamma porta via i
bambini, devono proprio andare a letto.
La
grande novità è che le tre teste, e anche poi quella della mamma, sono dentro
quelle sfere trasparenti che usano gli astronauti, perlomeno nei fumetti.
Si
vedono ogni tanto le scene raccontate più interessanti e la faccia di profilo
del nonno, con le parole che gli escono dalla bocca. I bambini fanno domande e
affermazioni da adulti.
Secondo la relativa leggenda metropolitana,
nei codici a barre che si
trovano sui prodotti sarebbe nascosto il numero della Bestia.
(Inoltre, se pur nascosti, questi codici
sarebbero stati presenti anche nelle bande magnetiche di ogni tessera, comprese
carte di credito e bancomat, cose che si uasavano a quei tempi, ne avrete
sentito parlare).
E da questo perciò, alcuni vedrebbero il
compiersi della profezia dell'Apocalisse
di San Giovanni (13:16-18)
secondo cui nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio,
cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome.
Il numero 666 si anniderebbe, nelle coppie di
righe sottili all'estrema destra all'estrema sinistra e al centro di ogni
codice esistente. Difatti, la cifra 6 è indicata in questo sistema di codifica da
due righe sottili che sono per l'appunto simili alle righe estreme e centrali;
tuttavia queste ultime non rappresenterebbero cifre all'interno del codice stesso, sono
semplicemente linee di riferimento utilizzate dal dispositivo di lettura per
capire dove inizia e dove finisce lo stesso.
Ammesso che davvero esista un destino, il mio
ha camminato, attraverso il tempo, sempre allacciato a quel numero simbolico.
Il 666.
La nostra infanzia fu caratterizzata da una
comune notte di luna piena, dentro alla villa abbandonata, al numero 666.
Gli alberi più alti, all’imbrunire, sembravano
mostri protesi verso il rosso del cielo.
Avevamo fatto il giuramento di sangue come nei
film.
Eravamo entrati senza accendere la torcia, la
luna, che bucava le nuvole poco consistenti, poi spuntava trai rami, tagliava
sinistramente i nostri corpi in movimento con fasci di pulviscolo luminoso.
Arrivati alla cappella, il portone era
socchiuso, dentro otto panche da chiesa e una cassapanca nera.
L’affresco dietro al piccolo altare ricordava
il diavolo, ma senza corna, col pizzetto e zampe di capra.
Dai vetri colorati, la luce della luna si
spostava, illuminando per terra e poi il rumore della brezza trai rami, là
fuori, creavano un effetto sinistro.
Su un vassoio, appoggiato su quel mobile, due
zampe di capra, vere.
Un fruscìo ogni tanto ci faceva trasalire,
prendemmo le scale verso i piani superiori, un pozzo di luce coi vetri attorno
e là in alto, rotti e impolverati che facevano uno sfrigolio sotto i nostri
passi incerti.
La brezza era diventata vento che fischiava e
mugghiava nella boscaglia, dalle finestre sventrate, la luna ora era proprio
sopra di noi.
Decidemmo di fuggire d’improvviso, Ugo cominciò
a scendere di corsa e noi lo seguimmo, inciampando e ridecollando subito come
se fossimo di gomma.
Uscendo dal buco nel muro, per controllare che
ci fossimo tutti, mi voltai e vidi nitidamente una luce che poi scomparve,
nello scoccare di un secondo eravamo già a casa.
Passato quasi un anno, incontrammo Ugo, bianco
come uno straccio lavato, non riusciva più a parlare.
Scrisse su un foglio: “Dal buco nel muro mi è
apparsa un’ombra dagli occhi spalancati e crepe nella pelle…”
Quando suo padre andò a vedere, oltre il
pertugio c’era un grande specchio sporco, cammuffato nella vegetazione.
La luce che avevo visto, quella notte, dunque
era la mia torcia.
Farneta, a pochi chilometri da una cittadina
bigotta come Lucca, spingeva i giovani a cercare qualcosa che venisse da fuori,
tutto quello che pareva esotico era meraviglioso.
Gli adulti si chiudevano nella loro routine, i
giovani facevano scoppiare i loro cervelli con droghe varie e alcolici,
mischiando tutto senza allegria.
Noi, adolescenti nel 1974, iniziavamo ad
ascoltare la musica dei Genesis.
Ed ecco di nuovo che spuntò il numero
animalesco in una suite dell’album Foxtrot:
Il 666 non è più da solo
Sta tirando fuori il midollo dalla tua spina
dorsale
E le sette trombe suonano un dolce rock and
roll
Soffieranno dritto dentro il tuo animo
Pitagora con gli occhiali riflette la luna
piena
Sta scrivendo col sangue il testo di una nuova
melodia
Nel 1976 uscì 666, l’album doppio dei greci Aphrodite’s Child, che poi rimase
il loro unico disco.
I testi cantavano della BESTIA e di piaghe
bibliche come quella delle Locuste, del Settimo Sigillo, insomma, sembrava
ideato e composto apposta per noi, per migliaia di altri giovani romanticamente
disorientati.
Si stava stimolando la passione per l’ignoto
mistico che si gonfiava sempre di più, nella nostra immaginazione aperta a
dismisura.
Chi può trovare la Bestia?
È grande, è cattiva, è
stregata, è triste.
Chi può combattere la
Bestia?
Lei viene. Poi va.
Chi la conosce...
Chi può combattere la
Bestia?
La musica, come veicolo di fuga dalla realtà,
in assenza di qualsiasi altro riempitivo, stava diventando la nostra strada
principale.
Dentro ci trovavamo l’esotico di cui le nostre
menti voraci si cibavano, un po’ tutto ciò che usciva dal seminato, automaticamente
germinava, germogliava e sbocciava in noi.
Sull’onda del nostro entusiasmo, nel 1976
fondammo un gruppo di rock progressivo, anche se di progressi poi non ne
facemmo proprio, per tutta la sua esistenza.
Aldo suonava il basso e cantava, Ciro alla batteria,
Ugo e Romolo alle chitarre, seconda e terza voce, io alle tastiere.
Tentammo di cantare in inglese, all’inizio, ma
i testi ci venivano fuori piuttosto sul maccheronico.
Ci prendevamo troppo sul serio.
Intanto la società italiana ci insegnava a
trincerarci sulle certezze, i dogmi.
Tornammo all’italiano proprio con una canzone,
che si chiamava ‘La bestia che sale dal mare’, che faceva parte dell’album
concept ‘L’Apocalisse di Giovanni’, che poi era una cassetta, che avevamo per
la prima volta copiato in una ventina di esemplari, che facemmo circolare in
giro.
Le copertine erano ritagliate da un giornale
ingiallito, come quelle di un disco dei Jethro Tull, però col titolo scritto a
pennarello nero.
Avevamo scoperto che quel 666 era il numero di
una fantomatica ‘bestia’, secondo l’opera del pluriartista maledetto William
Blake.
Ugo, poi, il cui zio Annibale lavorava in
biblioteca, era riuscito a trovare altri commenti ed interpretazioni.
« Faceva sì che tutti, piccoli e grandi,
ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e
sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale
marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la
sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta
un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei. » (Apocalisse 13,16-18)
Meno ne capivamo e più ci piaceva.
L'apocalisse di Giovanni fu
scritta durante una persecuzione, probabilmente quella di Domiziano o quella precedente di Nerone. Secondo molti studiosi la persona
rappresentata dalla bestia altri non è che l'imperatore Nerone, autore di una
violenta repressione contro i cristiani, nella quale morirono sia Pietro che Paolo. Infatti, come in greco
antico, così anche in ebraico i numeri venivano scritti usando le lettere
dell'alfabeto. Se si utilizzano le consonanti ebraiche del nome QeSaR NeRON (קסר נרון) si ha:
Q (qof) = 100
S (sameckh) = 60
R (resh) = 200
N (nun) = 50
R (resh) = 200
O (waw) = 6
N (nun) = 50
che sommate danno appunto 666.
La cerimonia del taglietto sulla mano e del
giuramento di sangue era l’inizio di ogni concerto.
I nostri genitori non immaginavano certo quello
che stavamo facendo, e poi, come tutti i genitori, avevano troppo da fare.
Oltre al copioso uso di alcolici di ogni tipo,
avevamo iniziato anche a fumare hashish.
La società italiana modella i giovani in un
contesto di scetticismo, protesta e di senso d’ingiustizia.
Più la gente cresce e più si convince che non
ha scappatoie.
La religione, pur non praticata, è lo stampo
che genera un tipo di mentalità eccessivamente sentimentale, nascosto sotto una
corazza solo apparentemente dura.
Quello che si nasconde è un’estrema
vulnerabilità, i giovani sono più disorientati degli altri, perché il loro
carattere è ancora in formazione.
Il rock era un rifugio e non ci sarebbe stato
niente di male, ne avevano un gran bisogno.
I testi però erano a senso unico, spesso
malinconici e con una generale tendenza alla autocommiserazione, quando poi non
diventava apologia della violenza.
Avevamo perfino dei fans che avevano avuto la
loro bella spinta verso una cultura autodistruttiva, anche loro ribelli senza
sapere contro cosa.
Di pari passo con la musica, che producevamo
per gridare la nostra rabbia a 360 gradi, continuavamo a studiare la Bestia,
che spesso era citata anche nei testi delle canzoni.
Copiavamo queste cose sparse, trovate in giro e
le usavamo senza capirle troppo, sulle copertine delle nostre cassette, che poi
diventarono CD autoprodotti, con incisioni via-via migliori, mentre le
composizioni musicali facevano rizzare i capelli sulla testa.
L'interpretazione più accettata da storici e
biblisti è che il numero sia simbolico e vada riferito alla persona fisica
("rappresenta un nome d'uomo") dell'imperatore Nerone, l'archetipo dei persecutori del
cristianesimo, la cui somma dei numeri ("calcoli il numero della
bestia") corrispondenti alle lettere ebraiche del nome equivale appunto a
666.
Sono state proposte numerose altre
interpretazioni simboliche, molte delle quali non riferite al contesto storico
del Libro dell'Apocalisse. In particolare, in epoca contemporanea il numero è
diventato simbolo del Diavolo,
interpretazione non contenuta nel testo biblico.
I Testimoni di Geova considerano
il numero 7 simbolo di completezza o perfezione mentre il numero 6 rappresenta
imperfezione. Dallo studio della bibbia traggono il riferimento allo scrivere
tre volte il numero 6, che accentua ed enfatizza la totale imperfezione del
sistema politico mondiale rappresentato dalla bestia.
L'unico passo della bibbia che possa fare da
riferimento interno è quello che indica la potenza di Re Salomone, che riceveva i
tributi dai popoli assoggettati (I Re 10:14).
Il peso dell'oro che Salomone riceveva ogni
anno era di 666 talenti d'oro.
Questo potrebbe indicare che la bestia è il
denaro, che domina su tutta la terra.
Ugo ora è ragioniere, lavora in banca.
Aldo è maschera al cinema.
Romolo è partito per l’Australia all’età di
venticinque anni, non ne abbiamo saputo più niente.
Mio fratello Ciro lavora alla posta.
La paura si è tramutata in routine, perché la
routine è la fuga dalla paura, per molti l’unica alternativa possibile.
Ogni tanto ritorno col pensiero al nostro
giuramento che abbiamo ripetuto tutte quelle volte... mischiando il nostro
sangue ai nostri destini.
Quello è stato il necessario medioevo della
nostra storia. Non so nemmeno se e quando ne siamo usciti.
Sogno ancora l’immagine riflessa di Ugo nello
specchio nascosto trai cespugli, spaventato a morte dalla sua stessa figura, in
un sottofondo di chitarre elettriche, distorte e lancinanti.
Quella luce riflessa era la nostra stessa
torcia, un simbolo che più volte mi ha aiutato.
La sera, a casa, davanti a mia moglie e ai miei
figli, strimpello il pianoforte.
Sono critico musicale, scrivo sulla rivista
666.
VANNA
Il dialogo tra persone in diverse stanze
di una casa grande assume caratteristiche differenti da quello normale, tra
persone nella stessa stanza, o addirittura sedute allo stesso tavolo magari
facendo colazione.
Nel
primo suddetto l'urlo diventa necessario e non esprime altro che la necessità
di essere uditi, il volume diventerebbe più alto se tutte e due le persone stessero
sbatacchiando contemporaneamente suppellettili di varia forma entità e
rumorosità. La sintesi anche è necessaria e auspicabile.
-
COME?
-
POI RIUNIAMO TUTTO INSIEMEEEE.
-
INSIEME COSA?
-
LA ROBA CHE SEPARIAMO.
-
MA QUELLA ACCANTONATA CHE FINE FAAA?
-
NON LO SO.
-
FORSE BISOGNEREBBE LAVORARE INSIEME.
-
COME SAREBBE INSIEME?
-
NELLA STESSA STANZA.
-
GOMITO AGGOMITO?
-
SÌIIII.
Ecco
che se ne esce un buffo fumetto sulle persone che abbandonata la separazione
provvisoria e urlata, torna a parlare normalmente perché ristabilisce il
contatto normale di audio e video.
Se la settimana non ha più i soliti
punti di riferimento con il nome dei giorni, il lunedì diventa uguale al
giovedì, e solo il sabato e la domenica, per un diverso traffico
automobilistico, differiscono ma non tantissimo.
In
città sarebbe differente ma un'altra cosa che abbiamo in comune, forse anche
con milioni di attempati di tutto il mondo emerso, è l'amore per la
tranquillità, il rifiuto al rumore, che invece da giovani ci garbava tanto. Anche
la compagnia diventa più rarefatta e la calma meno nervosa, magari anche la
pazienza non dico che diminuisca, ma si trasforma un po’ , dipendendo dalle
situazioni.
Lo stesso concetto di tempo libero, quando
il tuo lavoro diventa anche un piacevole passatempo, al limite con la passione,
diventa un altro e l'orologio ritorna a essere il sole, come per i contadini. La
notte è buia e si dorme, per il resto basta mangiare ogni tanto, e le pisciate
naturalmente da punti fermi si trasformano in virgole in movimento.
Insomma
anche se noi siamo pensionati per modo di dire, che non ricevono alcun
indennizzo e devono arrangiarsi per sopravvivere, siamo privilegiati.
Il
nostro cugino Anacleto non ha idea di che cosa sia la libertà relativa, per
questo è un martello pneumatico sui nostri congiuntivi e condizionali, per lui
è tutto imperativo. Solo quando a pagare deve essere lui, che i tempi ipotetici
gli garbano assai.
La
seconda storia a fumetti invece raffigura un adulto di una certa età. Forse di
mezza età, che scrive un e-mail ad un amico lontano, ogni tanto si vede la sua
faccia, o si mostrano le scene descritte dal racconto, poi la tela del computer
con le parole scritte, il sorriso saggio dell’amico barbuto che abita su un
pianeta lontano.
Lo confesso: sono ragionevolmente preoccupato
per la nostra sorte, parlo della classe di ferro 1959, spero che tu abbia già
drizzato le orecchie.
Non è che le nostre energie siano già andate -
a nostra insaputa e piuttosto prematuramente - in pensione?
Chi non è ancora rincoglionito scagli la prima
pantofola!
Io vorrei tanto poterlo fare, ma non so se ne
ho la forza.
A poco più di cinquant’anni la vita ci riserva
rassicuranti programmi alla televisione e buoni libri ogni tanto, va bene, ma
le emozioni dove si sono cacciate?
Abbiamo fatto scoppiettare già tutte le
cartucce?
E se sì, perché erano quasi tutte a salve?
Non posso pensare a tutti i sogni che avrei
potuto fare e poi invece me ne sono dimenticato, perché ora pare un po’ troppo
in salita la spirale che avvita la mia vita.
Spero di sbagliarmi, ma purtroppo non credo.
Torniamo indietro mezzo secolo, magari, anche
se dirlo fa già impressione. Vediamo cosa è successo, in che cosa abbiamo
fallito?
È stata colpa nostra, inutile negarlo, ma il
mondo non ci ha aiutato come avrebbe potuto.
Ammettiamo pure che il mondo abbia tutto il
diritto di fregarsene della classe ’59, anzi, secondo me non prende troppo in
considerazione nemmeno le altre.
Con la classe ’63 ha fatto anche di peggio,
basta guardare mio cugino Romolo e il nostro vicino di casa Fabrizio, che ora
abita altrove, ma anche noi non abitiamo più lì.
Sono due molluschi che si pensano importanti,
ma non hanno nemmeno la metaforica e regolamentare conchiglia attorno.
Due idioti che si credono intelligenti o
viceversa, anche se in maniera differente l’uno dall’altro, che si invidiano a
vicenda, o a Vicenza, ma non importa.
Non lo so, vorrei tanto sbagliarmi, ma ho perso
il bandolo della matassa.
Come ci avevano presentato l’infanzia, alla
porta di entrata, ci avevano fatto
intendere che doveva essere una roba mista con dentro una specie di scuola per
quello che veniva dopo, cioè l’adolescenza e poi la vecchiaia adiacente.
Se non fosse che intanto il mondo stava
cambiando e quello che c’insegnavano, nel frattempo, non serviva più.
L’ottimismo sarebbe sempre stata la nostra
carta vincente, ma non lo sapevamo ancora, infatti non ne abbiamo mai avuto e
questi sono i risultati.
Mentre ci si pensava, stavamo già guastando
quello che stava per succedere, alla fine non succedeva niente, o andava tutto
male, i singoli episodi si sommavano e si moltiplicavano nella peggior sequenza
possibile.
Fare la cosa sbagliata è più facile che fare
quella giusta, per via delle leggi delle probabilità.
Dove erano queste probabilità, a quei tempi non
ce lo ha mai detto nessuno, non so se sarebbe servito a qualcosa, ma a
giudicare da come vivevano, secondo me, non lo sapevano nemmeno loro.
Ogni cosa aveva le sue conseguenze, si diceva
in giro, ma quel niente era fin troppo invadente, eppure non sapeva aprire le
nostre porte.
Dunque si stava meglio quando si stava peggio?
Non lo so, non ce ne rendevamo conto, allora come ora.
Lo stare meglio è una cosa che funziona solo
retroattivamente?
Pare di sì, ma non è ancora stato provato
scientificamente.
A farla breve, la vita che pareva aprirsi
docilmente al nostro passaggio, quando eravamo giovani, ci ha fatto girare alla
tonda per tutti questi anni per dirci solo ora, che siamo vecchietti, che
abbiamo perso il treno.
Ci avevano fatto capire, senza mai dircelo
chiaramente, che era una specie di acquario con spesse pareti di vetro che ci
permettevano di vedere, sì, ma che non avremmo potuto mai e poi mai rompere, o
scavalcare, per passare dall’altra parte, per pescare e poi addentare
avidamente quei pesci colorati che erano i nostri desideri.
Non avevamo nemmeno la maschera subacquea,
questa è la verità.
Andiamo per ordine, però.
La grande quercia magari era un platano, a
voler essere generosi, un tiglio.
Là sotto ci trovavamo solo per motivi
importanti: le sanguinose cerimonie di iniziazione dei nuovi membri, naturalmente
interminabili preparazioni di
attrezzatura per escursioni sulle colline e poi per sbafarci la Nutella.
In seguito anche per guardare i giornalini di
donne nude.
Anche se non conoscevamo ancora quelle ben note
tecniche telluriche, scoprimmo ben presto che si trattava di uno sport migliore
a farsi da soli.
(A proposito della masturbazione poi un regista
assai famoso – che doveva essere un discreto esperto - disse che non aveva
niente in contrario, giacché era fare sesso con una persona che stimava.)
Noi, intanto, ci eravamo saliti anche sopra,
alla grande quercia.
Da lassù il mondo era diverso, senza dubbio, ma
non assomigliava per niente a Marte o a Venere, che anche se non ci eravamo mai
stati, avevamo visto in abbondanza film di fantascienza a proposito.
Sembrava proprio non fare nessuna differenza,
se quello era un altro tipo di albero, l’importante era mantenere quel nome
romantico.
Suonava meglio e in più lo avevamo letto su
qualche libro.
Nella vita, come nella morte, le regole tacite
sono le più ferree, semplicemente perché non sono scritte e allora non si
possono correggere.
Intanto, mentre noi si biscareggiava, girando
attorno come mosche senza testa, il mondo stava ingranando le marce basse.
Si stava lentamente partendo per una vita che
si stava appena delineando, mostrandosi ancora assai misteriosa, per questo ci
piaceva, oppure non ci pensavamo, insomma non ne eravamo preoccupati.
E sbagliavamo.
L’incoscienza giovanile permetteva a noi,
cuccioli di gente, di spassarcela, ma avevamo troppo da fare per rendercene
conto.
Ci divertivamo con poco, come quella volta in
cui chiudemmo il nostro vicino Fabrizio nella buia cantina della vecchia casa
di Riccardo e lo tornammo a prendere una decina di ore dopo, minacciati dai
suoi genitori.
Solo recentemente Fabrizio ci ha detto che lui
non si era divertito.
Credo che avesse dei gusti più complicati di
noi, almeno da bambino, poi ci siamo persi di vista.
Non sempre dopo il rock viene il roll, infatti
le ciambelle senza il buco prendono un altro nome.
FALIERO
Le
storie sono quasi tutte scritte da tempo, riadattate in sede di raffigurazione,
a lato del computer di Vanna, che proprio mentre le disegna, mi fa venire in
mente variazioni e alcune è lei stessa che me le suggerisce, mettendo in dubbio
la meccanica umana delle azioni-reazioni, spesso sulla base di alcune questioni
puramente realizzative.
Il
terzo descrive la scena raccontata nel fumetto stesso, cioè due pensionati
seduti su una panchina, forse in un parco, che dialogano, nonostante il fatto
che siano visti sempre dal dietro, Vanna li ha resi piuttosto espressivi per
via degli occasionali profili, per esempio uno piuttosto allegro, un altro
sorpreso da quello che l’amico gli ha appena detto, un terzo piuttosto
arrabbiato.
Anche
qui occasionali passanti, uccellini svolazzanti, gatto e cane fanno le loro
comparsate.
-
Lo sai che una volta pubblicavo regolarmente un fumetto?
-
Chi?
-
Io.
-
Ma se non sai disegnare!
-
Infatti.
-
Infatti cosa?
-
Se avessi saputo disegnare la notizia non avrebbe suscitato il tuo stupore, no?
-
Beh, no, indubbiamente. Ma come hai fatto?
-
Intanto erano altri tempi, ora nessuno sarebbe interessato a quell’immagine
stereotipata, ferma e ripetuta e a quelle poche parole, a volte anche
leggermente surreali.
-
Leggermente? Nooo. Ma di cosa parlava? Insomma ci sarà stato un argomento…
-
Tutti e nessuno, prova a immaginare due sagome nere di uomini di spalle, seduti
su una panchina a parlare, dietro l'orizzonte, le montagne, una nuvoletta o
due, un albero da un lato e dall’altro un cane seduto, a volte in piedi, a
volte acciambellato per terra, se ne usciva dall’inquadratura e si vedevano le
gambe di dietro e la coda, altre volte ritornava e si vedevano la testa e le
gambe davanti in movimento, poi qualche passerotto che volava, o che beccava
qualche briciola per terra, il tutto disegnato in una maniera assai sintetica
ed elementare, un po' come i disegni di un bambino…
-
Sai che comincia a incuriosirmi?
-
Piaceva anche a me. Sì, era curioso, più che altro, ma il bello è che piacque
pure all’editore Spicchio, che me ne pubblicò una ventina di storie.
-
Te le pagavano anche?
-
Certo, una miseria, ma io mi ci divertivo.
-
Ma che giornaletto era?
-
Roba Stramba, non ne hai mai sentito parlare? Tutto fatto qui a Monza, un
quindicinale in edicola per tutta l'Italia. È durato poco comunque, un paio di
anni, forse tre, magari quattro scarsi.
-
Nooo. Lo leggevo! Figurati, anche spesso, come mai non mi ricordo di una cosa
del genere?
-
Beh, non è che uscisse in ogni numero, ma quando gli mandavo una storia
Spicchio me la pubblicava al volo.
-
E chi era Spicchio?
-
Eraldo Metz, un omettino calmissimo e geniale, lo chiamavano così perché era
sempre bianco in faccia, pallido insomma e puzzava d’aglio già da lontano. Ora
sarà morto e sepolto, ma sono sicuro che la sua tomba candida e marmorea avrà
quella sua tipica fragranza.
Pubblicavano
anche altre cose, riviste e roba di vario tipo, sicuramente di maggior
successo, ma il fumetto era la sua passione personale, ci teneva
particolarmente. Mi trattava come un’autorità del campo, mi metteva in
imbarazzo, tanto era riverente ed umilissimo, mi dava del voi. Peccato che
quella storia non gli sia andata tanto bene, gli fruttò anche dei debiti, mi
hanno detto. Forse era troppo di avanguardia, se ne fregava persino dei gusti
del mercato. Nessuno può sottovalutarli, nessuno lo sa meglio di te.
-
Lasciamo perdere. C’erano delle cose che non mi piacevano, infatti, magari la
tua l’avevo scartata, non tutto mi garbava…
-
Forse è andata così, anche io trovandomi di fronte a una cosa del genere non so
come avrei reagito… pure altre storie, là su Roba Stramba, erano estremamente
di nicchia, c’era anche uno che disegnava gli esseri umani come fanno i bambini
piccoli, col corpo fatto di stecchi dritti e la testa tonda, ma quello che
dicevano era anche peggio…
-
Volgarità?
-
Estrema, guarda.
-
Ma cosa dicevano i tuoi di personaggi? Erano sempre e solo due no?
-
Sì, uno aveva un bastone ed era pelato, l’altro aveva un berretto, uno più alto
e l’altro grassoccio, si vedeva solo la silhouette nera di loro e del cane, la
sagoma scura della panchina, degli eventuali passerotti, un aereo in
lontananza, qualche piccione in volo… una volta ci misi anche un gatto, ma il
cane gli abbaiò e gli corse dietro. Quello si arrampicò sull’albero, a livello
di disegno fu il più impegnativo.
-
Quanto ci mettevi a fare una storia?
-
Poco, due o tre ore, il testo m’impegnava di più del disegno, ma quelle cose mi
venivano in mente al lavoro, mentre camminavo per strada, anche al gabinetto,
per così dire. Figurati che ogni scena era una fotocopia con qualche aggiunta
eventuale, disegnata dopo, le sagome nere si potevano sovrapporre facilmente, i
fumetti ce li incollavo sopra, i due uomini non si muovevano mai.
-
Erano due pensionati?
-
Si poteva pensare, anche quello che dicevano era di quel genere, magari.
-
Ma allora cosa dicevano?
-
Il più alto cominciava sempre con una frase tipo: sapevi che la Lorena e
l’Alsazia furono la causa della guerra tra Francia e Germania?
-
E altro che diceva?
-
L’altro era più ignorante e menefreghista, lo prendeva in giro, qualche volta.
-
Per esempio, alla prima battuta lui cosa rispondeva?
-
Ma chi era la più bòna, l’Alsazia o la Lorena?
-
Ahah! E l’altro?
-
E allora quello alto col berretto si arrabbiava, ogni tanto.
-
Lo mandava piuttosto affanculo?
-
In un certo senso, se vogliamo, ma le parolacce non c’erano.
-
Cioè non potevi o non volevi mettercele?
-
Nelle altre storie c’erano anche spesso, degli altri autori, per così dire. Te
l’ho detto. Il giornaletto era abbastanza libero e sensazionalista, tendeva a
stupire, anche a scandalizzare. Ma non faceva parte del mio stile.
-
Infatti, neanche ora le dici, sei sempre stato un bravissimo ragazzo, pensavo
che da giovane magari, quando non ti conoscevo, invece…
-
No, anche le bestemmie non mi sono mai garbate.
-
No. Infatti, mannaggia li pescetti. Ma allora era una cosa umoristica?
-
Sì e no, nella mia intenzione voleva mostrare uno stereotipo rassicurante, due
uomini che potevano parlare di tutto quello che gli interessava, che gli
piacesse o meno, oppure che li infastidiva…
-
Come noi due ora?
-
Effettivamente…
-
Cioè, fammi capire: hai disegnato noi due, uno pelato e uno col berretto, con
una trentina, quasi quarant’anni di anticipo?
-
Beh, ci siamo conosciuti solo dopo…
-
Questo lo so. Ma la panchina, uno grasso, più ignorante e scherzoso, quello
alto più rigido e colto, il bastone, i passerotti, il cane, perfino il fottuto
gatto, le montagne, le nuvolette…
-
Sì, del tutto casualmente, insomma, uno stereotipo rassicurante, no?
-
A me non mi rassicura per niente, anzi. È inquietante!
-
Dipende anche un po’ dal lettore.
-
Infatti! Ma chi cazzo se lo leggeva?
-
Questo non lo so, penso che qualcuno se lo sarà anche letto, se me lo
pubblicavano.
-
Forse altri vecchietti rincoglioniti seduti nel parco?
-
E chi lo sa? Magari sì.
VANNA
La convivenza con Faliero non è uno sport che consiglierei a
tutti, ma sicuramente ha i suoi lati positivi.
Prima di tutto mio fratello è molto discontinuo, si lascia
influenzare troppo da quello che gli succede intorno ed è egoista ai più alti
livelli.
Nella routine quotidiana però niente per lui è abitudine, se
fa una stessa cosa tutti i giorni, non la fa mai alla stessa maniera.
Se hai bisogno di aiuto è generoso nel dartelo e non ti chiede
quasi mai di ricambiare. Ma se lo fa pretende il massimo e non sente scuse.
La nostra giornata la
struttura lui e io mi lascio trasportare, con poche blande proteste,
probabilmente perché sono pigra. Per esempio è lui che prepara la colazione, cucina,
pulisce la casa, fa i lavori di manutenzione e qui alcuni direbbero che fa
tutto lui. Invece no, perché mi dà sempre compiti da portare a termine con la
maggior solerzia e attenzione. Perciò i piatti
le pentole li lavo quasi sempre io. Risulta essere molto pignolo in
alcune cose e altrettanto approssimativo in altre.
Insomma è un pazzo furioso, e in alternativa razionale e
calmo, intelligente e stupido, ma senza farti mai capire il criterio che usa,
perché lo cambia di continuo. Le sue scelte sono imprevedibili. Questa lui la
chiama evoluzione. Io non saprei dargli un nome, ma se proprio lo dovessi fare,
la chiamerei controllata follia, o pazzo raziocinio.
FALIERO
La sera sgranocchiando noci, arachidi e noccioline faccio dei
puzzle di quadri famosi, tipo Bruegel e Bosch, Turner e e i macchiaioli che
però sono difficili assai a trovarsi, tipo Signorini, Lega e Fattori. Vanna
sorride ironica, ma io le dico che proprio dal puzzle io ho imparato una cosa
piuttosto importante.
Lei non mi chiede quale, ma io gliela dico lo stesso: che più
sei stanco e nervoso più ti concentri sul particolare, in maniera testarda e
sterile, più sei riposato e rilassato e più vedi la visione d'assieme, invece.
Vanna dopo averci pensato un po’, a sorpresa mi da’ ragione,
le dico che le voglio bene e lei mi fa una pernacchia.
Dice che da piccolo io disegnavo
meglio di lei, ma lei dava un’idea del movimento già nelle sue ruspanti prime
opere, mentre i miei soggetti, persone o animali che fossero, sembravano sempre
ingessati. Concordo e sorrido, mi piaceva disegnare e colorare, sono sempre
stato un buon osservatore, ma i miei bozzetti si distaccavano troppo dalla
realtà.
La nostra giornata tipo è così:
mi sveglio, di solito abbastanza presto, preparo la colazione, quando lei viene
svegliata dal rumore che faccio spazzando e sbattendo contro i mobili, piatti,
bicchieri, pentole e pentolini, si alza e viene giù a bere il caffè senza dire
una parola.
Io la investo con cose da fare e
propositi per il fumetto a cui stiamo lavorando. Ma lei si sveglia molto tempo
dopo e le cose che le ho detto prima ho imparato a risparmiarle, non se le
ricorda proprio, bisogna lasciarle il suo tempo, e allora la sua attenzione è
sempre parziale, ma almeno esiste.
In senso generale vuole trovare
il positivo anche in quelle cose che invece in sé non ne hanno, ma dubita di
ogni cosa che tu dici anche e soprattutto se la pensa anche lei così, non si
fida di nessuno, soprattutto di sé stessa.
La mattina, una volta che si è
messa a funzionare, anche se a volte siamo già nel pomeriggio, fa il suo lavoro
egregiamente, per quanto riguarda il fumetto. Nei lavori di casa, specialmente
in cucina, è un disastro, ma piano piano inizia a credere che potrebbe esserle
di una qualche utilità in futuro.
Ricordo che già da bambina
disegnava dei fumetti piuttosto strani, ma simpatici, a volte anche in maniera
involontaria.
Se gli spieghi una tecnica di
qualsiasi tipo, sembra che ti ascolti attentamente, ma invece pensa ai fatti
suoi, poco dopo o anche dopo un giorno due, scopri che non ha assimilato niente
della tua pratica saggezza.
In buona sostanza quando gli
dici qualcosa non ti puoi agganciare a un'altra cosa detta o considerata insieme
anche nel passato prossimo, con lei ogni volta è come la prima.
Comunque se tutto le scivola
addosso senza scalfirla, senza generare in senso generale alcun cambiamenti,
sotto-sotto ne trae le sue conclusioni, di solito piuttosto assennate.
Per pigrizia non va fino in
fondo a un ragionamento, si accontenta di mezze verità, che spesso alla fine
risultano come bugie intere.
Insomma a livello di filosofia
sa appena che esiste la parola, ma non ha grosse difficoltà ad ammettere di
aver sbagliato e la sua osservazione a livello visivo è eccellente.
Le sue capacità aumentano più
che passano le ore e arriva al massimo all’ora di andare a letto, appena tocca
il cuscino sviene. Mentre a me succede il contrario: io sono al massimo livello
la mattina e più che sono stanco e più sono stupido, la mia attenzione a
macchie, e la sera quando vado a letto non riesco a smettere di pensare, e non
ho un pensiero positivo, anzi, tendo a essere schiavo del cervello che vuole
passare e ripassare delle cose che io invece non vorrei.
Ero partito per descrivere la
nostra giornata e invece ho fatto un'analisi del carattere di mia sorella Vanna.
Magari anche un confronto con il mio. Però, se devo descrivere me stesso, forse
un po' come tutti, mi descriverei nella maniera in cui vorrei essere e meno
come veramente sono.
Cioè un tipo discontinuo e
spesso anche troppo sensibile a quello che mi succede intorno, anche quando mi
accorgo che sono cose di relativa importanza. Non riesco a non farmene
influenzare, per esempio se qualcuno dice che una cosa schifosa anche se a me
piace mi rimane sempre il tarlo del dubbio che a volte prende addirittura il
sopravvento, e qui avrei bisogno di un filtro, un filtro non molto differente
da quello che usa mia sorella, che invece si fa influenzare molto poco
dall’ambiente in cui vive.
Mia sorella è un genio, alla sua
maniera, ma non le interessa di dimostrarlo a nessuno, e questo mi pare che le
faccia onore. Non è ambiziosa come me, e pensa ai soldi solo quando ne ha
bisogno. Tutte cose lodevoli, ma quelli come lei di solito hanno le tasche
bucate eppure pochissima voglia di riempirle.
Insomma non vuole essere
comandata, ma non vuole nemmeno comandare, è così umile nella sua routine da
risultare quasi arrogante.
Tutti e due siamo esagerati, in
due maniere differenti e questo rende la nostra convivenza faticosa, ma il
nostro fumetto interessante, anche se il pubblico al quale è rivolto non potrà
essere mai numeroso perché forse è un po' troppo sottile e la gente invece ama
il sensazionalismo, le cose giganti.
Vanna dice che io assomiglio più a una
femmina, come mentalità e lei di più a un maschio... non solo a livello di
mentalità, aggiungo io e mi becco un meritato clementino sul naso.
L’imprevisto che prima di
avvenire ci aveva procurato dei pruriti insistenti e dolorosi consistette nel
fatto non trascurabile che Anacleto ci perdonò la penale. A nostra insaputa lui
leggeva sempre e avidamente i fumetti che noi scrivevamo e disegnavamo.
Ma a una condizione piuttosto
pesante.
Lo scambio di case, lui ci darebbe
quella dei bisnonni, che è in migliori condizioni, perché l’ha fatta restaurare
e noi quella dei nonni a lui.
VANNA
Da anni sognavamo di avere un
cane e ne abbiamo subito presi due, data l’occasione che erano bastardini e
gratis, subito ci è venuta voglia di fare un fumetto su di loro, per quanto
breve, magari in futuro lo aumenteremo.
La nostra famiglia è formata da due cosiddette unità cinofile
e due mici a pelo lungo, per un totale di cinque incluso il sottoscritto, che
dovrei essere il capo, ma invece no.
Di solito in queste comunità miste è il più giovane che
comanda e in questo caso si tratta di Tamara Cocca Pugacioffa, che ha un nome
anche troppo lungo, ma lei non sa che si riferisce a lei, perché non viene
usato mai.
Una
tradizione che abbiamo noi, a partire da mia madre è chiamarli con tutte le
parole possibili, sostantivi, aggettivi e all’occorrenza anche avverbi, da
Abaco a Zuzzerellone, con invenzioni di fantasia estemporanea e a volte
onomatopeica, eventuali influenze di lingue straniere tipo skureggianer, o come
troppamente, diminuitivi e aumentativi anche usati insieme in maniera
complementare, come per esempio sporcaccionetto da morire.
Tamara
non vuole che io accarezzi nessuno aldifuori di lei, l’attenzione deve essere
solo ed esclusivamente per lei, appunto Cocca o Cocchetta della famiglia. La
sua gelosia si estende anche agli eventuali visitatori.
Nella
nostra comunità mista ognuno ha il suo compito: loro mangiano e sporcano, ma
fanno anche la guardia, io li nutro, pulisco e li mando occasionalmente
affanculo in caso di intemperanze niente affatto rare.
I
gatti si occupano dei topi, uccelli e altri animaletti che possono anche mangiare,
cominciando staccando loro la testa, forse per farli soffrire meno, ma ne
dubito. Di solito ci si divertono, lasciandoli liberi e poi riprendendoli e
massacrandoli alla fine, quando non hanno più voglia.
I
cani invece principalmente cacciano gli opossum, che ammazzano volentieri ma
non mangiano, forse perché puzzano.
Stanno
in casa e dormono, quando non hanno niente da fare, ognuno con la sua cuccetta.
I gatti però la notte li tengo fuori, perché si rifiutano di accettare la
regola che quando si dorme non si ha nessuna voglia di essere svegliati per
motivi futili.
Due
maschi e due femmine, l’unico non sterilizzato è Franco, ogni tanto gli piglia
il richiamo della foresta, ma la Cocchetta è molto più grande e non sa nemmeno
di cosa si tratta, ogni tanto gli si rivolta, alla fine Franco si accontenta di
leccarle la schiena e lei seduta pazientemente lo lascia fare.
Appena
detto ecco il cane denominato Calogero, visto da una vicina e acchiappato al
volo, visto che Franco ha poco da vivere ancora.
Molto
simpatico Calogero, ha due mesi, ma sembra che ne abbia di più, perché abbaia
già ed è piuttosto aggressivo.
È
un bastardino di Labrador e quindi ha gli occhi verdi.
L’ho
dovuto restituire dopo due giorni, perché litigava con Franco, ormai vecchio e
con una vista parziale e annebbiata, gli saltava addosso per morderlo con tutto
il suo peso.
Credo
che mi abbiano mentito, non è possibile che Calogero abbia solo due mesi, dalla
grandezza del corpo, dai denti e dal carattere sospetto che debba averne di
più.
FALIERO
Non è che nella casa dei bisonni
non ci siano ricordi, forse ce ne sono meno, anzi sicuramente, però sono
importanti anche quelli, perché ci portavano anche lì, per una certa epoca, se
volevano fare un viaggio, le due possibilità erano Montramito e Mologno.
Praticamente era spiaggia o montagna, mare o fiume.
I bisnonni sono durati meno, ma
erano due persone affascinanti e avevano una parente che li aiutava, un po’
meno attempata, la Mannina, perché erano già vecchi e lei era energica e
simpatica, burbera ma non troppo.
Il posto poi era bello e
soprattutto diverso da quello che eravamo abituati a vedere.
All’inizio Vanna si è ribellata,
poi sono riuscito a farle vedere la casa dei bisnonni, e lì ha cominciato a
tenetennare. Anacleto ce lo aveva garantito, ma noi non ci siamo fidati, ci
siamo informati anche dalla gente del posto, l’internet è buona, forse a
Montramito è meglio, ma per l’uso che ne facciamo noi è più che sufficiente.
Tutto è bene quel che finisce
bene, quassù c’è una tranquillità incredibile, sia per noi che eravamo abituati
a Milano e Berlino, ma anche per chi aveva
vissuto dei mesi nella campagna vicino a Viareggio e gli odori qua sono
molto più sani, niente a che fare con la sansa.
Il primo racconto scritto e
disegnato quassù è questo, forse trai migliori del nostro fumettone di fratelli
autori. Che nel frattempo, in un certo senso, siamo diventati anche sorelle.
Due amici seduti sotto una
pergola di vite, bevono e parlano dei fatti loro, insomma. Volevo che fossero
un uomo e una donna ma Vanna ha detto che non dobbiamo dimostrare niente a
nessuno. Forse ha ragione.
MOLOGNO
“La vita è piena
di ingiustizie, tant’è vero che difficilmente il lunedì di Pasqua il cielo si
mantiene sereno, di solito quando la gente parte per il picnic, illusa da un
timido sole mattinale che spunta tra le nebbie, si aspetta già di dover
apparecchiare poi sotto un ponte, o in qualche affollatissimo capannone
abbandonato.
Dipendendo dalla
clemenza del tempo atmosferico la gente di Mologno, nel giorno del cosiddetto
Merendino, giocava a bocce sul circuito squadrato delle strade sassose, quelle
con la fascia di erba nel mezzo, che come angoli avevano le loro quattro case
in mezzo ai campi, oltre il passaggio a livello del treno, andando verso il
fiume Serchio. Mi ricordo di averne seguito un giorno gli sviluppi, ero bambino
e chi non giocava portava il vino e la roba da mangiare. Era un divertimento,
perché si facevano coloriti commenti accompagnati dalle relative bestemmie e da
bicchierotti di rosso, una cosa alimentava l'altra. Le vecchie tradizioni ora
si sono perse e, anche chiedendo agli abitanti dei luoghi in questione, si
ricordano appena di questa cosa, secondo me invece d'importanza non
indifferente.”
“Vero. E tua
madre?”
“Te l’ho già raccontato, una tragedia.
Il medico di famiglia si è sorpreso della sua resistenza, non sapevo se lo
aveva detto per scherzo o no, ma secondo lui era dovuta alle castagne,
considerata anche la provenienza Garfagnina, o quasi.
Mi sono informato
e ho scoperto che il medico non scherzava, dal punto di
vista nutrizionale, le castagne, hanno una notevole quantità di carboidrati
complessi, per questo sono in grado di sostituire i più pregiati cereali, con
il vantaggio però di non contenere glutine.
Ricche di
minerali che contribuiscono al buon funzionamento dell’organismo, le castagne
aiutano a rinforzare il sistema immunitario. Stiamo parlando, quindi, di un
prodotto di elevata qualità che grazie all’alto contenuto di amidi, proteine,
sali minerali come il potassio, il fosforo, lo zolfo, il magnesio, il calcio e
il ferro, insieme alle vitamine C, B1, B2 e PP, una bassa percentuale di
grassi, è indicato anche per chi effettua attività sportiva. Inoltre, sono
molto digeribili e consigliate a chi soffre di anemia o inappetenza e grazie
all’abbondante presenza di fibre, sono anche molto utili per la funzionalità
dell’intestino.”
“Io ne ho
mangiate un mucchio, eppure senza saperlo. Ma fammi vedere queste foto.” Chiede il Giuntini e io gliele passo.
Poi dico:
“Guardando le foto di quando era bambina e poi giovane e bella, penso a
lei, a come era nei vari periodi della sua vita. Prima non assomigliava per
niente alla nonna, mi pareva, ma da vecchia diventava sempre più simile, in
alcune foto poi sembra la Giovannina, una signora nostra parente che a volte è
venuta ad aiutare. È strano ma logico che con la malattia affiorino le maniere
di esprimersi della gioventù, l’accento garfagnino e anche tante parolacce che
forse per dare l’esempio a noi figli, prima non diceva mai. È la persona che
conosco da più tempo, non ricordo bene i particolari, ma sono uscito fuori da
lei.”
“Hai dei testimoni?” Scherza sempre e non ride mai, il Giuntini. Un
fenomeno vivente di burbero dal cuore grande.
“Quanti ne vuoi. Quando siamo andati al cimitero di Barga, che è piuttosto
grande, te lo sai, non sapevamo dove era la tomba dei nonni, non c’ero mai
stato, mia moglie Adriana ha chiesto mentalmente aiuto a loro stessi e
l’abbiamo trovata subito.” Alza lo sguardo dalle piccole foto in bianconero e
mi guarda, un po’ come se avessi raccontato una barzelletta che non fa ridere.
“Non ci credo.” Dice.
“Eppure è vero.”
“E che ti ricordi della vecchia e romantica Garfagnana?” Se una cosa non
gli garba, cambia subito discorso.
“Dicono che Mologno non ne faccia parte. Per esempio. E neanche Barga.”
“Barga no, ma Mologno comunque è sul confine, se caschi nel fiume vai a
finire in Garfagnana.”
“Non ce n’è alcun bisogno, ne ho un ricordo nitido e nebuloso
allo stesso tempo. Una volta stavo aspettando in macchina, su un’ampia curva,
in salita di una strada costeggiata da ciliegi e tante altre automobili erano
posteggiate sui due lati. Non ricordo dov’era, ma certo da quelle parti,
Mediavalle o Garfagnana, forse era al di là dei confini, la curva dei ciliegi.
Non so chi stavo aspettando, penso che fosse mio padre e che questo sia
successo più volte, la macchina dovrebbe essere una Simca 1000 rossa, o grigia
metallizzata, ero bambino e rimanevo lì da solo, per un tempo ragionevolmente
lungo. Doveva essere non lontano dalla casa dei nonni, a Mologno”
“Ah. E di Mologno allora che ti
ricordi?” Il Giuntini è di Sommocolonia, ma dice sempre che è di Castelvecchio
Pascoli, non so perché. Forse gli garbano le poesie.
“Tra i primi ricordi della mia vita c’è quello della casa dei nonni
materni, un edificio imponente e bianco che spunta da una fitta nebbia, in una
fredda giornata d’autunno o d’inverno.
Dovevo aver certo più di due anni, ma non molti di più.
Forse non avvenuta quello stesso giorno la macellazione del maiale, da me
seguita a distanza, nel garage dei vicini, con le varie parti sanguinanti poi
appese ai ganci, comunque associata a una somigliante porzione di tempo
piovviginosa e fredda.”
“Com’era questa casa? Era grande?”
“Era grande e ci
abitavano altre due famiglie, i contadini. Al seminterrato c’era la cantina,
un’abitazione più piccola sul davanti, dove abitavano la Meri e il Cavani,
gente simpaticissima. Dalla parte opposta, dove c’era l’ingresso della cantina,
sopra c’era una famiglia piegata dal lavoro e dall’alcool, non parlavano, papà,
mamma e nonno, avevano lo sguardo nel vuoto, i due bambini più o meno della
nostra età erano piuttosto sporchi, ma ancora normali.”
“Una casa
vecchia?”
“Sì, con i muri
larghi e fatti di sassi di fiume.”
“Che facevate
quando stavate lì?”
“La maggior parte
del tempo noi la passavamo in cucina, specialmente d’inverno, c’era il
caminetto e la cucina economica, che si chiama così perché scalda e ci si può
anche cucinare sopra.”
“D’inverno doveva
essere freddo…”
“Pare che tu
abbia sempre vissuto nel deserto del Sahara, ma te Giuntini l’hai mai visto il
mare?”
“C’ho anche fatto
dei tuffi non indifferenti, a Marina di Massa, o di Carrara, un ci credi?”
“Ci credo, chissà
panciate.”
“Invece no, sono
mezzo montanaro e va bene, ma perché poi dovrei aver fatto delle panciate?”
“Perché come
nuotatori e tuffatori i Garfagnini non sono mai stati tra i primi del mondo,
per esempio.”
“Ma io sono di
Castelvecchio Pascoli.”
“Mi risulta che
piuttosto tu sia di Sommocolonia, ma anche se fossi di Castelvecchio sarebbe lo
stesso.”
“Diciamo che sono
nato a Sommocolonia, ma ho vissuto quasi tutta l’infanzia a Castelvecchio,
tecnicamente entrambe non sono Garfagnana, diciamocelo; inoltre sono cristiano
cattolico praticante…”
“E con questo?”
“Te lo sai o no
che noi del comune di Barga apparteniamo alla diocesi di Pisa?”
“Lo so. E
allora?”
“Mai sentito
parlare delle Repubbliche Marinare?”
La sua logica è
così ferrea che mi stende, di solito parla poco, ma quando lo fa è cassazione.
Quando ci siamo ripresi ho continuato.
“Noi comunque si
facevano le mondine nel caminetto e si andava a letto presto. La sera dopo cena
si giocava sul tavolino, di legno foderato di fòrmica rossa sul piano. I grandi
a volte giocavano a carte, noi avevamo un gioco degli animali con delle
figurine abbastanza spesse e rigide, che non so chi aveva lasciato in un
armadietto che c'era nel salotto dei nonni, nel quale noi andavamo sempre a
cercare qualcosa e a volte ci trovavamo delle novità, perché magari gli inglesi
quando erano stati lì in vacanza ci avevano lasciato delle cose vecchie, che
non gli interessavano più. Questo gioco era incompleto, mancavano delle
figurine ma noi le usavamo in un'altra maniera.”
“Ma chi erano gli
inglesi?”
“I nostri parenti,
emigranti che poi erano i padroni di casa, italiani che vivevano in
Inghilterra, a Carlisle.”
“Ho capito. Tua
nonna che tipo era?”
“Guglielmina era
molto più seria di nonno, di solito si arrabbiava con lui, comunque era lei che
comandava, nonno era troppo buono, parlava tanto e con tutti attaccava
discorso, invece nonna non era di molte parole a vanvera.”
“E il nonno
com’era?”
“Immaginati un
triangolo in piedi, forse una piramide un po’ più slanciata, la parte del corpo
più bassa grossa e quella superiore più fina, la testa magra e allungata. Le
gambe e il bacino parevano parte di un corpo più massiccio e imponente, il
torace lo era assai meno, pareva non averci niente a che fare, le braccia però
erano muscolose.
Quando arrivava
un ospite andava giù in cantina a prendere il vino buono, nessuno poteva
riuscire a trattenerlo. Il vino non era buono per niente e mio padre, che in
qualità di ospite ogni volta veniva privilegiato da questa attenzione, non si
dimenticava mai di ricordarglielo. La sua ironia prefabbricata, che ripeteva
immancabilmente, di quel buono davero quel vino lì, che poteva avere perfino
sei gradi e mezzo forse addirittura sette. Anche lui non poteva essere fermato
da nessuno al mondo, doveva dirglielo tutte le volte.
Anni dopo, avevo già
la patente di guida e andai a trovare i nonni con una fidanzata e un’altra
coppia di amici, nonno Pita ci accolse con calore, andò a prendere il vino
buono, giocammo a scopa e a briscola, dopo che ce ne eravamo andati però chiese
a zia Alba chi diavolo fossimo.”
Il Giuntini ride,
cosa rara, forse perché gli mancano dei denti davanti...
“Sbaglio o hai
detto Pita? Si chiamava così?”
“Si chiamava
Pietro, ma in Inghilterra lo chiamavano Peter, che pronunciavano Pita.”
“E doveva essere
un simpaticone.”
“Infatti. Una
domanda che il nonno mi faceva sempre, fino a quando morì, era se avevo finito
o no il servizio militare. Quando la nonna ci lasciò, lui campò solo pochi
giorni in più, dopo tutti quegli anni non ce la fece ad adattarsi senza di lei.
Il nonno comprava
quelle mattonelle da attaccare alle pareti con le bischerate scritte tipo
“Saranno grandi i papi, saran potenti i re, ma quando qui si siedono son tutti
come me.” Il marito di sua figlia
naturalmente lo prendeva in giro ad ogni occasione. Mio padre ripeteva sempre le stesse battute, gli anni
passavano, ma quelle non cambiavano mai. Anche il nonno scherzava con frasi
fatte e ripetute più volte, che non si sapeva nemmeno cosa significavano, come
Trinkes weine, arrivi e partenze, la prima parte evidentemente dal tedesco,
bevi il vino, la connessione con la seconda parte, arrivi e partenze, doveva
essere qualcosa a che fare con i treni, ma la combinazione tra le due parti
sfuggiva a tutti e pure le occasioni in cui usava dirlo erano misteriose e
parevano anche quelle difficilmente da potersi includere in una sola categoria.
Poi c’era: alla pesca del tonno! Che veniva usata quando qualcuno pescava,
sottintendendo che non avrebbe preso pesci o poca roba. Quando una mamma
picchiava un bambino, lui rideva e diceva: botte all’arbitro! Un'altra frase
che pronunciava spesso ridendo a noi bambini era: che bastiano ch’un tu sei!”
“E che rapporto
avevano loro con quella casa?”
“Era come se
fosse la loro casa, ma era degli inglesi, penso di zia Alice, sorella della nonna.
Dicevano che lei era ricca e ricco era anche lo zio Dorando, che ogni tanto ci
faceva visita e andava a vangare nel suo orto, vicino alla stazione del treno,
che stranamente non si chiamava la stazione di Mologno, ma era quella di
Barga-Gallicano. Te lo sai meglio di me.
Non so dove
avevano abitato prima, ma io li ho conosciuti e li ho sempre visti in quella
casa.
La bisnonna, da
parte di mio nonno Pietro, era raffigurata in un quadro, dove spazzava con una
scopa di saggina la stalla. Mia madre appariva in alcune foto in bianconero,
appese e incorniciate nel salotto buono, che non veniva mai usato ed era
arredato come succedeva una volta. Era come un museo, pieno di ricami,
vetrinette e cose da non toccare praticamente mai, se non per pulirle. In una grande
fotografia con la cornice argentata due bambine piccole, molto diverse tra di
loro, vestite di pizzo chiaro, una cicciottella e scura, mia madre, l’altra più
magra e bionda, zia Alba. In un’altra foto mio nonno appariva giovane e vestito
da carabiniere, ma secondo quello che dicono faceva solo parte della vigilanza
della grande industria di Fornaci, la metallurgica SMI, che era come una città
e c’era anche un grande cinema dove da bambino ho visto uno dei miei primi
film, Via col vento.”
“A voi bambini piaceva
andare e restare dei giorni dai nonni, non è vero?”
“Sì. Per noi era
rovesciare la realtà e trovarne un’altra più romantica e quasi mitologica. Per
esempio le camere da letto erano tutte particolari, oltre a quella dei nonni,
che conoscevamo meno, le tre altre camere di quella casa le ricordo bene, due
perché erano tenebrose e una perché ci dormivamo noi due, in un freddo tremendo
d’inverno.
La prima, unica
al primo piano, che al pianterreno, o seminterrato c’era la cantina. La camera
aveva due letti, uno singolo e uno matrimoniale, era l’ideale per starci in
tre, Umberto, mia madre ed io. Probabilmente i mobili venivano
dall’Inghilterra, perché non ne ho mai visti di simili, erano bombati e
riproducevano i disegni dei nodi di legno, ma non erano massicci ed erano
sicuramente fatti di pannelli poco spessi, scuri e curvi. La luce era scarsa
che per leggere un giornalino ci perdevi gli occhi. Le lampade anche
riproducevano un improbabile marmo trasparente con le sue venature, ma le
lampadine dovevano essere le più fioche disponibili, ci veniva subito sonno.
Sui letti degli imbottiti caldi, ma non tanto pesanti come quelli che si
usavano di solito all’epoca, che erano pieni di lana, questi invece erano
riempiti di piume, credo, disegnati a fiori e fogliame ma a colori scuri e
smorti, sul marrone verdastro. Questa camera poi noi bambini non la usammo più
perché ci trasferimmo al piano superiore, eravamo un po’ più grandi, si dormiva
da soli e penso che quella fosse la più fredda della casa, perché era d’angolo,
aveva due finestre e prendeva il freddo da due lati, era l’unica che aveva un
lato esposto in direzione del fiume e più oltre delle Apuane. C’erano quegli
imbottiti pesanti e in più coperte supplementari, mio padre diceva che con quel
peso addosso, quando uno si svegliava la mattina, era più stanco di quando era
andato a letto.
In quella camera
freddissima c'è un ricordo pauroso di un grosso coniglio, che avevamo visto in
un film, chiamato Harvey e la notte ci sembrava di vederlo, a me e mio
fratello, in piedi vicino all'armadio e alla finestra. Aveva come un corpo
umano, di un uomo assai alto e la testa di coniglio. Nel film non si vedeva
mai, ma ne parlavano sempre, quindi lasciava spazio alla nostra immaginazione,
che non era poca. Dormivamo con la testa sotto le coperte e durante la notte
andare in bagno era peggio di una spedizione in pigiama al polo nord. Quella
era la stanza più fredda in assoluto, non mi ricordo di aver mai fatto un bagno
completo là, forse i nonni lo facevano d’estate, mentre noi aspettavamo di
tornare a casa.
La terza camera
la usavamo solo in caso di necessità, forse quando c’erano ospiti. La rete del
letto matrimoniale era incurvata e concava, la testa rimaneva più alta del
normale, il corpo scendeva al suo massimo all’altezza del sedere e le gambe
rimanevano rialzate anche loro, ma meno della testa e da sdraiati si vedeva
bene la strada e il passaggio a livello del treno. Era una camera piccola e
scura, sia per le pareti, mi pare verdi scuro, che per i mobili marroni, ma quasi
neri. Quando si accendeva la luce, anche lì, sembrava quasi più buio e non si
poteva proprio leggere.”
“Interessante.”
“Di fronte al
terrazzetto all’ingresso, che poi era sotto questa camera, c’era la capanna, in
una parte aperta in basso, c’era un vecchio barroccio polveroso, per tutto il
tempo, e ti parlo di decenni, non è stato mai mosso di lì e anche un passeggino
basso, aerodinamico, che somigliava a un piccolo carro armato, forse rosa,
doveva essere all’ultima moda ai suoi tempi, forse negli anni sessanta, poi
arrugginito tanto da non distinguersi più il colore. Non so se sono ancora lì,
ma io non li ho mai visti muovere da nessuno, mai.”
“Beh…”
“Mi garbano le cose strane, lo so, e quelle vecchie, come
quella stanza dove facevano il pane… se stanza si può chiamare perché più che
altro era un corridoio scuro con due madie una di fronte all’altra, in fondo
una finestrella che dava verso Gallicano e il monte Forato. E c’era un odore di
farina e muffa che non ho più sentito da un'altra parte, ma lì c’era della
bella storia e della geografia non indifferente…”
“In un certo
senso…”
“Nooo, in tutti i
sensi!”
“Come era
disposta la casa dei nonni?”
“La casa aveva un
seminterrato e due piani, fatta come una specie di U e nel mezzo, c'era una
parte dove non batteva mai il sole, che veniva praticamente frequentata
solamente dalle galline, dove c'erano pietre di fiume arrotondate lasciate alla
rinfusa, dove non cresceva vegetazione e andavano a beccarci ciottoli e cose
del genere. C'erano anche suppellettili come catinelle e vasi da notte
metallici e bucati, insomma cose buttate e lasciate lì, quelle che con il tempo
non erano marcite. Quindi era una specie di terra di nessuno dove la gente non
camminava mai e che avevo visto anche dietro altre case in Garfagnana, che
avevano in comune il fatto di essere frequentate solo dalle galline, che non ci
batteva il sole e spesso c'erano anche dei rifiuti solidi di vario tipo e
tenore.”
“Allora c’era un
pollaio attaccato alla casa?”
“Sì, una parte
almeno era prolungamento della casa. Dove le galline dormivano e deponevano le
uova. Poi c’era un piccolo edificio staccato, nella prima stanzetta in muratura
c’erano le gabbie dei conigli, ce ne erano diverse anche fuori, coperte dalla
lamiera, non so con quale criterio erano divise. Mi piaceva dargli da mangiare,
anche se dovevo stare attento a cosa gli proponevo, oltre che alle quantità,
sennò gli faceva male. Nella seconda stanzetta c'era una specie di grande
contenitore fatto di terracotta che serviva per ottenere la lisciva, attraverso
l'ebollizione di cenere e acqua. Da un rubinetto in basso usciva questo liquido
denso giallastro, la lisciva, che poi era un detersivo per fare il bucato.”
“La facevano
anche a casa di mia nonna.”
“Infatti, una
volta funzionava così.
Sopra una specie
di capanna di legno, abbastanza aperta dai vari lati, piena di fascine legate,
per accendere il fuoco. La legna a pezzi era invece nella rimessa, che era
dall’altra parte della casa.
La pompa era in
mezzo al pollaio, che era uno spiazzo recintato dove le galline becchettavano i
ciottoli, comunicante con una stanzina in muratura, dove erano incoraggiate a
deporre uova con bianchi sassi di fiume dalla forma somigliante, ma venivano
lasciate libere di uscire fuori per tutto il giorno. Erano libere di vagare
quanto volevano, non si allontanavano mai troppo. Poi la sera la nonna o chi
altri le chiamavano e loro accorrevano velocissime, perché dentro gli tiravano
del granturco sgranato, per premiarle o per stimolarle a tornare.
Oltre l’aia, che
era uno spiazzo di cemento dove una volta si facevano seccare il granturco
sgranato e i fagioli ancora da sgranare, i nonni avevano anche un piccolo
giardino accuratamente recintato, per colpa delle galline, che era sempre
perfettamente in ordine, ma non ci andava mai nessuno.
Per prendere
l'acqua dal pozzo bisognava tirarne prima un secchio dentro la pompa, quindi
era un didattico rapporto di dare prima di avere. Per tirare su acqua in
quantità bisognava lasciare un secchio pieno lì vicino, per la volta seguente,
sennò niente.”
“Intorno alla
casa come era il terreno? Era coltivato o no? Ora lo vedi che non piantano più
niente, da nessuna parte.”
“Diamine. C’era
un orto recintato con la rete fina, per via delle galline, ci si andava a
rubare le fragole, quando era l’epoca. I campi erano coltivati a erba medica, o
a granturco, cercando di alternare, mi ricordo anche piante di patata, ma per
quelle le galline erano un problema e le rovinavano. Erano tutti campi
delimitati dai filari di uva, le strade anche e l’erba cresceva ai lati e nel
mezzo, dove passavano le ruote prima dei barrocci e poi delle automobili e dei
trattori, la terra rimaneva battuta e nuda, ma non fangosa quando pioveva,
perché c’era mischiata parecchia ghiaia di fiume. Pietre grosse e veri e propri
massi affioravano in certi punti, come in mezzo tra la casa e la capanna, lì c’erano
delle pietre piatte enormi per lastricare la leggera salita, dai muri spessi
della casa anche affioravano degli scogli non indifferenti, che erano già nel
terreno o forse li avevano messi per renderla più forte alla base.” Il Giuntini
mi versa un bicchierotto di rosso, senza chiedermi niente e uno per sé.
“C’erano alberi
da frutto?”
“Dietro la
capanna c’erano dei noccioli che all’epoca della maturazione venivano
saccheggiati da noi bambini, davanti al pollaio un ciliegio enorme, il nonno ci
andava con la scala e riempiva dei cesti, una volta ricordo che esagerò negli
assaggi e si sentì male. Due bellissimi susini, la chioma a forma di cuore come
i frutti, di colore vino come le foglie, erano però sul terreno dei contadini,
all’ombra della casa, ma anche quelli non erano al riparo delle nostre
incursioni.
Salendo in mezzo
a queste costruzioni di pietra di fiume si andava verso una fattoria grande e
alta, fatta a elle, dalla quale c’era una stupenda vista, sotto si vedeva la
scogliera e il fiume, Gallicano sull’altro lato.
La strada in
mezzo ai campi faceva un quadrilatero incontrando un altro gruppo di case, per
tornare vicino al passaggio a livello, alla casa di quello che veniva chiamato
L’Antico, perché viveva come ai vecchi tempi e non si adeguava ai nuovi.
Arrivando dal
passaggio a livello, che ora non c’è più, in fondo a quella strada dritta a
sinistra della casa, c’era una curva, e lì un canneto che veniva fuori da un
mucchio di sassi di fiume arrotondati, di varia grandezza, probabilmente quelli
tirati fuori dai campi, per poterli coltivare. Continuando da quella parte si
trovava la casa del Piruletti, così denominato perché si girava spesso su sé
stesso, mentre parlava con gli altri, forse era nervoso, faceva delle piroette.
Di lì l’unica via d’accesso attuale, che porta sulla strada principale, vicino
al ponte di Gallicano, paese più grande, che è dall’altra parte del fiume.”
“La casa allora
era quasi sul letto del fiume?”
“C’erano tre
livelli, almeno quando il fiume non era in piena: il nostro, la piana di sotto
protetta dalla scogliera e il letto vero e proprio del fiume. Sul più alto, la
capanna, la rimessa e la stalla, in un unico blocco di muri di pietra, sono
rimaste uguali e completamente abbandonate. Lì di fronte la casa era ed è
ancora su una specie di pianoro di terra più alta, che teoricamente dovevano
essere al riparo dalle piene del fiume, ma è successo che la corrente vorticosa
una volta era arrivata anche sopra e tutti cercavano mio nonno, già senile, che
vagava come un pazzo per quelle stradelle invase dall’acqua minacciosa.
Più in basso
c’era un lavatoio incassato in un poggio dove passava una gora di acqua chiara
ma vorticosa, che doveva servire per irrigare i campi delle case più in là. Mio
cugino Saverio e suoi amici ci avevano messo dei bei pesciotti pescati nel
fiume lì vicino, ogni tanto se ne vedeva uno, specialmente nello sportello a
sinistra del lavatoio, che non so a cosa servisse ma lì era pieno di pietre e
di acqua pulita. Nel lavatoio ci giocavamo con delle zucche lunghe e verdi come
poi non ne ho più viste. C’era stato il film di Moby Dick alla televisione, in
quei giorni, con Gregory Peck che faceva il capitano Achab, e quindi le zucche
diventarono delle balene minacciose ed enormi nel nostro gioco.
Al di sotto di
quella specie di pianura, dove c’erano le case, c’era la scogliera, che
consisteva in un enorme argine di cemento e pietra che veniva regolarmente
distrutta dalla piena del fiume. Sarebbe utile ricordare a cosa avrebbe dovuto
servire questa scogliera, cioè per proteggere dalla piena del fiume i raccolti
dei campi che c’erano dietro. Nonostante il fatto che venisse sempre fatta a
pezzi da questa vorticosa acqua in piena, la ricostruivano sempre alla stessa
maniera. Il bello era che dentro queste spaccature della scogliera c'erano
tante lucertole, naturalmente era anche un nido ideale per le serpi. Arrivando
sulla scogliera d’estate, senza fare tanto rumore, si potevano vedere le bisce
che stavano stese al sole.
Penso che i fossi
che ho detto prima, essendo in posizione assai più alta del fiume, fossero
incanalati a partire dalla Corsonna, che è un torrente che si butta nel Serchio
vicino a Mologno ed è proprio lì dove sta per arrivare nel fiume, c'è uno
slargo di cento metri per cinquanta, tutto di rocce arrotondate più o meno alla
stessa altezza, che sembra fatto per un qualche motivo, forse per rallentare la
forza delle piene, il nonno mi ci ha portato, qualche volta poi ci siamo andati
da soli.”
“Ci sono stato
anch’io a Mologno, lo conosco a menadito…”
“Anche i tuoi
erano di quelle parti?”
“No, mio nonno
era di Limano, e non c’è bisogno che mi dici la filastrocca.”
“Che
filastrocca?”
“Lucchio, Limano
e Vico sono tre paesi che non valgono un fico.”
“E loro invece
che rispondevano?” Chiedo io.
“Ah, sai pure
quella?” Risponde domandando il Giuntini senza ridere, già sapendo la risposta.
“Io sì, sei te
che non la sai!”
“Figurati, l’ho
quasi inventata io!”
“Bugiardo. Allora
dilla!”
“Come sei scemo!
Vico, Lucchio e Limano; togli il cappello e tienilo in mano.”
“Bravo Giuntini.
E la tua nonna?”
“La nonna era di
Vagli.”
“Di sotto o di
sopra?”
“Di sopra, di
sopra.”
“Ma a me mi
avevano detto che era di sotto...”
“Imbecille, ma se
ti dico che era di sopra… ma te un ce n’hai più di ricordi che ti vengano in
mente?”
“Hai voglia te…
mio cugino Saverio poi se n'è andato in Venezuela, ma da piccolo ho diversi
ricordi con lui, tra cui quando il nonno aveva un motorino che lo teneva nella
rimessa sempre lucido e pulitissimo, lui glielo fregava e andava a fare il
cross sul fiume e prendeva sempre in giro il nonno perché lo chiamava la
motogigletta.
Poi, in un giorno
freddissimo di febbraio io e Saverio siamo andati sopra il garage dei
contadini, dove macellavano il maiale e là sopra c'era una specie di altana con
il granturco sgranato a seccare, di quel mucchio avevamo fatto un cratere, come
se fosse un vulcano ed era diventato la nostra trincea, si sparava ai nemici
protetti da argini di granturco.”
“Bello e poi?”
“Io non l’ho mai
visto, ma una figura mitologica era il Veloge che prima degli anni sessanta
veniva a piedi con qualche scarsa pentola da vendere, e diceva:
- La volede
questa bella pentorina?
Le donne, più per
divertirsi che altro, si mettevano a farci le trattative sui prezzi, fingendo
di considerarli esosi, ma alla fine poi non gliele compravano quasi mai, povero
vecchietto.
Suo erede
naturale, ma con una struttura assai più ricca e complessa era il Bocione, che
urlava quando arrivava con la sua Apecar carica di utensili per la cucina,
perlopiù di plastica, dopo l’avvento del Moplen, che attaccati a una struttura
metallica aperta sventolavano e si dimenavano quando era in movimento. Era un
tipo grassoccio e rosso in faccia, che probabilmente amava il vino e la cucina
rustica della Garfagnana, aveva un vocione che non aveva bisogno del megafono,
ma in un secondo momento anche quello apparve tra i suoi richiami per il
pubblico, tutto femminile e casalingo, che si divertivano anche con lui a
trattare sui prezzi e a parlarci senza aver troppe intenzioni di comprare,
faceva parte del gioco.”
“Altri giochi?”
Versa ancora due bicchierotti. Brinda.
“Salute. Tra le
prime volte che ho giocato a pallone c’è stata quella sul letto del fiume
Serchio, un campetto improvvisato pieno di sassi e senza erba, insieme al mio
cugino Saverio ed è stata una partita tra una decina di bambini di varie età.
Le due squadre erano denominate Seghini e Segoni, vincemmo noi Segoni cinque a
quattro.”
“Eh sì, i Segoni
erano forti assai. Ci ritorni volentieri a vedere la casa dei nonni?”
“Sì. Ci sono
tornato tante volte e ora fa proprio pena vederla, cambiata in peggio, alcune
sue parti abbandonate, con le finestre rotte e vedere che lì attorno il degrado
è ormai routine dichiarata e affermata.
Ci sono tornato varie volte a Mologno, una volta anche con mamma e un suo
vecchio amico, che le telefonava sempre, dopo la morte di mio padre. Anche se
tutto è cambiato e abbandonato, ci vado sempre volentieri. Quello era il mondo
dove è cresciuta mia madre, ho cercato spesso di immaginarla da bambina
giocare, in quell’ambiente, andare a scuola a piedi a Barga e poi quando ha
conosciuto mio padre, in una festa da ballo all’aperto, come a quei tempi
organizzavano d’estate.”

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