L’uomo si
identifica con il ruolo che è costretto a vivere: padre, figlio, padrone,
operaio, dirigente, impiegato, intellettuale, guru, furbo, tonto, forte,
debole, ecc. Per ognuno di questi ruoli esistono comportamenti sociali,
abbigliamenti, modi di pensare e di esprimersi cui ciascuno si adegua
inconsapevolmente.
E quindi non
siamo mai individui autentici, ma veri e propri imitatori: imitiamo modelli e
stereotipi prodotti dalla società in cui viviamo. Persino nei comportamenti più
intimi recitiamo in realtà dei ruoli precostituiti. L’inquinamento della nostra
mente è troppo esteso. Bisogna imparare a dire la verità, ma per dire la
verità, bisogna essere diventati capaci di conoscere che cos’è la verità e che
cos’è la menzogna, soprattutto in sé stessi.
Georges Ivanovič Gurdjieff
Adailton e Odair
Rocinha era un quartiere della
Zona Sud della città di Rio de Janeiro in Brasile. È ancora una della 700
favelas che fanno parte della città di Rio. In più è la favela più grande
del mondo e conta oltre 150.000 abitanti ufficiali.
Ada stava cominciando alla non più verde età di
cinquant’anni a soffrire di solitudine, sebbene avesse passato ogni giorno
della sua vita in mezzo a un formicaio di persone. Da un poco di tempo aveva
perso la voglia di vivere, e ne aveva sempre avuta poca. Ada non aveva amici,
né una donna, nemmeno un cane, aveva solo una tartarughina: Ninja. Cioè Ninja
era il suo nome e si ricordava di lei una volta al giorno, quando gli dava il
mangime. Un povero animaletto inespressivo ma testardo, che insisteva
caparbiamente nel sopravvivere e che, a volte, gli sembrava che gli
assomigliasse, non solo fisicamente.
Adailton era sempre sorridente, ma dentro era un’altra cosa, in Brasile nessuno sembrava triste, tutti scherzavano e parlavano assai, a volte erano veramente felici, o almeno si sentivano vivi, perché sapevano che non potevano abbandonarsi troppo alla malinconia, come nei paesi più sviluppati nei quali la gente andava dallo psicologo e si lamentava - senza accorgersene - di avere pochi autentici problemi.
D’accordo, poi con la crisi mondiale sorsero dei problemi veri, ma non
li sapevano affrontare serenamente, proprio perché avevano vissuto degli anni
inventandosi i loro stessi guai.
In Brasile invece le persone si divertivano con poco, il giorno per
giorno le spingeva, lavoravano tanto e non guadagnavano quasi niente, la vita
non era facile, ma era pur sempre la cosa migliore che avevano, insomma:
l’unica. Chissà, invece, che cosa sarebbe successo dopo.
Ecco che una domenica mattina qualcosa convinse Adailton che doveva
proprio andare a visitare suo cugino Odair. Da anni non lo vedeva, l’ultima
volta avevano fatto un churrasco da lui, una tradizionale
grigliata, una grande riunione di famiglia e di amici. perché Oda si stava per
sposare e voleva far conoscere la sua fidanzata francese Chantal a tutti i
parenti.
Nell’euforia alcolica, alla quale non era nemmeno troppo abituato, Ada
si era dimenticato di riportare a casa i suoi spiedi nuovi. Fu proprio quel pensiero che
lo fece decidere di smuoversi dalla sua solita apatia. Quegli spiedi di
Ada abbandonati a casa di Odair detto Oda, da anni. Ada doveva proprio andare a
riprenderseli.
Oda e Ada erano di origine meridionale, la loro cultura era quella
Gaúcha, le loro famiglie avevano stazionato alcune generazioni nella terra
del churrasco, e questo fatto fu decisivo, affinché Ada si
decidesse a fare quei chilometri che lo separavano da Oda e da un grande
cambiamento della sua vita. Non sapeva il vero motivo di quel viaggio
attraverso le favelas di Rio de Janeiro, credeva di andarci per via degli
spiedi. Insomma il destino è sempre stato una roba sottile ma insinuante, a
volte impercettibile, ma forte, a volte, specialmente quando non sembra
proprio.
Detto fatto, dopo una sommaria colazione con caffè, pane e margarina,
scese verso la strada attraverso i vicoli cementati della favela. Era una
giornata di sole incerto, sulla strada al di sotto il transito era caotico,
come sempre, il rumore assordante era un misto di centinaia di suoni. C’era
la feira de rua (mercatino di strada), tirava un
venticello fresco che veniva dal mare, dalla Baia di Guanabara.
La favela Urubu (Avvoltoio) era lontana, Ada cambiò due autobus e la
vide finalmente su una collina che, da lontano, pareva perfettamente ovale, le
casupole attaccate con la forza dell’ostinazione sulla curva ripidissima del
pendio. Adailton dovette attraversarla
dal basso verso l’alto e gli ci volle quasi un’ora, anche perché si perse più
volte e finì per chiedere informazioni in giro.
Quando chiese di Oda, gli domandarono se quello che cercava era Oda il
Distante di Responsabilità, (Oda o Distante de Responsa), lui
disse di no, insomma che non lo sapeva, ma loro replicarono che era l’unico Oda
che conoscevano e allora che abitava lassù in alto, dove finiva la favela e
cominciava il boschetto sullo strapiombo detto il cimitero dei giustiziati.
La casupola di Oda era l’ultima, sassi e pietroni, più i grandi alberi
rendevano difficili gli ultimi cento metri della collina, prima del grande
roccione, luogo di esecuzioni dei trafficanti traditori o presunti tali e alla
base del quale, sull’altro versante, in mezzo ai cespugli e alla spazzatura più
resistente ai fattori atmosferici, i cadaveri, in mezzo ai cespugli, senza
fretta diventavano scheletri.
Favela
Con il termine favela si indicano le baraccopoli
brasiliane,
costruite generalmente alla periferia delle maggiori città. Le abitazioni sono
costruite con diversi materiali, da semplici mattoni a scarti recuperati
dall'immondizia e molto spesso le coperture sono in Eternit.
Problemi comuni in questi quartieri sono il degrado, la criminalità diffusa e
gravi problemi di igiene pubblica dovuti alla mancanza di idonei sistemi di
fognatura e acqua potabile. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di Rio de
Janeiro, vi sono favelas in tutte le principali città del
paese.
Il nome favela deriva da un fatto storico: rifugiati ed ex
soldati reduci della sanguinosa guerra di Canudos (1895
- 1896), nello stato di Bahia,
occuparono un terreno collinare libero presso Rio de Janeiro, poiché il governo
che alla fine della guerra aveva smesso di pagarli, non diede loro delle
abitazioni in cui vivere. Questa collina, chiamata in precedenza Morro da
Providência, fu da loro denominata Morro da Favela come il luogo sede
del principale accampamento militare nella guerra di Canudos (essi crearono in
questo modo il loro accampamento nei pressi dell'allora capitale). La favela o
faveleira (Cnidoscolus quercifolius)
è una pianta che cresce prosperosa nel semi-arido sertão brasiliano
dove ebbero luogo le battaglie contro i ribelli di Antônio Conselheiro.
Nel corso degli anni la maggior parte della popolazione povera,
costituita per lo più da ex schiavi liberati in seguito alla legge Aurea del
1888, si trasferì lì rimpiazzando gli originali rifugiati e divenendo il gruppo
etnico maggioritario. Tuttavia, molto prima che il primo insediamento chiamato
"favela" diventasse una realtà, i neri liberati venivano allontanati
dal centro della città verso i sobborghi. Le Favelas erano abitativamente
vantaggiose per loro poiché gli permettevano di essere vicini al lavoro, e
nello stesso tempo di tenersi lontani da luoghi nei quali non erano benvenuti.
La maggior parte degli abitanti di una favela (chiamati in senso
dispregiativo favelados) sono poveri e vivono con meno di 100 dollari al
mese. Le abitazioni sviluppate in maniera irregolare e con materiali di bassa
qualità sono spesso costruite sui fianchi delle colline (in portoghese morros)
su un terreno franabile in precedenza ricoperto da vegetazione. Le piogge
torrenziali tipiche di queste zone causano numerosi crolli e anche un elevato
numero di vittime. Il degrado sociale e la povertà favoriscono anche il sorgere
di attività criminali. Nelle recenti decadi, le favelas sono state disturbate
dai crimini legati alla droga e alla guerra tra gang. Secondo alcuni un codice sociale comune
proibisce ai residenti delle favelas di essere coinvolti in attività criminali
all'interno della loro stessa favela e l'ordine viene mantenuto dalle
organizzazioni criminali che si sostituiscono al potere dello Stato. Le Favelas
sono spesso considerate una disgrazia e una vergogna dai brasiliani, ma possono
essere viste come una conseguenza della distribuzione ineguale della ricchezza
nel paese e alla mancanza di politiche a sostegno della popolazione più povera.
La maggior parte delle attuali favelas carioca crebbero
negli anni settanta, quando il boom dell'edilizia dei quartieri più ricchi
spinse un gran numero di lavoratori a una sorta di esodo dagli stati più poveri
del Brasile verso Rio de Janeiro in cerca di fortuna. Vasti allagamenti nelle
aree povere a bassa quota di Rio contribuirono inoltre a far muovere la gente
verso le favelas, le quali si trovano sui versanti collinosi della città.
Secondo una ricerca del 2011 fatta dal Istituto brasiliano di
geografia e statistica, IBGE, oltre 11,4 milioni di cittadini brasiliani, ovvero circa
il 6% della popolazione, vivono nelle favelas.
https://it.wikipedia.org/wiki/Favela
Chantal e Odair
Ma quante cose devono accadere a un uomo prima che egli si renda conto che il successo esteriore visibile, che si può toccare con mano, è una via sbagliata! Quali sofferenze devono colpire gli uomini prima che essi rinuncino a saziare sul prossimo la loro brama di potere e volere che tocchi sempre all'Altro! Quanto sangue deve ancora scorrere prima che agli uomini si aprano gli occhi per vedere la loro personale via e il proprio nemico, finché non si rendano conto di quali siano i loro veri successi! Tu devi poter vivere con te stesso, non a spese del tuo vicino!
C. G. Jung, Il Libro Rosso, pag. 310
Le donne, il sesso e l’amore sono robe problematiche, per noi uomini,
dal nostro punto di vista. Certo lo sono anche per le femmine, dall’altro lato,
gli uomini il sesso e l’amore, ma io comprendo già poco il mio, per occuparmi
anche del loro.
Per esempio, quando entrai in casa di Chantal rimasi subito conquistato
dal gusto sobrio dell’arredamento, dalla vista meravigliosa sul fiume, poi
dalla sua simpatia, dalla sua calma, dalla sua maniera di guardare, di toccare
le cose, ma prima ancora dalla sua bellezza fisica.
Finalmente una creatura francese di sesso femminile che sapeva ascoltare
e che parlava solo quando aveva qualcosa da dire, non che gli uomini moderni si
comportino meglio, in generale, ma le donne m’interessano di più.
Mi fece strada tra le stanze arredate con gusto e le varie sfumature del
beige contrapposte ai marroni di legni chiari, scuri e intermedi, sfumati e
misti, dalle vetrate la vista sotto, su quel favoloso mondo circostante, la
natura senza tracce dell’opera degli esseri umani, era da togliere il fiato.
Certo che anche i suoi movimenti non favorivano la mia più serena
respirazione, ma dopo poche sue parole non la vedevo già più come un oggetto
sessuale, ma come una magnifica compagna, una donna completa, simpatica,
affabile, sicura di sé ma non interessata a dominare, piuttosto a condividere.
Ovviamente mi sbagliavo, come tutte le altre volte, ma non lo sapevo e
mi volevo illudere, perché quell’illusione mi dava una voglia di vivere che in
altre maniere non riuscivo a ottenere.
La lezione in sé era diventata un particolare insignificante per me. Ero un professore competente, le regole e la didattica erano diventate poi routine, dal punto di vista tecnico, quello che cambiava era come venivano ricevute, con tutte le vibrazioni, le piccole cose che avvenivano quasi di nascosto e che si capivano tra le righe, anche se non sempre, poi i derivanti pensieri
del professore di lezioni private, i miei.
Ammettiamolo: per un modesto professionista del mio genere la vita poteva essere interessante, bastava saper stare al
proprio posto, ma era proprio quello che
era difficile.
Si conoscevano persone di vario tipo, antropologicamente
parlando, ma anche di classe e livello culturale assai differenti, e poi
se c’erano persone moleste si poteva inventare una scusa e sparire subito dal loro
libro paga e conseguentemente dalla loro vita. Si guadagnava né poco né tanto, ma si lavorava quando e quanto si voleva, insomma era una meraviglia.
Bastava non confondere l’amicizia con il lavoro, e se c’era qualche
bella ragazza, non si doveva fare troppo i lumaconi e invadere la sfera della
loro vita privata.
Riassumendo non si doveva prendere l’iniziativa, e se dall’altra parte
chi la prendeva non era ben accetta, bisognava farglielo capire senza
offenderla, magari senza perderla come cliente.
Se si vive da soli, se da sempre si è sognato di trovare una donna come
quelle dei film, che non esistono, ma quando se ne trova una, cioè si crede che
sia una di quelle, il difficile è rimanere imperturbabili.
Per farla breve mi trovai innamorato, a quasi cinquant’anni, di una
donna di trenta che ne dimostrava meno di venticinque, in più ricca e
tremendamente differente da tutto quello a cui ero abituato.
Con l’andar del tempo notai che la sua intelligenza era diversa da come
mi ero immaginato idealizzandola, era molto meno arguta e intellettuale di
quello che voleva far credere, ma riusciva a darla a bere in diversi tipi di
occasione. Il suo forte era il modo di fare, era molto soave e gradevole in
tutto quello che faceva e anche quando non faceva niente insomma, non lo faceva
nel modo giusto.
Mi accorsi ben presto che avrebbe potuto ottenere da me quello che
voleva, ma non m’importava, anzi ero contento.
Quello che mi rovinò però era che non stava funzionando come le altre
volte, perché questa pareva starci, pareva apprezzarmi, cosa che di solito non
mi succedeva, con le donne veramente belle e quando mi capitava me ne accorgevo
sempre in ritardo.
Comunque tenevo costantemente presente il principio di agire di rimessa,
cosa che facevo istintivamente da sempre, non riuscendo a prendere mai
l’iniziativa con le donne, ma anche in generale nella vita.
Aspettavo la sua mossa che non arrivava mai e mi piaceva quasi, una
volta tanto, quel cammino d’incertezza, per arrivare a un qualcosa che forse
non sarebbe mai giunto, ma proprio questa insicurezza mi faceva sentire assai
interessante la mia routine.
Mentre aspettavamo chissà cosa e chissà per quanto tempo, oltre alle
lezioni per me in automatico, ci scambiavamo, libri, dischi, consigli,
barzellette, impressioni frizzanti sul mondo e sui loro personaggi.
Ho sempre pensato che le donne formose e angeliche allo stesso tempo
sono le più disgraziate, insieme agli uomini molto ricchi, perché tutti
vogliono da loro quello che loro non hanno nessuna intenzione di sganciare,
anche se ovviamente sono cose differenti tra di loro, si assomigliano nella
sostanza.
Nella mia riflessione da curioso esterno, sono arrivato alla conclusione
che la loro vita diventa un tira e molla noioso e ripetitivo, per loro e
finiscono per considerare che vorrebbero magari essere apprezzati per
qualcos’altro. Intanto, sempre in modo del tutto istintivo, avevo sempre
trovato irrimediabilmente antipatici tutti i facenti parte di queste due
categorie.
Con lei era differente però, perché il suo modo di comportarsi non era
per niente comune, per una bellezza viva e tridimensionale di quel genere.
In buona sostanza Chantal non era eccessivamente falsa, non si dava
delle arie e non faceva cadere dal cielo ogni suo gesto o frase.
I libri, le musiche, i film scaricati in internet diventarono la nostra
merce di scambio ripetuta, i nostri gusti erano diversi e le cose che mi dava
lei non mi piacevano, in genere, ma le studiavo sia per capire come era di
carattere, (cosa pensava, come viveva,) sia per non doverglielo dire, che non
mi avevano affatto entusiasmato, fingevo che mi fossero invece risultate
gradite.
Ogni tanto qualcosa m’acchiappava, qualcosa di successo, un film recente
o qualcosa sui cui gusti più superficiali e universali era più facile
incontrarsi.
Lei invece diceva sempre bene delle cose che gli mandavo per internet, o
le consegnavo personalmente e non mi pareva che mentisse, come invece io facevo
regolarmente.
Lei era più aperta di me, o sapeva mentire bene, oppure io ero più fesso
in senso generale e questa è l’unica cosa sicura.
Tutto scorreva bene, dopo quattro mesi di lezione io ero praticamente
cotto, quando gli mandai un libro on-line che avevo scaricato e che stavo
leggendo con estremo interesse, sia perché seguiva alcuni miei principi
fondamentali della vita, sia perché aveva un dialogo interessante, in un
francese attuale e perfino ironico e divertente, in più seguiva un ritmo
incalzante. Da aggiungersi anche che ne era stato tratto un film di successo,
in Francia.
Insomma la trama del nostro romanzo d’amore iniziò così: un’allieva
ricca e bellissima, piena del suo gioco di potere. Un professore atipico,
sognatore ma coi piedi per terra, gli mandò un libro on-line che non aveva
ancora completamente letto.
Poi lo finì di leggere e scoprì che nel finale c’era una scena quasi
porno. Si domandò se doveva avvertirla, di non leggerlo, ma pensò che lei
ugualmente non lo avrebbe fatto. Però rimase in dubbio per dei mesi, a volte
gli parve che qualche frase detta, qualche cenno rimasto a metà, alludessero a
qualche cosa…
Potrebbe essere stata una dichiarazione di pessimo gusto, sul sesso
spinto e magari da considerarsi volgare… ma forse lei non leggeva mai un libro
intero, e poi in un idioma che stava imparando. No, no.
Lei era francese di padre e di madre brasiliana, nata e cresciuta qui,
per questo faceva lezioni di lingua con me, che a quel tempo portavo anche in
giro i cani dei ricchi a pagamento. E poi non mi ha mai fatto pesare il
fatto che vivevo in una favela, anzi questo fatto la incuriosiva.
Alla fine ci sposammo e andammo in Francia, a spese di suo padre.
All’inizio quella vita era troppo bella, ma durò poco, insomma cinque anni non
sono tanti, ma non furono inutili, almeno per me.
In Brasile c’è un certo preconcetto per chi proviene dalla favela, ma
fuori, nel mondo esterno, invece no.
Qua si crede, sulla base di esperienze vissute, che uno che è nato e
cresciuto in queste baraccopoli non sarà mai capace di uscire dal guscio, non
diventerà mai una persona normale.
In effetti non è facile, ma è possibile.
La realtà delle favelas
"Não quero
ser mais, e nem menos que ninguém. E o que você quer pra mim, eu quero em dobro
pra você também."
“Non voglio essere di più, e neanche meno di nessuno. E quello che tu mi
auguri, lo auguro raddoppiato anche per te.”
(Dina Di – Cantautrice Rap)
In Brasile il fenomeno di degrado di molte città è ben conosciuto. Negli interstizi o nelle periferie delle metropoli sorgono e crescono spontaneamente agglomerati di baracche o case di fortuna, un fenomeno conosciuto in loco come favelizzazione, ovvero la trasformazione dello spazio urbano in favela. Le favelas sono agglomerati di abitazioni e baracche sorti spontaneamente dalla fine del diciannovesimo secolo in tutto il centro e Sudamerica. Dal secondo dopoguerra in avanti, soprattutto a partire dagli anni cinquanta, la favelizzazione ha avuto un incremento esponenziale. Oggi è una realtà enorme in continua crescita ed espansione che interessa tutto il mondo e coinvolge l’intero pianeta sia per le dimensioni del fenomeno, sia perché agglomerati urbani che soffrono di carenze e problematiche economiche e materiali sono presenti ovunque. Le favelas nascono, esemplificando estremamente, come necessità di trovare un tetto e una sistemazione, anche di fortuna, da parte di persone che dalle campagne e dalle foreste emigrano verso i grossi centri urbani. In realtà lo sviluppo del fenomeno è notevolmente complesso e coinvolge numerosi fattori. Allo stato attuale le favelas sono in parte situazioni urbane non ufficialmente riconosciute, dove violenza, narcotraffico e altre attività illegali prosperano e si diffondono rapidamente, in parte comunità di persone alla ricerca di identità e dignità, nonché portatrici di un grandissimo potenziale.
L’atteggiamento nei confronti di questi agglomerati di persone è
contraddittorio. Le istituzioni sono costrette a prenderle in considerazione,
sia sul piano della sicurezza che su quello dello sviluppo urbano. I cittadini
che non ci vivono, che siano più o meno benestanti hanno diversi approcci.
Chi le ignora tranquillamente rimuovendole persino sul piano della
coscienza psicologica, chi le disprezza e ne è infastidito, chi cerca di
operare sul piano dell’aiuto umanitario, spesso con risultati poco incoraggianti
o a volte disastrosi, chi le sfrutta come bacini di mano d’opera a basso costo
per attività sia lecite che illecite. Oggi è in via di sviluppo un fenomeno
detto pacificazione che in realtà è una sorta di accordo tra narcotrafficanti e
istituzioni per mantenere una situazione vivibile. In Rio de Janeiro si trovano
circa 700 favelas.
In questa città in particolare, paradossalmente, le favelas sono anche
un terreno culturale particolarmente attivo e fertile. Basti pensare che il
famoso Carnevale, insieme al Samba, trae in buona parte la propria origine da
questi ambienti, che talvolta videro al proprio interno, all’inizio del XXº
secolo, la fondazione di scuole di Samba rinomate.
I rapporti tra Carnevale, Samba, cittadini comuni, favelados,
delinquenza e istituzioni è altamente complesso, ma sta di fatto che si tratta
di una realtà culturale molto profonda con radici antiche e che influenza gran
parte della cultura del mondo odierno.
Chi è nato e cresciuto in questi ambienti avrà una grande
difficoltà a inserirsi in una società, che per quanto flessibile e tollerante,
molto di più di quella europea per esempio, è molto diversa e lontana dalla
loro realtà originaria.
Però anche la cosiddetta società ha i suoi difetti, tra
cui rifiutare tutto ciò che è differente, paradossalmente tutti quegli individui che sono diventati così
per responsabilità indiretta della società stessa.
E pensare che ho perso il mio tempo con un passato che non è mai stato
presente
(Internet)
Oda, seduto sotto un grande salice, leggeva pigramente gli ingredienti di una scatola di cioccolatini. Vide arrivare Ada, sudato e incurvato dalla lunga camminata in salita, sulla stradina di cemento, tra le casette di materiale misto. Capì in un attimo che era meglio dire addio agli spiedi, al cui saltuario usufrutto si era ormai piacevolmente abituato. Ogni tanto Oda faceva un churrasco per i suoi clienti più affezionati, secondo le sue tradizioni gaúche. Ricordò, pur senza essersene mai veramente scordato, che la visita precedente di Ada era stata prima del suo matrimonio, approssimativi cinque anni prima.
Visto che ne aveva pochi, Oda gli aveva chiesto in prestito gli spiedi,
assurdamente Ada non poteva confessare di non averne, era stato pronto a sacrificarsi,
se li era andati a comprare, i più economici possibile, è chiaro, ma erano
spiedi da churrasco, magari indovinava che in futuro, per lui, avrebbero
avuto un significato simbolico e gaúcho. Poi, abbastanza ubriaco, con la mente
placida di chi non ne aveva mai posseduti, a notte fatta se ne era tornato a
casa dimenticandoseli là da Oda.
Dopo aver abbassato la testa, concentrato nel suo sforzo, nell’ultimo
tratto di salita ripida, entrava dal cancellino, attorno al quale lo steccato
era stato abbattuto dai fattori atmosferici e dal Cupim, minuscolo
animaletto che divora il legno. Ada salutò con la mano in direzione del salice
piangente, ma Oda era sparito.
Mentre Ada si guardava intorno recuperando il fiato, stanco e sudato,
Oda ricomparve con gli spiedi che spuntavano da un grande involto di panno
nero, decorato da realistiche bianche ragnatele e polvere, che trasportava con
entrambe le mani mentre andava incontro a Ada, che gli strinse la mano, poi si
abbracciarono, si sedettero sotto il salice, su due fresche e originali
poltrone di cemento e mattoni ricoperte di muschio soffice.
“Passavo di qua e mi sono detto, vado a trovare Oda, che mi fa sempre
piacere vederlo, che poi sono anni che non lo vedo, a proposito, come va la
vita dell’uomo sposato?”
Oda lo guardò serio e calmo, ma lo sguardo lo sorpassò, volò oltre, si
perse a valle, in direzione del mare.
Poi, finalmente disse:
“La vita dell’uomo sposato andava anche bene, almeno dal mio punto di
vista, però per lei no, ora potrei dirti come va la vita dell’uomo divorziato,
se ti interessa, che è abbastanza differente da quella dello scapolo... a
proposito, come va la vita dello scapolo?”
“Bene, anzi male, sono stanco di stare solo e di fare questa merda di
lavoro che faccio, ma non sapevo che ti eri separato... divorziato hai detto?”
“Divorziato, divorziato, è una maniera di dire, per la sua stessa forza
d’espressione, ma senza fare i documenti, anche per sposarci non c’eravamo mica
sposati in comune, solo in chiesa. Comunque, invece di divorziato, sarebbe più
appropriato dire abbandonato.”
“Ah, è scappata? E ora dove è?”
“Non lo so, qui non c’è, di questo sono sicuro, ho guardato bene... e
poi non c’è molto spazio per nascondersi, ma tu forse volevi sapere se lei ha
qualcun altro?”
“No, solo che cosa fa, dove si trova, non l’hai più vista o sentita?”
“Certo. Sentita dentro al cuore, vista nei sogni... che però ora si
chiamano incubi... ma non esageriamo, ormai sto bene, anzi benissimo... ”
“Ho capito, cambiamo argomento...”
“Non ti preoccupare, cugino, stavo scherzando, sto bene, di nuovo e la
mia vita è già cambiata molto da quei tempi, ho avuto un salto di qualità. ”
“Da quei tempi? È già così tanto che se ne è andata?”
“Circa due anni fa, dopo tre di convivenza, proprio in questa epoca
estiva, ma credo che la mia vita sia migliorata, ti dico la verità...”
“Perché? Stai facendo qualcosa di nuovo?”
“Ecco, a proposito e per esempio, questo è il salto di qualità che ti
dicevo: da qualche tempo, ho scoperto che sono più abile ad aiutare gli altri
che me stesso, anzi, che aiutando gli altri aiuto anche me stesso, e chissà che
non sia proprio questo il senso della mia vita?”
“Come sarebbe a dire? Che cosa è che stai facendo ora?”
“Sarebbe a dire che lavoro come aiuto psicologico per i viventi in
difficoltà di qua intorno, ma già mi arriva gente anche da Niteroi, figurati...
dalla Barra da Tijuca, anche gente ricca, sto quasi diventando un professionista
di moda, e non sono nemmeno due anni che ho cominciato, ho già bisogno di un
aiutante, se tu fossi un poco più colto e intelligente...”
Risero insieme, ma poi Ada disse:
“Non ho capito tanto bene.”
“Insomma è un aiuto per la testa, se non lo sai, dovresti saperlo: la
testa, ce l’hanno data nascendo, ma non ci hanno dato il libretto delle
istruzioni, né tantomeno ci hanno insegnato a usarla, in maniera di favorirci
invece di ostacolarci, e poi non è così facile come sembra. Qui entro io, per
aiutare le persone a capire la propria testa, che anche per loro, che ce
l’hanno sempre avuta attaccata al collo, è sempre stata un oggetto misterioso.”
“Ma tu non hai studiato lingue?”
“Sì, sono professore di francese. Questa è stata la prima, ma anche
unica questione che mi sono posto.”
“E allora?”
“Allora che cosa?”
“Allora, come hai risposto a questa domanda?”
“Ah già. Guarda, è stato troppo facile. Vedi io non ho studiato,
tecnicamente parlando, questa roba a scuola, quando ero più giovane, perciò non
ho diplomi e carte timbrate, ma frequento, anche da prima di conoscere Chantal,
vari tipi di scuole, prima superiori e poi università, negli ultimi anni,
alcuni corsi privati, o pubblici, anche se sempre in qualità di clandestino,
cioè senza dare esami e soprattutto senza spendere un soldo.”
“Ah! Questa è nuova, e non se ne accorge nessuno?”
“Quando se ne accorgono mi scuso e non ci vado più, almeno per un poco
di tempo, poi ci ritorno con la faccia camuffata, occhiali, baffetti, capelli
differenti...
Ma non succede spesso, perché io non vado là per avere abilitazioni
scritte o voti o lauree, solo per rendermi conto e imparare, almeno
l’essenziale, quello che mi può essere utile e non di più.”
Alternandosi passaggi di nuvole e raggi di sole nel cielo, sopra di
loro, le facce si illuminavano e scurivano, i due erano mulatti e anche
abbastanza somiglianti, ma Ada aveva i capelli più corti, Oda con la sua
barbetta e i piccoli occhiali da vista rotondi che gli davano un’aria quasi da
intellettuale.
“Lo sai che sei
cambiato Oda? Sei molto più magro, poi quella barbetta da capra, mi sembri
anche più chiaro di pelle, non lo so. Ma, quell’altro discorso che stavamo
facendo?”
“Sì, un poco di marketing, l’immagine è importante, il saggio non può
avere l’apparenza di un ladro e la povertà del look deve essere ben
studiata. Scusa, sono un po’ distratto,
ma di quale discorso stai parlando?”
“Hai parlato di psicologia...”
“Ah! Una parolaccia, eh? Ah sì, a proposito e non per caso, stavo
dicendo che frequentando varie facoltà, per poco ma abbastanza, ho visto
insegnare vari tipi di professori.
Ho capito che pochi hanno la vocazione, insegnano per guadagnare i
soldi, che anche quelli servono, per carità, ma insegnare è una cosa
completamente diversa dagli altri lavori, ci vuole entusiasmo, didattica e
competenza della materia, soprattutto psicologia, ci si deve saper comportare
con le persone, tutte cose che tu non puoi capire… e non c’è niente da fare.”
Adailton rise, Odair anche, si alzarono e si dettero delle pacche sulle
spalle, poi si abbracciarono.
“Gli studenti, poi, i giovani, sono lì perché ce li hanno mandati, la
maggioranza non ha la minima idea di che cosa ci sta a fare lì, guarda, come
possono si distraggono, scappano sia mentalmente che, quando possono,
materialmente. Ma anche quando ci stanno e si sforzano, non hanno la nozione
dello spazio e del tempo, faticano solo per tentare di concentrarsi, gli manca
la motivazione, invece io sto lì solo per quello, mi riesce facile e bene, e mi
piace anche, ma pagare non pago. No. Sono un uomo di principi solidi io.”
Ada rise di nuovo e Oda lo guardò fintamente offeso, al che Ada rise di
più, si sganasciò.
“Ma come ti è venuto in mente di fare carriera in questa maniera?
L’ultima volta che ti ho visto eri un negrão ignorante, molto
più colto di me, va bene, ma sempre ignorante, non mi dire di no.”
“Ignorante lo sono sempre di più, se è per questo, più studio e più mi
accorgo che non so niente, ma questa è già una saggezza, un’altra parolaccia
per te, è ovvio che non sai cosa sia e, anche se lo sapessi, applicarla alla
vita sarebbe tutto un altro discorso.
Aspetta che ti spiego, allora, uno dei punti fermi della mia vita è
diventato questo: fai quello che ti piace e ti riesce bene, se ti piace poi ti
riuscirà, qualsiasi cosa, anche se all’inizio avrai difficoltà. Cioè se hai
entusiasmo, la competenza verrà col tempo e poi farai contenti tutti e, in più,
sarai contento anche tu, non è questo quello che conta?”
“È vero, ma tu parli come uno che ha studiato, io non ce la farei, poi
tu cosa racconti alla gente di veramente efficace e che cosa significa
esattamente questa psicologia in parole povere?”
“Stai usando parole difficili, hai letto qualcosetta negli ultimi anni? E
quante domande, bravo, le domande sono fondamentali, a volte più delle
risposte.
E l’ultima è una signora domanda, questa è importante, allora: la
psicologia è lo studio del nostro cervello, in pratica e in teoria, che cosa
facciamo nella nostra vita e perché lo facciamo, che meccanismi si formano
dentro la testaccia di un vivente come te, per esempio, perché te ne stai da
solo e non vuoi nessuno intorno.
Ci sarà un perché, no?
Questo perché è la psicologia.
Un altro disgraziato, per esempio mio fratello Duda, invece, ama la
compagnia della gente, ma non riesce a dormire la notte, soffre quando qualcuno
spara un fuoco di artificio e odia i cani.
Perché?
La psicologia spiega che la storia personale di questo particolare
Eduardo, detto Duda, con una testa piccola e un cuore grande, con i suoi
genitori ignoranti come capre e nell’ambiente dove è cresciuto, che è lo stesso
nostro, per coincidenza: il mondo, hanno formato il carattere
di questo essere nella maniera in cui questo umano è, quello che gli
piace, quello che non gli piace, il suo comportamento e i suoi tanti perché
nascosti. Sembra uguale a tanti altri,
ma è differente da tutti gli altri.
Un esempio insomma, tra gli altri possibili.
Che cosa racconto alla gente? Mi sono documentato, ho letto e sto
leggendo vari libri presi in prestito nelle varie biblioteche, non costano
niente, basta restituirli poi, dopo averli letti. Se non li leggi il prezzo è
lo stesso. È gratis. Ora poi c’è l’internet che è anche meglio.
La cosa più importante per poter progredire è l’intelligenza, va bene,
ma non l’intelligenza pura, quella emozionale, e per poter approfittare di
quello che impari devi poter fare dei confronti, per quello serve la memoria
buona, sennò tutto cade nel vuoto.
Per esempio ho sempre pensato che a parte il tuo insuccesso nella vita
tu fossi un tipo intelligente, magari un po’ troppo introverso, ma con una
buona memoria, ti sei ricordato degli spiedi infatti, ma non solo questo.
Ovviamente.
Scherzo dai.
Nella vita basta mettersi d’accordo, assumersi i propri compromessi, ma dare anche soddisfazione agli altri, perché dentro la loro soddisfazione si nasconde parte della nostra, non si può vivere da soli... cioè, va bene, si potrebbe anche, ma invece siamo abituati a stare con gli altri, per questo dobbiamo imparare a farlo nel miglior modo possibile.
Fare tesoro di quello che hai vissuto, non necessariamente quello che è
stato un errore in passato lo sarà nel futuro, se la situazione pur anche
simile è un’altra.
I libri poi li scelgo in base alle domande che mi fanno i miei cosiddetti
pazienti o che io stesso mi faccio nel cervello, cervello che ora sto usando
più e meglio di quanto facevo quando ci siamo visti l’ultima volta, per questo
dici che sono cambiato.
E meno male, dico io.
Sia riguardo i libri che le informazioni teoriche che devo insegnare e
anche insegnare a mettere in pratica, prima devo capire ciò che vale la pena e
ciò che non vale nemmeno l’emozione, tra quello che è la letteratura
specializzata e tra quello che è la spazzatura commercializzata.
Lascia perdere quest’ultimo discorso, fai conto che sono stato zitto,
non serve a niente e non so nemmeno perché te l’ho detto.”
“Invece ho capito, io ho capito tutto, che cosa credi?”
“Va bene, scusa, meglio ancora. Stavo dicendo, inoltre, che la mia
esperienza di vita è stata molto varia e sono uno che fa macinare bene la
logica... anche se sono un poco distratto, a volte penso troppo, ma il mio
ragionamento fila che è una bellezza, non è forse vero?”
“A dire la verità non ci avevo mai pensato, ma ora che me lo dici mi
pare di sì, però se sei molto distratto e perdi il filo del discorso, questo
non ti ostacola?”
“Il filo del discorso? E chi se ne importa? Me lo ridanno loro quando lo perdo, basta non
preoccuparsi, tanti non se ne accorgono nemmeno… o sennò dopo lo ritrovo, senza
cercarlo, viene da sé, lasciando scorrere le parole su se stesse, facendo
rotolare i ragionamenti sulle cause, i loro effetti se ne escono da soli, le
conseguenze cioè... insomma, il popolo è confuso, molto più confuso di me, in
più è anche stressato e questo è un altro privilegio che ho, mi capisci?
Figurati se notano che io perdo il filo del discorso, la maggior parte
non sa nemmeno che cosa sia il filo del discorso...
Tu Ada magari sei uno che una logica la sa sviluppare, sei uno che pensa
tanto, forse anche troppo, ma il popolo pensa poco, la maggior parte di quelli
che vengono qui, se sapessero pensare non avrebbero bisogno di me, dammi retta!
Anche io dico delle cretinate, a volte, chi è che non ne dice? Ma dopo
me ne rendo conto, sono anche capace di correggermi, accetto critiche e
consigli, dove lo trovi un saggio più saggio di me?”
“Sì, va bene, ma che gli dici alla gente?”
“Io? Quasi niente, in pratica ascoltano la loro stessa storia... però,
tieni conto che - se non ci fossi io - non avrebbero occasione di raccontare la
loro storia a sé stessi, e tutti gli altri non hanno tempo di starli ad
ascoltare.
Finalmente sentono il suono di quello che la conchiglia magica, chiamata
Oda, gli dice che è il mare, non avevano mai avuto la calma per farlo, le loro
facce rimangono meravigliate, come se io gli avessi detto una grande verità, ma
lo sforzo lo hanno fatto loro... io gli ho aperto una finestra che avevano da
sempre davanti a loro, ma non se ne rendevano conto, così, dopo, pieni di
gratitudine nei miei confronti, decidono autonomamente...”
“Ma, allora, non potrebbero farlo da soli?”
“Sì, ma non lo sanno. E poi se lo sapessero non ci crederebbero. E se ci credessero non
sarebbero capaci di farci niente lo stesso, perché gli manca la struttura, la
sistematica, la competenza, il senso della misura e potrei dirti tante altre
cose che gli mancano, ma tutto questo si riassume in un’unica parola, una cosa
che hanno tutti, in grande quantità, che rende inutili tutte le altre:
l’ignoranza.
Dalla faccia mi pare che tu mi stia seguendo, mi sbaglio?
Quelli che hanno risolto il problema della sopravvivenza, nel farlo, si
sono creati un insieme di altre piccole e grandi malattie mentali, che il
povero non conosce... lo sai che cosa significa aver paura di perdere milioni
di dollari?
È una questione che ti piacerebbe risolvere, lo so, ma non credere di
dormire tranquillo, quando hai qualcosa da perdere, più grande è e meno ti
senti tranquillo, ma è inutile che te ne parli, tu non ne avrai mai bisogno.”
Risero di nuovo insieme, a lungo, poi ci ripensarono e risero di nuovo.
“Ritornando a me, quello che mi permette di essere al di sopra della
mischia dello stress è la mia attitudine greca, di ozio contemplativo, come
potrei essere così tranquillo se lavorassi insieme a te nel centro infernale di
Rio?”
“Eh già. Ma che cosa è l’ozio?”
“L’ozio è il non far niente, contemplativo perché non facendo niente ho
il tempo di contemplare, cioè di ammirare i dettagli delle cose. Sia le
bellezze che le bruttezze.
A volte la bruttezza è tanto brutta da diventare bella, per esempio il
viso scavato dal mare di un vecchio marinaio di Santos, ma
forse è più facile per te capire il contrario, hai mai visto una di quelle
modelle alla televisione, che sono tanto belle che danno noia agli occhi?”
Ada ci pensò un poco, ma l’espressione della sua faccia non indicò
nessun tipo di variazione.
Per capire meglio cosa era successo al cugino Oda, ma la faccenda
cominciava a interessargli anche personalmente, domandò:
“Insomma, i tuoi clienti, ricchi e poveri, vengono qui, raccontano i
loro guai e capiscono che cosa devono fare per cambiare la loro vita, senza che
tu faccia o dica quasi niente?”
“Beh, non esattamente, a proposito io gli dico delle piccole cose, le
più logiche conseguenze delle loro esagerazioni...”
“Per esempio, cosa gli dici?
“Per esempio, se loro dicono che fumano tanto, dico che devono fumare
meno...”
“Mi sembra troppo facile.”
“Difficile non è, la maggior difficoltà è fargli credere che io sia
qualificato per farlo, ma se loro hanno una referenza di una persona che
conoscono e che gli parla bene di me, allora l’ostacolo è già aggirato e
dimenticato.
Quello che conta veramente, poi, è che li faccio riflettere, li obbligo
a fermarsi e ad analizzare le cose senza ingannarsi... come sono abituati a
fare normalmente, da soli o seguendo consigli degli altri che ne sanno ancora
meno e che non hanno voglia di perdere tempo dietro ai problemi di
chicchessia... vedi che molte persone sono convinte di pensare, ma invece non
fanno altro che rincorrersi la coda, il popolo è confuso, perché il mondo è
confuso e lo diventa sempre di più, almeno per chi non ha mai avuto tempo di
fermarsi e di riflettere...
Io li metto semplicemente con le spalle al muro, li obbligo, ma con la
massima calma e determinazione, a guardarsi dentro e attorno, gli do la
sicurezza di un’ora a seduta, ascoltandoli e consigliandoli.
Li faccio respirare profondamente, perché la maggior parte della gente
non sa nemmeno respirare, voglio dire in maniera corretta...
Non ci credi?
Fammi vedere tu come respiri, per esempio, respira normalmente, come fai sempre...
Ecco, lo vedi?
Anche tu respiri troppo rapidamente, prenditi la tua calma, Ada, il
respiro deve essere profondo ed è una cosa che puoi fare sempre e bene, che ti
da’ sollievo, ma che nessuno ci pensa che sia una cosa importante, anzi
decisiva.
Prova.
Così... profondo e leggero... leggero e profondo... profondo e
leggero... su e giù... giù e su, con calma, regolarmente... prova a respirare
bene e vedrai che già tutto migliora.
Perché ossigenare il cervello e il corpo intero significa farli stare
meglio, allora anche la nostra povera mente si sente differente, più disposta e
in forma, tutto è legato e in contatto, tieni conto che il corpo e la mente
sono una cosa sola.
Hai capito o no?
Io li ascolto i clienti, anche se le loro parole dicono cose che i fatti
dimostrano essere false, sono solo bugie, ma bugie alle quali loro credono
automaticamente, senza fare ragionamenti, senza usare una logica qualsiasi.
Perciò sono importanti per capire il loro mondo, la loro giornata, la
loro vita.
E poi guarda che già trovare qualcuno che ti ascolta, veramente, dico,
senza fingere, non è facile.
Gli faccio delle domande, questo è importante, per comprendere come
vivono, quello che dico dopo è facile e soprattutto logico, vedi che la gente
di qua è molto confusa, non so se è la stessa cosa dovunque, ma qua è così, e
poi anche se la gente sapesse le cose, ha bisogno di sentirsele dire da
qualcuno, ci vuole una persona autorevole, che loro non sanno bene come deve
essere, ma io, seduto qua placidamente sotto l’albero simbolico del pianto, il
salice, io sono l’ideale, un mistico, un saggio, un amico disponibile, che
tutti si possono permettere di consultare, anche perché accetto qualsiasi tipo
di pagamento.”
“Qualsiasi cosa? Stai scherzando!”
“L’ho detto e lo ripeto: qualsiasi cosa.
Uova, galline, anatre, chiodi, meloni, legna, televisioni vecchie... hai
visto quella scatola di cioccolatini che mi sono spolpato orora? È il pagamento
di una visita a domicilio, qua sotto, al bar di Caio.
Insomma, accetto quello che loro possono darmi, uno ieri mi ha dato una
scarpa già un po’ usata, mi ha detto che l’altra me la darà se e quando sarà
guarito. Io gli ho chiesto di non camminarci troppo nel frattempo, lui ha riso,
è chiaro che il suo problema più grave è la diffidenza, non so se riuscirò a
guarirlo, ma sono sicuro che migliorerà.
Chi può pagarmi meglio, mi paga in denaro e poi non importa, perché io
non ho bisogno di molto per vivere, ho il mio orto, la mia casetta, senza
rimpianti ho rinunciato al ben che minimo consumismo, non avendoci mai vermente
partecipato, non guardo la televisione, (solo qualche partita del Botafogo) e
non mi vengono più certe idee storte nella testa, insomma ho la mia disciplina
di vita...”
Parlando e parlando si fece
tardi e Adailton doveva tornare a casa, ma per la strada ci pensava e gli pareva
strano che Odair gli avesse fatto tutti quei discorsi.
Visto che il viaggio era lungo, Ada pensava anche a come era diverso
Oda, a come era cambiato dall’ultima volta che si erano visti.
Pochi anni prima, quando si era sposato, il cugino gli sembrava un ragazzotto
normale come lui, forse amava la compagnia, certo più di lui, parlava di più e
meglio... ma ora si sentiva la enorme differenza tra di loro, in pochi anni
c’era stata una trasformazione totale.
Forse Oda era più intelligente degli altri, questo si vedeva, ma anche
lui, Ada, era intelligente, anche se non si vedeva, gli altri non lo sapevano,
ma lui sì, aveva solo bisogno di un’occasione, ma non ne aveva mai avuta una, o
forse non se ne era accorto.
Oltre a questo si sentiva che era passato attraverso dei libri, delle
lezioni, Odair, diceva parole difficili, in più spiegava bene assai cosa voleva
dire. Anche lui, che era rimasto ignorante e limitato al suo lavoro di
venditore per strada, capiva tutto quello che Oda gli spiegava. Però non sapeva
ancora se ci credeva o no, forse gli piaceva crederci, sarebbe stata una porta
nuova, per un mondo che gli pareva già tutto chiuso e senza mai essere stato
effettivamente aperto.
Odair e sue certe annotazioni (un giorno poi pubblicate sul primo libro
di Adailton)
I primi profeti che hanno
dichiarato, rischiando di essere lapidati, che gli uomini erano tutti uguali,
sono stati Siddartha Gautama e Cristo. Infatti si sbagliavano di grosso.
(Iraq Falabela)
C’è da dire che gli dei all’inizio erano poco tolleranti, piuttosto
antipatici con gli uomini. Prima si pensava a un dio come un essere celeste,
sì, ma più che altro autoritario, poi, coll’andar del tempo le varie divinità
si sono un poco addolcite, almeno in teoria.
Forse una questione di marketing.
Però in pratica la religione si dimostra da un lato ancora assai rigida,
o troppo, per i tempi attuali, dall’altro troppo teorica e distante dai
problemi nuovi e reali.
Per questo gli uomini hanno cercato sempre più spesso e con maggiore
convinzione, qualcosa di alternativo.
L’uomo, inteso come singolo ma anche come umanità, può anche tacitamente
riconoscere di avere sempre più bisogno di sonori calci nel deretano, ma ha
bisogno di sentirselo dire da qualcuno che sia specializzato nel ramo.
Un aiuto per cercare e rintracciare la retta via, spesso persa e
difficilmente ritrovabile senza l’aiuto di una voce che almeno abbia autorità,
che pretenda di venire dall’alto, insomma, qualcuno qualificato, che gli possa
dire quello che lui sa già.
Se la religione pare ormai una roba arcaica, la chiesa e i sacerdoti
sono ancora peggio.
Le nuove religioni brasiliane inventate mischiando gli ingredienti e
agitando le teste dei fedeli-pazienti, che devono pagare per vedersi fregati
prima, durante e dopo, sono un patetico e assurdo - ma comprensibile - esempio
di movimento collettivo, definibile anche come circonvenzione d’incapace.
C’è una massiccia decadenza dei valori, mentre se ne stanno lentamente
sostituendo dei nuovi, almeno questo è quello che si cerca ancora di sperare,
perché quelli intanto sono in palese ritardo.
Per cui, tra le altre cose, si mette in dubbio l’esistenza di un dio o
di più di uno, ma anche ammettendone l’occulta presenza, se quest’ultimi
possano ancora essere veramente buoni consiglieri, per questi nuovi tempi che
corrono come forsennati e non si sa nemmeno in quale direzione.
In Brasile, molti futuri terapeuti non escono ben preparati dalla
facoltà. Essendo abbastanza vaga la scientificità, non ancora riconosciuta, il
metodo si giustifica con i risultati, difficilmente quantificabili, perché la
colpa si può facilmente accollare al già abbastanza disgraziato
paziente. Alcune correnti si distanziano ulteriormente dalla scienza, man
mano che passa il tempo e si identificano di più con la filosofia.
Risultano veritiere storie pittoresche di sedicenti cliniche dove i
disperati pazienti (che le avevano già tentate tutte, prima di approdare lì,)
sono trattati con ogni genere di cura alternativa che esuli dalle classiche.
Per esempio si usa il film Matrix come discussione della realtà e medicine
esoteriche di vario tipo come ausilio chimico. I pazienti si sentono
risucchiati dagli specchi e tentano di passare attraverso le pareti, ma alcuni sono quasi contenti.
(Penso che Oda mi abbia insegnato varie cose utili per la mia vita, tra cui la scarsa utilità di una disciplina che si faccia applicare agli altri, ma che si metta poco in discussione su noi stessi.)
Noto un certo tipo di comportamento del genere negli specialisti del
ramo, intendo quelli qualificati da scuole e università, che spesso sanno
perfettamente cosa fare e sanno anche spiegarlo bene a chi deve farlo, ma, per
praticità, non si includono mai in quel gruppo.
Naturalmente questa è una tendenza comune un po’ a tutti, forse si
sbaglia a pretendere che lo specialista delle cure per la mente, debba, voglia
o possa usarle anche su sé stesso. I terapeuti, essendo persone, purtroppo o
per fortuna hanno i loro problemi e dovrebbero sempre fare terapia, a loro
volta, con altri terapeuti, ma non tutti lo fanno. Scavare dentro il proprio io
è un processo faticoso e doloroso, a volte, o quasi sempre, porta fuori delle
puzze romantiche, sì, che possono risultare particolarmente sgradevoli però,
non solo al naso.
Tre domande regolano la vita delle persone, le loro relazioni con gli
altri e con sé stessi: voglio?
Posso?
Devo?
Ci sono cose che vogliamo e possiamo, ma sappiamo che non dobbiamo. Esistono
quelle che vogliamo e dobbiamo, ma non possiamo. E quelle che possiamo e
dobbiamo, ma che semplicemente non vogliamo.
Tre questioni che apparentemente stanno dietro a tutto quello che
facciamo, noi non ce ne rendiamo conto, che invece sono piuttosto davanti alla
totalità del nostro limitato modo di interpretare l’esistenza.
Tre portali che non sempre ci conducono dove vogliamo in maniera tranquilla
e indolore, passarci attraverso non richiede solo buone intenzioni o solida
formazione morale, ma anche maturità psichica e neurologica.
Questa discussione che per molto tempo è rimasta esclusivamente
ristretta al campo della filosofia, si estende sempre di più alla psicologia e
alle cosiddette neuroscienze.
La Neuroimaging Funzionale (Neuroimmagine Funzionale) serve per provare se la
terapia funziona, se questo parlarne è veramente costruttivo e se dà effetti
permanenti nel nostro sistema di imparare, nella memoria e nel processo delle
emozioni.
La NF fotografa il flusso del sangue al cervello, si vede allora
che la terapia funziona, anzi, non ci si aspettava che il trattamento fosse
tanto efficace e durevole.
Attraverso esperienze fatte in Brasile, Germania, Olanda e Giappone si
sono confermati in pratica questi dati, più o meno con gli stessi risultati.
Si hanno indizi che le psicoterapie promuovono un rafforzamento delle
funzioni esecutive, legate alla corteccia pre-frontale, in pratica conducono a
pensare meglio.
Insomma, chi fa la terapia, nell’80% dei casi migliora, il valore
iniziale del trattamento con antidepressivi è inferiore a quello della
psicoterapia.
La Neuroimmagine però mostra che, nella maggior parte dei casi, non
importa quale sia la terapia, i risultati sono assai simili.
Nell’università di Leeds si sono confrontati per anni i risultati
su 5500 pazienti sottoposti a 3 tipi di terapia: Terapia Cognitivo Comportamentale, Psicodinamica e Centrata
sulla Persona. Risultati di nuovo equivalenti.
Si parla quindi di effetti placebo, se quello che conta è più che altro
la convinzione del paziente che sta ricevendo un aiuto medico in buona fede.
Nel ramo della salute mentale è già difficile sapere qual è il disturbo
che il paziente presenta e se la cura funzionerà, stiamo ancora attraversando
un periodo empirico e non scientifico.
Non si sa esattamente perché i pazienti migliorano e forse esistono
trattamenti migliori di quelli esistenti che non sono ancora stati scoperti.
Un esempio è la genetica, per molto tempo si è creduto che la
schizofrenia fosse un male psicologico e che si poteva migliorare con la
terapia.
Quando però si sono scoperte le sue origini genetiche e chimiche, la
psicoterapia per trattare la schizofrenia è diventata una cosa del passato.
Si considera sempre più connesso ai geni il problema della depressione.
Una ricerca di biologi evolutivi degli USA mostra che l’iperattività ha
cause genetiche mentre gli psicologi dicono che è una strategia dei figli per attirare
l’attenzione dei padri, i biologi dichiarano che invece c’è un motivo
evolutivo. Quando gli esseri umani vivevano in gruppi nomadi, non riuscire a
fermarsi era un vantaggio competitivo per cacciatori e pastori. Con la vita
sedentaria di oggi invece si trova che questo sia un problema.
Non solo nei paesi industrializzati migliaia di persone insoddisfatte
della loro vita cercano piuttosto affannosamente una maniera di stare meglio,
di essere migliori.
Si vogliono liberare di fobie, manie ossessive, vogliono dormire meglio,
avere forze positive per scendere dal letto la mattina, lasciarsi indietro
difficoltà sessuali o semplicemente trovare la vita un po’ più interessante.
Nelle società più moderne, negli ultimi tempi, chi frequenta lo
psicologo non è più considerato problematico, è diventato perfino un nuovo e
interessante argomento per conversare con gli amici.
Oggi si contano più di 400 tecniche differenti.
Il numero degli psicologi in Brasile è aumentato del 48% dal 2000,
da 123.000 a 182.000, ne escono dalla facoltà 17.000 ogni anno, senza
contare l’aumento di altri professionisti nel ramo come psicanalisti,
psichiatri e filosofi clinici.
Se all’epoca di Freud c’erano più casi di isteria era per via della repressione sessuale del diciannovesimo secolo, nella società attuale invece c’è più narcisismo, competizione e ansia di ottenere il piacere.
Si vive in una società per niente solidale e molto competitiva, dove le
posizioni conquistate sono sempre incerte.
Tutto ciò è in forte relazione con casi sempre più comuni di panico,
insonnia, ansia, stress e depressione.
Gli psicologi, da parte loro, dicono che il nostro passato cambia ogni
giorno, nella nostra memoria, mentre l’archeologia dell’anima mostra che i
desideri dei nostri genitori influenzano ancor oggi la nostra vita.
Gli eventi dell’infanzia sono importanti, perché quello che stiamo
facendo oggi ne è la conseguenza.
Il paziente in genere è condotto, a piccoli passi, a scoprire che cosa
sta facendo della sua vita, a rendersi conto del suo stesso comportamento,
successivamente a responsabilizzarsi, intanto gli si fa capire che - però - non
è il caso di sentirsene colpevoli.
La persona deve rendersi conto di quello che vuole e del fatto che
spesso è essa stessa che sabota i suoi desideri nel metterli in pratica in
maniera impropria, facendo come Penelope di Ulisse, tessendo una tela di giorno
e sfilacciandola di notte.
Se lei lo faceva per via dei Proci, quindi a ragion veduta, almeno per
quella situazione, nella vita in generale, oltre che un’azione faticosa, questa
porta a una certa destabilizzazione e conseguente confusione nella vita del vivente
in questione.
Quindi le tecniche che si usano sono in genere pensate per riuscire a
far ragionare di nuovo e con più possibile completezza il paziente, che spesso nel
frattempo è già diventato impaziente.
Il problema, però, è che tutte queste tecniche, in costante
perfezionamento, non sono ancora considerate scientificamente provate.
Pare addirittura che all’inizio lo stesso Freud abbia esagerato nel
raccontare le sue esperienze a maggior supporto delle sue teorie, anche lui era
un essere umano, per quanto in alcune manifestazioni mezzo disumano.
L’attuale neuroscienza dice che i sogni hanno più a che fare con la
memoria del giorno precedente che con i desideri repressi.
Con il mio mestiere di pseudoterapeuta non qualificato, in Brasile ho
avuto occasione di conoscere vari esponenti di queste scienze poco
scientifiche, tra psicologi e psichiatri, più alcuni imbroglioni di differente
tipo e livello.
La maggior parte delle 400 e più tecniche sono sorte durante gli anni
60, quando la rivoluzione sessuale portò a scoprire l’importanza del benestare
del corpo e della mente.
Una delle correnti più forti è la TCC, Terapia Cognitiva
Comportamentale, raccomandata a chi soffre di fobie come la paura di guidare
l’automobile, disturbi ossessivi come l’abitudine di lavarsi le mani
troppo frequentemente.
Diversamente dalle teorie di Freud, la TCC non ha bisogno di
sapere molto del passato e dei desideri repressi del paziente, è più corta e
parte dal concetto che “i sintomi depressivi vengono da pensieri e
convinzioni negativi su noi stessi e sul mondo”.
Odair e l’incontro con IV
Chi ha perso l’anima e dove? Magari
hanno scelto semplicemente di fare senza: non è più pratico?
(Adailton Machado da Silva)
Se e quando ho iniziato a pensare alla filosofia e alle sue innumerevoli applicazioni, non solo teoriche, anzi principalmente pratiche, è stato anche e soprattutto perché ho conosciuto IV.
Indio Velho, chiamava se stesso con la corta e pratica sigla IV. Insegnando
il francese, io all’inizio pensavo che fosse scritto Ives, ma questo non ha
molta importanza. Lui ci tenne a chiarire e poi leggermente si corresse subito,
dichiarando che nessuno avrebbe mai avuto motivo di scriverlo e qui si
sbagliava, ma non poteva saperlo e nemmeno io, a quell’altezza del campionato.
(Parentesi: a quell’altezza del
campionato è una frase tipicamente brasiliana, significa a quel punto della
storia, per dire che le condizioni generali di quel momento erano diverse da
quelle attuali, o da quelle di altri periodi storici.)
Secondo i concetti del
mondo occidentale, gli indios sudamericani non sono affatto un buon esempio di
apertura mentale, né di cultura globalizzata, ma rappresentano, un po’ per
tutti, un ritardo incredibile sull’orologio della macchina del tempo. C’è da notare, altresì, che loro non hanno la pretesa di essere qualcosa
di somigliante ai nostri gusti.
IV era uno che aveva viaggiato in diagonale per i cinque continenti
conosciuti, studiato sempre da autodidatta un po’ di tutto e vissuto con i
bianchi e altri popoli di vario tipo e colore, prima di ritirarsi, come diceva
lui, a vita privata.
Il mio comportamento da autodidatta era
già iniziato, è vero, avevo già fatto migliaia di chilometri, non solo
virtuali, ma IV mi convinse che ero sulla giusta strada, fu una conferma
importante.
Lo conobbi lassù nel suo boschetto, sulla collina più alta, di fronte
alla favela. Ero andato a fare un giro con il cane di un mio cliente e lui,
Argo, l’aveva scovato, seduto su un sasso, con gli occhi chiusi e le mani sulle
ginocchia.
Dopo avergli abbaiato per un po’, quando IV lentamente aprì gli occhi,
Argo si chetò miracolosamente, poi si lasciò accarezzare da lui e io mi
avvicinai, sembrava un rugoso indiano apache di un film americano,
aveva anche la regolamentare fascia sulla fronte.
Dopo, quando lo incontravo, pensavo alle condizioni, spesso penose, in
cui si trovava la sua gente. Eppure vedevo in lui quasi l’opposto, c’era
qualcosa che li univa e che li divideva, che mi affascinava troppo: la
ribellione tranquilla e pacifica a tutto ciò che gli accadeva intorno, da
secoli, forse anche da sempre.
Usurpato e massacrato, ripetutamente violentato sul suo stesso
territorio, l’indio brasiliano ha rifiutato di mischiarsi al popolo invasore e
ultimamente - amara ironia della fine del nostro secondo millennio - ci si è
perfino stupiti se ha protestato per i festeggiamenti dei 500 anni della
scoperta del Brasile, dichiarando che lui era qua da prima e che è stato
scoperto, sì, solo nel senso che gli hanno tolto la coperta.
Insomma, essere un indio non è mai stato facile, in Brasile come in
tutta l’America Latina, ora come prima.
Però IV aveva deciso di essere prima di tutto un essere umano e una
persona, vincendo la resistenza di secoli di mentalità completamente estratta
da quelle classiche occidentali o anche di altri tipi di popoli. Secondo lui un
indio era solo un indio ed era diverso da tutto e da tutti, questo almeno nella
gran maggior parte dei casi. IV aveva scelto la sua strada senza protestare, non avevo mai conosciuto
nessuno più soddisfatto di lui, eppure sapeva benissimo tutto ciò che era
successo prima, quello che stava succedendo in quel momento, anche meglio di
me, quello che sarebbe successo poi.
La logica per lui risolveva tutto, filtrata dalla sua filosofia, certo,
a sua volta derivante dalla sua esperienza di vita.
“Come va l’esistenza?” Mi disse con uno sguardo indescrivibilmente
pacifico e serio. O meglio: forse sorrideva o forse no, la sua espressione per
me era nuova.
“Bene, bene… stavo facendo un giretto.”
“Bravo. Ti piace la natura, eh?”
“Mi piace sì, vivo in quella casa là nella favela, sull’altra collina,
vede?”
“Ah sì, ma non c’è bisogno di darmi del Lei, uomo, non che me ne
offenda, via… insomma fai come vuoi.”
“D’accordo.”
Indio Velho, autonominatosi senza cerimonie Sceriffo della
palude collinosa, viveva lì, in una baracchetta di legno che aveva appena
lo spazio per stare sdraiati su una brandina e per un rudimentale fornello a
legna che si era fatto con le pietre.
In Amazzonia l’indio continua a campare alla stessa maniera di migliaia
di anni fa e questo in generale viene detto con disprezzo, ma certo là in mezzo
alla foresta, non si sa nemmeno cosa è lo stress, come non si conoscono, parimenti,
altre malattie moderne.
Dopo, quando potevo, mi trasferivo volentieri nello spazio e nel tempo,
in quel luogo ideale e calmo, insieme al cane Argo o da solo, verso quella
piccola palude puzzolente, ma in modo romantico, che era sulla collina di
fronte alla mia favela.
C’ero stato spesso, anche prima di conoscere IV, ma ora avevo un motivo
in più per andarci, almeno una volta alla settimana, a fare un giro, era un
boschetto incontaminato in mezzo a un banhado, una specie di palude
periodica del Brasile, dove l’umidità e la putrefazione si alternano a periodi
di secca.
Lassù dove i tramonti mandavano una luce primitiva e autentica, piena di
bellezza incantatrice, i rumori delle automobili e sirene della polizia e di
ambulanze parevano lontani, il vento fischiava un poco di più, insetti e
uccelli dialogavano intrecciando i loro rispettivi ronzii e cinguettii sotto il
sole che andava e veniva, tra le nuvole basse. Mai viste nuvole così basse,
bianche e gonfie come in Brasile.
Argo, il cane, si godeva la libertà della natura e correva soddisfatto
di qua e di là, con la lingua penzoloni.
Nelle periferie delle grandi metropoli vive in capanne di nylon nero
(quello dei sacchi della spazzatura) e il suo stato è di miseria e abbandono,
ai margini più sporchi e insalubri, l’indio intreccia e vende cestini di
vimini.
Anche da prima che me ne andassi in Europa avevo sempre sentito il
bisogno di uno come lui, cioè mi mancava e non lo sapevo, lo scoprii appena lo
trovai.
Per esempio perché potevo chiedergli cose e ricevere in cambio delle
signore risposte articolate, IV addirittura mi ascoltava quando parlavo e non
m’interrompeva. Se gli chiedevo qualcosa pensava bene alle parole che stava per
dire, ci metteva un bel po’, a volte pareva che non avesse nemmeno udito la mia
domanda.
Poi gli uscivano delle robe magari utili e illuminanti, riguardo i miei
recenti interrogativi, oppure anche semplicemente per intavolare una
conversazione interessante, o solo piacevole. Era già difficile trovare
qualcuno che avesse tempo, in più lui ci metteva una serie di altre qualità
entusiasmanti.
Indio Velho aveva una grande esperienza in conversioni, si era sempre
dato, anima e corpo, a quel che credeva. Quello che aveva imparato, di
conseguenza, era forse il contrario di quello che la gente normalmente faceva.
IV diceva che era bello capire e riconoscere di aver sbagliato tutto fino a
quel momento, perché ricominciare ci faceva sentire vivi. L’umiltà di ammettere
il proprio errore era fondamentale per riuscire a imparare qualcosa di utile,
per l’immediato futuro. Trincerarsi sulla propria posizione era quanto di più
idiota poteva esistere, era come tapparsi gli occhi, infilare la testa in un
buco, come gli struzzi, di fronte al pericolo. Spesso la gente agiva così, per
debolezza, per non affrontare la necessaria rivoluzione che ne sarebbe sortita
fuori.
Questo vecchio saggio rappresentava un’essenza atavica e filosofica, per
la cui esistenza nessuno avrebbe mosso un dito, là in basso, dove io passavo le
mie giornate di lavoro. Era un esperto attraversatore del mondo, uno che poteva
dare regole e mostrarne addirittura l’applicazione, non c’erano in giro molti
esseri umani del genere e, disgraziatamente, non se ne sentiva affatto la
mancanza, perché non si aveva nemmeno il tempo di pensarci.
IV chiamava le persone che vivevano là sotto i Valligiani, mentre io,
che abitavo in collina, ma lavoravo soprattutto in città, ero un Collinare, il
mio vicino, di cui gli parlavo spesso, era un Valligiano, perché abitava in
collina, sì, ma gli sarebbe piaciuto abitare in città. Lui, Indio Velho, era un
Montanaro. Nessuno pensava alla saggezza, tra i Valligiani, i Collinari forse
ci riflettevano un poco di più, per motivi puramente geografici e per certe
necessarie conseguenze. In montagna ecco che avevamo i pochi casi conosciuti di
umani persi in un mondo in cui non si faceva male a nessuno e si ragionava del
più e del meno, senza pestare i piedi al proprio prossimo, non perché ci
piacesse, il prossimo, non necessariamente, ma perché faceva parte di una certa
maniera di essere.
Indio Velho parlava un portoghese perfetto, con grande varietà di
vocaboli, ma conservava un tipico accento indio. Aveva la faccia liscia, senza
rughe, gli occhi diagonali, non era un selvaggio, ma aveva scelto di vivere nei
boschi del Morro Teresinha, perché la sua idea di vita, in progressivo
cambiamento, glielo aveva suggerito e per questo era un esempio refrigerante e
rigenerante per me, che passavo le ore perso per le rumorosissime vie della
capitale, in mezzo a gente anche piacevole, simpatica e tutto, ma un po’ troppo
agitata e che faceva agitare anche me. IV diceva che in genere, la gente non
sceglieva, s’infilava in un tunnel di situazioni concatenate e usciva, viva o
più frequentemente morta, molto tempo dopo, dall’altra parte.
Nelle loro comunità, nelle foreste pluviali, l’indio pratica caccia e
pesca, un po’ di agricoltura e nel rapporto uomo e donna non prestabilisce
limiti o canoni, di nessun tipo: esistono nuclei di due uomini e una donna,
come di tre donne e un uomo, a differenza della maggior parte delle civiltà
occidentali e orientali, tranne poche eccezioni e tutte a vantaggio dei maschi.
Indio Velho era un indio vecchio, lo diceva il suo nome stesso, saggio
come un diavolo di angelo bonario, che viveva di non so quali alimenti, giacché
non me ne voleva parlare mai, anche se glielo chiedevo sempre, su una
collina ai limiti della grande città.
Mi piaceva vederlo mentre si cibava di valori veri e dimenticati nella
corsa al denaro, nel giorno per giorno dell’uomo comune che, secondo lui, era
una specie in estinzione, che veniva progressivamente sostituita dall’uomo
banale, l’uomo che non sapeva quello che voleva, ma lo voleva fino in fondo,
perché credeva di non avere alternative. Per IV, vivere male significava non
concedere a se stessi più di una opzione possibile.
Per andare a trovarlo dovevamo risalire la collina a piedi, il cane
ansava e bilanciava la lingua verso il basso, io avevo una lingua più corta e i
miei polmoni faticavano a mantenere il ritmo, ma a differenza di Argo, potevo
sudare e già che c’ero, sudavo a volontà.
Arrivati sul falso piano, usciti dal bosco grande, dovevamo attraversare
la palude, di acqua non ce n’era molta, ma era seminascosta da questa specie di
giunchi, era sufficiente per bagnarsi fino ai ginocchi, se si incappava nella
pozza giusta… o sbagliata. Ecco che dovevo studiare meticolosamente ogni mio
passo, Argo invece ci s’infilava dentro, per lui pareva una goduria, che in un
certo senso gli invidiavo. Lui superava le punte vegetali di una testa, ma la
sua era una testona triangolare e in più le sue orecchie ritte sfidavano ancora
di più il cielo. Entrati nel boschetto lui sapeva già dove andare e lo seguivo,
perché io invece mi sarei perso, non c’erano viottoli, certo quell’uomo non
amava fare due volte lo stesso percorso… ma lui sentiva l’odore di Indio Velho,
mentre io non lo distinguevo dall’odore caratteristico che c’era in giro, di
natura più meno selvaggia.
L’umidità era forte e odorosa di muschi e acque ferme, c’erano degli
avvoltoi che volteggiavano nel cielo, li vedevo apparire e scomparire tra i
rami, mi pareva di sentire dei tamburi, ma forse era il mio cuore che batteva
troppo forte. Mi fermai a riposare un momento. Quando il mio respiro ritornò alla
normalità, sentivo un improbabile rumore alla mia sinistra e girandomi scoprii
Indio Velho che stava placidamente voltando la pagina di un libro, seduto su
una pietra larga e piatta e disegnata dai licheni di vari colori e consistenza,
in una minuscola radura dove il sole, fuggito per un attimo dalle nuvole,
riusciva a battere su pochi metri quadrati di terra erbosa, forse solo per
qualche minuto.
C’era una pace liquida e sonnolenta, la luce scendeva dorata, a fette
tra i rami. Indio Velho mi guardava come se non mi avesse visto, chiuse il
libro lentamente, accarezzò il cane, i suoi occhi come due fessure.
“Olà professore di lingua e cultura francese.”
La sua voce pareva adattarsi bene alla natura circostante, la mia invece
era meno armonica, spezzava la qualità di quel silenzio fatto di mille piccoli
rumori, sarà stata colpa dei miei polmoni stanchi:
“Olà Indio Velho, come va la vita in mezzo alle frasche?” Gli dissi
avvicinandomi.
“In mezzo alle frasche niente di nuovo, perciò la vita va bene, si
riesce a leggere e anche a meditare, a fare un’osservazione minuziosa e
piacevole della natura, la respirazione funziona a dovere anche perché la
facciamo quasi esclusivamente col naso, le orecchie filtrano i sussurri della
boscaglia e da lontano si sentono gli infernali rumori che fate voi laggiù,
scoreggioni, che dite di correre dietro alla felicità…”
“Sì, lo so, siamo gente abituata non solo ai rumori forti, vogliamo
emozioni violente, la televisione sempre accesa e a tutto volume, e se te li
portassi qui, i Valligiani, il tuo silenzio li farebbe impazzire…”
“Il silenzio non è mio, è alla portata di tutti, almeno in teoria… anche
se nessuno lo vuole, ma tu dici che non resisterebbero, a questo fragoroso
silenzio?”
“Non lo so, non ci sono abituati, di sicuro non gli piacerebbe. Magari
gli spaccherebbe i timpani…”
“Beh, allora è meglio che non ci vengano qui, pazienza.”
“Pazienza, sì, sì, ci vuole pazienza, ma tu di pazienza ne hai da
vendere, mi pare…”
“Ma la pazienza nessuno la compra…”
“Hai provato a offrirne in giro?”
“Sì, ma per quanto sia preziosa, non è quotata in mercato. Ne ho
immagazzinata un bel po’, l’ho mostrata alla gente e gliene ho decantato le
proprietà miracolose, ma sembrano considerarla senza valore, allora sono
costretto a tenermela.”
“Per me ha un grande valore, invece, potresti darmene un poco, te la
pago, ne ho un gran bisogno io, con il mio lavoro…”
“Prendine quanta ne vuoi, io ne ho di avanzo, non voglio niente in
cambio.”
Disse con aria solenne e poi sorrise.
Stavo pensando seriamente a come fare per prendere e portarmi via un
carico della preziosa pazienza di Indio Velho, ma la soluzione si trovava già
in questa pausa del dialogo, solo a vederlo mi veniva naturale e automatico
essere più paziente e tollerante, esattamente come a vedere certe persone
stressate mi stressavo anch’io, queste cose magari erano trasmissibili o forse
anche contagiose…
Quando mi sentii di aver immagazzinato abbastanza pace e serenità, poi
gli domandai:
“Ma tu, piuttosto, non ti senti solo, qui?”
“Mi sono già sentito solo, all’inizio, ma per fortuna avevo avuto tanta
compagnia, prima, ora è stivata in deposito, tu non lo sai, ma io ho
attraversato il mondo, in lungo e in largo, ne ho conosciuta di gente, sono un
po’ stanco di tutto quel parlare, sì… parlare è bene ma stare zitti ha anche il
suo fascino… quelli che parlano di più sono quelli che hanno meno da dire, la
conversazione è un’arte, ma la gente ha bisogno di fare tutto alla svelta, non
ha tempo e poi, quando ne ha, pensa ad altro… comunicare è importante e
necessario, ma dovrebbe essere anche un piacere. Invece è diventata
esclusivamente una necessità. Ed ecco che il suo fascino è diminuito, almeno
per me.”
La sua presenza era rassicurante, per me, non come quella di una guardia
del corpo, cosa da Valligiani, ma piuttosto come quella di una guardia della
mente, che era invece roba da Montanari.
Uno che sapeva attraversare ogni quesito con il suo ragionamento, la sua
filosofia personale, senza pretendere di risolverlo, senza dover credere che
tutto avesse necessariamente una risposta urgente o definitiva.
Insieme a lui non mi sentivo in dovere di parlare, riusciva a
trasmettermi la sua energia quieta a sguardi, a gesti, anche nella sua
immobilità in mezzo al cinema esotico della natura circostante.
Usciti dal boschetto, attraversata la salita coperta da erbe basse,
certo spuntate da poco e di un verde chiaro vivissimo, arrivammo su un
altopiano più largo, vicini al crinale, il vento era aumentato.
Ci sedemmo su una pietra, dove il vento sembrava più caldo, nella
boscaglia invece l’aria era ferma e umida.
I suoi occhi si spostavano lentamente attorno e il suo naso sembrava
fiutare a lungo, come quello di un cane:
“Hai sentito qualche odore, o qualche variazione nello spazio e nel
tempo?” Gli domandai ironicamente.
“Sì. Domani pioverà, o forse stasera, o stanotte.”
“Come fai a saperlo?”
“Aria di pioggia, dal lato della laguna, di là gli odori arrivano in
anticipo.”
Non mi sorpresi, in città non ci riuscivamo più a sentire gli odori
della natura, ma una volta la gente era più legata a queste cose. Indio Velho
era come un vecchio cane selvatico della boscaglia, sentiva tutto e tutto aveva
il suo bravo significato, là in mezzo, per lui.
Là sotto, nella grande città, invece noi barcollavamo nel buio, non
capivamo la metà di quel che ci succedeva, eravamo barchette in mezzo alla tempesta.
Indio Velho fiutava e vedeva e ascoltava, era sempre padrone del suo
presente e non pensava troppo al passato e al futuro.
“I cani lo fanno ancora. Fiutano. Loro non perderanno mai il loro
contatto con la campagna, il loro bagaglio di memoria gli viene trasmesso,
istintivamente e spontaneamente. Noi da piccoli dobbiamo imparare tutto, gli
animali invece hanno tante nozioni acquisite dai loro predecessori, che sono
praticamente autosufficienti da subito, noi invece, senza i nostri genitori
moriremmo, nei primi giorni.”
“E allora?”
“Allora la nostra scarsa attitudine fisica, ai primordi, ci ha fatto
sviluppare l’intelligenza.”
“Secondo te eravamo predestinati?”
“Non lo so, ma se fossimo stati ugualmente abili a procacciarci il cibo,
come gli altri animali, forse ora non saremmo così complessi.”
“Questo sarebbe il famoso elogio all’inferiorità?”
“Esatto, ma se ora abbiamo sviluppato tutto questo progresso attorno a
noi, ci siamo distanziati da loro, gli animali, e dalla natura e siamo
diventati di nuovo inferiori, è perché non stiamo bene…”
“In che senso?”’
“Non capiamo più qual è il senso della vita.”
“Ma come, non è il denaro?” Chiesi con uno stupido sorriso
indagatore.
Indio Velho sorrise, guardò lontano, dietro alle mie spalle, diventò
serio e pensieroso, forse perché laggiù il denaro dettava la sua inesorabile
legge. Era proprio per quello, per le sue dannate e ramificate conseguenze, che
lui aveva scelto di vivere lassù.
“Il denaro è il prezzo della vita, non mi ricordo chi lo ha detto, ma
credo che sia vero. Io però, credo che il senso della vita sia da cercarsi
nella natura, più ce ne allontaniamo e meno ci sentiamo bene.”
“Allora tu cosa suggeriresti?”
“Di cambiare argomento.”
Tre giorni dopo, nella mia visita seguente, iniziammo a parlare dei giovani.
A proposito dei giovani, lui voleva che gli raccontassi i dialoghi che sentivo
in giro per la città, lo facevano ridere, si divertiva e diceva che imparava
tante cose nuove, specie quando riuscivo a trovargli qualche storia inedita.
Quel giorno ne avevo una che forse gli sarebbe piaciuta:
“L’altro giorno ho sentito una conversazione interessante per strada.”
Proposi, con sguardo intrigante.
“Tra giovani?” M’incalzò avido Indio Velho.
“Giovanissimi.” Dissi orgoglioso di me e del mio ruolo di testimone
della società moderna brasiliana.
“E com’è stata?”
“Rapida, ma simpatica e indicativa.”
“Sono pronto. Raccontamela allora. Che diavolo aspetti?” Disse
preparandosi seduto Indio Velho.
“Sì, va bene, ma non c’è bisogno di sedersi, è velocissima.
Dunque: ieri pomeriggio c’erano due ragazzine che passavano camminando
davanti a me, avevano forse quattordici o quindici anni, non lo so, siccome
avevano quasi la mia stessa velocità di passi, prima che attraversassero la
strada, le ho sentite raccontarsi le loro cose… e qui devo dirti che, per loro,
quello che dicevi, qualche giorno fa, della necessità del comunicare e dello
scarso piacere nel farlo, non vale, sembravano veramente contente di parlare
tra di loro…”
“E che dicevano, che dicevano?” Domandò lui.
“Bene, una di loro, quella che parlava di più, ha iniziato: ieri ho
incontrato Mello, e lui mi ha detto: Perché non facciamo non so cosa,
non so quando, uno di questi giorni, magari, insieme? ”
“Ah, bello, e lei che cosa ha risposto?” Chiese Indio Velho.
“ Ma quanto tempo ci vuole? Ha domandato. Già che la
seconda ragazzina glielo aveva chiesto immediatamente, come te. ”
“E l’altra, e l’altra?” Domandò IV.
“Ah, questo non lo so! Ha risposto la prima ragazzina.”
IV rise, lo sguardo alto oltre di me, come se si immaginasse la scena,
per qualche secondo. Poi disse entusiasta:
“Meraviglioso, piccola-grande storia, sei un grande osservatore Odair,
questo è uno stupendo esempio di stringata banalizzazione moderna, pieno di
mancanza di significato e perciò autenticamente significativo e significante,
ma… a proposito: cosa diavolo significa?
Magari ti dico la mia interpretazione: i giovani non specificano più le
situazioni che già appartengono a schemi standardizzati e conosciuti da tutti e
si riferiscono a essi con parole e frasi cortissime e convenzionali.
(Un po’ come la barzelletta del club dei raccontatori di barzellette,
che ormai le raccontavano citandole e ridendo usando i loro relativi numeri di
riferimento dopo averle catalogate…)
Insomma, le persone nel mondo globalizzato pensano di non avere tempo
per stare a conversare e allora usano i nomi per le situazioni, avendole da
tempo catalogate e divise in categorie… la totale assenza di specificità
appiattisce e semplifica tutto, senza doversi dilungare in descrizioni noiose e
fuori moda, dato che il tempo corre… Fenomenale.” Aggiunse lui cercando forse
in me una qualche reazione.
“Fantastico.” Dichiarai io, con malcelato poco entusiasmo.
“Incantevole.” Terminò Indio Velho con autentica e grande gioia
bambina.
“Ma questo non è anche un poco triste?” Rincarai allora, da mezzo
avvocato del diavolo, per capire meglio cosa ne pensava Indio Velho e perché
pensavo, in fondo in fondo, che fosse triste veramente.
“Non lo so se è triste.” Disse lui. “Ma la gente è così, specialmente
quella giovane che studia e quella che lavora, mi pare che veramente non abbia
tempo, per conversare come vorrebbe e comunque non ci è più abituata. Non si
sente più piacere nella conversazione, nella modernità tutto si frammenta,
tutto diventa rapido e necessario, allora si va al passo con i tempi, oppure si
viene dimenticati. Basta pensare ai computer, all’economia virtuale, ai
dialoghi tra persone che lavorano, ai cellulari e ai messaggi di testo o di
voce, agli incontri rapidi e in più interrotti da continue telefonate, la
comunicazione sta correndo come impazzita, per forza diventa uno stereotipo,
perché la descrizione sarebbe molto più lenta, no, no, si deve sintetizzare al
massimo, per mantenere il ritmo…” Aggiunse lui, con entusiasmo, come se fosse
una catena di cose positive.
“E questa non è malinconia?” Domandai io.
“Forse sì o forse no, ma quello che noi dobbiamo pensare è che la natura
stessa non si fa questa domanda, va avanti e non pensa alle soluzioni, ma vive
la sua realtà dolorosa o meravigliosa che sia, dipende dai punti di vista, la
natura non ha punti di vista è qualcosa di enorme e mischiato, e in movimento.
Io cerco di ragionare in questa maniera, essendo io stesso poco ragionevole ma
assai pratico, le soluzioni per me sono diventate automatiche, da qualche anno
a questa parte non ne ho più, di decisioni, tutto si muove da solo. Come la mia
maniera di isolarmi, che non è stata cosciente né improvvisa, ma il risultato
di tutto quello che ho vissuto prima, sommato al mio carattere, alle condizioni
di vita che stavo attraversando…”
“Ma per fare così bisogna un po’ disumanizzarsi…”
“Certo, ma non fa così male come si pensa, animalizzarsi un poco, perché
è il ritorno alle nostre origini, io sto meglio ora di prima, certo non posso consigliarlo
a tutti, ma chi se ne importa?”
“E allora non ti rattrista per niente questo processo di diminuzione del
valore della cultura? L’appiattimento del dialogo, la morte della piacevole
conversazione?”
“Forse sì, ma solo se fossero cose prese separatamente.”
“Che cosa vuoi dire?”
“Voglio dire che tutta questo progressivo peggiorare è solo una
sensazione di gente che è abituata a cercare i difetti e non i pregi, a
separare e non a associare, ma questa tristezza la maggior parte della gente
non la sente, secondo me, perché si è abituata a vivere in questa maniera…”
“Certo che l’ignoranza e la povertà, almeno qui, fanno parte della vita
di tutti i giorni…”
“Non solo qui, la storia si ripete come la geografia, la religione e la
storia dell’arte, sì, sì, anche come la matematica… ridi? Ma è la pura verità,
amico caro, tutto è copia di tutto, io non so immaginare un mondo differente, è
sempre stato così e lo sarà ancora, nei secoli dei secoli…”
“Ma noi, però, dovremmo sperare che il mondo migliori, non è vero?
Magari anche fare qualcosa affinché questo possa succedere.”
“Certo sarebbe bene, ma non tutti lo possono fare.”
“Non sono d’accordo. Secondo me tutti quelli che se ne rendono conto
dovrebbero fare qualcosa, attivamente, non solo parlare.” Dissi io con una
certa convinzione.
“Il difficile è non guastare la propria vita, nella ricerca di un
qualcosa del quale probabilmente non vedremo risultato.
Beh, il mondo è stato infelice sempre, più o meno come ora, anche se in
maniera differente, si può scegliere un’epoca preferita del passato, ma non si
sa se le persone erano più felici di ora. Si potranno sempre migliorare alcune
parti, ma allo stesso tempo altre peggioreranno, almeno dal nostro punto di
vista. Dal punto di vista di altre persone, invece, proprio le cose che per noi
saranno peggiorate, per loro sembreranno migliorate e ogni cosa e il suo
contrario si avvereranno puntualmente, insieme alle mezze misure, nelle minuzie
come nelle cose importanti, ci sarà eternamente una mistura confusa, sarà sempre
difficile trovare la verità, ognuno ne avrà sempre un’idea differente, in un
momento, e in un altro sarà già cambiato.
Per esempio: siamo abituati a dire come nostre le parole di un
commentatore televisivo, a crederci veramente come se fossero nostri pensieri,
le frasi udite in giro e che ci sono piaciute, ma il nostro pensiero sarebbe
assai differente se veramente conoscessimo i fatti e non le notizie… perché i
fatti sono già stati presi e filtrati, mangiati e digeriti da quel giornalista,
che magari parla così per un suo interesse personale, per proteggere o
promuovere qualcosa o qualcuno. ”
Rimanemmo zitti per qualche attimo, gli uccelli cantavano forte, erano
in tanti, mi pareva che ci fosse in loro una particolare agitazione. Me ne
accorgo solo ora, che Indio Velho mi aveva aperto una nuova porta, come sempre.
Insistere nel mio punto di vista però mi portava a capire meglio, a sviscerare
più completamente possibile l’argomento, come se immaginassi il punto di vista
di chi sta di fronte a me e come se le parole di IV fossero le mie. La pausa
finì quando io gli dissi:
“Ma quella maniera di parlare, se ho ben capito, non ti piace, così
rapida, disturbata, frammentata, sintetizzata, senza personalità. Se la gente vive in
questa maniera, non è peggio anche per noi?”
“No, o almeno solo in parte, quella è la loro vita, come potremmo fare
per uniformare il nostro pensiero a quello di loro? E anche se potessimo, non può essere che in alcune
cose loro abbiamo ragione e noi torto? E poi noi chi siamo? Tu sei diverso da
me, siamo tutti diversi… anche se ci sforziamo di apparire uguali.”
“Va bene, va bene, ma vedere gli altri che stanno male non fa stare male
anche noi?”
“Sì, in un certo senso, ma è la condizione dell’uomo, se anche tutti gli
uomini stessero bene, non sentiremmo pena per gli animali? Se potessimo anche
risolvere tutti i problemi animaleschi, poi le piante e le pietre ci parrebbero
sfruttate e mal retribuite della necessaria e dovuta gratitudine… la pietà,
insomma, nel senso classico, la compassione, certo, è bene avercela… ma non
dobbiamo esagerare, prima di tutto perché non siamo per niente onnipotenti.
Come fanno gli stessi animali? Il tuo cane, per esempio - sì, lo so che
non è tuo - pensa a se stesso, o forse nemmeno a quello: cammina, abbaia,
mangia, poi dorme, se glielo lasci fare si procrea e non pensa mai, tanto per
dire, a come sta male il cane del vicino che invece è legato e non può nemmeno
farsi un giretto per il terreno recintato, e che nessuno lo accarezza mai…
Ecco: la pluralità porta la diversità e la diversità è più da accettare
che da capire, il senso della vita è godersi la bellezza che c’è in giro,
approfittare di quello che abbiamo e non stare a riflettere troppo su quello
che non abbiamo noi o che gli altri non hanno. In sintesi, se noi stiamo male per gli altri, è
solo perché non sappiamo dare, a loro o alla situazione, la opportuna
collocazione nell’ordine delle cose. Invece, se le dedichiamo un po’ del
nostro prezioso tempo, formiamo la nostra filosofia personale e solo allora
possiamo accettare, perché allora non è più una cosa passiva, ma attiva. Ecco
che possiamo aiutare gli altri, non dico materialmente, ma anche solo con la
nostra presenza, una frase, una parola… cosa che non possiamo certo fare se
stiamo in pena, se soffriamo, se la vita ci pare ingiusta e penosa, il bene che
potremmo fare si tramuterà in dolore, questo sarebbe ciò che doneremmo agli
altri, solo che di questo nessuno ne ha bisogno, però.”
Zico e le favelas di Rio
"Vou
com fé, vou na fé porque a fé não costuma falhar. Eu aprendi que só Deus pode
julgar..."
“Ci vado con la fede, ci vado
con la fede perché la fede non ha l’abitudine di sbagliare. Ho imparato che
solo Dio può giudicare...”
(Realidade Cruel – Realtà
Crudele - gruppo rap)
A Rio de Janeiro la divisione è nitida. Le tante volte che sono stato a RdJ questa divisione l’ho assorbita. Fatta mia mentalmente. Un muro invisibile spacca in due la metropoli carioca.
Le favelas isolate sulla collina (morro) e gli abitanti “per bene” che
vivono nei quartieri dove ci sono le strade (asfalto).
La spiaggia è l’unico luogo d’incontro tra questi “due mondi” dove la
diversità non emerge. Come un frullatore, la spiaggia detronizza le diversità
di chi vive nei palazzi rinomati d’inizio novecento (con prezzi al metro quadro
uguali a quelli di Londra) con chi invece sopravvive tutti i giorni nelle
favelas come la Rocinha.
Domenica mattina, spiaggia di Copacabana. Mi chiedo come posso capire se
il palleggio perfetto, a piedi nudi di quel ragazzino di dieci anni (non di
più) e la sua velocità nel dribblare la squadra avversaria siano o no Made in
Favelas.
Magnetizzato a guardare il pallone che resta incollato ai piedi del
riccioluto, ambrato ragazzino che tutti chiamano Zico. Anche i più grandi di
lui usano quel soprannome. Con grande rispetto. E il ”piccolo Zico”, come una
vera star, finita la partita, non si lascia coccolare da complimenti o
richieste di foto dei turisti che, come me, sono rimasti sbalorditi. Da
giornalista sportivo, mi chiedo se ho veramente visto in anteprima un nuovo “fenomeno”.
Tornano alla mente le immagini in bianco e nero di Maradona, a dieci anni che
palleggia in un campetto di un quartiere malfamato di Buenos Aires.
Accostamento esagerato. Forse sì. Il piccolo Zico fugge via dalla spiaggia
solo. Nessun genitore ad aspettarlo nonostante ormai sia buio e le strade del
centro di Rio siano pericolose. “Meninos de rua”? Chi lo sa.
Povertà e irregolarità sono la normalità per Rio. Sono censite
ufficialmente tra le 600 e le 700 favelas. Droga, miseria e armi. Ma anche
sfruttamento e violenze sui minori. Ognuna di queste favelas possiede una sua
storia che la distingue in termini sociali, culturali ed etnografici. La
metropoli carioca, basta guardarla per capire. Costruita nel mezzo di alcuni
complessi montuosi ricoperti di foresta. Le sue favelas adagiate su costoni
rocciosi, per tutti zona franca, distanti e differenti dal resto della città.
La favela è un fenomeno antico. A Rio, la prima risale addirittura al
1897 quando i soldati di ritorno dalla campagna di Canudos si trovarono senza
casa e occuparono l’area dell’attuale Morro da Providencia nella zona nord
della città. Negli anni trenta si assistette al dilagare del fenomeno, che fu
alimentato dalla crisi economica e dal crollo del prezzo del caffè, che mandò
in rovina una buona parte della classe media carioca.
In vista dei campionati del Mondo, Rio è alle prese con il tentativo di
urbanizzare e bonificare queste aree franche dove ancora una parte della
popolazione non è censita.
Le immagini della diretta televisiva di O Globo del dicembre 2010, con i
soldati e che guerreggiavano con le bande di narcotrafficanti delle favelas è
stato il punto di svolta per Rio. A distanza di dieci mesi, oggi, in molte
favelas la polizia può entrare senza essere attaccata a colpi di bazooka. La
violenza, dicono le statistiche, si è drasticamente ridotta.
Un primo passo per abbattere quell’ancora imponente muro invisibile tra
morro e asfalto. E sperare che non sia solo la spiaggia luogo d’incontro tra
questi due mondi. E non doverci più chiedere se le magie sulla spiaggia del “piccolo Zico”
siano o no “Made in favelas”.
http://www.24emilia.com/Sezione.jsp?titolo=Zico+e+le+favelas+di+Rio&idSezione=29343
Ada
Nel mio modesto angoletto
sto studiando da sempre, anche se non me ne accorgevo, dove va a finire questo
mondo.
Una cosuccia che già non
so dove comincia e dove finisce.
Insomma la civiltà che
direzione sta prendendo, forse la civiltà stessa fa parte di un disegno più
grosso, di un movimento perpetuo tracciato da non so chi, forse da un Dio, o
magari dall’uomo stesso, inteso come umanità. O – chi lo sa? - è tutto a caso?
(Odair Ribeiro Diaz)
Il giorno dopo Adailton, per strada andando verso il quartiere
Cinelandia, poi mentre lavorava, pensava e ripensava a Oda e agli spiedi.
Se li era dimenticati di nuovo.
A sera, stanco e incuriosito decise che non aveva niente da perdere, (a
parte quei diavoli di spiedi) e telefonò a Odair che aveva un cellulare, gli
aveva dato il numero il giorno prima.
“Tutto bene Oda? Qui è Ada...”
“Olà Ada, come va l’esistenza? Senti, sono in seduta, dimmi rapidamente, magari ti
chiamo dopo...”
“Niente, volevo provare a fare una... seduta anch’io, come pagamento accetteresti
anche il prestito retroattivo di spiedi di churrasco?”
“Certamente! Visto anche che ho in mente una certa cosa per te... poi ti
spiego. Va bene!”
“Ottimo, a che ora vengo?”
“Stasera, domani, ti va bene la sera? Così non perdi il lavoro, alle otto
di domani sera va bene per te?”
“Sì... ma ci vuole un poco di tempo per arrivare lì, può essere
alle otto e mezzo?”
“A posto! Otto e mezzo qui sulle poltrone di Napoleone!”
E riattaccò senza aspettare risposta. Ada rimase soddisfatto e andò a
dormire, si addormentò subito, ma la solita sparatoria tra trafficanti lo
svegliò verso le quattro di notte. Dopo si sognò Oda vestito da indiano
dell’India, che gli faceva un sermone dalla roccia del Cristo Redentore, lui,
là in basso, sdraiato sulla spiaggia di Copacabana lo ascoltava perfettamente
concentrato, Oda diceva cose incredibili e che gli pareva che non avessero
niente a che fare con lui, ma dopo, da sveglio, non se le ricordava più.
Alle otto e quindici minuti Oda gli aprì la porta, prima che lui bussasse,
sul fornello c’era una pentola fumante che mandava odore di fagioli neri
fumanti, con spezie e carne grassa per insaporire: la feijoada.
“Ah, sei in anticipo, pensavo che fosse Jorginho da Cruz, il mio
amico-cliente-macellaio, sto aspettando i pezzi di maiale per la feijoada...”
Ada si guardò intorno e si sedette sulle poltrone di Napoleone, così
chiamate perché vecchie e di panno blu, con i bottoni che una volta dovevano
essere stati dorati.
“Allora quando comincia la seduta?”
“Può cominciare da questo momento.”
“E quanto dura?”
“Il tempo necessario, che generalmente è un’ora, ma qui non ci sono
orologi e non ce ne saranno mai, o meglio: mai più. Dopo un’ora più o meno
esatta di discorsi, il gatto, Soneca de Ouro (Pisolino d’Oro),
che puoi vedere lì sdraiato nella penombra di una terza poltrona napoleonica,
quella più sfondata, comincia a diventare annoiato e miagola, questa è la fine
della seduta. Non c’è da sbagliarsi.”
“Bene. Cominciamo subito, allora.”
“Aspetta, vado a scaldare l’acqua per il chimarrão.”
“La feijoada è inclusa nel prezzo?”
“Sì, ma dobbiamo aspettare Jorginho, per i pezzi di maiale... doveva
essere già qua, si sarà fermato a bere... quello beve che sembra pagato...
spesso con i soldi miei, infatti, ma è un bravo ragazzo, ogni tanto una bella
bastonata lo rimette sui binari, ne ha un bisogno fisiologico e a quello ci
pensa sua moglie, per fortuna, che sennò è faticoso.”
Dopo pochi minuti Oda ritornò con il termos e la cuja già
preparata, (recipiente ricavato da un tipo di zucca seccato, dove si beve il
chimarrão), davanti a un’enorme televisione a valvole spenta, con sopra un vaso
di folte felci ornamentali, che sembravano i capelli dell’apparecchio antidiluviano,
ecco che sprofondati entrambi nelle poltrone antiche, sorseggiavano a turno
l’infuso caldo dell’erba mate, il famoso chimarrão gaúcho,
un bastoncino d’incenso bruciava attaccato al lampadario di gocce di vetro, in
lontananza una musica strana, strumentale, forse qualcosa d’indiano...
“Vogliamo iniziare?” Disse Oda.
“Sì, sono pronto, o quasi.” Rispose Ada.
“Allora, come stai vivendo all’epoca attuale?”
“Male.”
“Tutto quello che vedi è negativo?”
“No, ci sono anche cose positive...”
“E quali sono?”
“Non dovrei dirti quello che non va?”
“Chi è qui il saggio paziente, e chi l’avaro cliente del disgraziato
saggio?”
“Hai ragione, ma ora non mi viene in mente niente di positivo...”
“Ah, ecco. Però è importante che tu sappia che c’è qualcosa di buono, è
già importante che tu dica che esiste qualcosa di positivo... da questo capisco
già un bel po’ di cose...
Comunque pensaci bene e poi dimmi che cosa vedi di bello.
Solo le cose più importanti.”
Adailton pensò per qualche minuto. Poi disse:
“Gli spiedi, oggi me li posso finalmente riportare a casa...” Sottolineò con un sorriso
ironico.
“Questa è già una cosa positiva, non mi pare molto importante, ma forse
per te gli spiedi lo sono... dimmene un’altra, qualcosa di meno materiale...”
“Che non sono rimasto a casa a rimuginare come al solito, la domenica
sera mi sento più solo del normale...”
“Questa mi è già piaciuta di più. Qualcos’altro?”
“Forse che fra poco ci mangiamo una bella feijoada che è tanto tempo che
non ne mangio una decente?”
“Vedi qual’è il nostro problema?
Non offenderti cugino, ma il nostro problema è l’opposto di quello dei
ricchi, da questo si capisce che siamo poveri, lo sapevamo già, va bene, ma
quello che è più brutto è che abbiamo la mentalità da poveri. Pensiamo solo a quello che
stiamo vivendo al momento, il che sarebbe una cosa buona, ma il fatto è che
siamo incapaci di astrarci, voglio dire, di uscire immaginariamente da noi
stessi, dall’ora di questo momento, per poter guardare noi stessi dal fuori,
per capire che tipo di cetrioloni sgocciolanti abbiamo piantati dentro gli
orecchi, che ci impediscono di intendere quello che succede fuori dalla nostra
testona grande e vuota, ma che sorprendentemente non smette di rimuginare un
secondo su cose inutili. No, non ti offendere, anch’io ho provato questa
sensazione d’impotenza: tutto difficile, tutto lontano, tutto complicato, tutto
fuori portata, tutto quello che conta veramente è irraggiungibile.
Perché?
Solo per mancanza di competenza, poi di conseguenza di mancanza di
occasioni, quindi conseguenza di mancanza di soldi, semplicemente nascere nel
luogo sbagliato, con la famiglia sbagliata, al momento sbagliato?
Purtroppo sì.
Non te la prendere, succede a tanti ed è successo anche a me, se ti
racconto come ho messo in carreggiata la mia automobilina, nella confusione del
transito di tutto quello che mi era successo, non ci crederesti nemmeno...
Sì, ammettiamolo, la vita non è troppo difficile, in fondo, ma siamo noi
che siamo stati buttati qua in mezzo, da chi ci capiva meno di noi, i nostri
ignoranti genitori e per questo noi stiamo qui a piangere senza la possibilità
di capirla.
I ricchi?
I ricchi invece pensano troppo al domani, a conservare e in un futuro
prossimo ad aumentare la loro proprietà e tu, che invece non hai niente, puoi
solo pensare agli spiedi e alla feijoada? Certo, sono le cose più piacevoli che
puoi trovare in giro. Cerca di sforzarti un poco ancora, che cosa è veramente
importante, che fase sta attraversando la tua vita, oppure quali sono le tue
prospettive?”
“Ma tu non sei povero, almeno la tua famiglia non lo è, sei tu che hai
scelto di venire a vivere qui, o no?”
“No, ma questo è un altro discorso, questa povertà mi è stata utile,
prima di tutto per abbandonare la protezione dei miei genitori che mi avevano
fatto diventare un inutile totale e mia moglie ha fatto proprio bene a
lasciarmi, detto tra noi. Poi mi è servita per trovare la mia strada. Ora
lascia perdere la mia storia e pensa a te stesso, a qualche cosa di positivo.”
Silenzio, Oda ne aveva dette tante e la testa di Ada ci stava pensando,
dopo una decina di secondi disse:
“Una cosa positiva è anche che, se tu mi dai una mano, posso sentirmi
meglio in futuro...”
Lo dichiarò sorridendo con quell’espressione tagliata nell’ironia che
nasceva automaticamente sulla sua faccia scettica, che la vita di favela aveva
abituato a diffidare anche dei fatti più sicuri, perché se nella vita niente
era sicuro, beh, in una favela ancora meno.
“Molto bene. Stiamo migliorando, a parte quel sorrisino ironico, che fa
parte della nostra cultura irriverente, quello è più difficile da estirpare, lo
so. Continuiamo: dimmi ancora una cosa positiva.”
“Lo sai che sei cambiato tantissimo da quando ti ho visto l’ultima
volta?”
“Si, lo so, lo sapevo anche prima e poi tu me lo hai già detto. Questa
ti pare una cosa positiva?”
“Sì, perché prima eri diverso... eri un negrone come tanti...”
“Come esattamente?”
“Ignorante. Stupidotto come me. Più attaccato ai soldi forse, ne avevi
di più e allora ne volevi di più.”
“Bravo. I miei genitori hanno fatto il possibile per educarmi a credere
che il mondo girasse intorno al mio ombelico. Alla convinzione che i soldi sono
l’unica cosa veramente interessante. Certo avere una certa cifra sviluppa il
pensiero di aumentarla, se non hai niente o poco, ecco che pensi alle piccole
porzioni di tempo, alla giornata, magari anche con meno ansietà. La tua
filosofia è tirare a far notte.”
“Beh, non esageriamo.”
“No, meglio di no. I soldi per te sono un problema, oppure l’ideale
soluzione? Sono o non sono il motivo del tuo star male?”
“No, almeno non credo. È solo la loro mancanza a volte che mi obbliga a
fare una vita che non mi soddisfa troppo...”
Ne risero insieme, un poco amaramente, si potrebbe aver pensato, ma non
c’era amarezza nelle loro espressioni. Il modo di comportarsi di un brasiliano
è rotondo, inafferrabile, per abitudine non si infila mai nelle pieghe della
sua tristezza, prende in giro sé stesso, le sue stesse tragedie, perché la vita
è tragicomica e dentro una favela lo è anche di più.
“Vuoi guadagnare dei soldi o no?”
“No, è il lavoro che non mi piace, certo qualche Real in
più mi aiuterebbe, ma non è questo il problema, sono abituato a vivere con
poco.”
“E allora che cosa vorresti da questa vita meravigliosa e stupenda, ma a
volte un po’ feroce?”
“Non lo so... vorrei vincere a una lotteria milionaria, per esempio.”
“Stai giocando alla Super-Sena o no?” (Lotteria miliardaria brasiliana).
“No, non credo che potrei vincere.”
“Ada, non ti offendere, sei un ragazzo intelligente, ma quello che stai
facendo è rinunciare a sognare, la differenza tra il Brasile e la Germania, per
esempio, è che loro non sognano molto, la loro vita è molto razionale. Loro
hanno una permanenza più regolare su questa terra, più condizioni economiche,
miglior livello di vita, ma noi abbiamo un clima migliore, siamo più ingenui e
questa è una fortuna, perché crediamo di più nel domani, in sostanza sogniamo
di più. Siamo anche più ignoranti e questo forse non è bello, né utile. Siamo
più aperti a quello che è l’esterno, i tedeschi sono più chiusi, ma studiano di
più. È anche una questione di clima, là sono più chiusi perché è freddo.
Allora, se tu prendi ciò che abbiamo di migliore e lo mettiamo insieme
ai lati più positivi dei tedeschi otteniamo esattamente il contrario di quello
che sei tu. Hai capito? Ridi eh?
Bene, quello che volevo dire era questo... e credo che tu lo abbia capito,
almeno la tua faccia, si mostra ironica e divertita. Non ci sei rimasto
male? Molto bene. Quello che volevo dire era che nella tua persona tu
unisci il lati peggiori della cultura europea e di quella brasiliana,
l'esagerata e colta introspezione tedesca con l'aperta ignoranza brasiliana,
per questo ho pensato che saresti la persona giusta, quella che fa per me.”
“Come sarebbe a dire?”
“Ti ho già detto che gli affari vanno bene, che io sto pensando
d’ingrandirmi, insomma un aumento di capitale e qui il materiale umano è
l’unico capitale che abbiamo, lo sai, è solo la nostra abilità mentale e
pratica, non abbiamo qualifiche e dobbiamo studiare più degli altri, tu sai
leggere e scrivere no?”
“Sì, ma perché me lo domandi, vuoi dire che dovrei lavorare con te?”
“Perché? Non ti piacerebbe?”
“Sì, ma sono ignorante come una capra, l’hai detto anche tu, non ho
speranza di capire tutto questo.”
“Quello chi lo deve stabilire sono io, cugino mio, ho visto che sei
molto più intelligente di quello che vuoi mostrare, sei introverso, cioè ti
interessa capire meglio come sei dentro, sei povero, hai voglia di guadagnare
di più, anche se non lo ammetti a te stesso è normale, (anzi
normalissimo,) e ti piacerebbe fare qualcosa di gratificante, che significa di
livello più alto e di maggiori soddisfazioni, non solo finanziarie ma anche a
livello di piacere personale nel farlo.”
“Stai scherzando? Vuoi mettermi a studiare?”
“Sì, ma noi abbiamo un grande vantaggio, il cammino che farai tu io l’ho
già fatto, sto cominciando a coglierne i frutti, io lo conosco già. Adailton
Machado Da Silva: noi abbiamo giocato insieme da bambini, se c’è una decina di
persone al mondo, tra quelle poche ancora vive, che fanno parte della mia
infanzia, quella sei tu e altre nove, più o meno, che me ne dici?
Ti ho già spiegato che ho scoperto che la mia vocazione è quella di
aiutare gli altri, ma potrei aiutare più gente e sentirmi anche più in pace con
me stesso se aumento il mio esercito, ti sto chiedendo di farne parte, che ne
pensi? ”
Ada non sapeva proprio cosa dire e la seduta continuava, in maniera
diversa dal momento che Oda aveva aperto il suo gioco:
“Ti devo confessare che questa mezz’ora di seduta è stata differente da
quelle che faccio con gli altri clienti, perché ti ho già inquadrato nel tipo
di cose che io penso, dalla mia parte, per aiutare gli altri, ti stavo
spingendo, ora, a capire cosa penserai e cosa dovrai fare al mio posto...
perché qui si dovrà sdoppiare la mano d’opera, prima si dovrà studiare, certo,
fare un poco di sedute come questa, tra poco tempo sarai tu a ricevere qui e io
andrò a casa dei clienti... o al contrario, diventerai un saggio come me, uno
che lavora per il bene degli altri.”
Lo stupore di Ada era evidente, ma, visto che Oda incalzava e Ada non
reagiva, significava che la cosa stava già funzionando, nessuna obiezione,
allora si passò già alla pratica:
“Prima di tutto il cliente deve collaborare, per farlo deve credere che
ha di fronte a sé una persona nelle mani della quale si può mettere
tranquillamente, deve avere fiducia, un’estrema fiducia: allora, cerca di
dimenticarti che questo qua è il tuo cugino Oda, perché gli altri che vengono
qui non lo sanno.
Respira a fondo, con calma, lentamente.
Normalmente dico: rilassati e dimmi tutto, senza ordine, poi facciamo
l’ordine insieme, ecco.”
“Allora, se ho capito bene il paziente deve parlare della sua vita, che
se viene qui significa che funziona male, si deve fare uno schema di quello che
fa e di quello che non fa...”
“Benissimo, vedi che stiamo già entrando nel vivo? Ma che cosa significa
vivere secondo te?”
“Vivere? Essere qui, a Rio de Janeiro, alzarsi la mattina, andare al
lavoro, tornare a casa la sera, mangiare, dormire... tutto questo, no?”
“Mi pare un’idea stanca e ripetitiva... non ti diverti nella vita?”
“Poco, quasi mai.”
“Perché?”
“Non lo so, lo chiedo a te.”
“La risposta me la hai già data tu, proprio ora, dicendo che cosa è
vivere per te: una routine senza senso, una ripetizione di atti senza valore
alcuno e senza possibilità di essere interrotta, se non con la morte, a che
cosa serve vivere così?”
“Se la risposta te l’avevo già data, perché mi hai domandato perché?”
“Per tre motivi essenziali: primo, perché tu ascoltassi le tue stesse
parole rassegnate; secondo, perché tu gli dessi l’opportuno peso; terzo,
affinché tu capissi che chi deve fare qualcosa sei tu e non io, al massimo io
posso portarti sulla pista, insegnarti il passo, ma chi deve ballare sarai tu e
solo tu.
Un altro problema che hai, come tutte le persone rassegnate, è dare la
colpa agli altri, delegare la tua responsabilità, così potrai sempre dire che
la colpa non è tua... può anche essere vero, la vita può essere anche stata
ingiusta e poco generosa con te, ma invece di lamentarti incomincia a fare
qualcosa!
Anche se dentro di te la verità esiste, la devi trovare, anche si
nasconde in te ma non sai dove, poi la devi portare alle tue labbra e
pronunciarla davanti allo specchio, all’inizio per esercitarti, da quel momento
comincerai ad averne coscienza, in seguito potrai cominciare a fare qualcosa a
proposito. Anche questo non sarà facile, ma questa è l’unica strada possibile.”
Ada rimane a bocca aperta.
“Lo sai che sei molto cambiato dall’ultima volta che ti ho visto?”
“Lo sai che è la quarta volta che me lo dici e che lo sapevo anche prima
che me lo dicessi?
Anche tu sei cambiato, ma in peggio, dall’ultima volta che ti ho visto,
sappi che dobbiamo lavorare molto, ma qui e ora stiamo già lavorando per farti
una bella revisione.
Le persone possono cambiare, te lo giuro, basta che siano motivate e che
sappiano cosa devono fare per cambiare.
Io ho bisogno di te e tu di me, QUESTO è l’affare intelligente, allora
guardati alle spalle e confessati con papà Oda: che cosa ti stava succedendo?
Pensavi che il niente ti stesse lentamente uccidendo?
Ma questo niente lo hai cresciuto tu, lo alimenti ogni giorno, se
continui così diventerà più grande di te.
Ti dominerà.
Da quel momento la tua carriera di uomo sarà giunta al termine.
Se vieni dalla mia parte, sarà completamente differente, aiuterai gli
altri e facendolo aiuterai te stesso...”
Ada si era già convinto, in meno di mezz’ora, il resto fu una
ripetizione a spirale, ritornava più volte, senza fretta, sugli stessi punti.
Oda gli fece capire che lo aveva scelto perché era un tipo tranquillo,
cioè una persona paziente che sapeva ascoltare gli altri e poi la loro
somiglianza all’inizio gli avrebbe fatto comodo, perché lo avrebbero accettato
come uno che possedeva già quel tipo di autorità.
Una non molto esatta ora dopo la seduta era finita, Soneca de Ouro
miagolava e sbadigliava, subito dopo arrivò Jorginho abbastanza ubriaco e
finalmente i pezzi di maiale finirono dentro alla feijoada che ansiosa li stava
aspettando da un bel po’.
Jorginho parlava tanto ma non si capiva niente, Ada rideva, si sentiva
peggio e meglio, ma così tanto peggio e meglio che gli sembrava quasi di stare
bene, di essere vivo, finalmente, la testa gli ronzava un poco, si stava
dimenticando di nuovo gli spiedi.
In presenza del suo amico Jorginho, Oda non parlava più di lavoro, ma
cominciarono a bere insieme qualche bicchiere di cachaça (distillato di
canna da zucchero).
Quando Ada se ne andò via, Oda, sul cancelletto sgangherato di legno,
gli disse che lo aspettava il giorno dopo allo stesso orario, gli avrebbe fatto
trovare un churrasquinho pronto e anche del refrigerante (bibita
analcolica in genere, tipo aranciata o gassosa).
Il giorno dopo Ada lottò inutilmente con sé stesso, per quasi tutto il
tempo, la sua maniera di vivere precedente rifuggiva ogni cambiamento. Ma la
sera andò da Oda, il quale gli consegnò i primi due libri, gli spiegò di
leggere e d’imparare solo le parti sottolineate, di chiedergli eventualmente se
non capiva qualcosa, glielo avrebbe spiegato, anche per telefono andava bene.
Mangiato il churrasco e bevuto Guaranà (bibita analcolica a base
di bacche della pianta del Guaranà), Oda mise seduto Ada in uno
sgabuzzino e gli disse di fare ben attenzione alla seduta che lui stava per
fare, sia alle parole che alle facce, dalla penombra avrebbe potuto vedere bene
la stanzetta illuminata.
Poco dopo arrivò un uomo ben vestito, paziente e terapista si
accomodarono di fronte l’uno all’altro, sulle poltrone di Napoleone disposte
tatticamente, ben visibili e udibili dal punto di osservazione di Adailton che
rimase subito impressionato dalla capacità professionale di Odair. Il cugino
affrontò con sorridente calma i problemi e i dubbi, aveva una risposta
convincente per ogni domanda, l’uomo si dimostrò sempre più soddisfatto e
sollevato, le risposte di Oda erano corte e semplici, ma andavano diretto al
punto e anche se lui non se ne intendeva, sembravano soluzioni vere, forse non
facili da applicarsi, però proprio per questo oneste ed efficaci solo con
l’impegno del paziente, come Oda puntualizzava ogni tanto.
Il passo e la pista dovevano essere mostrate dal saggio della favela, ma
il ballerino era il paziente, su questo non ci pioveva. L’autorità della
maniera di fare di Oda era presa molto sul serio dal cliente, era convincente
perché era convinto, ogni piccolo particolare era preso in considerazione e
sviluppato. Il signore doveva essere un riccone, anche perché al momento del
pagamento tirò fuori il portafogli e pareva che le banconote che consegnò a Oda
fossero due grandi e celesti.
Duecento reais?
Ada cominciò a pensare rapidamente, fece due conti e confermò a se
stesso che valeva la pena studiare.
Tutti i giorni andava a farsi il suo tirocinio, ma studiando un
poco e continuando a lavorare a mezzo servizio, leggendo e mettendo in pratica
con gli stessi suoi clienti di bancarella quello che stava imparando, vide i
primi risultati concretizzarsi in poche settimane, cominciava anche a vendere
di più e a guadagnare, in cinque ore, quello che prima guadagnava in dieci.
Ancora più importante: vide una soluzione ai suoi problemi, dava
consigli gratuiti ai suoi clienti, ai conoscenti un po’ più intimi, iniziò
anche ad aver piacere della sua stessa conversazione, perché si rendeva conto
che ora aveva qualcosa da dire e cominciava a prendere l’aspetto di Oda, cambiò
il suo look: capelli e barbetta, occhialini tondi, all’inizio avrebbe dovuto
sembrare suo cugino, per il resto la naturale somiglianza li avrebbe aiutati, aveva
compreso e accettato che il piano fosse quello ma non solo quello. Insomma erano due imbroglioni che dicevano la verità.
IV e Oda
Se una cosa vende molto vale poco, ma che cosa è importante in fondo: la qualità o il portafoglio? E poi per chi?
(IV)
“Ma allora come fai a giustificare a te stesso che esistono persone che
muoiono di fame e altre che invece hanno milioni di dollari in banca nelle
isole Kaiman? Come puoi sentire giustizia nel fatto che questi secondi si
arricchiscano sfruttando i primi?”
“Non sto dicendo che è giusto, ma solo che è inevitabile, perciò non me
ne sento responsabile, come mi sentivo un tempo, che pensavo e dicevo che
volevo cambiare il mondo e poi mi sono accorto che invece era me stesso che
volevo cambiare e che il personaggio di lottatore politico che mi ero costruito
addosso, anche lavorando come sindacalista, era quasi tanto falso quanto quello
dell’industriale arrogante e vorace di sangue dei suoi operai… con le debite e
necessarie proporzioni, naturalmente.
Insomma, ho pensato che tutti rientravamo nei modelli stereotipati di
una società costruitasi nel tempo e nello spazio, progressivamente
dimenticandoci della propria natura e calcificando e pietrificando odio nei propri
ruoli, per arrivare a dimenticarsi anche degli obbiettivi, difendendo le
proprie posizioni senza pensare più alla realtà al di fuori della mentalità
standard del partito o della propria condizione - privilegiata, da un lato e
scomoda dall’altro - di difendere coi denti la proprietà, senza accettare
critiche o variazioni, ma solo difendendoci e attaccando, esattamente come
facevano e fanno gli animali, nella foresta, gli uomini primitivi.
Però noi siamo uomini, invece, adesso più civilizzati di prima, almeno
in teoria, abbiamo la nostra libertà - seppur relativa - a disposizione di
tutti, o quasi.
Ecco che la pratica la dobbiamo sviluppare personalmente, ognuno in
maniera diversa, evitando ogni tipo di schiavitù.
Cominciando da noi stessi, prima di tutto dobbiamo capire come siamo
fatti noi, ognuno deve farsi un esame di coscienza regolare e cercare di non
ingannarsi nelle risposte, perché rappresenteranno la base del nostro cammino
futuro.”
Indio Velho si era scaldato più del normale, aveva alzato la voce, aveva
accelerato il ritmo delle frasi.
Lo guardai incuriosito e cercai di infilarmi in quella fessura, in quel
punto debole, perciò, di approfittarne, domandandogli subito in maniera
leggermente provocatoria:
“Che cosa vuoi dire, che secondo te non vale la pena di fare attività
politica? Che nemmeno i sindacati
servono a niente?”
“No, al contrario, molte cose sono migliorate grazie agli scioperi e ai
sindacati, all’esistenza di un’opposizione che controbilanciasse un potere che
non deve mai diventare assoluto, sennò sono guai per tutti.”
“Qual è allora il tuo pensiero? Non ci ho capito niente.”
“Aspetta, non sono ancora arrivato al punto principale… però, rispetto
all’attività politica e a quando facevo il sindacalista in Italia, quello che
volevo dire era questo: in genere i ruoli diventano stereotipati, nessuno fa
quello che dovrebbe essere fatto, si è legati al personaggio e si fanatizza in
maniera perlopiù fanatica, con le mani legati da un lato e l’etica del partito
dall’altra, senza mai uscire dai binari, si andava avanti come un treno, senza
decidere né come né dove, in mano a meccanismi che non si capivano, ma si
correva come matti.
Ecco, per questo ho messo metaforicamente in parallelo i due ruoli del
politico di sinistra e dell’industriale di destra, tutti e due non escono mai
dal loro ruolo e si portano avanti lotte standard con proteste e
contro-proteste su un sistema binario che non ha mai variazioni significative.
Quando mi sono reso conto di questo aspetto ho abbandonato la politica,
e l’idea di cambiare il mondo, è troppo dannatamente difficile spostare un
sassolino, dentro a un sistema di sistemi, in modo che abbia una qualsiasi
importanza, in compenso è molto più facile riuscire a frustrare e a rovinare di
conseguenza la propria vita.
E noi di vite non ne abbiamo due o tre, io alla reincarnazione, non ci
credo.”
“Sì, ora ti ho capito, ma il punto principale qual’era?”
“Ah, secondo me il nodo grande è questo: nella natura i pesci grossi
mangiano quelli piccoli, la legge del più forte esiste, da sempre, è crudele e
spietata, quello che vuoi tu, ma fa parte della natura.
Il comunismo predicava: pesci tutti uguali nello stagno, ma
alcuni pesci erano più uguali degli altri, quelli che dedicavano la loro vita
al partito, non tanto per il bene del popolo, come dicevano, ma per il loro
tornaconto personale. Denaro potere e sesso, è chiaro finivano per essere di
nuovo pesci grandi, un nuovo tipo di pescioni, capitalisti anche loro,
mangiando i pesci piccoli, giurando che era per il loro bene.
Esistono animali erbivori e altri onnivori, i carnivori sono i più
pericolosi, l’uomo è un animale progredito, ma è sempre un animale. Nella
società moderna cambiano i metodi, la mentalità è più complessa e in costante
evoluzione, ma esistono vari tipi di persone e alcune non si accontentano,
altre sì, alcune vogliono una vita tranquilla, altre invece hanno bisogno di
emozioni violente.
Certo, gli animali uccidono solo per necessità, l’uomo ha sviluppato
molto di più questo lato, perché soprattutto dopo la rivoluzione industriale ha
iniziato, come fenomeno di massa, a immagazzinare ricchezza, a pensare al
domani, lavorando oggi per prevenire i tempi duri.”
“Facendo i suoi tempi attuali indurire, per qualcosa che domani forse
non avverrà mai, economizzando un’esagerazione per quello che poi, nel futuro,
non avrà mai luogo.”
“Anche, anche. Ma l’industriale è convinto che può mantenere il
suo stato di privilegio, conquistato duramente, solo sfruttando il lavoro
altrui, estraendo il suo bastardo plusvalore, mettendosi sotto i piedi tutto e
tutti, per lui è necessario come per il Tirannosauro sgozzare la sua vittima
ogni giorno, sennò muore di fame, o almeno è quello che crede, questo è ciò che
hanno in comune, hanno bisogno del sangue altrui.
Io non dico che bisogna sottomettercisi, al contrario, ma che ognuno ha
il suo ruolo ed è proprio questo che ogni uomo deve scoprire, prima di tutto.
Esistono uomini pacifici e altri aggressivi, come gli erbivori e i
carnivori degli animali, secondo me l’onnivoro avrà sempre una vita migliore,
perché saprà riconoscere il pericolo da che parte viene e non dovrà pensarci
più di tanto e vivrà di conseguenza, divertendosi abbastanza, se mancherà la
verdura mangerà anche la carne e il pesce, metaforicamente, insomma si adatterà
meglio a ogni condizione di vita e ai cambiamenti costanti, ma irregolari e
discontinui che la vita gli impone.
Questo per dire che gli uomini non sono né cattivi né buoni, ma
semplicemente grandi e piccoli, aggressivi e pacifici, eccetera eccetera.
È sempre e comunque una questione di sopravvivenza, in teoria, o di
economia, in pratica, ma i risultati sono più o meno quelli dei tempi passati,
come tra gli animali, anche per noi è cambiato poco, i metodi si sono
trasformati progressivamente, a volte anche improvvisamente, ma ora c’è più
stress, perché ora il pericolo è più difficile capire da che parte viene, come
si manifesterà, e c’è più ansia, perciò.
Una volta, non troppo tempo fa, si cacciava per mangiare o si era
cacciati per essere mangiati, si scappava dal predatore o s’inseguiva la preda,
non esistevano altre possibilità, non c’era da lambiccarsi troppo il cervello.
Ora no, ora le maniere in cui le cose possono andare storte sono
moltissime e quando uno sta troppo attento a tutto quello che gli può succedere
vive una vita che non vale la pena…”
“Aspetta un po’, sennò me lo dimentico: tu hai
detto poco fa, che tutto è una questione di economia. Io non sono
completamente d’accordo. E il potere? Dove lo metti il potere? Non credi che
tanta gente sia ammalata di sete di potere?”
“Certo, il potere. Ne abbiamo parlato anche
prima. Anche
quello è antico, mi pare che, quando qualcuno alza la testa, già gli vengono
automaticamente manie di potere.
Magari è vero che Dio ha fatto l’uomo a sua
immagine e somiglianza, ma era meglio se non lo diceva a nessuno.
E poi, per me, è più facile che invece sia successo
il contrario, è l’uomo che si è costruito un Dio nel cervello, a sua immagine e
somiglianza.
Quello è nato appena ci si è creata l’idea
dell’essere superiore, è un istinto di imitazione, tanto infantile quanto
innato, purtroppo dannoso e in nome del quale tutto passa in secondo piano, è
una malattia, fa parte dell’ordine a volte apparentemente disordinato delle
cose. Ma è un disegno a fantasia, sebbene complesso ha la sua logica.”
“Allora dobbiamo accettare tutto pacificamente, no?
Certo, basta risolvere nel cervello tutto questo e ci siamo conquistati la
pace? Vorresti lasciar governare il mondo dalle multinazionali?”
“No, prima, infatti, parlandoti dei Tirannosauri,
volevo dire che la multinazionale è come un enorme Tirannosauro moderno fatto
di macchine e gente, che per il proprio lucro sacrifica ogni cosa altrui, ma
indirettamente anche sua… provoca ogni genere di danno, all’economia e
all’ecologia, insomma alla qualità di vita di più paesi, in generale.
La loro tattica è esternalizzare i costi, produrre
a basso costo e vendere a prezzi competitivi… o meglio, a prezzi che
strangolano senza pietà le piccole fabbriche, i piccoli commercianti.
Quando vogliono fargli pagare qualcosa che loro non
hanno intenzione di pagare, rispondono con frasi fatte, perché non si tratta
più di persone, ma di macchine di lucro, di mostri senza testa.
Per esempio, a Porto Alegre si tentò di negoziare,
insomma, di trattare questi esagerati costi esternalizzati alla comunità di
Guaiba e la Ford, che voleva metterci su una grande fabbrica, recitò a
memoria la famosa frase, attraverso un suo rappresentante:
“Non potete farci carico di questi costi, sennò i
nostri prezzi non saranno più competitivi…”
E detto fatto, rotta la trattativa, se ne
andarono a 3000 chilometri di distanza, nello stato di Bahia, dove c’era più
povertà e avrebbero accettato ogni tipo di condizione.
Dentro la multinazionale le persone cessano di
comportarsi come tali e si vendono l’anima, è l’unica maniera di sopravvivere
nella tempesta dei mercati globalizzati, il mondo è un mercato, solo i mostri
carnivori sopravvivono, gli onnivori vengono a scoprire metodi alternativi e
vivacchiano, gli erbivori spesso soccombono.
La multinazionale inquina la natura, abbassa i
salari nella regione in cui opera, diminuisce i prezzi della merce in maniera che
l’impresa piccola fallisce, in generale, nel mondo intero, obbliga le persone a
comprare i prodotti a un prezzo più basso, ma solo relativamente, pagando
stipendi anche più bassi, visto che il costo della manodopera è uno di quelli
su cui può giostrare, non importa se poi le persone che si scannano per
lavorarci fanno la fame e le condizioni di lavoro non sono sane. La
multinazionale non ha coscienza e le persone che ci lavorano anche non ne
devono avere.”
“Che cosa proporresti allora?”
“Non lo so, che ne diresti di parlare di
qualcos’altro?”
“Va bene… o magari potremmo anche stare in
silenzio…”
“Come quando si ascolta il vento?”
“Sì, ecco, ascoltiamo il vento.”
Quando IV si stancava preferiva riposare, non
voleva forzare, ecco cosa lo contraddistingueva dagli altri, se non aveva più
voglia, se non ne ricavava piacere, ecco che smetteva, semplicemente.
Che cosa c’era di più naturale?
Se non resistevo troppo ad ascoltare il vento, non
provavo il gusto che avrei voluto, non sentivo tutti gli odori e i segnali
conseguenti che portava, il mio piacere era guardare Indio Velho che lo
faceva.
Alcuni giorni dopo, eravamo seduti su un gruppo di
rocce, con il vento sferzante e alcune nuvole che ogni tanto ci facevano
rabbrividire, perché tagliavano il cammino del sole in direzione dei nostri
corpi.
Indio Velho parlava molto lentamente, lo
punzecchiai su un argomento del quale mi sarei potuto anche pentire: gli chiesi
quale fosse, insomma, la sua dannata filosofia di vita.
Lui ne rimase tutto soddisfatto, come mi aspettavo,
anche perché potenzialmente poteva sfoderare il suo concetto di base, del quale
aveva un orgoglio quasi infantile, ma non lo faceva, ci girava intorno, voleva
testare la mia capacità, la mia resistenza, forse mi voleva insegnare la sua
arte di essere paziente.
O forse aveva troppi argomenti, che si ingorgavano
per trovare la via della bocca
Intanto io diventavo sempre più nervoso.
Ada 2
Lo scambio d’idee e opinioni costruito nella fabbrica
della vita concreta è di per sé consiglio.
(Walther Benjamin)
Se Oda mi stava aprendo il mondo in una luce nuova
e forte, lui ogni tanto mi spiegava che a farlo con lui era stato, non tanto
tempo prima IV, il formidabile Indio Velho e mi raccontava di lui, delle loro
conversazioni.
Non so se stavo meglio prima o dopo, prima ero nel
ventre della balena e non capivo, dopo comprendevo meglio i problemi miei e
della gente, ma soffrivo di più, anche se mi sentivo più vivo e ridevo anche molto
di più, stando insieme alla gente.
Insomma il mito della caverna di Platone o roba del
genere, non erano più le ombre, il mondo e la gente che ora erano entrati in me,
attorno a me.
Tutte queste cose le avevo studiate, ma non le
avevo certo prese al volo, entrarono poco a poco nella mia testa a forza di
spiegazioni di Odair, molte delle quali per telefono, è vero, ma sempre con
grande pazienza e determinazione.
All’inizio ci credevo e non ci credevo, a giorni
alterni pensavo di non farcela, ma poi mi entusiasmai e in un secondo momento
misi su anche un computerino usato e un’internet modesta, ma la comunicazione
con mio cugino era diventata continua e capillare.
Passarono dei mesi di dura disciplina eppure di passione
violenta e diretta per quello che stava cominciando, per la prima volta mi
sentii astratto e concreto allo stesso tempo.
La prima cosa che notai, a livello di mio
ragionamento autonomo, fu che la realtà era molto più complessa di quello che
pensavo prima, e che non necessariamente si risolveva tutto con i soldi, ci
volevano tante altre cose e poi non si aggiustavano veramente e completamente
mai.
Sapevo esprimermi meglio, cioè approfittai delle
parole e della lettura, della ricerca di una verità più stabile, per poi
applicarla nella vita di tutti i giorni, nella comunicazione con la gente.
Dopo un po’ Oda volle che mi documentassi su cose
più specifiche del nostro mestiere, ma qui ero già operativo, con una decina di
sedute alla settimana.
Un primo sintetico studio sulla teoria e la pratica
delle terapie diverse fu questo.
Partiamo dagli
inizi, di solito è meglio:
Ippocrate (400
a.C.) individua nella pazzia una forma di malattia del cervello
S.Basilio (450
d.C.) dà la prima definizione della schizofrenia “Come il folle non vede
le cose reali, ma i fantasmi del suo cervello malato…”
1900 ca.
Si dimostra definitivamente che la pellagra (20% dei ricoverati in Ospedale
psichiatrico) è una avitaminosi.
1911.
Durante una epidemia di febbre gialla nell’isola di Hispaniola (Haiti) si
riscontrano straordinarie guarigioni nei ricoverati nel locale manicomio. Si
introduce quindi la malario-terapia.
1938.
Cerletti scopre l’elettroshock. 40% di risultati positivi nei trattamenti di
depressione maggiore e di schizofrenie catatoniche.
1945.
Scoperta della penicillina. I manicomi si svuotano dei degenti con psicosi
organiche da sifilide.
1950. Si
scopre che il coma insulinico può avere effetti più duraturi e più positivi
dell’elettro-shock.
1951. Un
nuovo farmaco teoricamente antitubercolotico si dimostra di nessuna
efficacia. In compenso ha effetti calmanti e antidepressivi sui pazienti
terminali di tubercolosi. Nascono gli psicofarmaci.
Per effetto
degli psicofarmaci, dal 1955 al 1970 si assiste in tutto il mondo alla drastica
diminuzione dei pazienti ricoverati negli Ospedali psichiatrici.
Vediamo alcune
tra le più diffuse terapie in uso:
Ad alta influenza freudiana
Psicanalisi: se i problemi
vengono dall’infanzia sotto forma di impulsi repressi, si passa la maggior
parte della sessione parlando per mezzo di libere associazioni. Il terapeuta
parla poco e cerca di analizzare le parole e i sogni, senza emettere un
giudizio, è il modello più antico ma è stato modernizzato dagli studi di
Jacques Lacan (1901 - 1981).
Psicanalisi Junghiana, o
psicoterapia analitica: Carl Jung, discepolo di Freud, introdusse
nell’analisi il concetto di incosciente collettivo , immagini ed esperienze
comuni a tutto il genere umano. Il metodo Junghiano considera, oltre le
questioni individuali del paziente, le influenze esterne e collettive che
possono tormentarlo.
Psicodinamica, o psicoanalisi light(leggera): si basa sulle nozioni tradizionali della
psicanalisi, solo che è più breve, il terapeuta cerca di coinvolgere attivamente
il paziente in un dialogo che gli faccia riconoscere e risolvere antichi
conflitti. È anche più mirata a raggiungere obiettivi concreti prestabiliti tra
paziente e terapeuta.
Media influenza
freudiana
Gestalt: si usano il
teatro e altre forme di espressione artistica, sfrutta tecniche drammaturgiche
per costruire pensieri e attitudini creative. Con blocchi di gommapiuma,
pupazzi o cuscini, il paziente è incoraggiato ad adottare nuovi ruoli e a
esprimere sentimenti, con l’obiettivo di capirli meglio.
Terapia di
gruppo: sfrutta altre correnti, ma è praticata in gruppo: il convivio con gli
altri pazienti funziona come un microcosmo sociale, un ambiente sicuro per un
nuovo comportamento. È indicata per chi soffre di problemi comuni del suo
ambiente e ha difficoltà nelle relazioni con gli altri
Interpersonale: raccomandata a
chi soffre di lieve depressione legata ai conflitti personali, lutto o
cambiamento di ruolo (matrimonio o nuovo incarico professionale). Il tempo
della terapia è predeterminato e le sessioni si concentrano sul tempo presente,
senza legare le esperienze attuali al passato.
Centrata sulla persona: si concentra sulla relazione tra paziente e
terapeuta senza interpretare pensieri e comportamenti, il terapeuta crea un
clima di empatia che permette al paziente di esplorare questioni che lo
disturbano e di sviluppare autostima, perciò è indicato per chi si sente
oppresso dal mondo e ha una bassa accettazione di se stesso.
Bassa influenza freudiana
Terapia Comportamentale: indicata per chi soffre di reazioni indesiderate
del corpo per manie e fobie (come paura dei ragni, paura di volare ecc.) Si
utilizzano tecniche fondamentali tipo esposizione e condizionamento, nel
tentativo di cambiare il comportamento usuale con reazioni più gradevoli.
Secondo i critici è una specie di addestramento del paziente.
Terapia Cognitiva: basata
sull’idea che ci disturba di più la nostra visione delle cose, che le cose
stesse, secondo il pensatore romano Epiteto (60 – 117). Il terapeuta cerca di
alterare i modelli di pensiero che disturbano il paziente insegnandogli a
controllare le idee automatiche e a correggerle. Indicata per chi soffre di
depressione e deve cambiare quello che pensa di se stesso.
Terapia Cognitiva Comportamentale (TCC): utilizza le due precedenti tecniche affinché
il paziente identifichi pensieri e convinzioni distorte di se stesso. L’idea è
far percepire al paziente i suoi pensieri e correggerli, generando nuovi
modelli di ragionamento. Indicata per chi soffre di depressione, ansia e disturbi
per causa di traumi.
Oggi vi è un
numero notevole di molecole, a effetti più o meno marcati, che hanno permesso
di ridurre moltissimo (dall’80% al 20%) l’elevata mortalità delle depressioni
maggiori. Esistono farmaci calmanti e antidepressivi di molti tipi.
Limitato è
purtroppo ancora il numero dei neurolettici, dei farmaci cioè che hanno effetto
sui deliri e sulle allucinazioni schizofreniche.
Limitata è
la possibilità di azione sulle caratteristiche negative della schizofrenia:
apatia, aridità affettiva, autismo. Inoltre sono sempre importanti gli effetti
secondari e spiacevoli dei neurolettici.
IV 2
Democrazia
è quando io comando te, dittatura è quando tu comandi me
(Millôr Fernandes)
La mia personale filosofia fu deformata e poi
modificata dal pensiero di IV, in quei mesi, non glielo dissi mai, ma lui certo
lo sapeva. Oda e IV si sarebbero conosciuti solo dopo e sarebbero morti tutti e
due in poco tempo.
Quando partiva a tutto gas dalla filosofia in generale, sebbene non ce
ne fosse nessun bisogno, forse lo faceva solo per me, non per insegnarmi cose
che sapevo già, ma per temprare i miei nervi.
“Essere un filosofo significa credere a qualcosa e applicarlo, nel mondo
ci sono tante variazioni, tante apparenti o effettive opzioni, ma la gente non
sceglie quasi mai la sua strada, si prende strade già pronte, prefabbricate.
La gente dice cose a cui non crede completamente, udite da altre
persone, pensa in una maniera, parla in un’altra e agisce in una terza ancora.”
“E tu, invece?” Cercavo d’incalzarlo.
“Io sono uno scettico tranquillo, lo sai, dopo averne attraversate
tante, di strade, ho visto che quelle che portano ai dogmi non m’interessano, i
grandi filosofi sono stati quasi tutti dogmatici… secondo me erano gente
geniale, non dico di no, ma con i piedi lontani dalla terra, io no, io cerco di
essere più pratico, non pretendo di risolvere tutto subito, lascio gli
interrogativi aperti, se non riesco ad arrivare alla risposta, non m’invento delle
storie suggestive, delle dimostrazioni forzate, aspetto di vedere la soluzione
in seguito, col correre del tempo e della mia esperienza.
Non ho paura di dire non lo so, anzi mi pare una
dimostrazione di attaccamento alla realtà, giacché non si può sapere tutto.
Quello che conta è che non forzo il mio ambiente a darmi quello che non
può, non cerco cose assolute e definitive, perché per me non hanno troppa
importanza, se tutto si muove ed è in costante evoluzione, perché perdere tempo
con statue di verità formale che forse non erano vere nemmeno ieri, già che
stanno attraversando l’oggi e diventando un altra cosa ancora nel domani?”
Aveva detto tante cose, ma non aveva detto ancora niente, che cosa
diavolo significava essere uno Scettico Tranquillo?
Secondo me non ce n’era bisogno di buttarsi in quelle lunghe spiegazioni
delle filosofie greche, tra cui il mito della caverna di Platone. Quando
partiva per questi viaggi, però, nella storia della filosofia, non c’era
maniera di fermarlo, ci avevo già provato, ma non serviva a niente, allora io
mi mettevo a cercare le zecche nel pelo folto del cane.
Tra le altre cose, Indio Velho mi aveva insegnato a infilarle dentro a
un barattolino con un forte detersivo per tappeti, là morivano narcotizzate e
non potevano spargere uova in giro, come facevano se uccise schiacciandole col
piede o un sasso.
Anche quella era una dimostrazione della legge del più forte, mi aveva
spiegato a suo tempo, la pietà era un’altra cosa, da usarsi, magari, con chi
non ci succhiava il sangue.
Il sentimentalismo, in sé, era una specie di autocommiserazione, secondo
lui gli italiani erano troppo sentimentali e questo li fregava
sistematicamente, io non ne conoscevo nessuno e non potevo dire niente.
Dopo qualche mezz’ora di racconti e di storie, di filosofie legate e
slegate, moderne e antiche, eravamo arrivati forse e finalmente alla
definizione della sua: perché Indio Velho era un cazzo di Scettico Tranquillo?
Manco per niente: se ne scappò di nuovo da un’altra parte, magari
limitrofa, adiacente se non consecutiva e complementare, ma non quella che io
volevo, vedendo che cercavo le zecche del cane, ecco che prese una
ramificazione a caso ma non troppo del suo frondosissimo pensiero e la seguì:
“Il difficile nel mondo è il non alterare l’equilibrio della natura,
perché la natura quando s’arrabbia non le si può più domandare scusa, spesso è
troppo tardi.
L’attenzione che dobbiamo dedicargli è una cosa delicata, ma è
estremamente naturale, non uccidere nemmeno una formica, quando possiamo
evitarlo e non usare la violenza se non è necessario e soprattutto se è
dannoso.
Rispettare animali e alberi e perfino le pietre, amarne la purezza, come
rappresentanti molto più semplici e nobili di noi esseri umani, ecco che ci fa
essere migliori.
La vedi questa pietra qui, dove sono seduto? Non so niente della sua
storia, ne deve aver viste e sentite di cose, a volte è anche troppo dura con
il mio sedere, che non se lo merita e allora io ci potrei anche litigare, ma
altre volte mi fa da poltrona in maniera egregia, ecco, pensa quello che vuoi,
ma io ci sono affezionato, la rispetto e ne sentirei la mancanza, se non ci
fosse.
Non si muove da lì da millenni, non dice niente, non puzza e non
profuma, eppure…
Dare il valore giusto ai vari elementi significa non essere rigidi,
statici, ma sempre in costante movimento, ogni cambiamento di posizione, di
punto di vista, è necessario per accompagnare una realtà che non è mai stata
ferma, non lo è ora e non lo sarà mai.
Come diceva Kant la nostra idea delle cose le modifica dentro di noi, ma
la cosa è reciproca, perché loro, le cose, intese come tutto, in generale, ci
influenzano anche dal fuori.
È, cioè, un processo di andata e ritorno continuo, l’unica maniera per
poterne usufruire con continuità e soddisfazione è l’elasticità, che è grande
nemica dell’assoluto, almeno apparentemente, secondo la concezione umana.
Kierkegaard risolveva tutto dicendo “Non si può realmente
sapere, ma solo aver fede”, io sono parzialmente con lui, ma quell’aver
fede è un poco delegare la nostra propria responsabilità a qualcun’altro o a
qualcos’altro, che potrebbe essere indifferentemente: un dio qualsiasi, magari
inventato da un leader spirituale, un boss mafioso e un conseguente grasso e
apparentemente pratico conto in banca garantito da un lavoro materialmente e
moralmente sporco, ma chi se ne frega?
È vero, però, lateralmente, che non si può realmente sapere, gli
interrogativi sono troppi e non sempre possiamo rispondergli, ma quello che
dovremmo fare noi, secondo le mie esperienze passate, è un poco provare a noi
stessi tutto quello che succede, anche attraverso le discussioni con gli altri,
ma partendo da un dialogo interno, che ci stimoli a metterci anche in dubbio e
perciò ci dia costantemente, anche se a volte faticosamente, una posizione nello
spazio e nel tempo, cioè ci faccia capire chi siamo e cosa stiamo facendo al
mondo.
Allo stesso tempo dobbiamo accettare che la nostra sete di verità non
sempre sarà saziata, non dobbiamo rinunziare, ma non possiamo nemmeno credere
che tutto si possa regolare al momento, che si debba dare un corso a tutto, per
arrivare ogni giorno a qualcosa di nuovo, perché è una capacità che non
abbiamo, noi, come non ce l’ha nessuno.
Dobbiamo invece mantenere l’attenzione costante, magari alle risposte,
anche arrivate in ritardo, di domande fatte nel passato, o alle novità assolute
passate di fronte a noi all’improvviso, se ci facciamo attenzione queste cose
ci accadono continuamente, ma di solito, purtroppo, noi siamo troppo distratti
per accorgercene…”
Rinunciando su suo recente insegnamento all’insistenza su un unico
punto, non gli rinnovai la domanda che avevo ancora dentro di me, no, anche se
con difficoltà, pazientavo.
Il suo ultimo suo ragionamento mi era parso logico, ma difficilmente
attuabile, allora domandai a IV:
“Come facciamo a fare attenzione a tutte queste cose, se dobbiamo
lavorare, tirare su una famiglia, confrontarci tutti i giorni con i cimenti
quotidiani della nostra vita nel mezzo degli altri, una vita che diventa sempre
più rapida e complessa?”
Indio Velho sorrise, forse contento che avessi lasciato perdere la sua
filosofia personale e allo stesso tempo individuato il punto essenziale del
discorso:
“Ti posso dare due risposte, entrambe sono verosimili, ma sono estreme e
la verità è una media tra le due, che tu potrai fare, non oggi né domani, ma
nel correre del tempo: la prima è quella che mi viene più naturale, per la
scelta che ho fatto, ma questo non significa che io non mi renda conto delle
difficoltà che si trovano là sotto, tra i Valligiani e i Collinari, per cercare
un equilibrio.
La mia prima risposta è che non si può e proprio per
questo io me ne sono uscito e sono venuto qui, a fare il Montanaro.
La seconda risposta, più aperta e flessibile, meno assoluta, è che
dentro la vostra realtà di lavoro di tutti i giorni voi potete scegliervi una
strada poco battuta, che è quella di seguire il vostro cuore.
È la scelta più difficile eppure è la migliore.
Non fare come gli altri è difficile, certo, almeno all’inizio, ma poi
scivola meglio, è indispensabile saper separare, distinguere, ragionare su
tutto quello che succede e può succedere, vivendo insieme a tanta gente tutto è
più complicato, ma ragionare col proprio cervello, agire secondo il nostro
pensiero e dire cosa pensiamo veramente, per quanto apparentemente la strada
più faticosa, è la meno stancante, perché andiamo dietro a noi stessi e non
agli altri e non ci sentiamo stressati, perché facciamo, in fondo, quello che è
naturale, anche se tutti intorno si sono dimenticati di come è, e in più,
grazie a noi, tanti ritroveranno questo anello di congiunzione con se stessi.
È inutile parlare e dire cose importanti, se poi nella vita agiamo in
maniera differente da quello che diciamo, quello che conta sono i fatti e la
gente ci vede e confronta le nostre idee con quello che facciamo. Se facciamo
come loro non gli pare strano, in fondo è ciò che vedono e sentono tutti i
giorni, ma se invece la nostra armonia è maggiore, se siamo più compatti,
vedono e sentono la differenza e inevitabilmente gli piace, ma questa non è la
nostra unica prospettiva, quella di piacere agli altri, il nostro fine è
piuttosto quello di stare bene, anche piacere agli altri è importante, certo,
ma dobbiamo anche farci piacere gli altri e quello è più difficile, che è
possibile, anche se sono diversi da noi.
Quello che è profondamente sbagliato, nella tendenza umana occidentale,
è di voler parere tutti uguali, mentre dal dentro le persone vogliono affermare
la loro individualità e non sanno come.
Questo provoca una grande frustrazione.
Hai visto gli adolescenti come vogliono vestirsi in maniera originale e
invece seguono sempre e solo le mode?
Si stanno aprendo al mondo, cercano di affermarsi, di capire chi sono e
di impressionare gli altri, poi finiscono per fare esattamente quello che tutti
si aspettano, e se non lo facessero sarebbero guai. La gente ama l’originalità,
ma solo dopo che si sia affermata, prima, invece, qualsiasi cosa è sbagliata,
perché è nuova, non è conosciuta, perciò può essere solo un errore.
In seguito le loro ali - quelle dei giovani - verranno immobilizzate,
fasciate da una realtà molto differente da quello che avevano immaginato e
finiranno per vivere come formichine casa e lavoro e lavoro e casa, il mondo ha
tarpato i loro sogni in pochi anni e li ha standardizzati.
Forse questo è necessario, forse sono solo fasi, caratteristiche delle
varie età, ma quello che conta, poi è riuscire, presto o tardi, ad avere una
meccanica di vita che funzioni e per funzionare deve dare all’individuo
soddisfazione, prima di tutto dal punto di vista del divertimento, non c’è cosa
peggiore della noia. O forse sì, peggio ancora di annoiarsi c’è il fingere di
divertirsi, ma sono due cose che vanno bene insieme, le vediamo ogni giorno
nella gente che ci circonda, in tutta questa indifferenza che c’è in giro.
Hanno perso l’anima? Dirai te. No, hanno scelto di farne senza, e come
hanno fatto a scegliere? Non sono stati dei singoli ma è un movimento
collettivo, in fondo l’anima è un’invenzione dei borghesi, ne avevano bisogno
per affermarsi, perché stavano cominciando a esistere in un mondo in cui la
classe media era una novità.
Il successo diverte, certo, affascina, ma spesso schiavizza, pochi hanno
l’umiltà di scegliere e poi di realizzare sogni semplici eppure costruttivi,
tante cose distraggono dal punto focale, dal baricentro del ragionamento
necessario, gli esseri umani.
Uno di questi è il sesso, ma il denaro e il potere sono altri, sono
collegati e intrecciati, ma il nostro riferimento deve sempre essere la natura,
invece. Ed è esattamente il contrario di quello che sta succedendo…”
Per la visita seguente, già durante la ripida salita, mi ero preparato a
mantenere IV sul punto, a non farlo fuggire e a farmi spiegare finalmente e
definitivamente cosa significasse essere uno Scettico Tranquillo. Ero uscito
presto, perché tutte le volte, quando lui sembrava al punto di rivelare la
regola fondamentale, era tardi e non aveva più voglia di parlarmene o io me ne
dovevo tornare a casa.
Lo trovai sdraiato sotto il sole, trascorremmo i nostri primi minuti
insieme senza parlare.
Argo stava pascolando, appariva e scompariva, cercando odori, tracce e
relativi animaletti di appartenenza, i quali non sempre ne erano divertiti e in
alcuni disgraziati casi, venivano addirittura spiaccicati senza che lui ne
avesse alcuna intenzione, magari per il bene della scienza canina, testandone -
per esempio - la consistenza con le robuste zampe.
IV mi guardò per un po’ alla sua maniera. A volte mi pareva che fissasse
lo sguardo su un oggetto o una persona, senza realmente vederla, ma andando
oltre. Poi finalmente partì con quello che volevo e aspettavo da giorni:
“Ma te l’ho già detto varie volte cos’è uno Scettico Tranquillo, lo
scettico tranquillo è uno come te, che non crede a tutto quello che gli dicono
e non ha nessuna fede fissa, uno che non ha bisogno di piattaforme di regole
fatte da altri, ma semplicemente vive in maniera empirica, provandosi tutti i
giorni la propria capacità in modo pratico e cercando di imparare cose nuove.
È scettico perché non usa mai, senza filtrarlo, un consiglio dato da un
altro, è tranquillo perché non ha bisogno di risposte immediate.”
In genere, nella mia vita, e in particolare in quel determinato momento,
mi sentivo assai poco tranquillo, anzi, al contrario, piuttosto ansioso di
risposte urgenti.
Ero scettico, sì, ma principalmente per quanto riguardava la mia
capacità di usare il suo consiglio di portare pazienza.
“Io sono Scettico, con la S maiuscola, per determinare non uno
stato momentaneo, ma, se possibile, quasi definitivo. Perché?
Ecco un esempio: in Brasile la filosofia e i filosofi sono scarsi, tutto
è abbastanza materiale, per motivi storici e geografici che ora, per mancanza
di tempo, magari lasciamo perdere.”
Visto che io non ribadivo, i motivi venivano per il momento lasciati di
lato e IV continuava la sua arringa:
“Ma la filosofia s’insegna a scuola e all’università, una materia come
un’altra, ci si confonde facilmente, tra gli stessi specialisti, tra l’essere
professore di filosofia e l’essere filosofo, addirittura!! Che sono due persone
che potrebbero anche coincidere in una, ma non lo sono quasi mai. Il professore
pensa una cosa, ne dice un’altra e ne fa un’altra ancora. Il filosofo non può,
lui, almeno lui, se mi permetti, deve pensare, dire e fare la stessa identica
cosa, sennò perde la sua identità speciale, la sua credibilità eccetera.
Ora, come abbiamo detto la filosofia qua è insegnata male, da cattivi
professori, come spesso in tutto il mondo moderno, professori che non sono
filosofi e che contraddicono il loro pensiero con la loro azione.
Bada bene che la mia presunzione di essere un filosofo è basata solo sul
fatto che penso, dico e faccio quasi la stessa serie di cose.
Ci riesco poco ma meglio di tanti altri e questo già non è facile, ma è
importante, e bisogna rinunciare a tante cose, alle comodità per esempio, e ad
altre che non sto qui a elencarti.
Sono Tranquillo, perché la mia filosofia mi permette di incastonare il
tutto al suo dovuto posto, di capire come funziona il mondo e come ha
funzionato fino a questo momento, certo, tutto abbastanza approssimativamente.
Ciò non significa che domani un gruppo di giovinastri non possa venire
qui ad appiccarmi il fuoco e a tramutarmi in una torcia umana, solo per farsi
quattro risate.
So che sono indifeso, ma ne ho coscienza e non sto a perdermi dietro
polizze di assicurazione e a mettere denaro da parte per il futuro, perché,
sebbene sia quello che tutti fanno, per me è pazzia pura.”
“Anche perché non hai un soldo.”
“Certo, ma anche quando ne avevo non mi sono mai perso dietro a queste
cose, perché cercare di controllare il futuro partendo da ora, è solo una
trovata di marketing, le assicurazioni sono nate per guadagnare soldi, non per
proteggere le persone, loro cercano di non pagare i danni, e spesso ci riescono
anche.
E poi il mondo è burlone e ti farà facilmente succedere una delle tante
cose non previste dalla polizza, lo sai meglio di me.
Ma dicevo che sono Tranquillo perché, questa mancanza della totalità
delle risposte, che tanto fa soffrire l’uomo, non significa per niente
l’inutilità delle mie domande, io sono disposto a pazientare e anche a
dibattere i temi polemici con chiunque, anche ad ammettere di aver torto, per
me proprio questo è un punto di arrivo migliore che quello di aver ragione,
perché ammettendo di aver torto io capisco qualcosa d’importante e questo può
rivoluzionare la mia vita, avvicinarmi un po’ di più alla verità, insomma: che
ben venga.
Ciò non significa che in una discussione io non faccia appello a tutte
le mie forze dialettiche per difendere la mia tesi.”
Rimasi un po’ in silenzio a pensare, IV stava accarezzando Argo e il
vento fischiava un’armonia sommessa, sul ronzio di insetti tra cui api sui
fiori e pio-pio di uccelli sul pino solitario, lì vicino, a una ventina di
metri, che ci faceva un’ombra enorme perché allungata dalla posizione del sole
e dal pendio della collina.
Trovavo tutto giusto, quello che aveva detto e forse avevo anche capito,
finalmente, cosa voleva dire con la definizione della sua filosofia. Però c’era
qualcosa che non avevo capito bene, tra le sue ultime frasi e glielo chiesi:
“Aspetta un po’: hai forse rinunciato ad amare una donna, tra le rinunce
che mi hai detto prima, per le quali riesci, o quasi, a pensare, dire e fare la
stessa serie di cose?”
“No, non ho rinunciato ad amare una donna, in quella maniera fisica che
tu probabilmente intendi, anche se non mi capita quasi mai di poterlo fare.”
“Sì, ma ieri hai detto che il sesso, come il potere e il denaro, è una
distrazione…”
“Sì, non che lo sia in generale, ma lo diventa, perché viene
strumentalizzato nella propaganda di articoli di consumo, forzato dalle mode
del momento e dai mass-media, o addirittura ci si rinuncia, perché è rischioso,
ma in ogni caso ci si pensa troppo… se fosse una cosa più naturale, come dovrebbe
essere, sarebbe meglio, sarebbe più bello.”
“Allora: vuoi per caso dire - con tutto questo - che tu hai
rinunciato al sesso?”
Il suo sorriso se ne uscì fuori differente dal solito, mi parve profondo
e triste.
“Questo è un punto dolente, non è che io abbia rinunciato al sesso
perché non mi piaccia, anzi, cosa c’è di più bello che fare all’amore?”
“E allora come fai?”
“Mi astengo. Anche se per me la donna è meravigliosa, è la purezza della
bellezza, hai visto che ho delle riviste pornografiche, che hanno per me due
funzioni, come ho già detto, quella della ammirazione della bellezza pura…”
“E la seconda?”
Pausa imbarazzata.
“E anche quell’altra.”Rispose alla fine.
Mi venne da ridere a pensare a un filosofo qualsiasi che lavorava di
mano dietro a un cespuglio, anche se quel filosofo lì, in quel determinato
momento della sua vita, non aveva nessuna voglia di ridere, evitava addirittura
di guardarmi in faccia.
Allora gli domandai ancora, incuriosito:
“Ma allora come fai: senza-senza?”
“Beh, non è proprio senza, sai… il mio sesso è autogeno, come ti stavo
dicendo - e per favore non fare quella faccia – perché semplicemente non
trovo nessuna donna che mi piaccia che sia disposta a farlo con me.”
“Ah.”
Rimanemmo in pausa di nuovo, per pochi attimi in cui le nuvole coprirono
il sole e di nuovo lo lasciarono uscire.
Dopo mi parlò di sesso e distrazione, di funzione distorta, di quanto
avesse a che fare con denaro e potere, (almeno nel mondo moderno, e invece non
avrebbe proprio niente da spartirci,) ma ero troppo distratto dalla sua
precedente rivelazione, per fare attenzione alle sue parole.
Pensavo piuttosto che lui avesse rinunciato a tutte e tre le cose.
Sesso, denaro e potere. E lui me lo confermò, come se avesse letto nel mio
pensiero:
“Se per avere quel sesso che tanto mi piace, io devo rappresentare una
porzione di successo nella società, se devo essere uguale agli altri o più
uguale ancora, perciò migliore, secondo il concetto di regole fatte dagli
altri, e che io non accetto, che ti devo dire? Io ci rinuncio.”
Poi recitò come se fosse una cosa seria:
“Se è per denaro, non è amore, disse la prostituta.”
Ci ridemmo su. Poi gli domandai:
“Ma mi dici una cosa? Una curiosità: ma quanti anni hai?”
“Settantadue… pensavi di più o di meno?”
“Pensavo di meno. Sembri più giovane.”
“Negli ultimi anni sono stato bene, mi sono stressato poco o niente.”
“Ma da quanti anni ti sei ritirato a… diciamo così: vita privata?”
“Una ventina.”
“E quando l’hai fatto il sindacalista?”
“Subito prima, è stato il mio punto di scoppio, da lì è cominciato il
cambiamento.”
“Ah. E il coso laggiù in basso ti funziona ancora?”
“Certo, il coso funziona ancora bene e senza additivi moderni, poi il
desiderio quello non passa mai, anche per chi non riesce più a farlo alzare…”
Sorrisi e ci fermammo di nuovo a guardare le nuvolette.
Il mio silenzio lo incoraggiava a parlare ancora, a rivelarmi a pieno
quella sua parte nascosta:
“Non è che negli ultimi anni io non avessi mai fatto sesso, qualche
volta mi era capitato, ma l’amore non c’era, sono esperienze che svuotano gli
organi e stappano le orecchie, tirano le ragnatele, ma sono un po’ vuote, se
non c’è niente che le accompagna; e poi vivendo quassù, non frequentando né la
bassa, né l’alta società… lo sai da te, le occasioni non sono molte e allora
l’attività manuale offre due vantaggi in uno.”
Lo guardai in maniera interrogativa, lui mi riguardò in maniera a suo
modo significativa e disse:
“La prima funzione è quella puramente sostitutiva, l’altra è per la
buona manutenzione della prostata.”
Un mio amico medico poi mi confermò che il mancato uso dello sperma fa
peggiorare negli adulti lo stato della prostata, pare che la manutenzione
dell’organo riproduttivo funzionasse coi due tipi più comuni di sesso: autogeno
e/o in collaborativa compagnia.
Intanto io cominciai a preoccuparmi per la sua salute, avevo un gran
bisogno di avere qualcuno con cui conversare, come facevo con IV, mi ero assai
affezionato a lui. Allora, visto che lui a valle non scendeva per principio,
gli portai su un tipico Valligiano, Mariano Ruiz, il mio amico medico, e lo
feci visitare.
Mariano disse che era in perfetta salute, aggiunse però che una
prosperosa professionista a buon mercato, ogni tanto, sarebbe stata una
piacevole diversione, non solo per la sua prostata.
Finita la nostra risata, IV partì con una acuminata serie di teorie
concatenate, che Mariano, che se ne stava andando, si sedette e si mise ad
ascoltare.
Il mio amico medico, per quanto assai intelligente e sensibile, era
proprio uno di quelli che nella vita aveva scelto poco, era partito che si
trovava già dentro al tunnel, per lui denaro, potere e sesso erano essenziali,
era un formidabile e fottuto materialista.
Proprio ultimamente, però, aveva ammesso che la competitività del mondo
occidentale era un rincorrersi la coda senza senso, poi uno si rendeva conto,
alle soglie della vecchiaia, che aveva girato e rigirato, ma solo su se stesso:
non si era mai mosso dal posto.
IV diventò suo paziente e Mario accettò di essere suo discepolo, in
cambio un po’ di spiritualità lo aiutava a proteggere materialmente il suo
vecchio corpo. Anche se, per questo vecchio, piccolo e grande filosofo contemporaneo,
il problema del sesso rimaneva ancora irrisolto.
Ada 3
Non c'è virtù così grande che
possa essere al sicuro dalla tentazione.
(Immanuel Kant)
Dopo tre mesi e venti giorni di tirocinio Oda lo mise alla prova: una
prima seduta con un cliente nuovo, un commerciante di Barra da Tijuca al quale
Oda era stato raccomandato da un amico che era un cliente o paziente abituale
da più di un anno.
L’uomo era grasso e nervoso, accendeva una sigaretta dopo l’altra, la
nuova a quella che stava terminando, si guardava intorno diffidente, con la
fronte corrugata, gli occhietti maialeschi cercando il pericolo negli angoli
della stamberga di Oda.
“Si sieda, accetta un tè, o meglio una cachaça? Va bene.
Torno subito.”
Ada si sentiva agitato ma stranamente anche abbastanza preparato, si
bevve anche lui una cachaça, ma in cucina, non davanti al cliente. Cercò di
muoversi armoniosamente, Oda gli aveva insegnato che l’intenzione si esprimeva
con i gesti, anche nel camminare, nel porgere gli oggetti, soprattutto nella
maniera di guardare. Meglio non guardare troppo un cliente nervoso alla prima
seduta, prima si doveva stabilire un contatto rassicurante, guadagnare la sua
fiducia, se si sentiva troppo osservato lui si sarebbe sentito studiato, in un
certo senso ancora braccato dal mondo attorno di cui aveva perso il controllo.
No, no, bisognava prima di tutto farlo sentire a suo agio.
Ada pensò che fargli fare la respirazione corretta, in quel momento era
sbagliato, anzi tirò fuori anche lui una sigaretta e si mise a fumare. Da fuori
dalla finestra aperta, alle spalle dell’uomo grasso, Oda confermava con
bandierina verde quando le cose andavano bene, rossa quando doveva fare
particolare attenzione, gialla quando c’era bisogno di più energia e
convinzione. Dopo qualche tirata, iniziò a bere cachaça con quell’uomo che gli
sembrava già meno stressato, cominciarono a parlare del più o del meno, l’argomento
del calcio funzionava sempre. Si chiamava Pedrinho ed era tifoso del Flamengo,
Ada invece era del Vasco Da Gama ma naturalmente finse di essere anche lui
Flamenghista. Dopo pochi minuti, Ada sentì che la fase di rottura del ghiaccio
si era conclusa e bene, accese allora il registratore, che era il suo segnale
convenzionale d’inizio della vera e propria seduta, la musica che aveva scelto
era brasiliana, strumentale e calma, uno chorinho. Là fuori Oda sbandierava e
approvava vorticosamente. Ada sorrise sollevato e disse, stavolta
guardando negli occhi Seu Pedrinho:
“Spegniamo le sigarette, ora. Segua questa musica, per favore,
respiriamo insieme lentamente e mi dica, con tutta la calma necessaria, cosa
c’è di positivo in quello che sta vivendo...”
“Niente, niente di positivo tutto sbagliato... è solo stress, la mia
vita è una confusione... sarà difficile rimetterla in sesto! Glielo dico
subito.”
“Non ci credo, qualcosa di positivo ci deve essere, mi dica una cosa che
le piace, una cosa sola...”
L’emozione forte era svanita quando aveva visto che il cliente era più
nervoso di lui, dopo un poco si accorse di averlo messo a suo agio, che
conversava tranquillamente con lui. Il copione di una seduta era più o meno
sempre lo stesso, il cliente poteva cambiarlo con le sue domande, che Ada era
stato allenato a rispondere con semplicità e profondità, i problemi delle
persone erano quasi sempre gli stessi, anche se mischiati, camuffati. Il
brasiliano simulava e dissimulava molto bene, faceva parte della sua storia, del
suo DNA. L’importante era capire di che tipo di persona si trattava, per dargli
il modello di attenzione che più si adattava al suo carattere. L’attenzione era
essenziale e poi si doveva cominciare molto lentamente a insegnargli ad avere
un dialogo interno, un piccolo passo alla volta, non era facile ma
fondamentale.
Dopo le cose positive, quelle negative, dopo l’ordine e i commenti, i
consigli nel finale, le lezioni pratiche di Oda non fallivano, perché Oda non
lasciava più niente al caso, sapeva che avrebbe potuto essere molto dannoso
alla persona con la quale stavano cercando di stabilire una collaborazione, per
poter scoprire e combattere i suoi difetti di forma e contenuto, per costruire
insieme una linea di azione pratica ed efficace.
Il commerciante uscì tranquillizzato, avevano già fissato il prossimo
appuntamento a casa di Pedrinho, durante il pomeriggio, Ada sarebbe andato a
vedere personalmente cosa andava bene e cosa era sbagliato, anche nel suo
negozio di ferramenta, cosa doveva essere incoraggiato ed eventualmente
ampliato e cosa invece andava modificato o tagliato fuori.
Ada si preparò puntigliosamente, voleva che la sua vita cambiasse e per
farlo doveva cambiare prima quella degli altri, per riuscirci doveva fingere
prima di essere competente in materia, poi diventarlo veramente. In realtà ci
volle un periodo interminabile in cui Ada si dette da fare instancabilmente, ma
ancora difettava su un argomento in particolare, la cultura generale. Stava
lavorando anche su quella, naturalmente, leggeva e vedeva tanta roba impegnata:
film, documentari eccetera, ma non si poteva colmare tanto vuoto in poco tempo
già anche troppo pieno.
Ada 4
"Ecco un consiglio che una volta sentii dare a un giovane:
fai sempre quello che hai paura di fare"
(Ralph Waldo Emerson)
“Non so se io sapevo dialogare con me stesso, probabilmente no, penso che
me lo abbia insegnato mio cugino Odair. Forse lui è stato avvantaggiato dal
fatto di non essere esattamente un poveraccio come me,
di famiglia sarebbe stato un borghese, eppure a un certo punto delle sua vita
si è ribellato ai suoi genitori e ha mandato tutti e tutto affanculo: se ne è
tornato a vivere in una favela, per scelta sua.
La sua storia è un po’ più complicata, diciamo che quando se ne è andato
via da Leblon, con quella francese che a me sembrava proprio una pazza, ci sono
voluti altri cinque anni per essere lasciato da lei. Dopo aver vissuto in varie
città europee, (in Francia, Belgio, Olanda e Danimarca,) aveva capito un po’
meglio come funziona il mondo, il cervello della gente, la sua esperienza
era un po’ vaga, ma forse era predisposto, prima di tutto dalla sua curiosità
antropologica, per questo era pronto per trasformarsi in quello che è ora.
Non posso dire di averlo conosciuto, prima, da bambini c’eravamo
frequentati di più, poi i suoi avevano fatto il salto di qualità, dopo l’avevo
incontrato quattro o cinque volte, ci avevo appena parlato, vivevamo in
ambienti troppo diversi, anche se entrambi abitavamo nelle favelas.”
Una cosa che mi
disse e mi fece ridere, ma era seria, questa storia del cavallo morto, Oda
disse che era per farmi capire come noi due non dovevamo assolutamente mai
comportarci.
La "Teoria
del cavallo morto" è una metafora satirica che riflette su come alcune
persone, istituzioni o nazioni affrontino problemi evidenti che sono
impossibili da risolvere, ma invece di accettare la realtà, si aggrappano a
giustificarli.
L'idea centrale
è chiara: se scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la cosa più saggia è
scendere e lasciarlo.
Tuttavia, nella
pratica, spesso accade il contrario. Invece di abbandonare il cavallo morto, si
prendono misure dei seguenti tipi:
• Acquista una
nuova sella per il cavallo
• Migliorare
l'alimentazione del cavallo, anche se è morto
• Cambiare il
cavaliere invece di affrontare il vero problema.
• Licenziare il
gestore dei cavalli e assumere qualcuno di nuovo, sperando in un risultato
diverso.
• Organizzare
riunioni per discutere come aumentare la velocità del cavallo morto.
• Creare
comitati o team di lavoro per analizzare il problema del cavallo morto da ogni
angolazione. Questi comitati lavorano per mesi, raccolgono rapporti e
finalmente concludono l'ovvio: il cavallo è morto.
• Giustificare
gli sforzi confrontando il cavallo con altri cavalli morti simili, concludendo
che il problema è stato la mancanza di addestramento.
• Proporre corsi
di addestramento per i cavalli, il che significa aumentare il budget
• Ridefinire il
concetto di "morto" per convincersi che il cavallo ha ancora delle
possibilità.
Lezione: molte
persone e organizzazioni preferiscono negare la realtà e sprecare tempo,
risorse e sforzi in soluzioni inutili, piuttosto che accettare il problema fin
dall'inizio e prendere decisioni più intelligenti ed efficaci.
Suggerimento:
Thiago Henry Bona
Qualche anno dopo Ada e Oda erano quasi irriconoscibili, se prima ognuno
aveva i suoi, ora cominciavano a scambiarsi i pazienti.
Adailton era entusiasta, ora aveva anche una fidanzata, una ex
fornitrice all’ingrosso della bancarella di oggetti del Paraguay di un suo
collega. La percentuale di guadagno di Ada per il primo anno era il cinquanta
per cento delle sue sedute, a Oda invece il restante cinquanta, più l’intero
lucro delle sue. Nel secondo anno Ada è passato al 75% e la percentuale è
rimasta quella, secondo gli accordi. Solo che Oda investiva subito tutto
nell’impresa. Dopo due anni Ada ha lasciato la favela Rocinha, è andato ad
abitare nel quartiere Leblon, ha comprato un piano intero del palazzo, dove
viveva e ci ha aperto il suo ambulatorio. A questo punto, anche se la Scuola
del Dialogo Interno era sempre la stessa, Ada ha cominciato a essere
proprietario del cento per cento delle sue entrate. Quando l’ambulatorio è
stato aperto, c’è anche una guardia, um segurança. Oda ha lasciato
la sua baracca e ha costruito una casa di muratura sulla strada principale, ci
viveva e ci lavorava, per rendere più facili le visite di persone esterne alla
favela, ma senza lasciarla come il cugino.
Ada e Iraq
Normalità altro non è che la
media d'infinite anormalità.
(Tito Baldan)
Quando incontrai mio cugino Odair per la prima volta dopo il suo
matrimonio, non avrei mai creduto possibile che un giorno io avrei potuto
scrivere un libro, anche perché fino a quel momento non ne avevo ancora letto
nessuno.
E invece sì, neanche troppi anni dopo, fu pubblicato a mie spese e ci
dovevano essere cinque racconti, didattici esempi di dialoghi con noi stessi,
base della nostra problematica ma necessaria filosofia di vita. Poi diventarono
tre, più che altro perché io credevo che le mie pagine fossero molto più
piccole di quello che effettivamente erano, ma anche per altri motivi, uno dei
quali è il fondamento di questo racconto.
Avendo saltato ogni pur ipotetico editore, sia per risparmiare i soldoni
che loro pretendevano, che per essere indipendente e non dover dar
soddisfazione a nessuno, dovetti, in compenso, incaricarmi personalmente di
condurre questo passaggio dal sistema di scrittura Word al Page-Maker.
La tipografia Saudades, che mi aveva dato il preventivo più economico,
mandava a fare questo tipo di trasferimento informatico da un certo signor
Iraq, (che per via della pronuncia diventava una specie di Iracchi) il quale
viveva e aveva il suo piccolo laboratorio, non molto lontano dalla loro sede,
appena fuori dalla favela Pedra Quadrada, in Rua Felizardo Furtado 402,
cioè Via Felice Derubato.
Mi parve di cattivo auspicio, ma era un autentico nome di persona, mi avevano
spiegato, con il suo conseguente riferimento storico, del quale, però, nessuno
sapeva niente, nemmeno l’internet che di solito risolve ogni quesito. Era l’epoca
dell’attentato alle due Torri Gemelle a New York, ogni nome arabo era guardato
con sospetto, anche qui in Brasile. Al nostro secondo incontro, il primo da
soli, chiesi a Iraq se era di origine musulmana e lui si affrettò a dire di no,
a raccontarmi la storia della sua famiglia, gli dissi che stavo scherzando, che
non c’era bisogno che mi spiegasse niente, ma notai che per lui quella non era
affatto una cosa comica. La mia era stata una domanda fuori luogo e si poteva
anche constatare dal fatto che Iraq ostentava cristianità in ogni sua frase
iniziando ogni sua frase con grazie a Dio, se Dio vuole,
o, qualche volta, meno spesso, con l’aiuto di Dio.
Il nostro lavoro era a botta e risposta, cioè lui faceva il passaggio da
un sistema all’altro e io andavo, praticamente tutti i giorni, a correggere
eventuali errori e a vedere, successivamente, se erano stati veramente tolti,
il che purtroppo accadeva e anche spesso, senza sabati e domeniche che potessero
infilarsi in mezzo, più o meno indesideratamente, approfittando della nostra
momentanea stanchezza e conseguente distrazione.
Mi sembrò subito evidente che Iraq fosse un affabile ragazzone di
cinquant’anni, che viveva ancora con la mamma, la quale ci accompagnava spesso
con il suo sguardo protettore, nel dirci qualche parola d’incoraggiamento,
insomma, ci dava il suo apporto morale. Sostava in silenzio, insieme a noi in
quella stanza per ore, a sbucciare e a tagliare frutta e verdura, effettuando
tutte le opere culinarie e di cura della casa, che non avessero bisogno di
fornelli o altri aggeggi pesanti o ingombranti che aveva in cucina o altrove
nell’abitazione, che naturalmente era separata dalla zona lavoro.
Notai ben presto che Iraq era un irriducibile testardo, come me. Mi
rimase subito simpatico. Purtroppo dal punto di vista della sua efficacia, mi
resi conto che le cose andavano avanti tanto lentamente che pareva che
tornassero indietro. Il lavoro di Iraq non era semplice, né poteva essere rapido,
come avevo pensato prima, sennò lo avrebbero fatto nella tipografia stessa, ma
aldilà delle difficoltà oggettive, mi pareva che lui non avesse affatto le
condizioni minime e fondamentali per poter lavorare in quell’ambito, che per me
erano, prima di tutto, un’attrezzatura valida. Fin dal primo giorno mi abituai
a dover correggere e ricorreggere le stesse cose già passate al vaglio e
corrette già prima più volte. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a
considerare naturale e fisiologico che si dovessero fare e rifare le medesime
correzioni per poi rivedere apparire di nuovo sul testo le parole sbagliate
esattamente come prima.
Ci avvicinavamo alla Festa del Libro della Lapa, quartiere malfamato del
centro di Rio de Janeiro ma anche contenente una larga piazza incorniciata da
un acquedotto relativamente antico dalle grandi arcate. Temevo, sempre di più,
che sarei rimasto senza il mio agognato primo volumetto, da lanciare alla fine
di ottobre, o agli inizi di novembre del 2001, per approfittare in pieno di quelle
due settimane più propizie, durante le quali si comprano più avidamente che
mai, ai prezzi migliori, prodotti cartacei rilegati e, a volte, perfino
letterari.
In gran parte dei casi, non sarebbero mai stati letti, ma avrebbero
fatto bella figura negli scaffali delle case della gente più intelligente,
quella che almeno capiva di dover dare un’impressione migliore di se stessa.
Per tutto questo, si precipitavano a frotte alla fiera del libro, seguendo gli
sconti e la moda del momento. Il consumista non compra perché ha bisogno di una
cosa, ma compra per comprare e, per quanto sia difficile credergli, per
risparmiare.
Ubara Sepulveda, amico del mio amico Carlos Brogi Diaz, che aveva già
pubblicato varie opere non sue, suggeriva come tattica opportuna e addirittura
fondamentale, per vendere subito un buon numero di copie e coprirmi le spese,
di partecipare alla Fiera del Libro, firmare autografi e fare la faccia
intelligente dell’autore seduto a una delle scrivanie in fila, sistemate sulla
piazza.
A quei tempi un manoscritto doveva essere passato attraverso un
programma di computer chiamato Page-Maker, per farne poi pellicole trasparenti
che servivano in seguito per stampare dei foglioni con decine di pagine,
successivamente tagliate a coppie, che poi erano cucite e incollate. Si faceva
la copertina, che richiedeva un lavoro abbastanza simile ma separato, e poi
tutto questo, messo finalmente insieme, si chiamava libro.
Le pagine erano sempre a coppie, perché la dimensione dei fogli,
normalmente usati dalle tipografie, era del doppio di una pagina.
Quindi il lavoro di Iraq era anche accoppiare le pagine, in modo che la
prima fosse a lato dell’ultima, la seconda con la penultima e così via, per
poterle cucire poi una sopra l’altra, come si usava fare in questi casi e per
arrivare poi alla coppia centrale, nel centro del libro, che finalmente era
composta di due pagine che risultavano numericamente consecutive.
Iraq era un uomo simpatico e ottimista fino al limite dell’incredibile,
cosa che qua in Brasile ho riscontrato spesso, a vari fenomenali livelli, ma
sempre e comunque in contrapposizione con la cultura europea, per quello che mi
ha detto Oda, poi letto e visto nei film e documentari, fatta di pessimismo
come regola di vita, inframezzato dallo stagnante immobilismo, spesso alternato
a depressioni profonde.
Iraq era una persona che credeva fermamente in Dio, per me era un
esempio di stile e anche di contenuto, crederci sarebbe piaciuto anche a me, è
una cosa piuttosto confortante, ma purtroppo non si può barare.
Per quanto riguarda quello stesso contenuto, però, per quel che ne
capivo io, almeno nella stesura della impaginazione, Dio non lo aiutava con
piacere, anzi, si burlava di lui. Qui devo riconoscere che non sapevo cosa
sarebbe successo senza l’aiuto misericordioso del Signore, magari stava già
facendo miracoli e io non me ne rendevo conto.
Fatto sta che mi pareva di tornare a rifare tutto ogni giorno, mi
sembrava che, per quanti sforzi facessimo, non riuscissimo a tirarci fuori
dalle sabbie mobili di lettere, frasi, spazi e inizi di pagina ribelli che ci
avevano imprigionato e c’inghiottivano inesorabilmente sempre di più.
Il computer di Iraq era vecchio e ingiallito, era una evidente verità
anche per me, che non m’intendevo per niente d’informatica, che il suo
principale attrezzo di lavoro fosse antiquato e perciò obsoleto, ma oltre a
questo era chiara evidenza che i suoi programmi erano copiati e perciò
difettosi. Qui è bene chiarire che al mondo una percentuale enorme di
programmi, se non la stragrande maggioranza, sono copiati, chi ce lo farebbe
fare di comprarli quando sono a disposizione gratis? Però credo che questi
programmi mai si ribellino ai loro abusivi proprietari in una maniera tanto
agguerrita, convinta e ripetuta, come nel computer di Iraq.
Insomma la nostra era da considerarsi un’impresa disperata, visto che
quella di Iraq pareva una guerra con il computer, che abbastanza spesso o quasi
sempre veniva persa e senza condizioni né prigionieri.
Per esempio, all’inizio di una pagina si profilava spesso il finale di
un periodo, due o tre parole e poi il punto, che non stavano bene come prima
riga, non erano, formalmente, una bellezza. Facendo complicati giochi di
prestigio con le parole e cambiando a volte il significato stesso del testo,
aggiustavamo da una parte, mentre si guastava dall’altra. Mi pareva impossibile
che il programma non avesse un automatismo in questi casi, ma Iraq assicurava
che non era previsto un caso del genere e io lo guardavo cercando di
dissimulare il fumo che mi usciva dalle narici.
Di positivo c’era che a ogni seduta mi dava utilissime lezioni
d’ottimismo incrollabile, pur se, ogni volta, lasciandoci e dandoci
appuntamento al giorno seguente o a due giorni dopo, la sua immancabile frase,
che diceva che grazie a Dio noi ce l’avremmo fatta, mi pareva di un’ironia
esagerata e, in quei momenti, perfino piuttosto crudele.
Un altro fatto nuovo e spiacevole venne fuori in seguito, attraverso una
delle sue alchimie computeristiche, causate dall’inefficienza della sua
attrezzatura hardware e software, il cui meccanismo cercò varie volte, invano,
di spiegarmi. Qui constatai anche e purtroppo che i limiti della sua dialettica
si scontravano a ogni occasione con il mio portoghese scritto, frettolosamente
imparato e piuttosto assai maccheronico, che era così diverso e lontano dal
suo, similmente pessimo ma in una maniera diversa, che non trovavano punti in
comune.
Attraverso uno dei suoi passaggi, per me sempre più incomprensibili e
misteriosi, una parte di testo era stata perduta totalmente, non erano più di
due pagine e me ne ero accorto dalle decine di errori che erano comparsi
d’incanto, in quel tratto di prosa, più volte passato a correzione.
Lui confessò, quasi piangendo che, dopo averlo perso, aveva cercato di
ricopiarlo dalle prove già stampate in precedenza, ma ci aveva aggiunto del
suo, cioè una nuova e indipendente caterva di sbagli.
Iraq ammise anche, magari con l’intento di farmi arrabbiare
violentemente, che l’atto del ricopiare era stato effettuato alle due di notte
e che i suoi occhi forse, a quell’ora, non ci vedevano più bene.
Dopo aver lavorato tutto il giorno al computer, gli si verificava un
interessante fenomeno di sdoppiamento dell’immagine, che, messo insieme alla
sua complementare ignoranza della lingua, dava, come logico esito, quel
massacro.
I segreti tentativi di scrivere a mano di Iraq erano ripetuti e penosi
nei risultati, ogni volta cercava di non dirmelo, ma il testo, nell’arco di
poche pagine, diventava improvvisamente così pieno di errori che non potevano
non saltarmi subito all’occhio.
Una volta scoperto il misfatto, lui riscriveva il tutto su mia
dettatura, a testa bassa, lettera per lettera, poi ricorreggevamo il testo
intero.
Ci mettevamo delle ore, ma alla fine eravamo soddisfatti e più volte,
quando stavo per andarmene, stanco, ma quasi felice, perché forse finalmente
potevamo dare l’inizio al procedimento di tipografia vero e proprio... ecco che
mancava la luce.
La luce in Brasile salta spesso, non c’è bisogno né di temporali, né di
catastrofi naturali, è solo per rendere le cose più imprevedibili e
interessanti. Contemporaneamente, infatti, nella vecchia Europa non succede mai
niente, mi dicono, i giorni passano seguendo la logica già pronta di copioni
scritti nei cervelli della gente. Non è solo il fatto che non manca più la
luce, ma anche altre cose impreviste non accadono più e la vita è un arido
video-game, razionale e solitario, in cui lo sviluppo della giornata sembra uno
stanco manovrare i tasti in qualche maniera, i risultati, quelli veri, non
cambieranno. Niente a che fare con le emozioni, le persone non rischiano più,
vivono vite virtuali. Un’equazione i cui termini e il cui ordine si presentano sempre uguali e
gli effetti sempre i medesimi, dove la più vibrante Teoria del Caos è
immeritatamente e inspiegabilmente accantonata. In Brasile no, è tutto più
emozionante, nel bene e nel male.
Comunque sia, ogni computer che si rispetti salva automaticamente le
cose mentre si fanno, in intervalli che l’operatore può programmare, che
possono essere anche brevi come un minuto o due. Credo che Iraq si vergognasse
a dirmelo e passò un po’ di tempo, ma un giorno confessò che, per un difetto
del programma, il suo non lo faceva più. Con lui non protestavo perché pensavo
che fosse inutile, vedevo che si sforzava al massimo, anche se la sua mancanza
di attrezzatura era parte integrante della sua incompetenza, pensavo anche che
i miei sguardi irosi o rassegnati, a seconda dell’occasione, erano eloquenti e
migliori di parole pesanti e conseguenti sensi di colpa.
Quella faccenda era già abbastanza complicata ed era troppo tardi per
tornare indietro. Quello non era un computer meritevole di considerazione e
rispetto, forse nemmeno Iraq lo era, dal punto di vista professionale, ma che
cosa avrei potuto fare, per togliermi da quella situazione?
Lo zenit della disperazione lo raggiungemmo in un pomeriggio afoso di
venerdì, quando arrivai là esausto dopo il lavoro e lo vidi subito dai suoi
occhi, mentre mi apriva il cancello che la situazione si era ulteriormente
deteriorata. Trovai Iraq meno ottimista e più stanco, si vedeva che aveva
dormito male, la sua fede era stata gravemente incrinata e mi spiegò subito
perché. Il problema era che, a partire dal capitolo intitolato Don
Gaspare, il programma si rifiutava di collaborare, forse per una mancanza
di coesione con quella specifica parte del testo, magari considerata antipatica
dal suo programma Page-Maker, che pareva avere una volontà propria, più forte e
persistente delle nostre due messe insieme. Iraq mi raccontò, in seguito, che Don Gaspare, il
personaggio del libro, gli era apparso in sogno, ma non era stato proprio un
sogno, più che altro un incubo.
“Il capitolo intero di Don Gaspare non entra, non ci sono santi, ho
provato in tutte le maniere...”
“Come non entra? Non è un capitolo come tutti gli altri? Perché non ci dovrebbe entrare?”
“Non lo so, se lo sapessi potrei fare qualcosa, semplicemente il
programma lo rifiuta, io ce lo metto e dopo sparisce, nel senso che non so
nemmeno dove vada a finire, dopo bisogna fare tutto di nuovo e il risultato è
sempre lo stesso. Giuro che non l’aveva mai fatto, ma ieri ho tentato per ore e
sono riuscito solo a ossessionarmi e stanotte ho avuto anche un incubo con Don
Gaspare che mi inseguiva con una spada enorme, vestito rinascimentale e con
l’elmo col pennacchio, ma i ricami della sua camicia bianca erano tutte lettere
dell’alfabeto, parole e frasi che si incrociavano e.... pareva che fossero
tutte fuori posto.”
“E perché erano fuori posto?”
“Perché non ci capivo niente!”
“Forse perché lei non conosce la grammatica e sintassi della lingua
portoghese, io stesso non sono un asso ma per il suo lavoro...”
“No, ma non era solo questo, il fatto è che erano anche storte, le
lettere, non erano in riga, alcune erano in altre lingue, o con maiuscole troppo
grandi, non proporzionate, insomma... i caratteri differenti da quelli del mio
programma, poi si muovevano, non volevano stare fermi...”
“Ma come faceva lei a vedere che le lettere non andavano bene, che
c’erano degli errori... come faceva ad avere il tempo di leggere con Don
Gaspare che la inseguiva con lo spadone sguainato?”
“Non lo so, è strano, quelle cose che funzionano così solo nei sogni, ma
mi facevano più paura le frasi incrociate e sbagliate dello spadone di Don
Gaspare, era un incubo e quelli sono sempre simbolici, no?”
Iraq aveva ragione, in un certo senso, all’interno del suo tipo di
logica, almeno in quella determinata situazione onirica. Però l’ossessione di
quelle pagine che non riusciva a far rimanere nel luogo dove dovevano stare,
comunque, era una cosa assurda, e, per quanto possa parere comica ora, in quel
momento nessuno di noi due la considerò neanche un po’ divertente.
Ci guardammo in faccia per qualche minuto, senza parlare, quella
situazione cominciava a stressarci più del dovuto. Che magari fosse un dovuto differente,
che ognuno avesse la sua misura, quello era già un altro discorso separato e
distante.
Forse sarebbe servito semplicemente spiegargli che Don Gaspare, il
personaggio del libro non era un pazzo furioso e rinascimentale, ma un
personaggio a noi contemporaneo e di animo bonaccione, ma questo accorgimento
allora non mi venne in mente, e anche così avrebbe poi migliorato la
situazione?
Ci rimettemmo al lavoro, il caldo e il malumore ci avevano contagiato,
riuscimmo comunque a correggere tutto di nuovo e, dopo un martellante
stillicidio di quasi tre ore, mancò di nuovo la luce.
Gli chiesi se aveva salvato le modifiche e lui rispose che era inutile,
il programma era difettoso e un blackout faceva perdere tutto quello che si era
scritto dall’ultima volta che si era acceso il computer... il suo sguardo
esausto e rassegnato m’impedì qualsiasi reazione, me ne andai sentendomi un
completo idiota a essermi fidato di Iraq e della tipografia Saudades.
I giorni passavano e Don Gaspare faceva ammattire Iraq, il quale, di
conseguenza, mandava fuori di testa me, solo che io ero un terapeuta e non
potevo permettermelo. Bisogna dire che la volontà incrollabile di quell’uomo,
molto religioso, era già stata assai provata, per quanto fiducioso nel bene,
sembrava evidente che il male, ora attraverso questo Don Gaspare, lo stesse
esasperando.
In un secondo incubo, il Don gli aveva detto puntandogli un lungo e
grosso dito contro, che si opponeva alla pubblicazione del libro perché
rivelava particolari pericolosi, per lui che era un capo mafioso. Gli spiegai allora che il
personaggio del libro non era mafioso per niente e che nel suo incubo ci doveva
essere un errore. Ma Iraq non sorrise, né mi parve meno preoccupato. Poi
gli chiesi come era vestito e lui disse che quello si era presentato
esattamente come la volta precedente. Con la massima e puntigliosa calma che
m’imponevo come un mantra gli dissi scandendo bene ogni parola che un mafioso
non poteva avere un vestito rinascimentale, con elmo e pennacchio, la mafia era
nata dopo, poi, per motivi pratici, magari per non essere riconosciuti, la loro
divisa era perlopiù senza lettere dell’alfabeto sulla camicia. Gli parlai
anche del personaggio del quinto racconto, Don Gaspare, un signore di mezza
età, che abitava a Berlino e al quale piaceva raccontare storie metaforiche
agli amici emigranti riuniti. Iraq, però, anche dopo le mie parole, che
avevo sperato fossero state chiarificatrici, non mi parve per niente
tranquillizzato.
Nel frattempo era sorto un altro problema, come avevo accennato
all’inizio del racconto, le pagine erano molte di più di quelle che avevo
stabilito con il responsabile della tipografia. Insieme ad altre
caratteristiche, come tipo di carta e di copertina, questo numero aveva determinato
il prezzo, che, per quanto basso, era già più di quello che potevo
spendere. Ne parlai con Iraq, appena mi resi conto che, per una fortuna insperata,
un problema risolveva l’altro.
“...ho fatto il conto delle pagine, sono troppe, il libro mi viene a costare
molto di più del preventivato, allora tiriamo via la storia della Commedia, sì,
quella di Don Gaspare, va bene?”
Iraq ovviamente non credeva alle sue orecchie e mi chiese se veramente
si doveva fare così o era solo perché lui, anche se solo provvisoriamente, non
era riuscito a mettere Don Gaspare nella sua impaginazione. Si sentiva
colpevole, sospettava che quella fosse una mia mossa per risolvere i suoi
problemi tecnologici e tecnici, anche se forse in quei giorni erano anche
diventati abbastanza semantici e psicologici. Lo convinsi a stento che era una
cosa necessaria e indolore, anzitutto voluta da Dio in prima persona. I
racconti erano cinque, ma purtroppo o per fortuna ne dovevamo scartare due
corti o uno grande. Allora, visto che in totale erano tre corti e due lunghi,
che la Commedia di Don Gaspare e Il Punto di vista di
un pastore tedesco non solo erano corti, ma erano anche gli ultimi due
scritti, mi pareva logico di doverli togliere e magari, chi lo sapeva, metterli
nel prossimo libro.
Mancavano meno di venti giorni alla Fiera del Libro della Lapa. Tutte le
altre fasi: pellicole, stampa e rilegatura, solo per essere cominciate,
aspettavano la fine di questa nostra prima e sofferta introduzione. Senza
contare che dovevo organizzare un cocktail e mandare inviti ad almeno
quattrocento persone, per riceverne, diceva Ubara, forse meno della metà. Per
non dire che stavo lavorando come terapeuta tutti i giorni come una trottola
impazzita, ma esternamente calma e ben ponderata.
Dovevo fare questo passo decisivo, anche se Iraq insisteva che sarebbe
riuscito a farcelo entrare, quel diavolo di un capitolo e non c’era bisogno di
accantonare la storia intera, anche se non sapeva ancora come.
Non ho ancora capito perché la gente non crede mai a quello che gli si
dice, forse sarà per colpa della loro storia corta ma densa d’intrighi, della
sfacciata politica del mondo globalizzato. Fatto sta che quando qualcuno
dichiara una cosa, quella sarà l’unica versione automaticamente scartata dalle
loro menti abituate alla bugia, incapaci di credere che le cose stiano
veramente così come gli abbiamo ripetutamente detto, giurato, spergiurato e
riconfermato. La vita li ha abituati all’inevitabile bugia o a serie di bugie
concatenate, dette per mascherare i fatti, e a diffidare sistematicamente delle
verità qualsiasi esse siano. Anche e soprattutto quando sono finalmente verità
piacevoli.
Riuscimmo a mettere comunque da parte i due racconti in questione e i
problemi con Don Gaspare, ripassammo le correzioni, dimenticando per il momento
la stanchezza e il resto del mondo in agitazione attorno a noi.
Pareva che finalmente tutto stesse marciando meglio, dopo venti giorni
di sforzi sovrumani e a un certo punto dissi a Iraq che andava bene così, si
stampava e basta. Naturalmente alcune cose non ci pensavo nemmeno più a correggerle, come
i maledetti inizi di pagina con una frase che terminava a metà riga con un
punto. Dichiarai con la mano sudata sul cuore, di fronte a Iraq e a sua
madre come testimoni, che non me ne fregava più niente, i lettori si sarebbero
dovuti adattare a questa mancanza di forma, alla bisogna mi sarei scusato
personalmente con loro. Sia lui che sua madre non erano d’accordo con me,
dicevano che bastava solo un poco di pazienza in più e tutto sarebbe stato
risultato perfettamente a posto. Qualche volta la loro fede cieca era fonte di imprecazioni dentro di me,
ma forse avevano ragione loro, oppure ormai non capivo più chi ce
l’avesse. Avrei dovuto essere io a insistere per correggere tutto per bene, invece
era lui, anche se il suo guadagno era lo stesso, fosse con due settimane di
lavoro invece di una. Iraq si preoccupava, assai più di me, che tutto fosse
ottimizzato, prima di stampare.
L’arte della diplomazia era quello che stavo imparando direttamente da
Odair e indirettamente dalla vita ed era veramente una scuola efficace perché,
ora che ci riuscivo meglio, vedevo che era più pratico che perdere la calma e
dire tutto quello che mi passava per la testa al momento, offendendo i miei
eventuali pazienti, amici e collaboratori, inevitabilmente peggiorando il mio
rapporto con loro.
Ci lasciammo e salutai prima sua madre, che sembrava fosse stata
impegnata per ore a scegliere i fagioli sul tavolino delle riunioni, alzò la
testa e mi guardò caritatevole per augurarmi buona fortuna, che ne avrei avuto
bisogno, ma anche e soprattutto dell’aiuto di Dio. Al cancello strinsi la mano
a Iraq mentre concludeva sorridendo che se Dio avesse voluto ci saremmo
riusciti, a pubblicare quel libretto indiavolato. Gli promisi che un giorno
sarei passato di lì per bere quella birretta, della quale avevano parlato
qualche volta, ma che non avevamo ancora potuto scolarci insieme. Se Dio vuole,
disse lui.
Dentro di me pensai se era stata una maniera che il Dio di Iraq e di sua
madre, che forse era il mio stesso, aveva inventato per testare i miei nervi,
la mia determinazione, per vedere se veramente meritavo qualche tipo di
successo in quella direzione, ma non sapevo ancora se avevo superato la prova.
La birretta con Iraq non l’ho mai bevuta, la sfida, qua sulla terra
credo che sia giornaliera. Dobbiamo sempre provare, a noi stessi e poi agli
altri, che siamo disposti ad affrontare la bufera e la bonaccia, l’ironia
pungente e a volte anche violenta della vita.
Non so se sarò creduto, ma lo dico lo stesso: anche in questi giorni,
nei quali sto scrivendo questo racconto didattico, forse non per caso, sono
stato vittima della maledizione di Don Gaspare. Per due volte, una ieri e una
oggi, ho toccato qualche bottone sbagliato della mia tastiera e ho perso ore di
lavoro, tutto quello che avevo scritto. Ho dovuto fare tutto di nuovo.
Iraq Falabela è diventato mio cliente, non molto tempo dopo, gli ho
fatto il pacco di un mese gratis e pagamento retroattivo solo dopo aver
constatato e apprezzato i risultati. Ora ha la sua ditta di grafica e
tipografia, dieci persone che lavorano per lui, a Natale mi manda sempre un
ricchissimo cestino di frutti esotici.
Una cosa che rendeva Oda il grande comunicatore che
è stato, secondo me era il suo senso dell’humour, prima di tutto non aveva
paura di niente e questo gli permetteva di scherzare su tutto, anche su sé
stesso, anche sul dolore e sulla morte.
«Soltanto l’umorismo, la stupenda
invenzione di chi si vede troncata la vocazione alle cose più grandi,
l’invenzione dei tipi quasi tragici, degli infelici dotati di massima
intelligenza, soltanto l’umorismo (la trovata forse più singolare e geniale
dell’umanità) compie l’impossibile, illumina e unisce tutte le zone della
natura umana alle irradiazioni dei suoi prismi. Vivere nel mondo come non fosse
il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge,
possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse rinuncia:
tutte queste esigenze di un’altra saggezza di vita si possono realizzare unicamente
con l’umorismo».
Hermann Hesse, “Il lupo della steppa”
Da Jo Soares
Allo spettacolo televisivo di dibattito notturno di Jo Soares sono stati
invitati e sono intervenuti i due cugini. Era uno show di interviste a
personaggi famosi o anche sconosciuti, sul canale più importante del Brasile,
la rete Globo. Ex comico di ampia cultura a 360 gradi, il grasso - al limite
dello sferico - Jo Soares risultava intervistatore simpatico e
intelligente. Il programma si chiamava Jo Onze e Meia, doveva quindi esserci
alle undici e mezza, ma gli orari televisivi qua erano solo indicativi e andava
in onda tutte le sere a mezzanotte passata, insomma dopo l’ultimo
telegiornale.
“Oda e Ada, cugini, filosofi, sociologi alternativi e autodidatti, sono
ormai simboli viventi a Rio de Janeiro, perché cercano ogni giorno e con grande
percentuale di successo, di sbrogliare la matassa dei pensieri e dei dubbi del
cittadino stressato di Rio de Janeiro. Chi è dei due che ha cominciato a
scoprire questa tendenza del popolo moderno di cercare le soluzioni in una
qualsiasi autorità, anche senza diplomi o qualifiche, ma che abbia la
necessaria competenza per trovare rapidamente e in maniera semplificata
al massimo, cosa si deve fare per combattere il male di un mondo complicato e
con la tendenza a complicarsi sempre di più?”
“Oda è stato tra noi due quello che ha trovato la strada, Jo, poi mi ha
invitato e io lo ho seguito...”
“Bene, interessante, ma come è successo? È vero che ambedue
eravate camelô e che Oda vive ancora nella sua favela Urubu di
Rio De Janeiro ?”
Risponde Oda.
“Non esattamente, la mia famiglia era di classe media-bassa, anche se
era uscita dalla povertà da poco tempo. Tutto è cominciato dieci anni fa,
almeno per me, quando sono stato lasciato da mia moglie, Jo, mi sono ritrovato
solo e ho vissuto in stato di choc per qualche tempo, i parenti mi hanno
aiutato e anche gli amici, ma il vero aiuto era da solo che potevo darmelo e
questo è successo quando ho scoperto che il mio aiutarmi era aiutare gli
altri...”
“E come è scoccata questa scintilla?”
“Questa è una storia che non ho mai raccontato a nessuno, Jo, ma mi fa
piacere parlarne, ora: molto bene, mia moglie era fuggita da me, quando credevo
che tutto stesse andando per il meglio.
Cose che succedono, ma la mia testa non assimilava questo fatto, il mio
corpo si rifiutava di continuare, in poco tempo avevo smesso di avere una vita,
eravamo in Danimarca, in seguito alla profonda depressione capii che dovevo
tornare in Brasile, ma una volta qui avevo allontanato gli amici, mi ero
isolato totalmente. Solo mio zio Aldrovani ha continuato a frequentarmi e
ad aiutarmi, anche se io non gli davo la minima soddisfazione e lo trattavo a
pesci in faccia. Colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente, Jo, anche se
non è più tra di noi, perché senza di lui forse sarei morto e non avrei potuto
aiutare proprio nessuno. Avevo passato dei mesi in questa maniera, non so più
nemmeno quanti, quasi senza parlare con nessuno, arrivando ben presto anche a
soffrire la fame per la mia prolungata incapacità di razionalizzare. Un giorno
mi ero svegliato da un sonno pesante di troppa cachaça bevuta, dentro una pozza
di acqua putrida, dietro la baracca mezza diroccata, era pomeriggio, sono sceso
nella favela, vagando come un corpo senza volontà, gambe molli, sguardo
fisso... scendevo solo perché il mio corpo aveva bisogno di movimento e non ce
l’avrebbe fatta a salire.
I trafficanti hanno cominciato a sparare contro la polizia, come tante
altre volte, ma io non mi rendevo conto del pericolo o forse dentro di me
pensavo che era ora di farla finita, che quella storia era andata avanti anche
troppo.
Allora sono passato intontito in mezzo a quel vespaio di pallottole che
fischiavano e fracassavano i mattoni forati e le tavole vecchie intorno a me, finché
non sono stato colpito alla testa.
La mia fortuna è stata quella, Jo, difficile a credersi, ma uscito
dall’ospedale la mia vita ha potuto ricominciare e meglio di prima, molto
meglio di prima.”
“Che cosa era successo?”
“Niente, solo uno choc, una botta e il mio sistema nervoso, quasi
anestetizzato dalla mancanza di cibo e dall’alcool, poi aveva ricominciato a
funzionare meglio, come quando si tocca il fondo e poi si risale, come quando
si batte nel muro della fine della strada, poi si può proseguire solo se si
prende la direzione opposta.
Inoltre, all’ospedale, avevo ricominciato a essere alimentato a dovere,
là dentro avevo visto e conosciuto tanta gente che soffriva per altri motivi e
tanti non erano motivi fisici, ma quelle che stavano curando là dentro potevano
essere, forse, le conseguenze.
Non mi ero mai reso conto di questo piccolo ma importante dettaglio, i
mali mentali portano ai mali fisici, (e anche viceversa naturalmente) ma quei
difetti di comportamento, quell’incompetenza del quotidiano, erano cose che si
potevano correggere.”
“Ma il colpo alla testa aveva leso qualcosa o tutto era in ordine?”
“Miracolosamente no, Jo. Il proiettile era entrato qui sopra l’orecchio
sinistro, ma si era portato in giro per la favela solo una parte superficiale,
rompendo l’osso e facendo tanto sangue in giro, ma niente di importante era
stato toccato, insomma come quando si dà una botta a una televisione vecchia
che non funziona e dopo ricomincia a dare l’immagine...”
“Solo che dopo l’immagine se ne va di nuovo, questo non ti succede?”
“Fortunatamente no, Jo. Per lo meno non mi pare. Sì, ogni tanto qualche
vuoto di memoria, sono un po’ distratto, ma sono cose che capitano a tutti,
no?”
“Certamente, se io non avessi questo microfono nascosto nell’orecchio
forse a questo punto non mi ricorderei nemmeno cosa sto facendo qui e neppure
chi sono...”
Grande risata del pubblico. Poi Jo Soares, che si dimostrava assai interessato, domandò a Oda:
“Però è strana la testa della gente, voglio dire, perché non ci
avevi mai pensato prima a quelle cose?
Erano sempre state lì, davanti a te!”
“Ecco il punto Jo, lo choc mi aveva fatto cambiare direzione, in un
certo senso aveva lavato il mio cervello dal precedente, poi l’alimentazione
più sana e la cura della gente intorno, la lentezza di quell’ambiente, la
lezione che mi stava dando il dolore intorno a me... insomma stavo di nuovo
pensando, e forse assai sorprendentemente molto meglio di prima e stavo capendo
molte più cose. La nostra centrale dei dati, dentro la nostra testa è una cosa
complicata, quando non funziona quella, tutto si fotte. Scusate l’entusiasmo
uscito sotto forma di parolaccia, (risate del pubblico) ma quando invece
comincia a dare risposte alle domande, allora è una meraviglia! Non è vero,
Jo?”
“È vero, nessuno ci capisce niente là dentro, fino a un certo momento
tutto va male, poi, una botta forte, i meccanismi si rimescolano, magari vanno
al posto giusto, ed ecco una persona nuova!”
“Oppure la testa si guasta
definitivamente.”Disse Ada.
Risate in sala.
“Esattamente, ma grazie a Dio la mia ha reagito bene, Jo, in più, là
dentro, piano piano, mi sono accorto che potevo dare consigli alla gente,
proprio io che non sapevo vivere la mia stessa vita... e dopo averle aiutate mi
potevo sentire meglio e anche la mia vita prendeva un senso, perché noi
dobbiamo tutti avere un senso nella vita, no?”
“È chiaro, avere un motivo o uno stimolo è troppo importante, ma per
aiutare gli altri bisogna sapere di cosa si sta parlando anche, bisogna avere
una preparazione, no?
Perché, tanto per fare un esempio scemo, ma calzante, se io mi metto a
fare il saggio e a dare consigli alla gente, magari poi tutti diventano
ciccioni, cioè, si possono assai facilmente anche fare dei danni in giro, non è
vero Oda?”
“Sì, è facile dare consigli sbagliati, anzitutto perché le persone sono
tutte diverse e non esiste una ricetta che vale per tutti.
Non che questo fosse proprio chiaro all’inizio, per me, ma dopo quella
pallottola ho sentito tanti altri dolori alla testa, stavolta meno materiali,
ma non per questo meno profondi, proprio perché volevo accelerare troppo le
cose, volevo svuotarmi prima di essermi riempito, le mie intenzioni non
corrispondevano alle mie parole, ai miei gesti, perché dovevo crearmi una
sistematica, dovevo costruire su di me una centrale dei dati nuova, non sapevo
esattamente come comportarmi, era stata un’esperienza necessaria e tutto, avevo
capito tutto, ma allora dovetti trattare con quella sua rispettiva maniera di
essere espressa e comunicata, magari per non essere frainteso, finalmente per
non fare più danni che azioni buone.
Ed è per questo che ho capito e allora ho cominciato a studiare, diciamo
come allievo non pagante dentro le scuole di tanti tipi in questa città, senza
dare esami e senza mettere mano al portafoglio, diciamo pure come clandestino,
ma gli studenti sono diventati miei amici e tanti professori anche, intanto gli
abitanti della mia favela mi servivano da cavia, (risate) si fa per dire,
perché cominciavo a aiutarli facendomi pagare quello che volevano, per due anni
è stato così, dopo, cominciando ad arrivare anche clienti più danarosi, ho
iniziato ad avere prezzi più o meno fissi, ma accettavo sempre le offerte dalle
persone povere... a quel punto ho compreso che il prezzo era da stabilire in
base alle possibilità della persona, senza favorire nessuno, senza evitare -
per esempio - i meno riforniti di grano. Allora ho cominciato a vivere bene,
sia per i soldi che cominciavano a entrare nelle mie tasche, che per le uova e
i pomodori e i ferri da stiro, le radioline vecchie che ricevevo, ma anche e
soprattutto per quello che facevo, mi sentivo finalmente utile e realizzato
come non avevo mai potuto sentirmi in precedenza.”
“Vuol dire che la preparazione è stata fatta in due anni di studio? C’è
gente che studia una vita senza neanche lontanamente riuscire a fare quello che
Oda ha fatto in questo breve tempo, ma come hai fatto?”
“Bene, la preparazione sta continuando ancora, giorno per giorno, Jo,
devi sapere che io studio un poco tutti i giorni, non ho più tempo per avere
una fidanzata, o per guardare la televisione.
Mi concedo solo di parlare, fuori dalle sedute, con la gente, questa è
una cosa alla quale non rinuncio ed è come un’attualizzazione giornaliera,
mangiare e dormire, naturalmente, ma solo il necessario.
È come se io mi cibassi più del bene che faccio che dei risultati che
questo mi garantisce, dal punto di vista finanziario e morale.
Ada, il qui presente cugino, ha un carattere diverso, non ha preso botte
in testa, ma è stato preparato da me in un tempo anche più breve. Perché
qualcosa in lui lo predisponeva e mi è parso che poteva e - anche se non lo sapeva ancora – anche
voleva farlo, insomma in un certo senso doveva, perché ne aveva la capacità e
avrebbe dovuto approfittarne, per migliorare la sua vita. Indirettamente quella
degli altri. Anche per lui questa è una missione.
Volevo anche dire, Jo, rispondendo alla tua domanda di prima, che, prima
di tutto, il sistema scolastico è fatto per i giovani che nella maggior parte
dei casi studiano svogliatamente, con tante altre cose che li distraggono,
senza sapere all’inizio cosa poi faranno professionalmente.
Io, invece, ho fatto al contrario, dopo aver capito cosa volevo fare, ho
trovato il come e sono tanto appassionato della mia funzione pratica e
quotidiana che studiare mi riesce facile, anche se con convinzione autentica
non lo avevo mai fatto prima...”
“Ma questa maniera di parlare non è quella della gente comune, anche
questa è stata cambiata nel corso di questo miracolo metropolitano che è la tua
vita?”
“Leggendo e studiando, Jo, s’imparano ad adoperare le parole, per
espressioni più piene e complete, il linguaggio della gente per strada, sebbene
più ricco di giria (gergo), ha un uso complessivo di molte
meno parole, anche perché gli argomenti trattati non ne hanno bisogno.
Invece, parlando di filosofia di vita, di aspetti sociali, si deve per
forza assumere un vocabolario più vasto, ma voglio dirti una cosa, Jo, fuori
dalle sedute mi piace continuare a parlare come facevo prima.
Nella favela c’è una specie di controcultura che esiste solo là, una
specie di disordine che però è anche un ordine. Là dentro, Jo, ci sono tante
cose che valgono solo nella realtà della favela, se ne parla poco, o si parla
solo di traffico di droga e di banditi, ma la vita là ha anche lati positivi o
perlomeno caratteristici di una cultura tipica, che dovrebbero essere
divulgati, dovrebbero essere conosciuti anche fuori, perché non è solo terrore
e povertà, ma anche solidarietà e tante altre cose, sentimenti di persone che
non hanno certo scelto di viverci, l’incompletezza del mondo ha deciso per
loro, ma cercano di fare il loro meglio, di godersi, nonostante tutto, quello
che hanno, da questo si può e si dovrebbe anche imparare.”
“Ci puoi fare qualche esempio?”
“La radio della nostra favela, Radio-Familia, è una cosa clandestina,
anche se per fortuna nessuno parla di punire questa intrusione nelle lunghezze
d’onda nazionali, ma funziona come una centrale di aiuto ai bisognosi che è
veramente efficace e chi lavora là dentro non è pagato, è un volontariato vero
e proprio e anche molto ben organizzato. Se qualcuno si ammala, se c’è bisogno
di fare qualcosa, qualsiasi cosa, nei limiti della nostra povertà, là si fanno
donazioni e prestiti, ma sono solo persone povere che collaborano, a parte i
miei soldi che ci investo perché mi pare che ne valga abbondantemente la pena.
È vero, fuori di là ci si organizza anche in questa maniera, ma con
sovvenzioni e mezzi assai superiori, qui con quasi niente si crea qualcosa e
allora è bello vedere che l’uomo non è solo un qualcuno che ha bisogno di soldi
per mantenere la macchina della produzione, per poter continuare a vivere,
l’essere umano ha bisogno anche e soprattutto di soddisfazione personale,
quella il sistema dei sistemi gli ha negato e questa può essere trovata anche
aiutando gli altri, anzi, è la maniera migliore, per quanto ne so io...”
Ada entrò nella pausa di Oda.
“Anche noi facciamo il nostro programma alla radio, diamo consigli per
telefono, assolutamente gratuiti, anche se questo ci permette di fare un poco
di pubblicità, visto che i clienti della favela sono quelli che ci portano meno
lucro...”
“Giusto, parliamo ora con Ada. Perché tu, Adailton, sei uscito dalla
favela Rocinha, se è il luogo dove avevi sempre vissuto?”
“Ecco, Jo, Oda è rimasto là nella sua favela, Morro do Urubu
perché lui vuole continuare a fare il suo lavoro là dentro, io invece, visto
che tratto di più con persone con maggiori possibilità finanziarie, per me è
più pratico vivere fuori...”
“Dove abiti, attualmente?”
“Nel quartiere di Leblon.”
“Per te la favela è allora una cosa appartenente al passato?”
“Sì. A parte il lavoro della radio.”
“Non senti nostalgia?”
“No, per niente. Oda pensa che la favela è anche cultura, posso anche
essere d’accordo, ma tutto là dentro è più difficile, sia lavarsi che andare al
gabinetto, la stessa elettricità che è abusiva e va e viene, ogni tanto un
corto circuito brucia qualche baracca con qualcuno dentro, l’igiene è
problematica... il pericolo è costante, insomma... per me è stata una grande
conquista uscire di là e fare finalmente una vita normale... decente.”
“Tu credi che le persone che ci vivono non facciano una vita decente?”
Intervenne Oda, un po’meno calmo del solito.
“Ada ha saltato il processo che per me è stato basilare, l’iniziazione
al mio lavoro ha avuto dai primi passi un aspetto di missione, per la quale ho
sacrificato altre cose, che avevo scoperto di non avere mai vissuto bene, o
sfruttato pienamente, ma che avevano sostenuto la mia esistenza fino a quel
momento.
Ada, invece, è entrato quando il peggio era stato già fatto, gli ho
fatto scuola come a un bambino, per questo ora crede che tutto quello che aveva
vissuto prima non valeva la pena, il mondo per lui è magicamente cambiato, ma
io gli dico sempre che senza tutto quello schifoso - ma in un certo senso -
anche glorioso passato lì, con rispetto parlando, (risate del pubblico,) ora il
suo presente così fottutamente solido non avrebbe nessuna base, non saprebbe
nemmeno dove appoggiarsi, semplicemente perché Ada non esisterebbe.”
Mormorio del pubblico e Ada ribattè, punto sul vivo:
“Ma questo non significa che dobbiamo sempre rimanere ancorati a quello
che è stato il passato, lo dici anche tu che il presente è più importante, non
è che io mi voglio scordare di tutto, anche perché non potrei, ma ci voglio
pensare il meno possibile, quando entro là, nella Rocinha io soffro, penso già
di aver sofferto la mia parte, se permetti...”
Jo Soares, interruppe il battibecco e deviò la conversazione su un
argomento laterale.
“Un momento, vorrei chiedere ora a Oda, perché mi pare importante, in
mezzo a questa illuminante litigata tra voi: è vero che il momento decisivo
della tua vicenda, importante ora per centinaia di persone di Rio De Janeiro, è
stato quando una chiromante della favela della Rocinha ti ha detto che la tua
era una vera e propria missione?”
“Sì, esattamente, Jo, questo è successo quando sono tornato
dall’ospedale, e stavo pensando come cominciare la mia nuova vita di terapeuta,
quando mio zio Aldrovani, fratello di mio padre, ora defunto da tre anni, che è
sempre stato al mio fianco, di cui ho parlato anche prima, mi ha convinto e mi
ha portato da Dona Kahiouna, una negra vecchissima, famosa nel suo campo, lei
non mi conosceva, ha preso le mie mani tra le sue rugosissime e caldissime, ha
socchiuso gli occhi per qualche secondo e mi ha detto subito in poche
parole: ‘Odair, tu devi lasciar perdere tutto il resto e prendere
questo cammino, aiuterai gli altri aiutando te stesso, scoprirai la tua energia
nascosta, scoprendo dove si nasconde quella degli altri, preparati in tutte le
maniere possibili e immaginabili, perché d’ora in avanti tutto sarà in funzione
di questo, ma contemporaneamente comincia a esercitare subito, coi tuoi vicini,
gli amici, tutti quelli che incontri per strada... le persone bisognose di
essere orientate... tutte, tuttissime’.
Quando ha finito, non ha voluto soldi da me, perché ha detto che,
aiutando me, lei stava aiutando anche se stessa, perché stava aiutando gli
altri in senso assai generale, diciamo, allora ho cominciato a credere
veramente che quella era la mia missione.”
Mormorio di ammirazione e curiosità del pubblico. Jo Soares incalzò:
“Come è stato che tu hai deciso di allargare la tua conoscenza a tuo
cugino Ada?”
“Quando le cose hanno cominciato a funzionare, Jo, ho visto che da solo
potevo fare poco, rispetto a quello che si poteva fare in giro se ci fosse
stato anche qualcun altro.
Lo so che questa missione era la mia, ma poteva essere aperta anche a
chi volesse e potesse.
È normale che abbiamo un contatto differente con la gente, la mia è una
maniera più appassionata, dentro di me sento emozioni forti a ogni incontro,
anche se devo mostrare distacco e saggezza, anche se ci sono persone che
preferiscono il loro lavoro di presentatori televisivi al mio di terapeuta.
Diciamo che entrambi possono essere assai utili, ma in generale la gente vuole
la popolarità, che per me invece non vale molto.
Tra gli altri operatori che esistono attualmente, ci sarà forse uno o
due di loro, che veramente farebbero quello che stanno facendo anche
senza essere pagati... ma il volontariato ha altri problemi, Jo, perché le
persone devono vivere e dare da mangiare alla loro famiglia, devono succhiare
il succo della vita anche per se stessi, perché sennò non possono darne agli
altri, non tutti vivrebbero come io vivo, investendo tutto nel futuro della Oda
& Ada, ma per me, ora che l’ho scoperta e provata, è l’unica maniera di
vivere...”
“Senza dubbio, ne sono convinto, ma visto che non tutti hanno la
vocazione di aiutare gli altri, volevo capire, io per primo e poi far capire al
pubblico: perché è stato scelto Ada, per caso o per qualche motivo speciale?”
“Era esattamente dove stavo andando con il mio discorso, Jo, Ada è stato
scelto sia perché lo conoscevo e lo stimavo, sia perché aveva voglia e bisogno
di crescere, ecco il punto, cioè volevo aiutare Ada e aiutare
contemporaneamente me stesso e con questo aiutare anche gli altri, ma non mi
facevo illusioni, sapevo che per lui poteva essere o anche non essere una missione...”
“Vuoi dire che la sua efficacia nel vostro vasto campo è diversa dalla
tua?”
“Direi di sì, differente senza dubbio, nel senso che Ada guadagna più di
me e se lo merita, per l’amor di Dio, ma vuole sempre guadagnare di più e pensa
sempre di meno agli altri e sempre di più al suo conto in banca... la nostra è
diventata un’industria, Jo, lo sanno tutti, Ada vive in una suite a Leblon, io
ho ampliato le mie possibilità murando una casa sulla strada principale e
ricevo là, mi vesto come mi vestivo prima, paghiamo bene i nostri
collaboratori, che sono di prima qualità e lui mi accusa che potevamo essere
ricchi a quest’ora, non che lui non lo sia, forse poteva esserlo di più, o
forse vuole che io valorizzi di più a suon di banconote il nostro operato, dal
suo punto di vista ha anche ragione, solo che quello che cerco io è una cosa
diversa dalla sua, per me non è il successo, la fama e il potere. I nostri
obbiettivi hanno deviato da tempo, non potrei più fare senza di lui, perché
controlla i collaboratori, sia quelli pagati che quelli volontari con più
grinta di quello che potrei fare io, con più efficacia, insomma.”
Jo Soares
interruppe e domandò:
“Ma perché questo nome Oda il Distante di Responsabilità?”
“Perché in questo nome c’è tutta la mia filosofia, da tempo mi considero
uno scettico, nel senso che in tutto quello che viene messo in discussione, o
meglio in tanti casi, ho il 50% di argomenti a favore, approssimativamente, e
il 50% di argomenti contrari...”
“Un esempio pratico, per favore?”
“A questo punto, se qualcuno me lo domanda, io cito sempre un esempio
del mio maestro filosofico, IV, Indio Velho, che non è famoso, ma per scelta
sua, potrebbe diventarlo se volesse, ma non vuole. Insomma: mi spiegò un giorno
che si diceva in giro che in Brasile la filosofia era insegnata male, perché,
prima di tutto il filosofo deve essere coerente con le sue stesse idee e non
può vivere facendo il contrario di quello che insegna, sennò è solo un
professore, mentre il filosofo insegna quelle cose perché ci crede e le mette
in pratica nella sua vita quotidiana.
Al contrario: fate come io dico ma non come io faccio, non è
mai una buona regola.
Bene, in Brasile allora la filosofia è bistrattata, pare che questo sia
un fatto assodato, ma alcuni dicono che è meglio che sia fatta male che non sia
fatta per niente. IV dice che lui non sa realmente se è meglio una cosa o
l’altra, ecco un esempio di scetticismo. IV è uno scettico tranquillo, lo dice
lui stesso, forse anch’io lo sono...”
“Tutto bene, ma questo che cosa a che fare con il nome Distante di
Responsabilità?”
“Calma, Jo, ci stavo arrivando proprio ora, prima di tutto il nome l’ho
detto qualche volta per scherzo e ha preso una serietà che io non pretendevo
quando ne avevo parlato con qualche amico o paziente, che a volta sono sia
amici che pazienti...”
Ada intervenne:
“Una cosa per la quale non andiamo d’accordo è proprio questa, i
pazienti sono una cosa e gli amici un’altra, perché sennò si pagano le sedute
con piatti di lenticchie e gatti rognosi. Secondo me questo è sbagliato, perché
lo dice anche lui stesso, che per aiutare gli altri si deve rinforzare il
nostro stesso esercito, avere la forza di fare qualcosa per gli altri va bene,
ma deve essere alimentata questa forza, sennò muore...”
“Sai che volte mi pento di averti portato in questa dimensione così
confusa per te, Ada? Devi capire Jo, che per lui rinforzarsi significa
diventare ricchi e invece per me diventare ricchi è perdere forza, vi spiego
subito perché...”
Jo Soares ebbe un moto d’impazienza:
“Oda, ma non dovevi spiegare prima che diavolo significa Distante
di Responsabilità?”
“Calma, Jo, il Brasile è nostro, anche se ho sentito dire che gli
americani ce lo toglieranno prima o poi, ma non c’è ragione di avere fretta, lo
faranno indipendentemente da quello che dirò o dirai e quando lo decideranno
loro, a meno che, naturalmente, nel frattempo, noi Brasiliani prendessimo
finalmente coscienza dell’importanza che abbiamo qui in questo mondo e che non
possiamo farci sfruttare da nessuno.
Ritorno al nostro argomento ed era proprio su questo che stavo per
andare a parare, la parola stessa lo dice, Distante di Responsabilità, ecco,
per essere distanti, per avere il distacco, bisogna cancellare l’ansietà, mi
spiego meglio: il denaro, quando si accumula, ci fa diventare troppo attaccati,
genera un’ansia di averne di più, quando uno ha solo di che vivere senza
accumulare, secondo me sta meglio, il distacco non si vende e non si compra.
Una persona che insegna come si vive, non può vivere nella maniera
opposta di quello che insegna, l’ho già detto prima, no? E allora lo ripeto,
perché proprio questa è la differenza tra filosofo e professore di filosofia.
Non mi guardare male, Jo, ecco che arrivo diretto anche al nostro punto:
quando io ho il distacco lo posso insegnare e posso anche farlo bene. Tutte le
obiezioni, le pressioni e i tentativi di disturbo non mi raggiungeranno, non
intaccheranno la mia fede, (Kierkegaard, filosofo Danese, diceva giustamente:
non si può realmente sapere, si può solo aver fede), ma dicevo che io ho acquisito
questa separazione dalla polemica, dall’emozione, dal voler dimostrare
ansiosamente di aver ragione, quando si sa quello che si fa e si fa tutto con
calma, ecco il distacco. Le responsabilità però ci sono, sono grandi e
importanti. Sono antitetiche rispetto al distacco? No, al contrario delle
apparenze, la responsabilità è necessaria e lavora parallelamente al distacco,
in questo senso, il distacco è il veicolo e la responsabilità è il contenuto.
Cioè, la nostra responsabilità è quella di fare bene il nostro lavoro, perche
non è come vendere detersivi, dobbiamo stare molto attenti a quello che si fa,
ma anche a come si fa e questa maniera di passare saggezza è possibile solo
attraverso un distacco quasi ascetico, se però comincio ad attaccarmi ai soldi
tutto si fotte, scusate il termine, ma è il più calzante che io conosca e, se
permetti, Jo, ora che ho spiegato tutto ciò che era più importante, si dovrebbe
passare alla pratica. Infatti, vorrei fare un esercizio di distacco, perché è
uno dei punti di arrivo dell’uomo moderno e l’esercizio è ottimo anche per le
signore e signorine. (Risate) Dicevo che si cerca inutilmente, nello stress
caotico delle città, di sgombrare la testa dai pensieri, quante persone ci sono
qui, per esempio, che sono capaci di non pensare a niente?
Tu sei capace, Jo?”
“No, confesso che ho anche provato più di una volta, ma mi sembra
impossibile...”
“Nemmeno quando il microfonino nel tuo orecchio è spento?”
Jo Soares lo guardò divertito, il pubblico rise e applaudì.
“Va bene, va bene ora ci proviamo insieme. E là tra il pubblico? Qualcuno di voi è capace
di liberare la testa dai pensieri e di rimanere, anche solo un quarto d’ora,
senza pensare a niente? È così difficile? Alzate le mani, per
favore. Ecco, nessun altro? Vedi Jo? Sono in tutto... due,
quattro... in tutto sette persone, capaci di non pensare a niente, ma quanti
siamo qua dentro Jo?”
“Duecentocinquanta, più o meno.”
“Ecco, probabilmente questi sette, tra signori e signore, hanno già
fatto meditazione, è vero?
Ecco, va bene.
Proviamo ora, senza dormire però, a entrare nello stato di percezione
Alfa, cioè respiriamo profondamente e diamo un numero a ogni respiro, profondo,
contando alla rovescia da cento all’indietro...”
“Ma se io penso ai numeri allora penso a qualcosa, e poi perché
all’indietro?”
“È proprio questo il punto, Jo, all’indietro perché sennò diventa una
cosa automatica e teoricamente penso a qualcosa, è vero, pensando ai numeri,
sì, ma in pratica questo è assai differente da una concatenazione di pensieri,
come noi facciamo di solito, perché qui noi, invece, ci concentriamo sulla
nostra stessa respirazione, una cosa naturale. I numeri servono solo per
ingannare la nostra mente, troppo abituata a pensare, troppo schiava dei nostri
stessi pensieri, il trucco è proprio questo. Allora chiudete gli occhi,
concentratevi sulla vostra respirazione profonda, l’importante è concentrarsi,
cosa difficile per un brasiliano, lo so, ma facilissima per un orientale
abituato alle culture religiose basate sulla meditazione, solo che loro non
sono più intelligenti di noi, hanno solo scoperto queste cose prima di noi, ora
che le sappiamo possiamo fare lo stesso!
Su, su, respiriamo insieme: 100, profondamente, 99, occhi chiusi,
respiro completo, 98...”
Oda e Ada
Questa era anche la base dell’insegnamento di Oda, che non era un
ciarlatano e predicava cose nelle quali credeva per esperienza diretta, non per
averle lette da qualche parte. Un dialogo interiore è necessario, per chiedersi
se quello che facciamo è giusto, se è quello che vogliamo, se non nuoce a
nessuno, se ci può portare dei risultati utili e magari anche equi.
Il luogo dove tutto è partito è stata la favela, perché i bisogni degli
esseri umani, fisiologicamente risultano acuiti dove si vive male, dove si
rischia la vita ogni giorno, dove l’esistenza proprio per questo diventa un
bene più concreto e tangibile.
Nella favela si pensa meno agli altri problemi dell’uomo moderno, come
per esempio al senso della nostra permanenza in questa valle di lacrime, qui la
sopravvivenza diventa l’unico scopo, l’unico pensiero. In un certo senso,
quindi, si è più umani e ci si allontana dalla mancanza di ideali della gente
che va dietro al consumismo selvaggio, alla globalizzazione, ma non per scelta
propria, piuttosto seguendo la maggioranza, come le pecore.
Dall’altro lato queste cose che si vedono continuamente in giro, specie
alla televisione, ma alle quali non si accede facilmente, sono un generatore
continuo di ansia di ricchezza, per cui le persone che riescono a uscire da
quello stato di miseria, non saranno mai capaci di pensare a nient’altro, nella
loro vita.
Quest’immagine di miseria sempre davanti agli occhi genera un tipo di
società che idolatra il denaro e porta la gente di classe media e ricca a
odiare questo per loro vergognoso aspetto del Brasile, che per esempio non
volevano mostrare nei film e meno ancora nelle novelas, almeno fino a poco
tempo fa, ma che ultimamente invece ne hanno scoperto il fascino feroce e
sensazionalista, da vendere specialmente fuori dal Brasile e anche questo può
essere un buon business.
Oda venne intimato di lasciare la favela, ma non avendo ubbidito alla
fine venne giustiziato dai trafficanti che controllavano la favela Collina
dell’Avvoltoio (Morro do Urubu) perché era diventato un pericolo per loro, già
che lui insegnava alle persone a vivere meglio, la gente lo seguiva come
un’autorità. Visto che Oda era diventato un personaggio famoso, la fazione
Amici degli Amici (Amigos dos Amigos) ha dovuto mettersi d’accordo con le altre
due fazioni di Rio de Janeiro, cioè Comando Rosso (Comando Vermelho) e Terzo
Comando (Terceiro Comando).
Io magari ci avevo fatto dei soldi, ma non diventai mai un buon
terapeuta perché facendolo mi trovai ben presto a un bivio e scelsi l’altra
strada. Avevo capito che per fare veramente bene alla gente dovevo almeno
cercare di eliminare i prepotenti che purtroppo non avevano nessuna voglia
d’imparare a sviluppare un dialogo interno, ma preferivano piuttosto fare a
pezzi gli avversari, togliere il loro potere individuale per poco che fosse, ma
in quel modo accumulare il proprio, mattoncino su mattoncino costruivano dei
grattacieli d’ingiustizia e di sangue rappreso, ma anche di soldi e quindi di
potere, che se non sono esattamente la stessa cosa, spesso coincidono.
"Come si evita che i cosiddetti “mostri”, diciamo i dittatori, salgano
al potere e poi diventino potentissimi?
Io credo che la risposta sia molto semplice: si evita di costruirli.
Una volta che che questi dittatori sono stati costruiti, appoggiati,
coperti, foraggiati, e sono diventati molto forti, a quel punto è difficile
liberarsene con mezzi pacifici.
L’occidente, in genere, non si preoccupa di questo.
Crea mostri e poi si indigna per il fatto che ci sono.
Saddam era uno spietato dittatore? Giustissimo. E si ricordano le sue
nefandezze, soprattutto lo sterminio di 5000 curdi.
Quando avvenne lo sterminio?
Nel 1988.
Come chiamavano le autorità americane Saddam?
Lo chiamavano il presidente, ne erano amici, lo aiutavano, lo armavano.
Oggi lo chiamano il dittatore."
Noam Chomsky ha
contribuito ad elaborare il sistema di strategie che viene utilizzato per la
manipolazione delle persone attraverso i mass media. Ne è nato questo decalogo,
non attrinuibile per intero all'autore, ma dove molte affermazioni risultano
effettivamente dette da lui.
1-La strategia
della distrazione
L’elemento
primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste
nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti
decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio
o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.
2- Creare
problemi e poi offrire le soluzioni.
Questo metodo è
anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una
“situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con
lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far
accettare.
3- La strategia
della gradualità.
Per far accettare
una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni
consecutivi.
4- La strategia
del differire.
Un altro modo
per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come
“dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per
un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un
sacrificio immediato.
5- Rivolgersi al
pubblico come ai bambini.
La maggior parte
della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi
e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza,
come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale.
6- Usare
l’aspetto emotivo molto più della riflessione.
Sfruttate
l'emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi
razionale e, infine, il senso critico dell'individuo.
7- Mantenere il
pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far si che il
pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo
controllo e la sua schiavitù.
“La qualità
dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e
mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le
classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare
dalle classi inferiori".
8- Stimolare il
pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.
9- Rafforzare
l’auto-colpevolezza.
Far credere
all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa
della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi.
Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto
svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei
cui effetti è l’inibizione della sua azione.
10- Conoscere
gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono.
Negli ultimi 50
anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra
le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élite.
Da Jo’ dopo la morte di Oda, due anni dopo
La seconda volta da Jo’ Soares, Ada interviene con il suo
gruppo NO SUV, dodici elementi, musica popolare brasiliana.
Dopo i saluti Ada è invitato a presentarli uno per uno e
poi cantano una canzone delle loro.
Tamburi di guerra africani, tastiere a volume alto che
entrano solo a far da contrappunto, chitarre ipnotiche e ripetitive, il basso
saltella e ritorna, aumenta e diminuisce l’intensità, la voce di Zappi graffia
e guarisce, lama e lima, carta vetra e velluto:
...un grande
paese
o meglio: un
paese grande
grande come un
cetaceo,
coperto dalle
incrostazioni degli altri paesi,
che si ciba di
cloni, copie, rifiuti di plancton
e ogni tanto
salta fuori dal mare dell’esistenza
ma è incurvato e
pesante,
con tutta quella
mole gigante,
mette paura
ma non gode
affatto del suo potere
la balena è il
Brasile,
io sono venuto
dalla sua pancia
vabbè
forse anche dal
culo
la testa e il
cuore non mi accettano
eppure sono
parte di loro
anche se non mi
vorrebbero...
anche se ancora
non mi accettano...
Applausi del pubblico, la musica è vivace, allegra,
molto ritmata, piena di percussioni, ma anche di strumenti melodici, è come una
sincopata musica di carnevale, ma più ricca di sfumature e di voci, a cantare
sono in cinque, tra cui Ada che suona anche il surdo.
Anche Jo’ sembra entusiasta della musica e del
testo, sebbene molto polemico per un Brasile, anche pieno di contraddizioni, ma
ancora puritano in molte sue manifestazioni moderne.
“La parolaccia nel testo può anche sfuggire a
qualcuno, ma a molti detentori del potere mediatico non piacerà.”
“Lo so, e lo sappiamo, ma è proprio quello che
vogliamo, scuotere il perbenismo e tutti quelli che pensano che vada tutto
bene, visto che a pagare il conto di tutta questa miseria non sono loro.”
“Effettivamente...”
“Un cantante o
un gruppo di successo, normalmente non possono andare contro quello che il
pubblico, sotto forma di pensiero unico
dominante, vogliono da lui.
Ecco che il loro manager dice che non si può dire una
cosa, che è meglio dirne un’altra, ma invece noi diciamo e facciamo quello che
vogliamo, perché noi siamo i manager di noi stessi.”
“Tu pensi, o voi pensate, che in Brasile esista il
pensiero unico dominante come in Europa o negli Stati Uniti?”
“Bella domanda Jó. La risposta è sì e no, ci abbiamo
pensato anche noi, le cose si stanno sviluppando e il potere ha le sue
difficoltà a mantenere la disciplina, ora il pensiero unico anche là, nel
cosiddetto Primo Mondo, si è sfaldato, è diventato triplice. Semplificando al massimo:
il primo gruppo accetta quello che fa il governo, anche perché ne fa
indirettamente parte o si sta arricchendo con certe malefatte, le notizie
false, le leggi inique o si mantiene grasso e privilegiato, fregandosene se
tutto intorno affonda.
Un gruppo estremo vede cospirazioni e cose anche
esagerate, confuso dalle fake news ne produce altre contrarie per
controbattere.
Nel mezzo c’è chi riconosce che le cose vadano piuttosto
male, combatte silenziosamente per sopravvivere, ma non sta tanto male dal
punto di vista finanziario, ha amici nelle due fazioni estreme e si barcamena
scuotendo la testa, insomma disapprovando ma non facendo niente o troppo poco
per cambiare le cose.”
“Vedo che dall’altra tua visita sei cambiato abbastanza,
e ti rivolgi a un pubblico non solo brasiliano, ma a una fetta piuttosto internazionale
dell’opinione pubblica...”
“Magari sono addirittura migliorato, ma quello che conta
è che non sono più solo, bene o male noi siamo già un movimento, non solo un
gruppo musicale. Prima noi abbiamo avuto successo fuori e poi in Brasile, come
tutti gli altri precedenti grandi della musica, i Beatles e i Genesis per
esempio, d’altronde...”
Risatona del pubblico e dello stesso Jó Soares.
“Oda mi accusava di essere passato da un punto di vista
proletario improvvisamente a uno capitalista, e aveva ragione. Ma è quello che
mi permette ora di capire i due lati estremi, giusti e sbagliati, ma ognuno
pieno di ragione propria... la verità sta in mezzo, ma non rimane ferma un
secondo, fluttua e affonda, scappa e ritorna... dunque io cerco di conseguenza
di agire in maniera concreta ed efficace, ma elastica.”
“Cioè il gruppo dei NO SUV è nato per questo, non per
fare soldi, arguisco.”
“Infatti.”
“Che macchina hai attualmente?” Risata del pubblico.
“Non ce l’ho la macchina Jo’, non è che non potrei
permettermela, ma in una grande città come San Paulo è meglio non avercela.”
“E come fai?”
“Come tutti. Mi muovo con amici o con i mezzi pubblici,
autobus, navette tra cui Uber e taxi. Ma ormai non mi sposto tanto, sono
vecchio, nel gruppo attualmente partecipo solo alla composizione dei pezzi, non
vado a suonare più in giro, per questo c’è Zappi. Che è diventato anche
filosoficamente e dal punto di vista sociale, insomma il portavoce e il leader,
il frontman dei NO SUV. E la vociona che c’ha l’avete appena ascoltata!”
“Un incrocio tra Peter Gabriel e Luciano Pavarotti,
direi. Allora sentiamo Zappi cosa ci dice, di cui il vero nome è... aspettate che leggo il
bigliettino... Mario Chaves-Cunha, ecco qua: come ti senti di fronte alla
disuguaglianza e all’ingiustizia del mondo?”
“Prima che me lo domandi Jó, ti dico subito che anche io
vengo dalla favela, e il mondo come si presenta attualmente per me è come un
mal di schiena.”
“Cioè?”
“Prima di far
parte dei NO SUV avevo già un mio successo personale con la musica RAP, che
però non è tanto universale come la musica POP, il RAP non è per tutti, il POP è
molto più popolare, lo dice il nome stesso.
Dunque: avevo
i soldi e mi divertivo anche a comporre pezzi e a suonare dal vivo. Ma non
stavo tanto bene di testa, meno ancora di cuore.
Però il mio
soffrire per le disgrazie della gente
del mondo era diventato simile a un mal di schiena, non mi lasciava mai
tranquillo.
Il mal di schiena a volte è anche psicologico, nel
senso che una persona sta curva più del dovuto e stupidamente continua a farlo
anche quando sa benissimo che gli fa male.
Per esempio fare dei lavori manuali pesanti e poi
stare ore al computer sono attività che non vanno tanto d'accordo, perché a una
rigidità imposta dal dolore, se ne aggiunge un'altra che pare minore, ma a
lungo andare faticosa, a volte oppure spesso incompatibile.
L’infiammazione, o meglio, l’irritazione del nervo
sciatico è una
patologia causata dalla compressione della sua radice (lombosciatalgia) alla
fuoriuscita dalla colonna lombare, oppure da una compressione nel suo passaggio
periferico, come, ad esempio, nella sindrome del piriforme (dolore che
coinvolge sia la natica sia il nervo sciatico).
Colpisce maggiormente le persone tra i 40-50 anni
di età in su, con una prevalenza maggiore negli uomini.
Molto spesso, il dolore è talmente intenso che la persona fa fatica a
camminare ed è
costretta a rinunciare a portare avanti le proprie attività quotidiane.”
“Grazie per
la lezioncina, personalmente il mal di schiena lo conosco già purtroppo bene,
ma più nello specifico che cosa ci volevi esemplificare?”
“Che cosa potevo fare allora per aiutare la gente e neanche troppo indirettamente
me stesso? Chi è che poteva ascoltare con interesse i miei vaghi discorsi, in
modo da poterli tramutare in pratica, se non chi mi conoscesse?
Avrei dovuto entrare in politica?
I predicatori o gli influencer non mi garbano per niente.
No, il processo da attuare doveva essere un altro, ma non sapevo ancora
quale.”
“E quale sarebbe stato?”
“Lo stesso di prima Jó, ma perfezionato un po’, dovevo conoscere il qui
presente Ada per rendermene conto, questo ragazzaccio di una settantina di anni
mi ha fatto capire come e dove, quando e perché...”
“Spiegati meglio per favore.”
“La mia seconda
carriera iniziava segretamente, passo dopo passo, anche per me stesso, secondo
lui io dovevo trovare una soluzione a tutta quella sensibilità ai dolori
dell’altra gente, che indirettamente, ma non per questo meno intensi, colpivano
me in prima persona, la mia famiglia, i miei amici e conoscenti.”
“E allora?”
“Sintetizzando
al massimo erano queste diverse componenti: prima di tutto via
alcool e droghe – prima mi sembrava che gli artisti non potessero assolutamente
farne a meno - poi collaborazione e integrazione, ampiezza di
vedute, semplicità di espressione, ambizione costante di migliorare, strumenti etnici
brasiliani come cavaquinho, surdo eccetera... e in poco tempo i NO SUV hanno
dimostrato a me e allo stesso Ada, al suo crescente pubblico, che i messaggi
dei nostri testi potevano essere allo stesso tempo ricchi di efficaci simboli e
di dolorosa attualità, ma intanto la nostra musica è gioiosa e incantatrice per
ogni tipo di orecchie.”
“Quindi?”
“Per diventare
liberi bisogna che anche tutti gli altri lo siano, aveva detto un filosofo del
passato, non ricordo chi, ma di sicuro aveva ragione.
Tutto quello che
ci aveva insegnato Oda, che io personalmente non ho mai conosciuto, ma sono
amico di Ada, (che come a suo tempo Socrate e il suo allievo Platone, ebbe il
grande merito di metterla anche per scritto tutta questa filosofia,) ci serviva
bene assai, soprattutto a capire chi avevo di fronte, di volta in volta, ma
questo era il momento in cui dovevo imparare a usare le armi che mi stavo costruendo,
trovare strumenti che suonavano più sinceri, collaboratori validi, informazioni
sicure e direzionate. Il denaro necessario per partire per questo nostro lungo
viaggio ora ce l’avevamo anche.
Fuori dal Brasile non capivano i nostri testi, potevamo
tradurli in inglese magari, ma abbiamo preferito mettere le relative traduzioni
scritte in varie lingue, le più parlate, nei libretti dei CD.”
“E il mal di schiena ora è passato?”
“No, ma ora sento che sto facendo qualcosa per migliorare
il mondo, facciamo i concerti anche in Russia, in Cina e in Australia... perfino
nelle isole Aleutine... e poi ho troppo da fare e praticamente non ci penso
più.”
Consideriamo una gran cosa l’indipendenza
dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere
anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che
l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò
che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile. I sapori
semplici hanno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane
fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta
salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando
a intervalli ci capita di menare una esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio
questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque
diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei
goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano,
o lo interpretano male, ma quando aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a
essere sereno. (Epicuro, Samo 341 a.C.- Atene 270 a.C)

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